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Fare il medico al tempo di whatsApp: una storia vera, anzi quattro

Oggi ospito il racconto di un’amica, compagna di studi, che fa il medico.

Dicono che un tempo non fosse così, e in un certo senso qualche prova ce l’ho anche io che mi sono laureata in medicina poco più di dieci anni fa. Una su tutti, mio nonno, che adesso non c’è più, e che negli ultimi mesi della sua vita non mi riconosceva. Un giorno mi ha chiesto quale lavoro facessi. Gli ho risposto la dottoressa. Mi ha sorriso tutto contento e ha chiamato sua figlia per congratularsi.
Perché le cose siano cambiate non lo so, ma questi aneddoti, che riporto ovviamente con nomi di fantasia, riguardano persone della mia età o poco più anziane, di livello culturale (misurato in termini di titoli di studio) medio alto.

In molti ospedali dove ho lavorato ho partecipato a sperimentazioni cliniche su nuovi farmaci.
Dico nuovi farmaci perché si tratta di farmaci già in commercio in molti altri paesi europei. Premetto che queste sperimentazioni sono gratuite per il paziente e per il medico che conduce lo studio, almeno nel mio caso, sia in maniera diretta che indiretta (la casa farmaceutica in questione non mi ha pagato vacanze né congressi né un contratto di lavoro). E premetto che inoltre io, da paziente, non so se parteciperei, perché sono cose che richiedono un certo impegno (visite regolari e con termini ben precisi, prelievi frequenti…).
Quello che mi ha sempre sorpreso sono però le domande che mi hanno fatto le persone a cui ho proposto di partecipare alla sperimentazione.
La mia preferita è: È a base di staminali?
Risposta: No.
Controrisposta: Allora non mi interessa: voi fate solo le cose che vi danno soldi e che fanno guadagnare le case farmaceutiche.
Controrisposta che in un solo colpo divide la ricerca nella good company di Vannoni (perché a questo pensano i pazienti quando parlano delle staminali) e la bad company dei medici corrotti dalle case farmaceutiche.
Seguono altre domande sul tema privacy, del tipo: ma il mio numero di telefono e il mio nome poi a chi lo darà? perché sono stanca di quelli che mi telefonano per cercare di vendermi abbonamenti a riviste… e vorrei replicare che a me da anni cercano di propinarmi un robottino igienizzante per materassi senza che abbia dato il numero ad alcun medico che si occupa di sperimentazioni cliniche, ma rimango in silenzio.
C’è il sempreverde: insomma dovrei fare da cavia gratis, a cui non replico più, celebrando la morte del mio idealismo giovanile.
Per finire c’è l’altruista, che mi sta simpatico, e che dice più o meno: se partecipo è per aiutare gli altri. Lui la ricerca la vede come qualcosa che durerà anni e anni, darà risultati inutili per noi oggi ma forse fruibili per i nostri bisnipoti. Gli spiego che tra pochi mesi il farmaco sarà in commercio in Italia. E gli esiti nei suoi occhi sono contrastanti.

La nonna di un mio ex, Giorgio, biologo, viene ricoverata in ospedale per uno scompenso cardiaco in condizioni critiche. Viene trattata, tra l’altro, con diuretici endovena: in questi casi è una terapia indispensabile. Poi ha un attacco di gotta, evento doloroso che peraltro viene subito diagnosticato e trattato: la gotta non compromette la prognosi della signora che dopo breve degenza rientra a domicilio.
Giorgio si documenta, legge il foglietto illustrativo del diuretico in questione e scopre che può far aumentare l’acido urico. Le hanno fatto venire la gotta, dice con l’espressione di chi ha risolto un mistero. Perché voi medici non conoscete gli effetti collaterali dei farmaci: vi risulta troppo impegnativo studiare o è per colpa delle case farmaceutiche che vi spingono a usare questo farmaco? Ne so di più io semplicemente avendo letto un foglietto illustrativo e dopo la puntata di un anno fa di Elisir sullo scompenso cardiaco. Al limite leggendo un capitolo di farmacologia sui diuretici: molti non causano la gotta.
Io e Giorgio ci siamo lasciati per altro, anzi per altra, che solo oggi so di dover ringraziare.

Oggi vivo a Milano e nel fine settimana esco in gruppo con amici storici e altri che si sono aggregati nel tempo. Come quasi tutti ormai sono succube di WhatsApp nell’organizzazione della mia vita sociale: lo usiamo soprattutto per organizzare i sabato sera, vacanze ed altro.
Anna ci scrive che ha un problema, una dermatite (ovviamente autodiagnosticata) e chiede aiuto. Chiede aiuto a Giovanni e Martina che non sono medici, ma lavorano per una casa farmaceutica e che si occupano in particolare di psoriasi. In pratica chiede una consulenza medica (posso usare una pomata a base di cortisone o meglio un antistaminico? Devo prendere un antibiotico?). Mentre a me chiede se posso mettere una buona parola per anticiparle una visita con uno specialista di un ospedale dove lavora una mia amica.
Seguono commenti di Giovanni, che la incoraggia a usare tutto contemporaneamente. Rimango ferma per un po’ e rifletto se intervenire a livello scientifico nella discussione. Scrivo solo che non sono riuscita ad anticipare la visita.
Oggi conoscere un medico non serve più a niente, avrà pensato.
Io invece ho pensato a mio nonno, un uomo di altri tempi.

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Tipi umani da giornalista scientifica / 10: lo Scienziato Segnalatore

Un attimo di distrazione, una giornata di sole, una punta di ottimismo, una notte serena di sonno ininterrotto. E d’un tratto mi trovo a sognare di fare un mestiere normale in un’Italia normale. Normale, è tutto normale Silvia, sta’ tranquilla.
Poi per fortuna arriva lui: lo Scienziato Segnalatore.
Pronto a ricordarmi lo sfascio del mio paese e dei miei mulini a vento. Pronto a inviarmi un link a youtube o a repubblica.it (la statistica è impietosa), o a raccontarmi che cosa è passato ieri sera al Tg. Pronto a darmi la sveglia e a farmi la domanda delle domande: com’è che tu ti fai un mazzo così e intanto il grande quotidiano e la grande rete televisiva dicono così grandi cazzate? Cioè: ma questi tuoi colleghi hanno fatto scienza alle elementari?!
Risposta tra me e me: se lo sapessi davvero avrei già cambiato mestiere e paese. E poi io sono vittima di questa roba: non puoi chiedermi di fare la vendicatrice mascherata, gratis, e col solito rischio del sansebastianismo di cui, si sa, io morrò ma lieta in core.
Risposta ad alta voce: vedi… il problema è complesso… da una parte c’è una questione di tradizioni giornalistiche per cui in Italia… dall’altra c’è il mercato, che è completamente saltato per cui se paghi sempre meno non è che la qualità di quello che leggi… e comunque…

Rumore di unghie sullo specchio.
Seguito a parlare:
1. non è un problema solo italiano, sai. Vedi la storia di Le Nouvel Observateur e gli Ogm velenosi, eh: quella era università francese e stampa francese! Oppure la panzana delle amanti di Georges Simenon: oh, quello era un giornale svizzero!
La mia memoria è piena di aneddoti così. Posso citare Einstein (giornali americani e inglesi, roba che scotta!), l’autismo (addirittura riviste scientifiche!) e una lunga serie di panzane uscite all’estero.
Obiettivo: stordire l’interlocutore.
Proseguo:
2. anche la questione di mercato: un modello di business per l’informazione web non c’è praticamente da nessuna parte e questo ha cambiato le cose in tutto il nostro settore e in tutto il mondo. Ma dappertutto, eh: per esempio ho un collega brasiliano…
Il collega brasiliano esiste davvero: come è successo a colleghi italiani, è stato licenziato da un giornale in ristrutturazione e adesso fa il freelance senza averlo mai scelto. Intanto il giornale vivacchia con la metà dei giornalisti che aveva prima. Chissà che fine faranno, e che fine faremo. Ma che c’entra?
Vado avanti, sempre meno convincente:
3. comunque dobbiamo capire anche che in fondo non è un errore così grave: l’unità di misura è sbagliata, è vero, la malattia di cui parla ha un nome diverso, giusto, la foto è presa da un sito che parla di tutt’altro, corretto, il titolo dice l’esatto contrario… ma in fondo… Cioè: i problemi della scienza in Italia sono ben più gravi…
Intanto anch’io mi gratto l’orticaria.
Checcazzo: ai miei studenti correggo anche gli accenti acuti e quelli gravi. Qui leggo su un quotidiano nazionale da decine di migliaia di click a pagina una roba che nemmeno in quarta elementare. Mi affido al benaltrismo (Dio che brutta parola) e ci do di cerchiobottismo (terribile, davvero).
Ma ho bisogno di mettere a posto le cose: o meglio, di fissare un po’ di punti generici e di defilarmi con il solito la questione è assai complessa.
Quindi passo alla più confusa delle mie argomentazioni. Quella che è vera, eh, ma qui non c’entra proprio niente. È un’argomentazione ad incasinandum, serve a confondere le acque, è la strategia della seppia.
E dice così:
4. del resto anche voi scienziati… cioè non è che potete pensare di instaurare un buon dialogo con la società se non scendete dal vostro pero e non provate a discutere, a farvi meno presuntuosi, ad ammettere l’esistenza di altre forme di conoscenza delle cose, se non provate a usare altri lessici e soprattutto se non cominciate a riconoscere la nostra professionalità di comunicatori della scienza, almeno voi, accidenti, e non solo quando si tratta di segnalare gli errori dei nostri colleghi. E poi tanti di questi errori nascono dai vostri, i vostri, colleghi, quelli che hanno interessi personali meschini e pensano di usare i giornalisti a loro beneficio: non è che la comunità scientifica sia fatta solo di stinchi di santo, vedi gli altri tipi umani da giornalista scientifica nel menù a tendina qui accanto…
Che è anche una cosa vera, su cui la mia comunità spesso si trova a dover discutere seriamente.
Ma ieri sera al telegiornale hanno confuso due malattie diverse e intervistato un famoso ciarlatano, mentre sul prestigioso quotidiano è ricomparsa la fantasiosa automobile che sfida le aziende petrolifere e soprattutto la termodinamica.
Ha ragione lui: è inaccettabile che succeda. Dai. Non cambierà la temperie scientifica di questo paese, ma è cialtrone. E verso i cialtroni non si deve avere nessuna pietà.

Accidenti, Scienziato Segnalatore.
Io faccio un bel mestiere, ma ci avviluppiamo sempre sulle solite domande.
Tipo ci sono quelli che dicono che per fare il giornalista scientifico è bene avere una laurea scientifica (ma Romeo Bassoli non si era mai laureato, e comunque aveva studiato lettere), quelli che dicono che per parlare di scienza non importa sapere la scienza (e intendono: la tabellina del dieci, la logica minima, la differenza tra una causa e un effetto o tra un esperimento e una teoria, mica parlano delle basi della meccanica quantistica o della genetica molecolare). Quelli che dicono che gli scienziati dovrebbero stare al loro posto e quelli che dicono che benvengano gli scienziati. Quelli che generalizzano: gli scienziati non sanno comunicare! E quelli che difendono il campo: ognuno faccia il suo mestiere e poi la comunicazione non si improvvisa!
Per me, molto più semplicemente, se uno fa il giornalista deve seguire un kit di regole di base che valgono per qualsiasi cosa stia affrontando. La verifica delle fonti, per esempio, la verifica di quello che si sta scrivendo, un paio di telefonate di sicurezza, la gestione corretta delle parole, l’onestà, la domanda in più, l’umiltà di studiarsi un po’ la cosa. La responsabilità.
Lo ammetto: anche a me è capitato e capita di scrivere di cose di cui non so niente. Per questo tengo in tasca il kit di cui sopra, e spero che mi basti. Quantomeno, cerco di evitare di fare figuracce.
Perché la mia paura peggiore sei proprio tu, Scienziato Segnalatore. E la tua prossima mail a uno qualunque dei miei colleghi. Quella che un giorno a venire conterrà il seguente testo: hai visto che cosa ha scritto la Bencivelli?! Ma è possibile che in questo paese escano articoli come quello?

* A scanso di equivoci: questo è l’unico tipo umano di cui parlo bene. Non sono diventata improvvisamente buona: è che davvero questo tipo di scienziato mi piace. Se poi oltre a scrivere a me scrivesse ai direttori dei giornali, direi che è quasi la nostra salvezza nella catastrofe.

Tipi umani da giornalista scientifica / 9: il personaggio che non ti aspetti

Nei giorni scorsi mi sono trovata a parlare a lungo con due scienziati senior (con tutto il rispetto) di due discipline molto diverse tra loro. Diciamo uno scienziato della vita e uno delle scienze dure.
Abbiamo parlato di due storie apparentemente lontane tra loro ma con lo stesso schema narrativo e la stessa disperazione di fondo: il solito ciarlatano, i soliti giornalisti che si confondo, o che confondono artatamente* le cose, i soliti politici goffi o conniventi, qualche finanziamento che si sposta dalla scienza ufficiale al grande boh dell’alternativa mistica, un po’ di forconi medievali, un po’ di umana pietà a rendere tutto più difficile.
La cosa che mi ha colpito è che in entrambi i casi, pur essendo così distanti tra loro, è saltato fuori il personaggio che non ti aspetti (PCNTA).
Il PCNTA è uno che complica la vita di noi che facciamo comunicazione della scienza e che vorremmo farla bene. Noi che abbiamo la pretesa di capire le storie complesse, di imparare nomi e stereotipie della non-scienza peggiore. Ci complica la vita perché a volte si avvicina al tipo umano dello scienziato mitomane, ma spesso è più astuto e si camuffa dietro a un ciarlatano in un momento di confusione.
E poi lo trovi quasi sempre, ovunque girino soldi, sia che tu parli di medicina sia che tu parli di un paese che crolla.
Ma fa di peggio, di molto peggio che complicare la vita a noi e al nostro onesto mestiere.
Funziona così.

L’Italia è scossa da un fremito: abbiamo la soluzione, facile e alternativa, a un problema che con i noiosissimi e lentissimi metodi della scienza ufficiale non sapevamo risolvere. Né qui né all’estero. In genere l’estero ci guarda trattenendo le risa. Ma noi abbiamo la soluzione e andiamo avanti tra fanfare mediatiche, telegiornali, prime pagine, approfondimenti serali e a volte persino interrogazioni parlamentari, e giù giù verso il ridicolo più tragico che il ridicolo possa diventare.
La soluzione ci è proposta da uno che ha le sembianze del ciarlatano, il curriculum del ciarlatano, parla e si muove come un ciarlatano. Ed è un ciarlatano.
L’Italia impazzisce per lui: fate un giro su youtube e vi renderete conto.
Il ciarlatano riesce a convincere gente in buona fede, ingenui, poracci, ma anche politici (chissà perché, eh) e opinion leader di tutte le razze: si va dal giornalista impegnato, al cantante in pensione. Dal politico in genere sensato ma in questo momento troppo distratto dall’opportunismo che ha dovuto vestire in campagna elettorale, alla sexy flexy che mostra volentieri il proprio pettoruto impegno a favore dei più sfortunati.
Per qualche anno, il ciarlatano ha la sua fama fatta da movimenti di folle più o meno importanti, e visibilità. A volte fatta anche da discreti finanziamenti e sostegni economici più o meno manifesti da parte di privati e istituzioni. Ma prima o poi la sua celebrità comincia a scemare. La gente, anche la più entusiasta, comincia a rendersi conto delle panzane, magari non lo ammette pubblicamente ma piano piano abbandona il suo guru, ciao e grazie. Può darsi che di mezzo ci siano gli sbirri e i carabinieri. Può darsi che semplicemente alla terza, quarta, quinta profezia sbagliata sia saltato fuori un profeta migliore. Può darsi che semplicemente sia passata la moda.
Così alla fine il paese raccoglie i cocci.

Il PCNTA è stato dietro alle quinte fino a poco fa: è un accademico, uno con un’affiliazione seria, che spesso trae in inganno anche i giornalisti migliori (beh… in fondo non stiamo mica dando voce al ciarlatano… e poi la sua posizione è interessante…). Però ha preso posizioni ambigue travestite da sagge aperture prive di pregiudizi e anzi segno di grande disponibilità all’ascolto. Non si è mai sporcato le mani per (provare a) sputtanare il ciarlatano in pubblico, come hanno fatto i suoi animosi colleghi. È stato lì, e ha pensato: da tutto questo, che cosa ci posso guadagnare?
Una leggina nuova, che mi permetta di vendere questa cosina che ho brevettato tempo fa?
Un finanziamento a questa ricerchetta screditata da tutti i colleghi, ma su cui ho investito gli ultimi decenni della mia vita?
Un po’ di tv, e poi vediamo?
Così il PCNTA viene fuori con cose simili, ma ammantate da tutti i crismi della scientificità, a quelle tirate fuori dal ciarlatano. Sì, ok, ce n’erano già, di cose simili ammantate blablabla, ed erano scienza vera, ma vallo a spiegare a quello zuccone di giornalista.
E poi il PCNTA le sa proporre in modo diverso a seconda di chi ha davanti: terrà un contegno professorale di fronte al bravo giornalista scientifico, ma sarà empatico e ambiguo di fronte al giornalista che non conosce la scienza, e che pensa che non sia nemmeno tanto necessario conoscerla per intervistare uno scienziato. Saprà muoversi con astuzia accademica tra i colleghi, saprà muoversi con astuzia mediatica tra i giornalisti. Coi primi avrà un atteggiamento distaccato, i secondi li userà a suo vantaggio.
Lo troveremo per mesi e anni da tutte le parti, ma en souplesse: intanto rilascia interviste, precisa, sorride, telefona alle redazioni, si fa amici tra i giornalisti importanti, guadagna la loro stima. In ogni caso rimane uno scienziato, un bravo scienziato, uno scienziato della scienza ufficiale. Perché così gli conviene. E quando il ciarlatano di cui sopra sarà costretto a chiudere il suo baraccone, e noi, insieme ai bravi scienziati di questo paese (cioè la maggioranza), cominceremo a pensare di poter tirare un sospiro di sollievo, ci accorgeremo che il PCNTA da tutto quel casino sarà l’unico ad averci guadagnato. Per questo la vera sfida, per tutti, scienziati e giornalisti scientifici, è riconoscere il PCNTA e capire insieme come fermarlo in tempo.

 

* è una delle mie parole preferite, sì.

Tipi umani da giornalista scientifica / 8: lo scienziato mitomane

Attenzione: in questo post non farò nomi di cose-città-persone-disciplinescientifiche-fiori-animali-modellidipanda per evitare ovvie querele, che peraltro sarebbero meritatissime (lo dico subito: avete ragione voi). Eddunque sarò molto buona. Anche se ci sarebbe da non esserlo affatto.

Vi ricordate, gente, la seconda legge della stupidità umana secondo Carlo Cipolla?
Essa recita:
La probabilità che una certa persona sia stupida é indipendente da qualsiasi altra sua caratteristica.
Il ché significa che la stupidità di un individuo non dipende dai suoi titoli di studio (o dalla loro mancanza), dalla sua professione, dal suo ruolo, dal potere che gestisce, dalla sua condizione economica, dalle sue origini, dal mestiere che fa, da dove lo fa, dal perché lo fa, dalla passione (o dalla mancanza di) che ci mette, dal mezzo di trasporto che sceglie, dall’età, da quel che mangia, da dove abita… niente, non dipende da niente. È stupidità e basta.
La stupidità, cito, è una “prerogrativa indiscriminata di ogni e qualsiasi gruppo umano e tale prerogativa è uniformemente distribuita secondo una proporzione costante”. Cioè la trovi tra gli scienziati come tra i giornalisti (giornalisti scientifici compresi), tra i giudici come tra i bidelli di scuola media, tra gli autisti dell’Atac come tra gli abbonati alla tua palestra. Niente vaccina contro la stupidità.
Che c’entra questo coi tipi umani? Intanto è utile perché, non potendo entrare troppo nello specifico, questo post lo dovevo riempire in qualche modo. E poi serve a dire che, oh, stupore, anche tra gli scienziati si trovano gli stupidi. Nella stessa proporzione in cui si trovano nelle altre categorie in cui possiate dividere l’umanità. Si trovano gli stupidi e i furfanti.

Lo scienziato mitomane è, appunto, uno stupido o un furfante.
Nel primo caso ha la pericolosità intrinseca dello stupido: fa e dice cose stupide, le dice alla stampa, le propugna con forza, si sente investito di una missione divina.
Nel secondo, è meno pericoloso e più facile da riconoscere, ma bisogna aver voglia di farlo: o ha una bega accademica da risolvere con un suo vecchio rivale, e non guarda in faccia a nessuno, o ha un interesse economico nel diffondere una paura o nel dare una soluzione a un problema (reale o inesistente che sia), o ama apparire in tv per semplice vanità, o sta aspettando dei grossi finanziamenti e sa che più compare sui giornali più sarà facile che quei soldi arrivino.
In ogni caso, lo scienziato mitomane ha un filo diretto coi giornalisti e lo trovi da tutte le parti.
È il più intervistato, il più telegenico, il più twittato, il più citato a destra e a manca, e non solo dai giornalisti stupidi. Lo intervistano anche gli intelligenti perché, sai, è un’altra campana oppure ha una tesi interessante o anche è già stato intervistato da…
Ed è questo il problema. È come una catena di Sant’Antonio o, per restare tra i santi, lo diceva anche San Matteo nel Vangelo* a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.
Chiunque di noi intervisti lo scienziato mitomane ha la responsabilità di aver sollevato e reso visibile il suo nome come quando si gioca con un palloncino, di averlo reso bello alto nei ranking di Google, di averci messo un timbrino sopra: il suo. E se il timbrino è quello di bravo-giornalista (scientifico o meno) sarà più facile che nei mesi a seguire lo scienziato mitomane venga rilanciato da mille altri giornalisti, semplicemente perché (e questo lo fanno soprattutto gli stupidi, ma non solo) la categoria tende ad affidarsi a Google o a copiare le altre testate nello scegliere chi intervistare.
Ho chiamato lo scienziato X perché ho visto che è stato intervistato anche da Y. Nell’intervista diceva Z, che in fondo (in fondo lo aggiungono i giornalisti non stupidi, quasi a giustificarsi) è un parere interessante (i giornalisti stupidi potrebbero anche dire che è l’unico a dire Z come se questo fosse un punto d’onore e non la prova evidente del fatto che X rientra nella categoria mitomane).

Un paio di precisazioni a margine.
1. Avere una affiliazione decente non impedisce la stupidità o la malafede: in ogni istituto di ricerca e in ogni università del paese c’è almeno un ricercatore (o anche un professore o quel che vi pare a voi) che ha perso la brocca, che non l’ha mai avuta, o che ha come unica missione di vita quella di fare le scarpe al suo rivale di sempre. Gli altri ne soffrono ma in genere aspettano passivamente l’arrivo della pensione, ignorando che lo scienziato mitomane pensionato viene prontamente sostituito da un suo giovane seguace.
2. Avere tante pubblicazioni non significa niente, ma averne zero è decisamente un pessimo segnale. Ah: come sapere quante pubblicazioni ha un ricercatore? Se siete del tipo ISNNHMCT (cfr. tipo umano numero 6, tra i tipi umani nel menù a tendina qui sopra a destra) forse potete rivolgervi a un collega che invece un po’ di scienza la mastica. Altrimenti potete rivolgervi a motori di ricerca apposti come Google Scholar o per la medicina Pubmed. Ci sarebbe l’Isi Web, ma è difficile e bisogna saperci andare (qui un amico scienziato può essere utile).
3. Avere un’affiliazione di un tipo e parlare di cose di un altro tipo è un segnale ancora peggiore. Voi andreste da un dermatologo a farvi curare un infarto? E allora perché accettate che, per dire, un genetista parli di ecologia? Ok, la laurea è sempre quella, biologia. Ma insomma, su, è facile, dai.
4. Infine: uno scienziato eterodosso, quello che parla male dei suoi colleghi e la pensa in modo del tutto diverso (attenzione, da quelli del suo ambito disciplinare esatto, non pressappoco: quelli del pressappoco li abbiamo esclusi qui sopra), e che muore dalla voglia di venirlo a raccontare ai giornalisti, quello è nel 99% dei casi un mitomane bello e buono. Ma per questo vi rimando alle lezioni di giornalismo scientifico che trovate nelle categorie del menù a tendina qui sopra a destra (così intanto mi fate anche aumentare i click, grazie)**.

Sto per svelare un segreto della categoria: i giornalisti scientifici si difendono imparando a memoria i nomi dei venti scienziati più mitomani del paese (sono sempre i soliti, e ce ne sono almeno due o tre per disciplina) e ripetendoli ogni sera come un salmo segreto. A volte entrano nelle stanze dei colleghi amici ripetendo ossessivamente non chiamare X, ti prego, ti sputtani completamente, ti prego, dai!… E nel 90% dei casi non vengono ascoltati. A volte precedono gli stessi colleghi con un abile giro di parole: ah, che bel lavoro che stai facendo. Ricordati (gesto di finta fratellanza) che quel X che si trova da tutte le parti è un mitomane, eh. Il più delle volte, però, rimangono seduti sul bordo del fiume e si chiedono come diavolo sia possibile che gli scienziati mitomani piacciano così tanto ai colleghi di tutte le risme e soprattutto a quelle brutte merde ingrate del nostro pubblico, che noi trattiamo sempre con tanta responsabilità e tanto rispetto.

*Beccatevi questa.
** No, cliccando la freccia non si torna al menù a tendina. Ma si può godere di una freccia bella grande. Bella, eh.

Tipi umani da giornalista scientifica / 7: l’Amico, l’Amico dell’amico, l’Amico dell’amico dell’amico

L’Amico, diceva quello, è una cosa che più ce n’è meglio è. Più ce n’è, dice, meglio è. Sì. Da GS, mi permetto di dubitare.
L’Amico del GS è uno che a un certo punto ha un’idea, o sta facendo una cosa di beneficenza, o vuole lanciare una cosa bella e giusta, o ha l’occasione della sua vita. Ha bisogno di una mano. E chiama il GS. Come Amico.
Non importa che sia scienziato (in quel caso rientra nel tipo scienziato volenteroso, con l’aggravante dell’amicizia). L’importante è che sia Amico. Che te la chieda (la mano) da Amico, dando per scontato che tu lo farai in Amicizia. Oppure che chiederai a un collega, Amico (quindi Amico di Amico), di farlo per te.
Non è per essere cinici, ma l’Amico è uno che non si chiede mai che cosa potrebbe venirne al GS, da quel favore. E il GS è profondamente in imbarazzo: povero Cristo, non può mica mandare a quel paese l’Amico, né può fare la figura del venale spiegando che se fa la cosa in Amicizia perde tempo e denaro. In fondo non gli stanno chiedendo una manifestazione di Amicizia da camminata sui carboni ardenti. Però la richiesta di una mano è l’inizio della fine. Da quel momento per il GS saranno tentativi di evitamento alle soglie della paranoia, sensi di colpa, tiramolla e patimenti.

Premesso che agli amici si vuole sempre bene. E che gli amici degli amici sono amici. E che persino gli amici degli amici degli amici sono amici. Ma premesso anche che con sei gradi di separazione uno finisce per trovarsi Amico di chiunque. Ci vorrebbe una bella pubblicità progresso.
Tipo: se è un Amico, non puoi chiederglielo.
Perché è un Amico, ma fa il giornalista scientifico freelance (GSFL): quella che per te è una mano per lui è un lavoro non pagato. Sì, d’accordo: tu lo fai per beneficenza ed è una cosa che alla fine migliora il mondo. Ma il GS è pieno di amici e non può sposare le cause di tutti.

Poi il GS non sa dire di no e alla fine capitola sempre. Soprattutto se l’Amico fa una di quelle cose sleali tipo raccontare l’idea a un altro Amico o Parente. Il GS capitola. Il GS è un buono.
Solo che intanto, caro Amico, dentro di sé ti odia. Anzi: ti odicchia. Ti odicchia e ti stimicchia nello stesso tempo. Perché sei uno pieno di iniziativa e stai organizzando una cosa bella e lo stai facendo con le tue forze per promuovere un’idea di mondo buona e giusta. Ma che%$%£”ç=*: tu sei liberissimo di decidere come investire il tuo tempo libero, il tuo. Sul tempo libero degli altri non dovresti avere nessuna pretesa. Figuriamoci poi con il tempo non-libero di un poraccio che vive vendendo i prodotti del proprio, ehm, intelletto.
Onestamente: nella maggior parte dei casi gli stai facendo perdere un sacco di tempo con una cosa organizzata alla buona (almeno fidati, che diamine). E soprattutto gli stai ricordando che il tuo lavoro assomiglia troppo a un hobby per essere preso sul serio.

E allora una precisazione: il lavoro di GS assomiglia tanto a un hobby, ma non lo è. Trattasi di lavoro. Se il GS, con l’Amicizia che nutri per lui, facesse l’idraulico e tu avessi un tubo rotto, gli chiederesti di aggiustartelo gratis o aspetteresti, semmai, che fosse lui a dirti ma non ti preoccupare, ci mancherebbe altro, ci ho messi due minuti e non ho dovuto usare pezzi di ricambio… no che non devi pagarmi! eh? Pensaci un attimo.
Il GS è un buono, è un curioso, e poi ti vuole bene. Probabilmente, sapendo che si tratta di una causa generosa che sposi con tutto il tuo slancio, non ti chiederà un soldo. Ma almeno, tu che sei Amico, prova a prenderlo sul serio. Non cominciare subito col dare per scontato che una prestazione da GS non valga il becco di un quattrino. Almeno tu, dai. Ci pensa già il resto del mondo a maltrattare la categoria dei GS.
Che bello avere tanti Amici che ti stimano. Ma come era quella storia dei patti chiari?

Tipi umani da giornalista scientifica / 6: il collega che “Io di Scienza Non Ne Ho Mai Capito un Tubo”

Il collega ISNNHMCT è un tipo simpatico. Simpatico davvero. A cena è sempre quello che fa ridere tutti. Ma per il GS, che invece è un secchione, probabilmente un disadattato, recuperato alla vita da un caso fortuito e irragionevolmente benevolo, il ISNNHMCT è soprattutto terribilmente deprimente.
Perché l’ISNNHMCT dà la misura di quanto il mestiere di Giornalista Scientifico in questo paese sia considerato ozioso e periferico, roba da gente bislacca che non ha niente di più importante da fare che insistere con parole astruse e di scarsa sostanza, tipo Watt o magnitudo, o che ti fa tante storie quando qualcuno confonde una sclerosi con un’altra. Che sarà mai. Il GS probabilmente viene letto solo da qualche astrofilo strampalato e ha come pubblico pensionati e ragazzini: è un giornalista decorativo per gente decorativa. Mentre le cose serie, quelle di cui scrivono e leggono gli adulti, stanno altrove.

Ora, per mia fortuna non mi è capitato di frequentare tanti ISNNHMCT (anche perché i GS tendono a stare tra loro, a parlare nella loro lingua, e si annusano a distanza), per quanto forse vederne di persona uno o due al mese possa far bene. Mi è anche capitato di incontrare ISNNHMCT che pronunciavano la frase fatidica con un’ammirevole umiltà: Guarda, se mi dici Fiom ti posso snocciolare tutti i segretari generali dal dopoguerra a oggi. Ma di scienza non ne ho mai capito un tubo. Mi fido di te. Ma avverto la loro presenza in un sacco di occasioni e tutte le volte che ho avuto a che fare con un ISNNHMCT me ne sono venuta via con i seguenti pensieri.
1. Perché se si dice giornalista economico o giornalista sportivo chiunque capisce subito di che cosa si stia parlando mentre un giornalista scientifico viene visto come un raro animale esotico calamita di tante curiosità? (Avete presente le domande che seguono alla confessione ebbene sì, faccio il GS? Dalle lesioni del menisco al nucleare di quarta generazione, sembra che debba avere una risposta sicura per tutto. Un parere oracolare ma anche una posizione curiosa, su cui vengo forzata a discutere, mentre magari sono lì solo per ordinare una chiara media). Potrò, prima o poi, dire di che cosa campo usando solo due parole e non venti frasi?

2. Perché gli ISNNHMCT dicono ad alta voce di non capire un tubo di scienza, però poi ne usano a manciate? Non se ne rendono conto, forse? Se a me capita di infilare un piede in una definizione economica, poniamo, o in una questione da legulei, la prima cosa che faccio è alzare il telefono e cercare in tutti i modi di non dire stronzate. Prima riconosco il tranello, poi mi faccio aiutare e cerco in tutti i modi di evitarlo. E allora perché mi capita di trovare in mezzo a lavori giornalistici interessanti espressioni come sindrome da Dna interrotto o una plastica che contiene i-dro-car-bu-ri? O la famosa topica del codice genetico, che si eviterebbe semplicemente andando su Wikipedia a leggere le prime due righe della definizione? Sarà legato al fatto che ricevo davvero poche telefonate di colleghi che mi chiedono un parere o un aiuto? E allora come possiamo aiutare l’ISNNHMCT a capire che di scienza ce n’è dappertutto, e che va trattata quasi con la stessa cautela dello sport o degli spettacoli?

3. Forse il problema è la scienza, non il GS e il suo amico ISNNHMCT. Potremmo parlarne tre ore, o anche tre giorni. Ma forse il problema è che qui, mentre nessuno si permetterebbe mai di confondere un calcio d’angolo con un calcio di rigore, qui si può andare in giro sorridendo a dire allegramente che a matematica, a scuola, non ho mai preso più di quattro. Come se fosse un vanto. Non so, ma credo che abiti da queste parti anche la nostra propensione a credere di più a un santone che a uno scienziato. A usare l’espressione medicina ufficiale come un insulto, ortodossia scientifica come un’offesa. A non riconoscere le regole. A voler infilare la scienza nel letto di Procuste del buon senso o, peggio, del senso comune fino a dire che, insomma, una sperimentazione potremmo anche lasciargliela fare. Che poi è lo stesso argomento di chi diceva di Berlusconi e la magistratura: non lo lasciano lavorare in pace… Solo che il ISNNHMCT a volte è un ottimo giornalista, a volte anche un maestro. E ci si rimane un po’ così a sentirgli dire certe cose.
Il ISNNHMCT è ovunque ed è un tipo così eterogeneo che è difficile dipingerne un ritratto preciso. Però io so che se davanti a uno scienziato mi presento dicendo: sono una GS, anzi, una scientista, una materialista razionalista ultraortodossa più di te: non preoccuparti è perché lui è stato traumatizzato dall’incontro con ISNNHMCT convinti di potergli fare un’intervista come la si fa a un politico o a un industriale, magari sparando lì Watt, magnitudo e sclerosi a caso, e concludendo sornioni: sa… la scienza non è mai stata nel mio codice genetico…


*L’ISNNHMCT non si autodefinisce esattamente con queste parole, ma noi siamo personcine educate. Eh. Tubo

Tipi umani da giornalista scientifica / 5: lo Scienziato Che Vuole Rileggere & brother

Lo Scienziato Che Vuole Rileggere (SCVR) (si intende l’intervista o l’articolo coi suoi virgolettati) ha un fratello radiofonico che si chiama Scienziato Che Vuole Sapere Le Domande Prima (SCVSLDP). Di cognome fanno Scienziati Che Non Si Fidano (SCNSF) e spesso non riesci nemmeno a pensare che abbiano tutti i torti. Molto spesso sono scienziati scrupolosi, sensati, generosamente disponibili, e spesso, scientificamente parlando, sono i migliori sulla piazza.
Ma se fai il giornalista scientifico possono configurarsi entrambi come una Iattura Cosmica e spesso finisci per non chiamarli più. Che peccato.

Il primo, lo SCVR, è perniciosissimo. In genere è quello con cui fai una bellissima e lunghissima (lunghissima) chiacchierata telefonica. Ti fa capire un sacco di cose e quasi ti rammarichi di poterne scrivere solo il 10%. Vorresti essere il suo ghost, in certi momenti della telefonata (lunghissima). Anche quando la telefonata (lunghissima) si fa decisamente troppo lunga (lunghissima), stai lì a prendere appunti e ti rallegri come uno scolaretto tutte le volte che ti dice esatto, hai capito, bella domanda, proprio così
Il telefono bolle, hai l’orecchio viola, e tu resisti pensando: fatta questa, chiudo, trascrivo due cose, scrivo e mando in redazione, e sarà un bellissimo pezzo.
Ma ti sbagli di brutto, sai?
Un po’ per riconoscenza un po’ convinto della grande fiducia reciproca, accetti di mandargli l’intervista. Per i successivi due giorni non riceverai segni di vita. Poi arriverà una mail intrisa di profonda delusione, con correzioni infinite (grazie, eh, ma non te l’avevo detto, SCVR, che dovevo scrivere 4000 battute spazi inclusi?!), critiche stilistiche discutibili (sostituirei quell’afferma con asserisce. … e scriverei… segue frase sgrammaticata in stile verbale dei carabinieri), e se va proprio male minacce in tipico stile SCVR, tra cui quella di non farti pubblicare il pezzo.
E allora hai voglia a dirgli che il pezzo lo firmi tu, che sarà il caporedattore a decidere se pubblicarlo o meno, che lui ha accettato l’intervista e che non hai scritto niente di diverso da quello che vi siete detti, che insomma tu fai il giornalista e non ci si può aspettare che non faccia certe domande su chi ci ha messo i soldi o su dove vanno a finire i rifiuti o su quello scandaletto di qualche anno fa. Hai voglia a rassicurarlo e ad assecondarlo fino alla nausea.
Sembra quasi che stia per piangere. Ma, accidenti, se avesse incontrato un altro giornalista, uno che è capitato a scrivere di scienza per caso, uno dei tanti che conosci con un tempo di concentrazione inferiore al nanosecondo, uno di quelli che non usano congiuntivi e condizionali, un giornalista non scientifico, insomma, che cosa avrebbe fatto?
In fondo, il SCVR fa tenerezza: non è abituato a stare al mondo, ha visto solo microscopi e camici bianchi. E soprattutto non ha capito che quando esce dal suo laboratorio è un lettore di giornali anche lui e ha bisogno di articoli scritti come li scrivi tu. Non come li scriverebbe (condizionale) lui.

Lo SCVSLDP è un po’ palloso. In genere, solo un po’. Gli mandi due righe via mail, che poi servono anche a te, e chiuso lì. Ma a volte (in fase di Iattura Cosmica) di righe ne vuole diciotto. Poi risponde, censura una domanda (il più bello è di oggi: la 6 è una domanda inutilmente polemica, come se io di mestiere facessi il maggiordomo), suggerisce temi tra i meno radiofonici dell’universo, invia meghi su meghi di materiale da leggere (e poi ti interroga al telefono per vedere se hai capito). E tutto con cinque giorni di anticipo sull’intervista, quando tu hai (cinque per due uguale) dieci altre interviste da disegnare. Interviste che lui ascolterà beato senza immaginare che tu le hai imbastite in mezz’ora netta, comprese le telefonate all’ufficio stampa.

Che palle. E accidenti. I fratelli SCNSF difficilmente li chiamerai di nuovo per intervistarli. Tu ci avrai perso due referenti importanti per quegli ambiti di ricerca (ma ci avrai guadagnato diverse ore di vita). Loro avranno perso l’occasione di raccontare i propri studi. E soprattutto avranno perso l’occasione di riflettere sul semplice fatto che ognuno fa il suo mestiere.
Insieme avrete fatto, quasi certamente, un lavoro mediocre e sofferto. A lui resterà la granitica certezza che coi giornalisti non ci si debba parlare. E a te la sensazione di aver parlato con un tizio un po’ ottuso, prepotente e tendenzialmente ignorantello.
La sensazione, eh. Solo la sensazione.
Poi passa la sensazione e rimane un certo avvilimento. E c’è sempre un bravo collega che ti dà una pacca sulla spalla e ti dice coraggio, in Italia gli scienziati non hanno proprio un’idea di come si comunichi e perché… E fanno tutti, o quasi, così.
(Non è vero, non è vero. Questa è una categoria perniciosissima ma non tanto diffusa, lo giuro. Gli scienziati italiani stanno migliorando, ecco. Vanno solo un po’ incoraggiati, vero?).

Tipi umani da giornalista scientifica / 4: l’Ufficio Stampa Indolente

Cioè. Parliamone. Il tuo mestiere è vendere scienziati, sei il piazzista della ricerca, lo scienziatovendolo per definizione: venghino siori venghino e questa roba qui. E allora perché me la meni tanto per darmi il numero di un avanzo di corridoio qualsiasi? O anche di qualcuno di cui ho già io stessa individuato il nome e che dovrebbe parlare, per cinque minuti cinque, di una roba che ha firmato lui in persona su una rivista scientifica di quelle che mai cambierà la storia dell’umanità?
Conosco addetti stampa che ti rifilano la loro mercanzia anche durante le cene di compleanno, gente che ti telefona a ferragosto, che sfodera di continuo le meraviglie dell’istituto per cui lavora, che ha imparato così bene gli argomenti delle ricerche dei suoi scienziati che potrebbe prendersi una laurea in quattro balletti. E invece tu, USI, ti fai pregare.
Avere a che fare con te è come parlare con quei commercianti romani che sembrano volerti scoraggiare da ogni acquisto: signò, lo dico contro il mio interesse: je conviene lassà perde… ma lo vole der quindici o der dodici? perché nun è mica la stessa cosa… l’ho finito, mi sa che in magazzino nun cellò, e comunque è fuori produzione…
Come il ferramenta di Neri Marcoré.
Ma cavolo: voglio solo uno scienziato e tu lì ne hai a pacchi. Ma che ne so se è del quindici o del dodici, se in magazzino li hai finiti, se sono fuori produzione?! Rifilamene uno e fammi credere che sia il migliore in circolazione: signò, nun serve che telefona a un altro istituto di ricerca: questo è il migliore in commercio. Tanto io me la bevo, quasi sempre me la bevo.

Di un ufficio stampa, quelli come me vogliono e cercano la fiducia. Se so che fai bene il tuo lavoro, che non mi lasci appesa a una mail a cui non risponderai mai e che mi dai davvero scienziati competenti, quelli migliori del tuo catalogo, finirà che ti chiamerò tutte le volte che mi verrà un dubbio. Diventeremo amici e tutti e due ne avremo grandi vantaggi. E non solo io e te. Se diventerai il mio pusher, e lo farai con un po’ di attenzione, anche loro, gli scienziati, cominceranno a capire come e perché il meccanismo virtuoso del mercato dell’informazione scientifica sia una cosina delicata e indispensabile a tutti. A tutti, anche a lettori e ascoltatori, e questo dovrebbe far sentire a noi tre (scienziato, addetto stampa e me) un certa, ecco, responsabilità.

Invece sto aspettando da una settimana la risposta a due mail inviate a due grossi enti pubblici, che avrebbero dovuto passarmi un esperto con cui non avrò mai il piacere di discutere. Pazienza, cercherò altrove. Per non parlare di quelli che al telefono mi hanno dirottato per noia, dicendomi che, francamente, non avrebbero saputo aiutarmi. Ma come? E soprattutto: aiutare me?! C’è anche chi dice di no, che non mi venderà niente, perché la procedura prevedeva passaggi che ho eluso (ma la devo sapere, io, la procedura?) e quindi no, basta. Così imparo. Come quello che per fare dispetto alla moglie si taglia i testicoli. E c’è chi scambia la frettolosità per efficienza e ti rifila il primo che gli passa sotto mano, senza ascoltare me e forse nemmeno lui. Oplà, presentatevi, fate ‘st’intervista e ciao.

Sei un tipo bislacco, USI: vai contro a tutte le regole del mercato e della logica. Ed è un mistero, per me, come tu possa resistere nella tua posizione. A volte penso che sei una speranza per tutti. Nei momenti di sconforto penso invece che dovrei aggiornare il curriculum e mandarlo al tuo capo: hai visto mai che un giorno si svegli anche lui.

Tipi umani da giornalista scientifica / 3: la Scienziata Meticolosa e il suo capo

Appena la senti decidi che è lei: spigliata, interessante, attenta, brava a spiegarsi e brava a capirti. Ma che meraviglia. Simpatica, proprio simpatica. Ed è subito effetto Holden: vorresti che fosse tua amica per la pelle per poterla chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. E farle domande o chiederle consigli. Andare a mangiare una pizza insieme, conoscere la sua vita. Ma soprattutto, tanto per cominciare, intervistarla.

Senti, allora tutto questo lo posso virgolettare? Oppure: ti va di raccontarcelo di nuovo, in trasmissione?
Risposta: eh… beh… devo sentire il mio capo. Sai è lui che mi ha permesso di fare questo lavoro poi credo che ci tenga a presentarlo e in generale a essere quello del gruppo che compare quando ci sono occasioni di questotipoepoinonsonosicuradipoterneparlare… Respira, ti prego, Scienziata Meticolosa.
Segue tentativo disperato di convincerla a fregarsene del capo.
Segue rassegnata telefonata al capo.

Chiaro che era meglio lei, chiaro. Solo che nella metà dei casi, alla fine, mi tocca davvero accontentarmi del capo. Che gli farei un bel buco nella gomma, al capo.
Mentre la SM torna a perdersi nel suo laboratorio pensando di non avere niente di interessante da dirmi. E io rimango lì, delusa, a chiedermi che razza di trauma infantile possa aver conciato così la mia ex migliore amica.

Appello alla SM: respira forte, concentrati, visualizza l’azzurro. Tu sei brava, tu sei capace, tu vali più di quel tronfio barone del tuo capo. Ed è anche un po’ un tuo compito quello di raccontare in giro che cosa fai in laboratorio coi soldi delle nostre tasse. Lo è adesso che sei (o ti dicono) giovane, e lo sarà sempre di più, quando farai carriera, se te la faranno fare. Il tuo capo dovrebbe essere orgoglioso di te, di come sei brava a lavorare e poi a spiegare quel che fai, non invidioso né iperprotettivo, e potresti anche cominciare a farglielo capire. Mi spieghi come mai i tuoi coetanei maschi non mi hanno mai fatto un numero così? E perché dovremmo trovarlo normale?
Forza: prima il braccio destro, poi il sinistro. Batti bene i piedi e comincia a nuotare. Da sola, ecchecc…

Tipi umani da giornalista scientifica / 2: lo Scienziato Provolone

Il più simpatico fu lungo il corridoio, in albergo, tornando in stanza dopo cena:
Scienziato: Qual è la tua stanza?
Io: La sette.
Sc: Peccato, speravo che fosse la otto.
Io: Perché?
Sc: Perché è la mia. (esitazione, silenzio, lo sguardo si abbassa e la mano si avvicina frettolosa alla maniglia) Buonanotte.
Slam.
E io che rimango con le chiavi in mano, ritta e zitta davanti alla porta della sette, senza essere perfettamente certa di aver capito.
Il meno simpatico fu il classico zompo del giaguaro, in macchina. Poteva averne diciotto, di lauree, master e PhD: era il classico zompo del giaguaro. Molesto, anche perché faceva seguito a una dotta discussione in inglese su un qualche problema della scienza moderna. Ero già stremata.
Nel mezzo, tutta la gamma dei comportamenti da maschio provolone che una brillante carriera scientifica non modifica sostanzialmente da quelli normali della categoria, quelli che la biologia affida all’altra metà del cielo. Tra nature e nurtrure, insomma, vince nature e il fatto che siano scienziati non li protegge dalla stupidità.

Tipo: Ma a te che stanza hanno dato? Perché la mia è grandissima, una specie di suite, ci sono addirittura due letti, uno è su un soppalco carinissimo, e dalla finestra si vede un bellissimo panorama e… vuoi vederla?
Poverino, eh. Chissà come sarebbe rimasto sapendo che intanto stavo ricevendo il seguente sms: Dai, adesso che tutti quei noiosi sono andati a dormire andiamocene a bere qualcosa io e te: è stata una serata sorprendente e sarebbe un peccato salutarsi così!
Sorprendente?! Un peccato?! In che senso? E intanto me lo immaginavo lì, col mio biglietto da visita in mano, appoggiato allo stipite della porta (ancora chiusa) di camera sua, a digitare freneticamente il messaggio quattro secondi esatti dopo che ero scesa dall’ascensore in compagnia dell’altro tremolante SP, quello del soppalco carinissimo.
Età? Il primo non arrivava ai trenta, il secondo veleggiava verso i settanta.

Perché una giornalista scientifica è una che viaggia parecchio per conferenze, congressi, festival, eventi e cose così. Ed è abituata a farlo, come è abituata agli indispensabili momenti sociali che li accompagnano: cena carina in compagnia dei relatori, quattro passi all’aperto se il clima lo consente, e poi il fatidico momento del rientro in albergo. Proprio lì lo SP comincia a proiettarsi in una commedia alla Billy Cristal e dimentica mitocondri, neutrini, crisi energetiche e fossili di ammonite. Per ricordarsi di essere nato maschio.
Ma proprio lì la professionalità della brava giornalista scientifica svela il suo lato più creativo, che stranamente non viene inserito mai nel curriculum: il piantala bimbo per cui non basta essere nata femmina. Ci vuole anche un po’ di know-how. Con lo SP bisogna lavorarci, è bene tenerselo amico, ed è disperatamente necessario che prima o poi ricominci a parlare di mitocondri, neutrini, crisi energetiche, fossili di ammonite. E infatti, a volte, cacciato via Billy Cristal a pedate, dello SP si può anche diventare amiche e riderci su. In genere, lo SP è innocuo. Persino simpatico. Spesso è solo un po’ ridicolo. E poi tanto lo sai che dodici ore più tardi rientrerà in carreggiata e tornerà a essere lo scienziato composto di sempre.

Poi ci sono gli approcci del giorno dopo, tipicamente via mail. Quelli con regalino. Quelli con invito. Quelli con proposta di lavoro (laddove lo SP tenta in tutti i modi di passare per scienziato volenteroso).
Cose che non sono mai successe: che a provarci fosse un collega, che a provarci fosse una donna, che a provarci fossi io (che sono una donna, occhei: intendo dire che con me nessuna scienziata ci ha mai provato, né io ci ho mai provato con nessuno). Una precisazione: non è che i colleghi non ci provino mai, sono uomini anche loro. Però non hanno la frenesia della serata evento con gran finale.

E allora forse ho una spiegazione.
Tempo fa ho conosciuto uno scienziato della mia età che era arrivato tardi a fare scienza, per cui stava finendo il PhD a più di trent’anni. E siccome era in Inghilterra, i suoi compagni di corso erano ragazzi di quasi dieci anni più giovani di lui. Ventenni, inglesi: presente? Mi diceva che questi erano noiosetti durante la settimana: precisi, ossessivi, studiosi e ambiziosi. Ma durante il weekend, liberi tutti, e tutti ubriachi fradici fino al lunedi mattina. E poi, mi spiegava, vanno ai congressi come alle gite di classe. Solo che essendo ormai ventenni, il momento liberatorio della gita di classe lo intepretano soprattutto come sesso e sesso, con chi si trova, con chi ne ha voglia, con chi può. Per cui, imbarazzato, mi spiegava: ai congressi i miei compagni di dottorato scopano come ricci, come se di norma, a casa, non lo facessero mai, e cercano di accoppiarsi in tutti i modi, si fidanzano, si sfidanzano, oppure si incontrano tra una sessione e un poster e... Insomma: lui sarà anche stato un po’ bigotto (però non è uno SP, lo certifico io), ma un’idea me l’ha data. Forse lo SP è semplicemente uno che vede la serata evento come una gita di classe, perché di norma non fa una vita tanto eccitante. E allora quella serata prova a godersela tutta, anche a costo di vergognarsene al mattino dopo. Beh, mi dispiace per lui, ma per me l’evento è semplicemente una roba di lavoro. Mentre la mia vita è divertente e stimolante e mi aspetta, come sempre, dalle parti di casa mia.