Archivio mensile:marzo 2011

Tiremm innanz! Come sopravvivere al lavoro

Me son rott i ball, direi se fossi un ministro della Repubblica. Invece non posso far altro che deprimermi, almeno un po’. Perché son giorni che sento i miei amici, che ho selezionato con cura tra le menti migliori della nostra generazione, distrutti da problemi di soldi e di lavoro. Gente che pòsta su facebook, o ti manda nelle mailing list degli amici di infanzia, osservazioni deprimenti sul mondo o bollettini di guerra, dettagli sulla propria salute, insulti all’indirizzo di potentati vari, storie di cassa integrazioni per gente con due titoli post lauream, di lavori interrotti da un momento all’altro, di contratti capestro e di soldi mai arrivati. Che rabbia. Ma era così anche per i nostri genitori, quando avevano tra i trenta e i quarant’anni?

Però oggi, quando un amico mi ha chiesto se sarò alla manifestazione nazionale dei precari e mi ha proposto un passaggetto sul palco per fare un discorso, buh, mi son sentita un po’ fuori luogo. Di tutta la comitiva, io sono quella che col suo lavoro a partita Iva si trova meglio. Davvero ho almeno tre grossi lavori che gestisco con maestria, più un sacco di altre collaborazioni che ho scelto e seguo con reciproca soddisfazione. Non ci rinuncerei per un posto fisso. Alla Rai, poi. E se parlassi dal palco direi che il mio problema non è la forma contrattuale con cui mi si inchioda a una sedia facendo finta di avere da me un’augusta consulenza a distanza (almeno finché sono giovane e sana e senza altre bocche da sfamare) il problema è che ognuno di quei contratti ha una clausula con cui mi si cerca di fottere, oppure viene pagato con gran ritardo. Perché io ormai in questo libero mercato ci sono cresciuta e ho imparato a starci e le lotte contro la precarietà, da sole, senza una riflessione di sistema sul mondo in cui ci hanno infilato, mi sembrano un po’ povere.

Detto questo (anche a costo di essere spernacchiata dagli amici di cui sopra a cui voglio davvero molto bene), vorrei provare un link. Quotidiano nazionale, qualche giorno fa: il giornalista cita uno studio che coinvolge misteriosi ricercatori italiani, ma poi virgoletta solo frasi di ricercatori stranieri. Al Gr, lo studio è ripreso con lo stesso sistema: i ricercatori italiani citati di sfuggita, quelli stranieri per nome e cognome. Vado su Google, alzo il telefono, e non solo scopro chi sono questi ricercatori italiani, ma scopro anche che hanno moltissimo a che fare col terremoto giapponese, su cui tutti quanti noi stiamo lavorando, per cui faccio una gran figura con un paio di telefonate appena. Ah: i ricercatori italiani non avevano letto il giornale né sentito il Gr. Non so in quali condizioni siano stati scritti e scelti quei pezzi proposti dai miei colleghi di altre testate, né so che cosa leggano i ricercatori italiani, ma mi fa un po’ effetto pensare che la comunicazione e la scienza in Italia vadano avanti così. Più o meno quanto mi fa effetto pensare che il lavoro, in Italia, vada avanti come i miei amici mi insegnano. E allora, la riflessione di sistema? Direi che per me è questa: il posto fisso forse non esiste più, e forse non è nemmeno un dramma, però ognuno di noi potrebbe prendersi la briga di alzare un po’ la testa dalla tastiera e di guardare che cos’altro succede al mondo. Sennò finiamo per lamentarci, invece sarebbe bello protestare.

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Domenica sera si va a letto tardi: ricomincia Cosmo su Raitre

Dai, dai. Domenica sera riparte Cosmo: accendete la tivvù! Cioè, parte in una versione tutta diversa rispetto a quella del pilota di settembre. Intanto siamo in seconda serata, dopo Report per intenderci. Poi è una cosa di un’ora sola, monografica, con tante interviste in giro per il mondo, tante immagini, tante cose ricercate… Siamo ancora un programma di scienza, ma a condurlo sarà Barbara Serra di Al Jazeera. Si parte con una puntata sui terremoti (argomentaccio. E speriamo che il pianeta stia calmo per un po’), si continua con… lo potrò dire? Si continua con roba altrettanto interessante, ecco. Accendete la tivvù e mettetevi comodi.

Che cosa ci faccio io? L’inviata. Cioè, e questo è solo quello che si vede, vado in giro, faccio domande, ascolto e osservo. Facile. Stavolta però non sarò Dragonball – per la gioia dei più piccini e per le beffe degli amici. Stavolta sarò una seria, tranne una piccolissima parentesi in stile Teletubbie che vi lascerò il piacere di scoprire. Avrò una sottilissima sciarpetta di cotone color lampone che ho stramaledetto nel freddo dell’Aquila. E poi una maglietta normale, che ho addosso anche adesso. Ah: sì, avrò anche i finto-anfibi azzurri da bambino. I capelli normali, gli occhiali a volte sì a volte no. Contenti?

E ora un elenco di cose che ho imparato.

1. il mio mestiere può essere fisicamente faticoso, se svolto davanti a una telecamera. All’Aquila, nella spettrale zona rossa, in compagnia solo di qualche cane randagio, con un vento gelido che spazzava la città, senza nemmeno poter fare la pipì o bere un bicchier d’acqua, passare davanti alla telecamera con ostentata disinvoltura era davvero difficile. Veniva voglia di mandare tutti a quel paese. Il risultato sono camminate con le braccia rigidamente distese accanto ai fianchi e occhi lucidi con sguardo disperante. E se mi trovate stranamente paffuta, è perché sotto alla giacca avevo aggiunto un pile bello grosso. Faticosa è anche una settimana di trasferta all’estero con sveglia all’alba e ore e ore e ore da passare in macchina, con pranzi rimandati a metà pomeriggio e cene ingoiate di corsa per ributtarsi a letto presto. Faticoso è tornare a casa tutti i giorni alle otto passate (e poi dover uscire di nuovo, sennò mi dicono che sacrifico la vita sociale a quella professionale…).

2. il mio mestiere può essere emotivamente faticoso. Non che non lo sapessi: mi era successo di commuovermi durante una diretta, di ingoiare una lacrima e di soffocare un singhiozzo, di parlare con la gola tesa, accidenti. Ma insomma, la tivvù esagera. O forse sono io che non ho ancora imparato a maneggiare i sentimenti. E poi è emotivamente faticoso vedere la propria bellissima intervista massacrata per prendere la parte più clamorosa, magari pronunciata per l’esasperazione a cui sei stato proprio tu a portare l’intervistato. Cacchio: è colpa mia, poraccio… Però poi pensi, ed è quasi rilassante arrivarci, che c’è chi sa fare la tivvù e chi no. Io no. A ognuno il suo. Io faccio l’intervista, studio, scelgo l’intervistato, discuto con uffici stampa e scienziati. Poi però a rendere tutto questo una trasmissione tivvù è bene che ci pensi qualcun altro. E così è.

3. il mio mestiere è intellettualmente faticoso. Questa è una conferma. Ed è anche la parte più bella del gioco. Le puntate di Cosmo saranno undici, ciascuna di queste comporta un impegno ideativo enorme. E poi vanno organizzate, di gran carriera. Per fortuna c’è chi lo fa nei dettagli, ma è davvero un gran casino. Chi va dove? Mettere insieme viaggi, interviste, prenotazioni, permessi… Intanto quelli come me studiano la faccenda teorica. E gli autori mettono insieme il tutto. C’è chi monta, chi gira, chi gira e poi monta, chi si preoccupa delle parti audio da registrarci sopra… Una macchina che faccio ancora fatica capire. Per non parlare delle parti fatte in studio, dopo. Di quelle ho capito solo che c’è gente simpatica e che bisogna fare silenzio, soprattutto quando si apre e si chiude la porta.

Ecco che cosa ho fatto in questi mesi. Era vero quando dicevo di non poter uscire, di non essere a Roma, di essere in giro per il mondo, di avere un’ottima scusa per aver trascurato il blog e il resto. E mica ho finito…

(Nella foto, eccomi con uno degli ospiti della seconda puntata. Mi sto portando avanti col lavoro, sì. Perché nelle prossime settimane, sapete, sarò un po’ impegnata…).

Altro che pesce: sano come un free-lance!

Beh, evidentemente non sono tutta questa incredibile Hulka. E alla fine mi sono ammalata anch’io. Non molto, tranquilli: è solo un raffreddore. Ma il risultato è che adesso a scrivere è un groviglio di neuroni moccicosi tenuti su con un cocktail di ibuprofene e nimesulide, sui quali sto meditando di shakerare anche un po’ di paracetamolo. Perché mi sono ammalata, dunque? Perché mio fratello, che ha un posto fisso e non si preoccupa troppo se va in tilt due giorni, mi ha attaccato il raffreddore. Non è solo colpa sua, direte voi benevoli (e lo dice anche lui, ma qualcuno dovrò pur trattare da untore, no?!). No. In effetti ero un po’ debilitata: una settimana di lavoro a Londra, con sveglie a ore antelucane e rientro faticosissimo a Roma, senza dormire per 23 ore di fila (vabbè, a sera avevo un compleanno). E vari strapazzi di lavoro e pensieri. Da due mesi è così: radio al mattino, Cosmo (tivvù: ve lo racconterò nel prossimo post) al pomeriggio, e giornali e frattaglie varie alla sera o nel weekend. Non stacco mai. Sì, è vero: poi esco la sera e anche in questi giorni sono uscita sempre tranne domenica. Ma insomma: se non lo faccio mi criticate perché sacrifico la mia vita sociale al lavoro, se lo faccio mi dite che mi merito di ammalarmi.

Quindi questo post sarà confuso. Ma è solo per dire che c’è gente che deve essere sana sempre. E ci riesce, spesso. Mica male, eh. A pensarci bene, era da settembre che vedevo amici e colleghi passare la notte ribaltati da un temibile virusintestinale, o atterrati da un febbrone sudato per giorni, o gocciolanti e con gli occhi gonfi. Io no. Io stavo bene. Da metà novembre avevo sei settimane di lavoro in radio con un collega nuovo, che non potevo lasciare solo. Poi è arrivato capodanno e il mio contratto Rai è scaduto. Sei settimane fuori, dunque. Di cui una settimana di vacanza e cinque in giro per l’Italia a fare lavori e lavoretti. Impossibile ammalarsi: non sono una che dà buca se proprio non succede qualcosa di serio. E poi quasi tutti quegli impegni erano pagati: non potevo cedere. A metà gennaio ho cominciato a lavorare per Cosmo, per cui grande attività: dovevo essere sana e scattante. A metà febbraio ho ripreso a lavorare in radio: al mattino in radio, anzi, al pomeriggio ancora per Cosmo. Da marzo sono cominciate le riprese: devo girare per l’Italia a fare interviste e una settimana mi è anche toccata Londra. Un posto caldo, sì. Sempre di più, impossibile ammalarsi. Adesso ho una settimana consecutiva da passare a Roma, le cose sono tranquille e, puntuale come un monatto (questa me la sono inventata), è arrivato il raffreddore.

Tutto ciò dimostra, lasciatelo dire a me che sò scienziata, che lavorare da free lance in modalità trottola fa bene alla salute. Rinforza il sistema immunitario, altro che yogurt e vitamine. Rende forti e resistenti a virus da metropolitana, a batteri catarrofori e ai pidocchi dei figli degli amici. Protegge dal freddo e dall’umido. Eleva il tono dell’umore e impedisce fastidiosi impicci personali e familiari (gran privilegio poter rispondere scusa, ma non posso esserci… domani parto e sto via una settimana… ci sentiamo quando torno…). Non so che cosa succederà tra qualche decennio. Ci penseremo, tanto non saremo quel genere di anziano che va alla posta tutti i mesi a ritirare la pensione esponendosi al rischio di scippi. Vantaggi da free lance italiano nel 2011. Buttate via quel termometro: da domani, e per i prossimi cento anni, torno in pista.

Ma chi l’ha detto? Lo strano caso della sindrome del poligono sardo

Oggi corro il rischio di essere impopolare. Ma mi sono imbattuta in una faccenda assurda. Poi alla radio me la sono dovuta gestire camminando sulle uova e forse non mi è nemmeno riuscito. Ma insomma, è andata così.
Leggo sui giornali dell’aumento di casi di tumore e malformazioni fetali vicino a un poligono militare sardo. Siccome nei giorni scorsi abbiamo parlato di un caso analogo in Campania, studiato da tempo, decidiamo di parlare anche di questo. Leggo anche che sono stati trovati rifiuti con un livello di radioattività di cinque volte superiore alla norma. E vedo che online c’è un sacco di materiale e un sacco di articoli che lanciano l’allarme.

Chiamiamo l’epidemiologo che si è occupato del caso campano e ci dice che su quello sardo non esistono dati chiari. Non ci sono. Sento anche l’Istituto superiore di sanità: mi promettono di richiamarmi appena li trovano, ma non mi richiamano. Troviamo una del Cnr di Pisa che si è occupata delle analisi ambientali e che sembra essere l’unica con uno studio preciso e concluso su questa faccenda. I suoi dati sono pubblici e accetta l’intervista. Lo studio è stato eseguito su commissione della Nato: non posso non notare che, insomma, avrei preferito uno studio con un altro committente (di chi mi devo fidare?!). Lei però giura di non aver visto una lira e di aver lavorato con tecnici indipendenti. I suoi risultati mostrano che non ci sono tracce di inquinamento preoccupante. Non c’è radioattività anomala. Ma, conclude con tutto il suo buon senso, bisogna continuare a indagare e sicuramente dovranno arrivare anche gli epidemiologi a verificare questo presunto aumento dei casi di malattia. E’ smarrita di fronte alle mie domande indagatrici ma non può proprio affermare che laggiù ci sia più sporcizia che nel mio angolo di Roma. Non può: da scienziata non può.

Scopro che a fare le indagini sulla radioattività è un amico di famiglia. A volte, vedi, avere i genitori scienziati… Lo chiamo, mi dice che la mia mamma è proprio simpatica, anche se qui la mia mamma non c’entra niente, e poi si mette a ridere: i giornali hanno frainteso una sua dichiarazione. Macché radioattività cinque volte superiore alla norma… si tratta di una radioattività di cinque volte superiore a quella del fondo naturale presente in quella zona. Che è bassissima. Lui deve solo adeguare la certificazione alla normativa attuale, perché quella è roba smarrita chissà quanti anni fa dall’esercito. E i militari gli sono anche molto grati. Roba burocratica, insomma, niente di preoccupante per la salute di nessuno: “Noi sardi queste cose le sappiamo fare bene, non preoccupatevi voi a Roma…”. Ci salutiamo.

Intanto mi vedo un lungo reportage di Rainews24, un po’ allarmistico, che afferma l’aumento dei casi di malattia intervistando le famiglie delle vittime: “Perché dice che la malattia di sua figlia è legata alle attività del poligono militare?” “Eh, perché lei era sposata con uno di Perdasdefogu…” “E c’è un legame tra la sua malattia e le attività del poligono?” “Penso di sì…”. La signora soffre, non si può non sentire l’empatia. Ma avrei preferito che a parlare di cause di malattia fosse almeno un biologo. Poi c’è l’intervista al veterinario, l’intervista all’ex sindaco (che casualmente è pneumologo. Vabbè, anch’io sono medico, e allora?) e l’intervista a uno di un comitato cittadino. Finché non sento dire che sono aumentati certi tumori in modo allarmante, soprattutto “leucemie e linfonodi…”. E allora occhei, ditelo.

Se io mi permettessi di dire in diretta calcio di rigore invece di calcio d’angolo o se confondessi un pianoforte con una chitarra, un decreto legge con una legge quadro, un bot con un mutuo… Ma vi immaginate che casino succederebbe? E chi si fiderebbe, poi, della mia lettura della notizia di sport, di musica, di cronaca giudiziaria o di economia?

Oggi me la sono cavata con una pletora di sms che mi parlavano dell’amico morto giovane e gridavano contro gli scienziati corrotti. E una specie di strana lisciata su fb perché, al contrario, non mi ero fidata della scienziata e ho osato chiederle chi avesse commissionato il suo studio. Questo per dire che agli ascoltatori non va mai bene niente, ma sono attenti e partecipi. Probabilmente non si può dire lo stesso di chi ha letto gli articoli o di chi ha visto il reportage su questa storia, e si è bevuto acriticamente informazioni sbagliate e lacunose.

Quindi, cari colleghi non scientifici, mi metto a disposizione per consulenze metodologiche e lessicali su temi di carattere biomedico. In cambio, posso darvi un colpetto di telefono se un giorno mi toccasse parlare di sport, di musica, di cronaca giudiziaria o di economia?

(Ah, adesso vi chiederete se è vero o no che lì ci sono più malati a causa del poligono militare. La risposta è che per adesso non si può dire e che io proprio non lo so. Chi lo dice fa aneddotica. Ma prima o poi su questa aneddotica sarebbe meglio indagare. Meglio prima, grazie).