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Chi accusa chi di cosa? Una risposta ai tanti “il giornalismo scientifico in Italia non va”

Da un po’ di tempo in qua c’è la tendenza, diffusa soprattutto tra i giovani laureati in discipline scientifiche, a montare su uno sgabellino, alzare il ditino e dire che “non va!”. Il giornalismo scientifico, “non va!”. O la divulgazione scientifica. “Non va!”. O tutti e due: “non vanno!”. O l’uno, l’altra, insieme, mescolate e confuse, che poi, insomma… che differenza c’è?
La differenza, invece, c’è eccome. E chi il mestiere lo fa davvero la sente, ne discute, ci ragiona. C’è persino gente che ci ha scritto dei libri. Sgabellino e ditino o meno, c’è gente che sente le argomentazioni dei giovani laureati in discipline scientifiche di cui sopra e comincia a sospirare da lì.

In sintesi.
Per me, per esempio, la “divulgazione scientifica” è l’attività di chi, con una propensione esclusivamente didattica, parla di una scienza senza tempo e in maniera positiva. “Divulgazione” contiene la parola “volgo” e solo per questo fa pensare a qualcuno che ha deciso di elevarlo, questo volgo, spiegandogli “cose di scienza” tipo come è fatto il Sistema solare, che cos’è un echinoderma o perché i vulcani eruttano. Va benissimo, ma non è il mio mestiere, quasi mai. È un’attività diversa. In alcune declinazioni classiche è una cosa un po’ fané spesso intrapresa da anziani professori che decidono di rivolgersi a un pubblico tendenzialmente acritico e predisposto alla meraviglia. Ma oggi è tante altre cose e per esempio tanta editoria e tanti eventi dal vivo hanno quell’impronta lì (e anche un articolo sul giornale può essere divulgativo). Ottimo, bellissimo: una cosa a sé.
Il “giornalismo scientifico” è giornalismo. Quindi richiede di cercare le notizie partendo dalle fonti, di verificarle (cioè di metterle sempre in discussione!), di creare contesti (e quindi di conoscerli!), di facilitare il dialogo pubblico tra chi fa scienza e chi no. O per lo meno: non quel tipo preciso di scienza. E il pubblico non viene mai considerato prono e ben disposto. Il pubblico è anche depositario di una propria cultura, a volte ingenua (vale anche per il fisico quando si tratta di parlare di genetica o per il genetista quando si parla di Big Bang). Ma sicuramente da rispettare. Quindi da non “elevare” proprio a niente. Ed è soprattutto un pubblico che compra il giornale (o accende la radio o la tv) ma se si annoia gira pagina e se ne va.

Proprio perché il giornalismo scientifico è giornalismo, lo si fa seguendo i canoni e le regole del giornalismo. C’è poco da fare la rivoluzione. Se ogni giorno volete comprare il giornale con le ultime notizie (per quanto sia possibile su carta), dovete sapere che il giorno prima c’è una redazione che si riunisce più volte e che fino all’ultimo compone un giornale in cui si devono decidere le priorità con tempi rapidi. E alle cinque o alle sette del pomeriggio (a volte anche più tardi) una come me può ricevere una telefonata in cui le si chiede di scrivere una volta di fisica particellare e una volta di biologia molecolare.

No: un giornale non può avere un collaboratore esperto di fisica particellare e uno di biologia molecolare, e anzi preferisce qualcuno di abbastanza generalista come me. Semplicemente perché i due qui sopra scriverebbero tre articoli all’anno e non sopravvivrebbero. Non sarebbero giornalisti, e quindi probabilmente non saprebbero trovare la news il giorno prima, proporla nel modo giusto, cercare e acciuffare un esperto proprio di quella roba lì alla velocità della luce, intervistarlo nel modo giusto e poi scrivere un articolo in un’ora.

Sì, un’ora. Ovvio che con questi tempi possano scappare errori. Ma vi dico: l’unica volta che ho scritto una cazzata dal primo gennaio a oggi (grazie al cielo sono nata ossessiva e le cose le controllo duemilasettecentododici volte) è stato perché lo scienziato con cui parlavo si è confuso. La stupidaggine me l’ha detta lui. La responsabilità è comunque mia, perché la firma del pezzo è mia e sono io che non ho controllato (e invece bisogna mettere sempre in discussione tutto, anche il verbo dello scienziato di turno). Evidentemente, nemmeno gli scienziati sono immuni da errori.
Ovvio che a un giornalista che ha meno competenze scientifiche di me gli errori scappino più spesso. E qui nessuno nega che ci sia un problema. Ma è un problema di cui ci sentiamo vittime, non responsabili. Anche per questo sentir dire che “il giornalismo scientifico non va” ci dispiace in maniera particolare.
Perché tante volte vediamo articoli su cose di scienza che magari finiscono anche in prima pagina, o in terza, ma che sono stati scritti dai colleghi della cronaca o della politica: trattandosi magari di leggi o di referendum o di questioni giudiziarie, si preferisce far scrivere questi. E noi stiamo lì a guardare e a chiederci se e come avremmo potuto cavarcela. Ma vi assicuro che non è un problema italiano: un paio di settimane fa a un congresso di giornalisti medici a Coventry sono intervenuta per spiegare ai colleghi questa mia impressione e tutti, a partire dagli inglesi, hanno confermato che succede anche a loro. E forse non è nemmeno un problema. È semplicemente così.
Sicuramente vale lo stesso per altri settori specifici del giornalismo e le altre prime pagine dei quotidiani, di cui non sappiamo o non ci rendiamo conto: quando siamo lettori semplici e non competenti siamo sempre molto meno severi… Forse non ha proprio senso esserlo. Un collega anziano un giorno mi disse: “se lo scienziato vuole le ultime ricerche descritte precise precise, va su Nature non legge un quotidiano” (mentre quando legge di esteri o di economia si accontenta…).
Ah, è vero. Non ci sono (o sono pochissime) le redazioni scientifiche nei giornali, ormai. Ci sono però i collaboratori. Grazie per la cortese attenzione.

A questo punto il giovane laureato in discipline scientifiche decide di concionare sulle trasmissioni televisive in stile Iene. Ma no: quelle non le consideriamo giornalismo scientifico né divulgazione. Né ci paragoniamo a chi propala bufale catodiche o ai siti internet che diffondo terapie al limone. Esattamente come non vi si paragonano i colleghi giornalisti economici, o politici o quel che vi pare (anche loro sono vittime delle bufale, sì: vedete un po’ cosa gira sull’immigrazione, sull’euro e sui numeri delle elezioni). Cioè: ok, fanno schifo. Ma noi che cosa c’entriamo? Anzi: noi ci battiamo come leoni, e per senso di responsabilità, ma queste trasmissioni esistono a prescindere da tutto il giornalismo scientifico di questa terra ed esistono ovunque. E sapete perché? Perché la gente le guarda. Come la gente vota partiti che non ci piacciono. È la democrazia, babe, il libero mercato, e tutte queste cose qui che esistono perché l’umanità non ne ha ancora trovate di migliori.
E poi che la tv pubblica non proponga un’informazione scientifica di qualità lo riconosciamo anche noi. Saremmo anche pronti a metterci una pezza, ma semplicemente non siamo noi che la dirigenza delle tv cerca. Forse è anche giusto così, non lo so: forse a fare tv è bene che ci vada chi sa fare tv. Che poi significa (anche) fare ascolti e non gravare sulle casse pubbliche (una trasmissione televisiva costa e per rientrare nelle spese ci vuole pubblicità). Forse noi in tv non funzioneremmo: è molto plausibile. Ma che cosa faccio: mi incateno al cavallo della Rai?

Infine: l’annosa questione della laurea. Una laurea, lo dimostrano sgabellino e ditino, non è un vaccino contro la faciloneria. I miei maestri non erano nemmeno laureati: non lo era Romeo Bassoli, anche perché ai tempi in cui cominciò a lavorare lui a vent’anni si entrava nelle redazioni. Non lo sono tanti altri, bravissimi, più grandi di me. Ma se proprio volete titoli e gagliardetti, sappiate che molti di noi giovani del mestiere (giovani, si fa per dire) hanno lauree scientifiche e titoli post – laurea. E vengono da master in comunicazione della scienza che difendiamo con le unghie e coi denti, nonostante la gravissima flessione del mercato, perché servono anche a mostrare che un giornalismo scientifico di qualità è una cosa che si studia, si discute e si impara. E non si improvvisa. Come non si dovrebbe improvvisare niente. Tantomeno un atto di accusa generalizzato verso una categoria di professionisti che cerca di fare il proprio lavoro meglio che si può, nonostante i mesi passati a inseguire creditori, le richieste di lavoro non pagato, le denigrazioni, lo scarso riconoscimento e tutte le difficoltà che una (qualsiasi) libera professione propone nel 2014.

 

Addendum: in tutto questo, devo dire che trovo molto belle le possibilità di discussione e confronto che la rete e i social network ci offrono. Si comincia col bisticciare, si finisce per crescere tutti. Scienziati e giornalisti, come succede in questo post in cui la critica al cattivo giornalismo cominciava proprio da un articolo mio. Ma vale solo per gli scienziati e giornalisti che hanno l’umiltà e il senso di reponsabilità per esporsi in una discussione pubblica. A questo proposito ripropongo qui un vecchio schemino che riassume efficacemente la questione.

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Venti piccoli indiani e dieci anni di statistiche sulla ricerca italiana

Sui banchi della prima liceo eravamo trenta. In quinta, venti.
(Sì, era una scuola selettiva: sezione A, tedesco. Capite).
Dicevo: eravamo venti selezionati studenti di un liceo scientifico di una città universitaria del centro Italia con novantamila abitanti e tre prestigiose università, più centri di ricerca, istituti, roba grossa.
Oggi, di noi venti e probabilmente anche di noi trenta, solo una lavora in un’università pubblica come ricercatrice. Con un contratto a termine.
Ce ne sarebbe stata un’altra, ma un anno fa ha perso l’ultimo concorso ed esaurito l’ultima borsa di studio, così ha lasciato il suo dipartimento e, non senza soffrire, ha cambiato lavoro. Ce n’è poi uno che lavora in un’associazione no-profit di ricerca, in un’altra città, ma è un’altra cosa.
Certo: non eravamo una classe di geni (quelli erano nella classe di sotto), nonostante i nostri tre sessantisti* e nonostante la maggioranza di noi, con la commissione esterna, abbia lasciato il liceo con un voto tra 50 e 60.
E certo, questa non è una statistica. È una cena di classe diciannove anni dopo la maturità.
Però.

Ero lì che pensavo alla cena di classe, e (gulp!) ai diciannove anni, quando ho letto che la ricerca italiana non è poi così male. Accidenti, dai.
Allora, tutta allegra, ho chiesto alla mia unica ex compagna di classe ancora all’università se avesse visto la notizia: insomma, eh, una bella notizia.
La sua risposta, icastica: sì l’avevo vista ma in realtà io non sono affetta dalla sindrome di Scopus, e dell’H index me ne frega il giusto visto che sono in un vicolo cieco e non mi serve a un fico secco.
Ha un contratto a termine, dicevo. E il termine è molto vicino.
La mia amica ha continuato: e poi vedo due grossi bias nella lettura di quella statistica.
Il primo è che a occhio non considera i non-strutturati come me, che pubblicano valanghe di articoli ma che per questi indicatori sono invisibili.
Un esempio veloce? Nel 2011 ho spopolato con gli articoli e in tanti ho messo almeno uno strutturato (questa non l’ho capita, ndr): se ce ne sono, metti, altri 3 come me, e ci sono, lo strutturato di riferimento risulta aver pubblicato 4x una paccata di articoli. E quindi poi io, Silvia, che non sono tanto pratica della cosa, leggo la statistica di Nature e trovo che i nostri ricercatori sono pochi ma molto efficienti.
Ah: lei dice non-strutturati, perché nel suo ambito disciplinare si dice così: del resto, qui i dati mettono insieme ambiti disciplinari diversi, quindi anche lessici, numeri e consuetudini diverse, ma credo che ci possiamo capire.
Non solo, prosegue. È sempre questione di denominatori. L’investimento è basso per forza perché (anche ammettendo che strutture, attrezzature e laboratori siano uguali tra l’Italia e gli altri paesi europei, poniamo) qui invece di ricercatori contrattualizzati a tempo determinato abbiamo un esercito di borsisti, assegnisti, cococo che non hanno quasi contributi previdenziali, tfr, tredicesima… e quindi costano molto meno. Cioè: un ricercatore td costa circa 50k euro/ anno: una come me e i miei tanti colleghi tra i 21 e i 30-35k (di più non l’ho proprio mai sentito).
Quindi abbassiamo il parametro spesa (al denominatore quando si dice che facciamo buona ricerca per quel poco che spendiamo) semplicemente abbassando, nei fatti, il numero di quelli che consideriamo ricercatori: non è un artificio retorico, perchè li paghiamo di meno.
Il secondo bias (con cautela, eh…) è più difficile. Sono i malcostumi italiani: l’articolo di gruppo, con tanti autori che si scambiano i favori e le firme, e soprattutto l’autocitazione, la citazione degli amici e degli amici degli amici… Che fanno crescere le citazioni per articolo, indipendentemente dal fatto che l’articolo sia buono o meno. Sono abitudini che stanno andando a sparire, come no: mi dice lei con poca convinzione.
Comunque, conclude scoraggiata, non sono un’esperta, quindi queste cose prendile un po’ così. Se avessi un altro compagno del liceo oggi all’università, potrei chiedere a un’altra campana, e invece non ce l’ho.

Poi ho letto che in effetti l’interpretazione di quella brevissima su Nature, e della sua fonte originale, è un po’ più complessa, anche se sì: i nostri scienziati producono ricerca di buona qualità con poche risorse. Ora, soprattutto, le poche risorse mi sembrano una pessima notizia. E che i nostri riescano a farli valere (indipendentemente dall’ambito disciplinare?) mi sembra una cosa di cui andare orgogliosi, certo. Ma è un po’ come quando mi dicono che noi possiamo fare tutto con poco tanto gli italiani hanno l’arte di arrangiarsi e io, tra me e me, penso: arte una sega.
Infine, ho letto che la ricerca italiana ha il solito problema: i ricercatori sarebbero anche bravi ma quell’italica arte di arrangiarsi la portano quasi sempre all’estero. Ed eccoci a preoccuparci di nuovo di che fine farà la ricerca italiana.

E infatti, mi sembrava. Sono dieci anni che faccio questo lavoro: ogni anno arrivano statistiche su come vanno la ricerca e l’università italiana e mi pare che portino sempre più o meno cattive notizie. Sono anche dieci anni che vedo i miei compagni del liceo cambiare lavoro e gli amici allontanarsi dalla ricerca e dall’università italiana, che non faranno statistica ma fanno impressione.
Dopo dieci anni così, ha senso salutare con entusiasmo una statistica che sembra fatta per dire: persino l’Italia, fatti tutti i calcoli così e cosà, aggregando tutto e poi normalizzando per questo e per quello, diviso per meno meno, persino l’Italia batte XXX? E salutarla dicendo che, fatti tutti i calcoli così e cosà, aggregando tutto e poi normalizzando per questo e per quello, diviso per meno meno, l’Italia addirittura batte XXX? Ha senso davvero se tutti gli indicatori in dieci anni di statistiche, comunque calcolati, con poche variazioni tra l’una e l’altra, non portano buone notizie da un po’, volerne vedere a tutti i costi una ottima in un rapporto scritto da altri con altre intenzioni? Anche perché ci sono le peculiarità italiane, dicevamo.
O il mio dubbio è il solito disfattismo da menagrami, per giunta nel giorno più triste dell’anno?
Non so.
La mia amica ha il contratto ancora per qualche mese. Poi boh. Dovrò spicciarmi a chiederglielo perché lei è l’ultima piccola indiana. Potrebbe succedere che alla prossima statistica interpretata da tutti, lì per lì, con un inusitato ottimismo, anche lei avrà cambiato lavoro.

(Lo so, non c’entra niente, ma tutto questo mi ricorda il peggior nuotatore del mondo (anche qui), quello che, per i mezzi che aveva e per il contesto in cui viveva, era da Olimpiadi. Però faceva i 50 metri in 1′ 57″ che più o meno è quanto ci metterei io domani se avessi voglia di cercare una piscina vicina a casa.
Adesso lui è addirittura l’allenatore della nazionale di nuoto della Guinea equatoriale. È di sicuro un bel risultato, anche se la nazionale di nuoto della Guinea equatoriale non ha partecipato alle ultime Olimpiadi. Un bel risultato, anche se dipende dal fatto che in Guinea equatoriale il nuoto non lo pratica nessuno.
Lo so. Il paragone non tiene: nella nostra ricerca i sistemi di valutazione non funzionano con la precisione dei cronometri. Ma comunque qui da noi vengono accolti sempre con un po’ di irritazione, sempre. Chissà perché.
E poi, vabbè, qui i ricercatori capaci ci sono davvero e non mancano, come i nuotatori in Guinea equatoriale: semmai sono come bravi nuotatori che non hanno le piscine, tipo la mia amica del liceo. Ma se non hai la piscina, per quanto tu sia bravo, come ti alleni?).

 

* era il 1995: i voti erano in sessantesimi, non in centesimi.

Per fare tutto, ci vuole un neurone. Tra Sergio Endrigo e Jim Watson, domani in Tv

Non c’è pace quaggiù:


Dice: Può capitare di pensare che la doppia elica del Dna sia stata pubblicata nel 1974 invece che nel 1953. Può capitare.
Va bene: sono ventuno anni di differenza e in ventun’anni la biologia ha fatto un sacco di altre cose. E quei due il Nobel lo hanno preso nel 1962, quindi che quella fosse una scoperta grossa lo si era realizzato da un po’, nel 1974. Ma può capitare. (E comunque Crick era inglese, non americano).
E poniamo che nemmeno su Wikipedia ci sia qualcosa sul tema.

Però allora uno dice: Endrigo cantava nel 1973, mentre la doppia elica (vedi al punto 1) è stata scoperta (ma scoperta o pubblicata?) nel 1974 (dicevamo che può capitare). Allora Endrigo ha potuto cantare che per fare un fiore basta il seme perché non erano arrivati gli aridi manichini del sapere a rovinare la poesia del seme. Il che significa, penso io, che si sta sostenendo che dopo Watson e Crick le cose siano cambiate tra semi e fiori.
Ma che cosa c’entra la struttura della doppia elica con la brevettazione delle specie vegetali?

Poco, o niente: un pomeriggio su Facebook e arrivano un sacco di amici a spiegarti che ci sono posti dove si brevetta la specie di pianta indipendentemente dal Dna, che le brevettazioni e le registrazioni delle piante (che poi la questione legale è complicatissima, ma insomma) avvengono dagli anni Trenta, e che Endrigo è del ’33. Che (questo lo copincollo): “brevetti (o registri) un genotipo cioè una nuova combinazione di geni che dà origine a un fenotipo che sia Distinguibile dagli altri, Uniforme e Stabile (acronimo DUS)”. Stop.
Puoi anche dire: eh, vabbè, ma senza gli studi degli anni cinquanta (ci siamo confusi, ma tenete duro) non si sarebbe arrivati all’ingegneria genetica di oggi. Ed è vero. Ma allora perché non prendersela con l’inventore del microscopio o con qualche altro perfido scienziato alle prese con la manipolazione della natura ma anche, per dire, con Lavoisier e Avogadro? Perché poi questa roba si accumula, eh, e nel tempo si scoprono sempre cose nuove e pe-ri-co-lo-si-ssi-me.

Comunque, poniamo che tutto il problema della proprietà delle specie viventi sia cominciato da Watson e Crick: Endrigo, dopo di loro, e oggi, dovrebbe cantare che per fare un seme ci vuole un brevetto. E siccome il brevetto è male*, Watson e Crick hanno inaugurato una china pericolosa.
Ora, a me Watson sta anche antipatico, e poi c’è tutta la storia della Franklin che non mi va giù, ma qui mi fermo. Che cosa stiamo cercando di sostenere? Oh, niente di esplicito. Tra le righe, sembra però di capire che gli scienziati hanno permesso lo sviluppo di un sistema di mercato malvagio.

Dice: Vabbè, su, ma continua a leggere. Negli anni settanta… settemila, l’un per cento, settantasei, cinquantatré…
Anche qui, mi aiutano i blog e mi aiuta Facebook: “Il post di Report è una serie di non sequitur. Prima c’erano tante ditte sementiere, oggi molte meno. So what? Prima c’erano tanti produttori di motori, oggi molti meno. I brevetti non c’entrano un fico, c’entrano la complessità le economie di scala, e via discorrendo”.
E poi, geniale: “La canzone di Sergio Endrigo era protetta dal diritto d’autore. Negli anni ’30 solo l’1% delle canzoni era protetto da diritti d’autore, oggi il 56% dei diritti d’autore sono in mano alle prime 3 Major, il 78% sono di proprietá dei primi dieci distributori e di queste il 54% vendono musica orrenda che inquina le nostre giovani generazioni”. Giusto. “E nel 1975 Modugno può cantare “piange il telefono” in italiano perché a Meucci non era ancora stato riconosciuto il brevetto dell’invenzione del telefono. Data la tua sagacia potrai obiettare: ma c’era il brevetto di Bell del 1876. Sì, però quello era su territorio USA e la SIP era ancora dello Stato Italiano, prima di essere svenduta agli amici degli amici”**.

Se tutto questo sia sostenibile o no, non lo so. Io ho sempre la bandierina della scienza in mano, e finisco anche per sentirmi un po’ ridicola.
Solo che qui è sbagliato persino il testo della canzone di Sergio Endrigo.
E (porcavacca mi cade tutto il sillogismo) anche l’anno! Lalbum Ci vuole un fiore è stato pubblicato nell’ottobre del 1974. Adesso come la mettiamo con Watson e Crick?

 

AGGIORNAMENTO: un giorno dopo la pubblicazione di questo e altri post e soprattutto dopo la pubblicazione su Facebook di quel testo con relativo thread di allegre bisbocce, la redazione di Report ha pubblicato quello che segue (e che non commenterò):

 

* È male, evidentemente, tranne che se lo si cerca di ottenere rubando dati e fotografie altrui.
** Sono battute, si capisce, vero?

(Grazie ad Andrea Cossu per le segnalazioni)

Dammi un microfono e un po’ di staminali: la mail di un collega su Stamina e la speranza

Un paio di giorni fa un amico, girando per radio locali durante un viaggio in macchina, sente una trasmissione sul caso Stamina. Stranito, mi chiama e mi fa ehi, ho sentito tutto un peana su Stamina, su quei cattivoni del ministero che vogliono bloccare la somministrazione delle terapie ai bambini malati e così via. Che dici: scriviamo alla redazione? È la radio a cui collabora un nostro comune amico, ed era proprio il giorno in cui anch’io, alla radio, avevo dovuto occupamri di Stamina. Ho l’indirizzo mail dell’amico e della redazione: prendo e gli scrivo.
È un amico (quello della radio, intendo): con parole che qui pubblicamente non posso scrivere, lo avverto che sulla vicenda c’è (quantomeno) da andare cauti.
Lui non c’entra, dice, o c’entra poco. Ma mi chiede se ci sia del materiale sul tema, da girare ai colleghi che probabilmente non sono tanto informati.
Materiale?! In rete si trovano articoli su articoli molto dettagliati, di tutti i gusti: da quelli a contenuto più scientifico a quelli più riflessivi, alle cronache, ai documenti ufficiali, più blog di grandi giornalisti scientifici, forum a cui partecipano grandi scienziati, podcast e così via. Da perdercisi. E non solo in italiano (1, 2, 3 qui ce n’è un pacco, 4, 5, 6, 7, 8 …). Ci sono tante analisi della vicenda, e un’estrema sintesi posso fartela anch’io, in due righe: trattasi di terapia senza basi scientifiche, che nessuno ha potuto analizzare per esplicita volontà di chi la vende, e che rischia di modificare le nostre regole sulle terapie avanzate, aprendo l’Italia a un commercio incontrollato in cui qualunque truffatore può arrivare a vendere robaccia. Trattasi anche di storia in cui a pagare per la presunta terapia si chiede che sia lo Stato. E questo, in tempi di crisi e di default dietro l’angolo, dovrebbe farci saltare tutti sulla sedia.

L’amico collega capisce, intuisce, ma non c’entra molto: intanto sollecita quelli della redazione giusta e la loro risposta (che qui riporto testualmente) è esemplare (il corsivo è mio):
Purtroppo su questo come su tanti altri temi si formano le fazioni (i pro e i contro) e questo fa perdere tempo:
noi non sappiamo chi ha ragione
ma loro (i malati) chiedono semplicemente la libertà di curarsi come vogliono.
Perché negare questa speranza di fronte a nessuna alternativa?”.
Eccoli. In due righe, hanno riassunto la confusione e la protervia di chi, oggi, pensa che occuparsi di temi di sanità pubblica sia come occuparsi di tanti altri temi, nei quali (purtroppo, ma purtroppo per chi?) ci si divide in due fazioni di pari dignità. E allora, siccome sono due fazioni di pari dignità tra cui il povero giornalista non sa capire chi abbia ragione (il congiuntivo è mio), si sceglie artatamente di confondere le acque parlando di sentimenti e di libertà.
Credo che per di più ci sia la buona fede, la sincera convinzione di fare del bene ai malati, sebbene sicuramente mescolata all’idea di trattare un tema che acchiappa e che fa contento il pubblico (idea su cui si fonda un bel po’ del giornalismo nostrano).
Ma credo anche che la buona fede non possa giustificare tanta superifcialità, che ai malati sicuramente non fa del bene e che comunque danneggia la nostra intera collettività.

Allora, di corsa, col telefonino, rispondo (solo al mio amico) così:
“Sarò una vecchia statalista, ma credo che non su ogni cosa esistano due posizioni contrapposte con pari dignità. E che, nel dubbio tra due fazioni, la cosa migliore da fare, soprattutto da professionisti dell’informazione, sia di chiedere pareri alle persone più competenti e disinteressate in materia.
Poi, proprio perché sono una vecchia statalista, penso che la libertà di curarsi non possa essere garantita a spese dello Stato: se credi che il tuo malessere autunnale sia curabile con il dente di pitone, prego, fa’ pure. Ma non pretendere che sia lo Stato a pagartelo. Tanto più che il nostro Ssn è sull’orlo del collasso, non ci sono soldi per i malati oncologici, per cui sono necessari criteri di spesa stringenti. Uno, il primo, dovrebbe essere “sapere che cosa si sta somministrando e perché”. Se questo ti pare cinico (perché dovrebbe? Ma vabbè) pensala così: daresti a tua figlia un intruglio che nessuna autorità pubblica abbia almeno analizzato? Le faresti fare da cavia? E lo daresti sulla base di quello che tu e tua moglie avete letto sul sito internet di uno che non ha manco una laurea in medicina, che è indagato da Guariniello per truffa, e che magari vi chiede 40k €? Forse sì, ma non vi sembrerebbe giusto che allora qualcuno vi aiutasse a capire se state davvero facendo la cosa migliore per lei?
Io, che un po’ di biologia la so, vi posso assicurare che questo commercio è pericoloso. E vi dico anche che inseguendo Stamina oggi, in questa maniera acritica, corriamo il rischio di cambiare le leggi di controllo sulle presunte terapie a base di staminali aprendo il mercato a truffatori dalla faccia presentabile e a chissà chi altro. Cerchiamo, noi che lavoriamo nell’informazione, di non renderci corresponsabili di questo pasticcio.
Ah: non mi paga Big Pharma. Non mi paga nessuno. Baci, Silvia”.
Secondo voi ha funzionato?

Il mio amico ha riletto questo post prima di pubblicarlo. Non è mia intenzione offendere nessuno, solo raccontare come funzionano queste cose viste dal di dentro. E viste con l’occhio di una che è costretta a pensarci parecchio, e talvolta a confrontarsi con colleghi molto lontani dalla cultura scientifica ma molto, troppo, vicini a un microfono.

La sinistra è diventata di destra: scienza, politica e bandiere

Non so bene che cosa significhi essere di sinistra. Ho qualche idea sempre meno solida col passare degli anni, e dei giorni. Ma credo di essermi sempre sentita abbastanza di sinistra anch’io. Intendo: sono cresciuta in un mondo in cui di sinistra significava onesto, critico nei confronti dello status quo, attento ai più deboli, impegnato, aperto alle novità e disposto al cambiamento. Come facevo a non esserlo?
Però oggi vedo gente orgogliosamente di sinistra adottare comportamenti irrazionali e portarseli addosso come una bandiera. E vado in crisi. Per la sinistra e per la bandiera.
Perché per me l’irrazionalità è di destra: è l’affidarsi a qualcuno che ti dice che cosa pensare, è seguire le mode, è fare di tutta l’erba un fascio. E le bandiere sono di destra.
La scienza, invece, mi è sempre parsa costitutivamente di sinistra, perché fondata sul dubbio, sulla logica ma anche sulla condivisione e sulla partecipazione. Ma i suoi risultati no: i suoi risultati sono scienza e basta. Il protone, il mitocondrio, la cometa: non sono né di destra né di sinistra. L’atomo, la parete batterica, il Watt nemmeno. Eppure…

È di sinistra spendere un sacco di soldi per non-medicine che curano non-malattie e poi magari usare parole beffarde e ingrate per gli antibiotici? È di sinistra usare la parola chimica come peggiorativo? E naturale come aggettivo dall’incontrovertibile valore positivo? Tipo: qui dentro non ci sono sostanze chimiche, è tutto naturale! Come fa a essere una frase di sinistra, questa? Questa me la aspetto da uno che vuole turlupinarmi e tenermi nella mia ignoranza, come se non fosse tutto chimica. E come se le cose naturali non potessero essere cattivissime per noi: l’amanita falloide, la tossina tetanica, la zanzara tigre, il virus dell’epatite, l’aflatossina…
Cioè: la zanzara tigre è più naturale dello spray antizanzara, anche se sulla confezione dello spray c’è scritto naturale mentre sulla zanzara non c’è scritto niente.
Ed è di sinistra andare sempre alla ricerca di un cattivo da rappresentare con quelle solite tre o quattro categorie che, passati i diciotto anni, mi sarebbero anche venute a noia? Le multinazionali, il potere, la politica… Con tutte le varianti rappresentate dalle frasi che cominciano con servi di o schiavi di (non ho mai capito quale delle due versioni sia la peggiore). È di sinistra pensare tutto come in un western con indiani e cowboy? Scienziati indipendenti verso scienziati ufficiali.
E poi c’è la questione ambientale. È di sinistra l’ambientalismo? Sempre? E che cosa è diventato l’ambientalismo? L’orto del nonno era di sinistra? E adesso che cos’è?
Perché il nucleare è di destra? Perché le rinnovabili sono di sinistra?
Perché l’unica cosa che riesce a essere bipartisan in questo paese è il no alla ricerca sugli Ogm in campo agroalimentare che, nonostante ordinanze europee e appelli di scienziati e giornalisti scientifici, riesce ad avere l’unanimità alla Camera?
Ma soprattutto: perché la complessità non è più di sinistra?

Guardate questo articolo: pubblicato da un giornale di sinistra (della sinistra di Veronesi e Petrini), dice che negli ultimi dieci anni non si è osservato il riscaldamento del pianeta in barba a tutti i modelli climatici ma che il problema ambientale esiste e la catastrofe è vicina (tema ambientalista e quindi di sinistra).
Ora, i modelli climatici non dicono proprio questo. E la ricerca citata nel pezzo nemmeno.
La cosa istruttiva è che, a seguire, Libero (giornale di destra) abbia ripreso la notizia e ne abbia dato una lettura di destra mettendole un titolo apodittico e scorretto (Il riscaldamento globale non c’è) e aggiungendo l’occhiello malizioso Ambientalisti smarriti.
E poi non poteva mancare il Foglio di Giuliano Ferrara, con un catenaccio da novanta: Dopo anni passati a spiegarci che il clima cambia e la temperatura aumenta per colpa nostra, ora gli allarmisti cambiano idea. Il bello è che nessuno ha cambiato idea (mentre gli ambientalisti qui sono diventati allarmisti): questa è una risposta politica di un giornale di destra a un’affermazione confusa e imprecisa fatta da un giornale di sinistra. La scienza non c’entra più**.

A me successe una cosa del genere tanti anni fa (il 13 dicembre 2006, per la precisione).
Ero a Radio3 scienza e il giorno dopo Franco Carlini al microfono avrebbe parlato di una buffa tesi riportata da un giornale americano, opinabile e comunque sessista, di quelle che noi del giro chiamiamo Pop-Ep, cioè evoluzionismo per tutti, evolutionary psychology in salsa Pop.
Così scrissi il seguente comunicato stampa, chiaramente (credevo) ironico, a uso dei tamburini dei giornali: Titolo Wilma, la clava!
Testo: Il segreto del nostro successo? La casalinga. Secondo due antropologi americani, sarebbe stata la divisione dei compiti tra maschi e femmine a permettere all’Homo sapiens di conquistare il mondo. Mentre il tradizionalista Neandertal si estingueva per non aver saputo riconoscere che l’uomo è cacciatore e la donna si deve occupare della casa e dei figli**.
Il giorno dopo, ecco Il giornale (di destra):

Leggete la didascalia (se cliccate sull’immagine si ingradisce): vi ricorda qualcosa? Sì, è il mio comunicato stampa. Per la prima volta (e non mi è successo poi tante altre da allora, anzi) un mio pezzo finiva in prima pagina, solo un po’ aggiustato. Mi hanno preso sul serio.
Il giorno ancora dopo il Giornale (di destra) ribadisce. Guardate il titolo, orgogliosamente di destra.

E poteva mancare la risposta del giornale di sinistra?
Eccola qua: femminista quindi di sinistra.

E tutto questo su un’ipotesi di due antropologi americani, non verificabile e solo speculativa.

Vabbè, e chiudo. È anche per questo che mi mettono in crisi le cose di sinistra, ultimamente. Perché mi sembrano altrettanto cretine di quelle di destra, a volte persino di più. Perché mi sento tradita da una parte politica che (al di là delle questioni di politica interna ed economica…) vota per la sperimentazione di Stamina e a seguire contro la ricerca sugli Ogm. Perché sta seguendo gli stereotipi invece della razionalità e della complessità del pensiero che a me avevano sempre detto essere propria della sinistra. Perché si è dotata di bandiere che vanno dalle carote biologiche al fotovoltaico sul tetto delle case di Bolzano, e mi fa credere che basti così.

 

* una bella analisi scientifica della storia la trovate su Climalteranti

** ero giovane ed entusiasta e scrivevo sempre così, sì.

 

Le tribolazioni di una giornalistascientifica con la scienza*

Oggi va così: mi autopubblico un estratto del libro.
In genere nei libri si copiano i blog. Qui farò il contrario perché non ho tempo né ispirazione per scrivere qualcosa di originale sul blog. E poi perché copiare se stessi non è un problema, in Italia: c’è chi ci ha costruito intere carriere. E comunque io mi pago, per cui non è lavoro gratis: non è nemmeno un’autorecensione (recentemente ho sentito parlare di autorecensioni ma non ho capito bene che cosa si intendesse), né una marchetta perché il libro l’ho scritto io e qui a copiarlo sono io medesima (semmai una automarchetta ma si qui va sul difficile). È roba mia che vi regalo.
Spero che come disclosure basti. Spero anche che il frammento qui sotto vi diverta, almeno quanto ha divertito me nel farsi scrivere.
Si parla della vita tormentata di una che fa la giornalistascientifica in un paese come l’Italia (ed è stato scritto più di un anno fa, come vi sarà evidente alla fine).

C’è sempre qualcuno che mi chiede un parere oracolare, o che ritiene di provocarmi, o che vuole avere da me la risposta precisa che dal resto del mondo ovviamente non ha. Con gli amici in genere è piacevole. Con gli estranei a me e alla scienza, che ritengono che i principi del metodo scientifico galileiano siano opinabili da chiunque sgranocchiando una pizza al prosciutto, invece, le cose smettono di essere divertenti e mi trovo a pensare che potrei persino abbandonare la monomania a favore di un semplice pettegolezzo da dopocena: che cosa fai quest’estate? Come sta il figlio di tuo cugino? E invece niente.
Le domande che vanno per la maggiore sono le seguenti: ma tu sei pro o contro il nucleare? Ma tu sei favorevole o contraria agli antibiotici? (con la variante: ma tu sei favorevole o contraria ai vaccini?). Ma tu sei anti-Ogm o pro-Ogm?
C’è anche: certo che gli scienziati non sanno nemmeno prevedere i terremoti… e poi Hai visto che il bicarbonato cura il cancro?
C’è l’affermazione antiscientifica di sinistra: Fukushima… tragedia nucleare oppure L’esercito americano ci avvelena la terra! e anche Le multinazionali del farmaco pensano solo ai loro interessi per questo mi curo con l’omeopatia. E l’affermazione antiscientifica di destra: Perché deve decidere il padre se sospendere i trattamenti alla figlia in coma? È una vita, e chi la toglie è un omicida.
C’è poi l’affermazione antiscientifica sentimentale: mia nonna con la chemio è stata malissimo, poi un giorno ha smesso la terapia, è tornata a casa e per i due mesi successivi è stata molto meglio che in ospedale (dopo è morta, ndr), e ar mi’ bimbo do solo carote biologi’e coltivate in Alto Adige. E c’è l’affermazione antiscientifica misticheggiante: devi essere positiva, sentire la tua energia, e soprattutto il qualcosopata mi ha detto che mi servono dieci sedute di riallineamento del campo magnetico perché mi si è indebolito il sistema immunitario. Ci sono infine le affermazioni semplicemente fastidiose alle quali non do credito finché posso: no, grazie, sono intollerante alla carne di maiale, certi tipi di formaggio fresco mi fanno venire il prurito, ma per fortuna arriva il momento della frutta perché l’ananas scioglie i grassi. E quelle riferite a me, alla ricerca di zone oscure del mio io: perché non bevi caffè? Hai un problema con la caffeina? Ti sei chiesta se non sia una questione di socialità? Fino all’osservazione del cavo ascellare, con lo sai che se sudi così poco è perché non esterni le tue emozioni?
Qui sto per esplodere.
Al giorno d’oggi non puoi fidarti di nessuno, gli scienziati sono sempre un po’ presuntuosi, la scienza non può spiegare tutto, che male vi fanno gli scienziati non ufficiali, tutta ‘sta ricerca e non abbiamo ancora sconfitto il cancro
, se parti con l’idea che chi dice cose fuori dal coro sia un ciarlatano non troverai mai il prossimo Einstein…
Ho le mie frasi a effetto: come si fa a essere favorevoli o contrari a una cosa che esiste? Sono contraria ai sabati di pioggia e alle fragole che sanno di terra, allora. E poi: guarda che Einstein mica faceva esperimenti in garage! Era uno che rispettava le regole: voi lo chiamereste ortodosso.
Ma non sempre riesco a difendermi, lo ammetto.
In genere, da queste conversazioni esco sconfitta e scoraggiata.
Tipo sì, sì: intanto Paperoga l’aveva detto che stava arrivando il terremoto… Io: guarda che l’ha detto dopo. Lui: ma che dici? Ha detto dopo di averlo detto prima, perché prima non lo hanno ascoltato. Io: Ha detto dopo di averlo detto prima ma prima non ha detto proprio quello: ha detto “potrebbe arrivare un terremoto nei prossimi sei mesi in Italia”, un po’ generico… Lui: comunque quindi l’aveva detto prima, vedi? E dopo ha confermato che l’aveva detto prima. Io: ma è solo dopo che ha detto: guardate che prima avevo previsto… perché se non fosse successo niente, dopo, sarebbe stato zitto. Lui: ma invece dopo è successo! E lui prima lo sapeva che dopo sarebbe successo, no?!

Che poi anche a me la scienza ha dato alcune delusioni. Non lo nascondo.
La prima risale a trent’anni fa, quando qualcuno mi spiegò che la Terra è una sfera. L’umanità ci aveva messo secoli a fare pace con questa idea: a me si chiedeva di farlo a cinque anni.
D’accordo, mi correggo: l’umanità non ci aveva messo così tanto. La faccenda della Terra che si credeva piatta ai tempi di Cristoforo Colombo è un falso storico. La terra era già sferica per Aristotele e Pitagora ed era ovvio persino per i filosofi medievali padri della Chiesa. Però per me, a cinque anni, l’idea era inaccettabile.
Così risolsi il problema infilando tutto dentro la Terra, in una rassicurante cosmogonia che prevedeva che noi fossimo a spasso su una superficie piatta posizionata all’altezza dell’equatore, e, come in Albachiara, tutto il resto fuori.
Ma la spiegazione dei miei adulti, paziente e implacabile, proseguiva: no, noi non siamo dentro la Terra, ci siamo appoggiati sopra, perché la Terra è una palla di roccia. Figuriamoci. E che paura. Proprio no, non ci credevo.
Finché non mi hanno regalato un mappamondo. Avevano ragione i grandi, diceva il mappamondo, ma come facessero i signori dell’Australia a non cadere giù per me è rimasto a lungo un incomprensibile atto di fede.
Seconda, più grave, delusione. Avevo dodici anni. La professoressa di matematica e scienze delle medie (che io adoravo) ci aveva spiegato la pressione un paio di settimane prima. La pressione è il peso (vabbè) dell’oggetto diviso per la superficie su cui appoggia. E vai con Evangelista Torricelli.
Quel giorno lì, però, si faceva geometria e l’argomento era la sfera. Scrivete: la sfera tocca una superficie tangente solo in punto.
E no. Allora no. Non ci sto. Se la sfera tocca una superficie solo in un punto, lì la pressione quant’è: infinita?! Non è possibile.
Ero una discreta calciatrice, abbastanza da sapere che il Supertele con cui giocavo non sprofondava sotto terra a causa dell’enorme pressione su un unico punto.
La professoressa si difese balbettando qualcosa sul fatto che una cosa è la fisica e un’altra la geometria. Che il pallone non era davvero una sfera e che la descrizione matematica del mondo deve necessariamente approssimare le cose e così via. Profondamente delusa, ho semplicemente lasciato perdere. Per diversi anni.
Per non parlare delle strane malattie che ho avuto nei tempi passati, che venivano liquidate con un boh da parte di chi avrebbe dovuto spiegarne la causa e accelerarne la guarigione. Sono passate tutte, ma a volte mi guardo le cicatrici e penso che la mia fiducia nella scienza medica non sia del tutto giustificata, che forse i dottori Tato & Patatina facevano bene a prenderla poco sul serio**.
Solo che non è questo il punto. Il punto è che la scienza è come la democrazia. Imperfetta, per definizione. La democrazia ci ha regalato vent’anni di Berlusconi, e chissà adesso dove ci porterà. Ma sono convinta che qualsiasi alternativa alla democrazia, soprattutto di quelle che il paese ha vissuto in tempi non lontani, sarebbe stata comunque peggiore. E se in tanti anni non siamo riusciti a trovare di meglio, forse possiamo ammettere che i difetti sono più spesso dovuti alla fallibilità dei singoli che ci lavorano dentro, dentro alla democrazia come dentro alla scienza, piuttosto che alle asciutte regole del sistema.

 

* Ancora scottata dall’incomprensione per il titolo – plagio di Elsa Morante, vi dico subito che questo è un titolo – plagio da Jules Verne.
** Per scoprire chi sono i dottori Tato & Patatina vi toccherà comprare il libro.

Scienza e pelouche: la finale di FameLab Italia, un talent show per scienziati comunicatori

Sono finita nella giuria di FameLab Italia, un concorso per scienziati chiacchieroni che si sfidano su un palco a colpi di monologhi da tre minuti a tema scientifico.
Ganzo, davvero ganzo. Era la finale italiana: Ilaria, la vincitrice andrà in Inghilterra a tenere alta la bandiera nella finale internazionale contro i rappresentanti di altri 23 paesi.
Quindi in bocca al lupo a lei e in alto i cuori: i nostri scienziati sono bravi a farla, la scienza, e a volte anche a spiegarla.

La nostra campionessa, per esempio, che di mestiere fa la biofisica a Genova, ha parlato dei sensi che sono molti più di cinque: ha raccontato l’equilibrio con un sacchetto trasparente pieno di inchiostro, inventato e costruito per l’occasione con le sue mani, e la percezione del tempo chiudendo con maestria l’intervento a 2’59”. Nel mezzo, ha perfino camminato sulle mani (c’erano altri medici in sala oltre a me, tranquilli). Mentre Manuele, che è arrivato secondo, ha affrontato lo scottante tema della flora intestinale. E come lui Giorgio. Poi c’è stata Francesca che ha mostrato i suoi esperimenti con le scimmie. E altri nove che hanno parlato di astronomia, cellule staminali, energia, chimica estrema e così via.
Ma insomma, visto che a dirvi quanto sono stati bravi non direi niente di particolarmente originale, vi racconto un po’ di pensate che ci siamo fatti (e che mi sono fatta) al momento di dare i voti.

In giuria c’erano due scienziati simpatici (un’ematologa e un fisico della complessità), c’ero io e c’era Frank Burnett, il fondatore del Festival della Scienza di Cheltenham nonché inventore del FameLab, che parla italiano per modo di dire. Però quando ci siamo riuniti per decidere chi premiare ci siamo trovati sostanzialmente d’accordo. Abbiamo individuato senza difficoltà i candidati del gruppo di testa ed escluso subito qualcuno.
Beh, qualcuno andava escluso, anche se ci erano stati simpatici tutti. E allora abbiamo in primo luogo escluso quelli che ci erano parsi aver fatto il passo più lungo della gamba, scegliendo argomenti su cui non erano ferratissimi.
Cioè: io scrivo un po’ di tutto, e so un po’ di niente, però se faccio un errore o se cito una ricerca poco solida o confondo due piani diversi o sbaglio paragone i parole i miei amici scienziati mi fanno due palle così (e a ragione). Quindi se uno fa lo scienziato e non il giornalista mi aspetto che sia prima di tutto forte nelle argomentazioni scientifiche: a trovare le metafore ci pensiamo dopo.
Abbiamo pensato più o meno la stessa cosa di chi aveva esagerato sul piano teatrale, tra imitazioni di politici e recite a memoria. C’è chi lo sa tenere e chi dopo venti secondi diventa pesante. Lì a volte si scivolava un po’ nel Gassman recita il teorema di Pitagora e insomma peccato. Su questo Frank, che i monologhi li guardava con attenzione senza capirne probabilmente più di dieci parole, ha dato valutazioni tanto simili alle nostre che ci siamo convinti di averci azzeccato.
Il mio compito, o almeno così l’ho interpretato, era quello di dare una valutazione sull’organizzazione del testo, sul taglio, sulla coerenza del linguaggio. Per me, doveva essere chiaro, o almeno doveva essere esplicitato, perché l’argomento scelto potesse essere interessante per un non esperto. I monologhi troppo astratti, che non si legavano a niente di conosciuto o discusso o almeno immaginato, boh, mi hanno lasciato un po’ perplessa. Quelli (tanti) che cominciavano con vi siete mai chiesti che cosa sia…? Quelli credo di averli esclusi tutti: a volte per me la riposta era no, non me lo sono mai chiesto e non ho capito perché avrei dovuto chiedermi che cosa sia… e con questo mi ero già persa un terzo dello spettacolo.
Cioè: noi combattiamo per parlare di scienza in un paese che della scienza ha un’idea ben bislacca. Per me è abbastanza necessario che uno scienziato, soprattutto se ha velleità di comunicatore, si chieda a chi parlare e perché, e rifletta su quello che gli viene chiesto almeno quanto su quello che vorrebbe insegnare. Soprattutto se lo vuole insegnare, e non è il suo mestiere, a gente che dovrebbe imparare, e non è lì per quello, motivato dalla profonda bellezza di un fatto scientifico. Un po’ poco, per quest’epoca e per questo paese.
Ma vabbè, FameLab è una specie di X Factor e in tre minuti non è che uno abbia il tempo di tenere conto di tutto e di fare anche la cronaca.
Infatti, a monologo chiuso, c’era lo spazio per le domande della giuria. E lì la maggior parte dei candidati se l’è cavata bene, tanto da farci rivedere i voti che avevamo dato nel corso dei tre minuti. C’è stato uno che ha risposto dicendo una cosa tipo vi ho voluto proporre un nuovo modo di pensare all’essere umano… (però su quello se ne è andato, accidenti). È stato uno di quelli finiti subito nel nostro gruppo di testa. Troppi hanno dovuto precisare quello che volevo dire è che… Ma in generale la discussione finale li ha premiati quasi tutti, quasi sempre.
Infine c’era da pensare a un pubblico. C’era da vederlo e da sentirlo. Qualcuno ci è riuscito, qualcuno meno. Questa forse è la dote più importante di uno che si metta sul palco e accetti la sfida di parlare di scienza per tre minuti: con o senza pelouche, con o senza capriole, con o senza occhiali da sole o camicie buffe. In quel caso era il pubblico della Sala dei Notari a Perugia, però non credo che cambi molto anche nella realtà: bisogna capire a chi si sta parlando ed evitare di pensarlo silenzioso e attento a gratis. Bisogna rispettarlo. E poi conquistarlo. Magari con l’umiltà di non pensarsi interessanti comunque.

Questo post poteva rientrare nella categoria tipi umani da giornalista scientifica, con l’etichetta giovane scienziato giocherellone che si diverte a raccontare la scienza coi pelouche. Ma onestamente prima dell’altra sera non ne avevo ancora incontrati. È una specie rara e interessante. Fa ridere, fa pensare, fa giocare. E soprattutto infonde ottimismo. Mica male, no?

Piccolo glossario di parole prese dalla scienza e usate per vendere altro, o prese da altro e usate per vendere non-scienza

Radioattività: e sai cosa bevi. Il mio segreto contro i sette segni del tempo? La Radioattività! E poi una bella cucchiaiata di Sciroppo di Torio e Radio: un ricostituente per il grande e il piccino. E così via.
Un secolo fa radioattività era una parola da marketing: ci vendevi prodotti di bellezza e panzane tonificanti per i convalescenti. Anche se dentro c’erano solo glicerina e zucchero. Del resto, conteneva la parola attività e poi era stata appena scoperta: dio quanto ci piaceva, un secolo fa, sentire dire che potevamo spalmare la pelle di radioattività.
Se ancora oggi andate in certi stabilimenti termali con fuori le mattonelle originali dei primi del Novecento, scoprirete che proponevano entusiasmanti acque radioattive. In quel caso era vero. Ma attenzione, abitanti del ventunesimo secolo: si trattava (e si tratta) di radioattività naturale. E allora se ieri ci piaceva un casino, oggi ci sembra appena appena accettabile. Perché oggi radioattività è diventata una parolaccia mentre naturale è un passepartout per consumatori on-off e quindi, come si dice dalle mie parti, poggio e buca fan pari. È radioattività, sì, ma è naturale, allora va bene. Bah.

Naturale: sarebbero naturali anche l’amanita falloide e la cacca dei cani, questo non significa che facciano bene o che possano essere impunemente diffusi nel nostro ambiente (il nostro, intendo: un’amanita falloide nel bosco va benissimo: è casa sua. Nel mio piatto no). Sono artificiali, invece, gli occhiali, ma io sono così contenta di averli sul naso. Quando lo dico alle mie amiche a caccia di prodotti naturali mi rispondono che loro parlano in linea generale e che sono una sofista, e finiscono per comprare l’equivalente moderno del dentifricio radioattivo. Mi consolo pensando che probabilmente, come nel caso del dentifricio di cui sopra, si tratta di normalissimi e ipercontrollati prodotti commerciali, solo un po’ più cari. La differenza è il prezzo di quella parola.
Biologico (o bio, o bio-): è una parola strana. A me, per anni ha fatto pensare a un laboratorio con gente in camice bianco, che studia. Un posto da biologi, appunto. Adesso biologiche sono le carote. Niente più libri e banconi, ma terra. Quand’è che biologico è diventato sinonimo di terra e di buono da mangiare? E lo sanno, le mie amiche che comprano le carote biologiche del supermercato, che sono biologi anche i ricercatori di Milano a cui hanno rubato i topolini usati per la ricerca, al grido ottuso e medievale di no alla sperimentazione sugli animali? Con biologico ti fanno comprare anche i chicchi d’uva confezionati uno per uno: ti dicono biologico e paghi il doppio, anche se hai letto sul giornale di quante e quali truffe si facciano dietro questa parola, anche se fino a un paio di anni fa non avevi mai visto uno spot della verdura in tv, e anche se tuo nonno nell’orto ci spruzzava il verderame*, eccome.
Ecologico: ah, con questa ci vendi persino le automobili.
Organico: è un inglesismo che sta diventando di moda. Gli inglesi usano organic come noi usiamo biologico riferito al cibo. Peccato che organico (parola ricca di significati vari) per un chimico sia composto del carbonio, quindi noi e la lattuga, ma anche il petrolio, il metano, il catrame. Basta mettersi d’accordo. Per esempio, con l’organico, detto proprio così elle-apostrofo-organico, si intende la frazione dei rifiuti urbani che può andare al compostaggio.
Chilometrozero: la cosa interessante è che è vero, ci sono prodotti che puoi comprare dal contadino dietro l’angolo: sono buoni, hai risparmiato un sacco di carburante ed è una cosa bella. Poi però dovresti anche appurarti che il rifiuto che produci dopo aver mangiato quel prodotto sia smaltito altrettanto a chilometrizero. Troppo facile guardare solo alla produzione e non allo smaltimento. Se l’organico il tuo comune lo smaltisce a trecento chilometri da casa tua, col cavolo che puoi continuare a chiamare la tua bistecca chilometrizero: la dovrai chiamare chilometrizeropiùtrecento, sennò non vale.
Staminali: pochi anni fa, fumo negli occhi. Terrore. Scienziati-Frankenstein e così via. Oggi le mie amiche comprano le creme di bellezza alle cellule staminali di bambù. Vabbè: sono cento anni almeno che compriamo creme di bellezza con etichette fantasiose e abbiamo capito che la cosmetica ci fa innamorare e disamorare delle parole in tempi veloci. Ma le mie amiche sono contrarie agli Ogm, e allora perché pensano di inserire, tra le loro, cellule di bambù? E poi che cosa dovrebbero fare quelle staminali? Far crescere l’erba sulla faccia**?

Ci sono le parole che si usano soprattutto per i bimbi (officina, che sa di scienza in cui metti le mani, quasi un gioco), quelle che piacciono a chi si sente smart (gli avverbi in –mente, soprattutto se davvero di mente si parla). E ci sono quelle smart come smart.
Ci sono quelle per la politica. Partecipato, condiviso, dal basso, social. Siccome politica ci piace poco e sempre di meno, facciamo come per l’acqua, radioattiva sì ma naturale: poggio e buca. Non solo: possiamo mettere queste parole dietro ad altre, dall’agricoltura all’informatica, e chissà. Mi chiedo quanto manchi alla proposta di una radioattività partecipata oppure alla chimica organica dal basso. Le possibilità sono tante e lo sappiamo che la moda, gira e rigira, ogni vent’anni ci propone le zampe di elefante.
Ci sono le parole che tra gli scienziati significano che sei un figo: le parole in nano-, per dire, perché se fai ricerca nano- sei davvero al passo coi tempi.
Le stesse parole possono invece essere allo stadio del fumo negli occhi (cfr. staminali qualche anno fa) per gli amanti del naturale. E nano– è in cima alla lista, come il terribile nanoinquinamento che è legato alle scie (attenzione) chimiche. Già, perché se devi vendere una cosa ricordati che la biologia è buona mentre la chimica è cattiva. Almeno per ora.
Poi ci sono le parole che servono per vendere stupidaggini, non carote, creme o iniziative politiche (che magari sono davvero ottime carote, creme e iniziative politiche, al di là dello slogan). La parola ufficiale riferita alla scienza, per esempio, è sempre seguita da una panzana. Potete stare tranquilli. Semplicemente è il sistema per farvi credere che esista una scienza indipendente che sta dalla vostra parte, dalla parte della gente e non della kasta. Ma la scienza è una sola e sta da una parte sola: tutto il resto semplicemente non dovrebbe mettersi l’etichetta di scienza addosso.
Infine, con mio grande scorno ho appena scoperto che ci sono persone che si definiscono scienziato freelance. No, perché freelance è una parola a cui sono affezionata: la uso per definirmi, mi ci identifico. Ma uno scienziato freelance non mi torna. Certo, uno scienziato può lavorare per diversi istituti nel corso della sua vita, può cambiare settore di studi, oggi è abbastanza normale che non abbia un contratto a tempo indeterminato e che si sposti. Ma in ogni modo deve vivere nella comunità scientifica, confrontarsi con gli altri, scrivere e leggere ed essere riconosciuto con parametri propri della sua disciplina. Non sarà che stanno usando freelance come indipendente, che riferito a un mestiere tipo il mio tanto tanto può andare, ma riferito alla scienza un po’ meno? Non sarà che mi hanno appena rubato una parola? Anzi: non sarà che in un colpo me ne hanno rubate due?

 

* I miei nonni hanno sempre abitato in città e l’orto non ce lo hanno mai avuto: per come li ho visti io, hanno sempre fatto la spesa al supermercato. Se avete notizie dettagliate sui vostri nonni contadini e sui loro orti (come un tempo o di una volta), sono pronta a correggere.
** Omaggio al poeta.

Uno scienziato con zero pubblicazioni è come un gentiluomo livornese

Questo è un blog.
E non fa di me un’autorità in niente, un’esperta di niente, una scienziata di niente.
È un blog, cioè uno spazio in cui scrivo quello che mi pare quando mi pare.
Se io qui mi mettessi a scrivere le mie opinioni su un certo trattamento neurochirurgico o le mie idee su come rivoluzionare la terapia di alcune malattie rare, o peggio* sulla ricerca in fisica dell’atmosfera, su come trattare rifiuti o su come rieducare i bambini viziati, questo comunque non farebbe di me un’esperta, né tantomeno una neurochirurga, una genetista, una fisica dell’atmosfera, un’esperta in rifiuti o una pedagogista.
Eppure sono giorni, settimane, mesi, che come un’ossessione trovo interviste più o meno strombazzate a gente che ha un blog come me, a volte nemmeno, e la stessa mia autorità a parlare di questo e quello. Autorità che spesso è costruita sulla base del ranking di Google e del cosiddetto effetto San Matteo: più ti intervistano, più sarai intervistato, non serve nemmeno che tu ti sbatta a scrivere di domenica pomeriggio, saranno loro a telefonarti.
E quando fai notare al giornalista che l’esperto in questione non ha nemmeno una pubblicazione scientifica, diventi tu quello che getta discredito o che è legato a vecchi schemi o che non ha capito l’importanza della cosa.
Dev’essere uno dei regali del grillismo: il blog, la rete, la democrazia dal basso e uno vale uno, anche se uno è davvero un ricercatore e l’altro solo nei weekend di pioggia. Oppure può darsi che sia semplicemente l’umana propensione a credere autorevole quello che ci dice ciò che vogliamo sentirci dire, magari con qualche bella parola e qualche sonante accusa a un altro indefinito e lontano come una casta.

Il punto è che quando uno è scienziato (vale anche per le scienze morbide e molto morbide e per tutto quello che ha ambizione di avere un metodo che si chiami scientifico) per poter parlare deve avere almeno i seguenti requisiti:
1. una laurea in una disciplina sensatamente collegabile a quella di cui vogliamo parlare.
Qui se ne potrebbe discutere a lungo: in linea di massima ci sono lauree più versatili, come quelle in matematica, fisica o in filosofia, e lauree meno versatili, come quella in geologia o in psicologia. Ci sono brillantissimi esempi di fisici prestati alla biologia o alle neuroscienze o alle scienze della terra. Adesso non mi vengono in mente esempi contrari, ci penserò. Ma per capire il perché dei possibili sincretismi si passi al punto 2.
2. un’attività scientifica con tutti i crismi, riconosciuta dalla comunità nel tempo.
Ora: anche gli scienziati sono uomini ed è ovviamente possibile che si inciampi in quello che sta sulle balle° a tutti per ragioni varie, ma resta un bravo ricercatore. In linea di massima, però, proprio per la natura collettiva dell’impresa scientifica se uno è bravo si sa. E se uno è una scarpa o un furfante si sa. Se uno si definisce qualcosologo è abbastanza importante che gli altri qualcosologi lo sappiano. Se gli altri qualcosologi non sanno nemmeno che esiste, è molto probabile che quello sia esperto di qualcosologia quanto lo sono io.
3. un numero ragionevole di pubblicazioni scientifiche.
Che cos’è ragionevole? Dipende dalla disciplina, dal settore e dall’età del ricercatore.
Lo so, non è sempre vero che chi ha tante pubblicazioni è tanto bravo, perché conosco brave mogli i cui bravi mariti regalano firme su firme sugli articoli di ricerca senza che questo le renda anche brave scienziate**. So anche che il numero di citazioni degli articoli non è necessariamente indice di successo, perché potrebbero anche citarti come a dire guardate quante cazzate ha scritto questo qui e l’indice di citazioni si impenna.
Ma state certi che se uno ha zero pubblicazioni non è uno scienziato autorevole. A volte ho difficoltà a definirlo anche solo scienziato***. Voglio dire: sicuri che basti una laurea scientifica per diventare scienziato? Uno che ha il diploma di cucina ma apre scatolette è un cuoco?
Io sono medico e iscritta all’ordine dei medici, ma se cercate sui motori di ricerca trovate un solo articolo (due, se il motore è generoso): vi prego, non venitemi a cercare come esperta di sanità.

Eppure ho visto gente intervistata come esperto che di pubblicazioni ne aveva zero, ma zero zero. Gente che probabilmente dopo la laurea si è messa a fare altro (come me) o ha campicchiato in un modo diverso dal campicchiare previsto dalla gavetta dello scienziato.
Per carità, magari si tratta di persone intelligenti e colte e magari hanno fatto una bella riflessione, ma lì se non sono loro ad avvertirci (guarda, io non sono proprio un esperto di questa roba anche se dieci anni fa ci ho fatto la tesina per la laurea triennale), e se magari sono proprio loro a cercarci (personalmente o con un bel libro, una bella intervista a un collega, un bello spazio pubblico arrivato chissà come, o con un gran bel blog con le lucine), potrebbero essere i giornalisti a evitarli. E a capire che una bella riflessione fatta da un signor chiunque è davvero una gran bella cosa. Ma deve restare solo sul suo blog.

*dico peggio perché in fondo una laurea in medicina ce l’ho. Di fisica dell’atmosfera, rifiuti e bambini viziati non so proprio niente.
** prima che mi accusiate di maschilismo, sappiate che è solo un esempio che non esclude la possibilità contraria.
*** il titolo si riferisce a un simpatico modo di dire pisano riferito all’impossibilità del verificarsi di due eventi nello stesso momento. Non me ne vogliano gli amici livornesi, oppure si consolino pensando che lo si trova scritto persino nel Borzacchini universale.
° questa l’ho dovuta cambiare oggi (lunedì) perché avevo scritto una parolaccia e la mia mamma mi ha rimproverato. Perché su un blog puoi scrivere quello che ti pare fino a che non interviene la mamma.

Finanziamenti alla ricerca: la fantasia al potere

È un fenomeno stagionale, e quest’anno sembra anche particolarmente virulento: a gennaio si parla di finanziamenti alla ricerca (non che da febbraio si smetta, eh). Così in questi giorni mi hanno avvicinato in quattro.
C’è chi deve consegnare un progetto per un Firb (i soldi con cui si finanzia la ricerca di base) e ha scoperto che per tutto il suo settore, per tutti tutti i ricercatori italiani che studiano la roba sua (in senso lato), il finanziamento disponibile è equivalente al prezzo di un appartamento di 90 mq sulla Camilluccia. E tutti i ricercatori italiani che studiano la roba sua (in senso lato) non riusciresti nemmeno a infilarceli dentro, in piedi, uno vicino all’altro, in 90mq sulla Camilluccia.
E c’è chi ha ricevuto la seguente comunicazione, un po’ aggiustata ma mi capirete: per via della spending review il nostro istituto di ricerca ha ridotto l’orario di lavoro alle guardie che fanno vigilanza all’ingresso, per cui da domani qua alle 18.00 si sbaracca. Commento: prima potevo entrare alle tre di notte e fare le cinque del mattino del giorno dopo, se mi serviva. Mentre adesso la ricerca si fa come se fossimo impiegati di banca.

E infine c’è chi, con ammirevole spirito didattico, si è messo lì e mi ha spiegato come funziona il finanziamento dei progetti premiali, di progetto e di bandiera, cioè i progetti che dai tempi della Gelmini gli enti di ricerca presentano al ministero per farseli finanziare (tipo: La ricerca di dark matter al Gran Sasso o La cultura germanica nell’Italia del Novecento, per dire).
Io l’ho capita così, e l’ho trovata terribilmente affascinante per la sua perversione.
1. I soldi per i progetti vengono dal FOE (Fondo per gli enti pubblici di ricerca), (è il 7% del FOE).
2. Il FOE serve soprattutto per pagare gli stipendi: il 90% finisce in buste paga, il 10% paga le spese di funzionamento degli istituti come affitti, bollette… (cioè, ne paga una parte: il resto arriva dagli overhead, una percentuale, che l’istituto prende dai grants che i ricercatori ottengono da enti pubblici e privati, nazionali ed esteri). Se volete, questo significa anche che lo Stato paga, ordinariamente, la ricerca nella misura in cui paga gli stipendi. Basta. Ma non è questo il punto: andiamo avanti.
3. Non è possibile non pagare gli stipendi: quei soldi non possono sparire. E allora ecco la partita di giro: l’80% circa del fondo destinato al progetto premiale viene recuperato dall’istituto (da alcuni istituti: in realtà, all’istituto quei soldi arrivano tutti interi e poi si decide che cosa farne. All’Infn mi hanno detto che sono soldi puliti che usano per la ricerca, al Cnr mi hanno detto che l’istituto ne tiene una grossa parte). Oplà: e di nuovo lo Stato non sta pagando la ricerca, ma i salari di chi dovrebbe farla. Resta il 20% che è comunque meglio di niente, ma è molto meno di quanto appare (e di quanto servirebbe).

In sé, mi dicono, l’idea di premiare alcune ricerche sarebbe anche buona, meglio dei finanziamenti a pioggia a cui eravamo abituati. È che manca la trasparenza, non si capiscono i criteri, non si sa chi farà le valutazioni. Addirittura il bando non è sul sito del ministero, io ce l’ho ma insomma.
Alla terza telefonata al terzo scienziato ipercompetente del terzo istituto pubblico di ricerca (e infatti questo post è stato corretto dopo la sua pubblicazione di stamani, scusatemi), ci sarebbe anche da aggiungere come funzionano i fondi che arrivano dal ministero, sui quali vale la regola del cofinanziamento. Cioè, sui quali ci si pagano davvero gli stipendi. E su come lì il vero problema (terza telefonata) sia che i soldi sono un terzo di quelli dell’anno scorso: io quest’anno ai Prin nemmeno partecipo.

Capito? No, non proprio, non del tutto? Capito così così? È normale. Pare che anche chi sta decidendo come far girare questo meccanismo sia un po’ in difficoltà.
Ma in sostanza significa che la ricerca di eccellenza in realtà è finanziata con meno di quello che appare. Non facciamoci ingannare da quelle cose tipo un progetto da enne milioni di euro. Bisogna fare enne per 0,2.
Non solo: se è vero che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si becca, c’è un’altra considerazione non banale. Si introduce in modo subdolo l’idea che il nostro stipendio non sia garantito ma derivi, almeno in parte, dalla nostra capacità di procurarcelo. A me che sono una partita Iva felice, non sembrerebbe nemmeno tanto male. Mi mordo la lingua, ma mi anticipano: il problema è che questo non viene introdotto discutendone apertamente, ma viene fatto passare quasi di nascosto. Ah, vero.

Chiudo qui. Ci sarebbero gli altri sistemi di finanziamento, ma sono davvero un ginepraio. Ci sarebbe anche la spinosa questione della programmazione della ricerca: chi sceglie le linee di interesse su cui investire? Ci sarebbero un sacco di cose da capire e da raccontare.
Per fortuna adesso si vota. Già, si vota.
Io ho deciso chi voterò, non senza soffrire un pochino e non senza ricordarmi di tutte le volte che ho detto no, basta, questo è troppo… Se voi siete in dubbio, consiglio la bussola di Dibattito Scienza: dieci domande e trenta risposte sulla politica della scienza e la scienza della politica che abbiamo sottoposto ai sei candidati premier (tre non hanno ritenuto di risponderci: indovinate chi).
Vi avverto: non cadrete dalla sedia dallo stupore (dalla noia forse), non troverete fiumi di soldi per la scienza. Con tutto il mio ottimismo, scommetto che comunque dei soldi per la ricerca in questo paese prima o poi torneremo a parlare. Al massimo, a gennaio dell’anno prossimo.