Archivio mensile:gennaio 2011

Julian Assange in farmacia: “l’ho letto sul giornale e mi sono ammalato”

Chiede di restare anonima perché non si sa mai. Intanto apre un cassetto sul fondo della sua libreria e ne tira fuori due grossi dossier bianchi. Uno è alto più di due dita, l’altro è la metà. Mi ero dimenticata di averceli, mi dice: me li aveva dati l’ufficio stampa di una grande ditta farmaceutica, per valutare la comunicazione su un certo farmaco che aveva appena lanciato sul mercato. Comunicazione in seguito ad azione proattiva mi avevano detto: cioè agenzie e articoli pubblicati da giornalisti che avevano partecipato a generose conferenze stampa, ricevendo cartelle stampa pronte per essere copiate, e probabilmente tutti schedati in un indirizzario che mi devono anche aver fatto vedere. L’indirizzario dei giornalisti amici? Sì, quelli il cui lavoro mi stavano chiedendo di valutare con occhio esterno.

E tu che cosa ne hai fatto? Che cosa vuoi che ne abbia fatto? Me li sono letti con gusto, ho compilato diligentemente la relazione per la ditta farmaceutica e non ne ho più voluto sapere. Della ditta farmaceutica, intendo: sono giovane e voglio continuare a lavorare, libera e squattrinata, come oggi. Non posso fermarmi qui: mi sento la Julian Assange della comunicazione della scienza (un po’ anche la Emil Kraepelin della blogosfera, ma lasciate perdere). Del resto, nessuno ha mai chiesto alla mia giovane collega di non mostrarli a nessuno, e lei ogni tanto li ha anche fatti vedere in giro.

Ma dentro che cosa c’è? Ci sono centinaia di articoli di tutti i tipo: lanci di agenzie, articoli di riviste, di quotidiani, articoli pubblicati in rete, cose per pubblici più o meno specialistici (ma quello che è in rete è disponibile a tutti, e il fatto che il sito si chiami dottorqualcosapuntoit è quasi un phishing: gli articoli pubblicati su questi siti fanno solo finta di essere scritti da medici per medici…). E di che parlano? Sono i primi quattro mesi di vita (sì, pochi mesi soltanto!) di un farmaco che allora era nuovo, anche se molto molto simile a un altro centinaio di altri farmaci già in commercio. Per cui bisognava spingere molto perché emergesse. Insomma: non era la novità del decennio in fatto di medicina, né era un salvavita, era il classico farmaco per la cura di una nonmalattia che serve a prevenire altre malattie. Tra l’altro, si fa presto a confondere le acque: il farmaco migliora la condizione di base (la nonmalattia), ma previene la vera malattia? Boh. Io non l’ho capito.

Vabbè, ma che male c’è a fare una rassegna stampa dopo aver pianificato una campagna stampa? Non fanno così anche gli istituti di ricerca pubblici? Forse niente, basta che anche noi sappiamo che funziona così. L’articolo sulla nuova terapia che hai appena letto sul giornale potrebbe essere nato dall’azione proattiva di un bravo ufficio stampa che ha organizzato una bella conferenza stampa in un posto molto figo, magari un po’ lontano da casa (insomma, bisogna passare la notte fuori. Ma tranquilli: basta chiedere una matrimoniale), forse a lato di un congresso medico in cui, per dovere di ospitalità, si organizzano sessioni parallele per i giornalisti e poi si consegna loro un bel po’ di materiale ben confezionato, con tanti nomi di accademici e primari e relativi virgolettati, e numeri facili da capire. Poi, per essere sicuri di aver fatto un buon investimento, si fa una bella rassegna stampa, rilegata in due faldoni bianchi come quelli che ha in mano la mia interlocutrice. Non c’è niente di male, è vero, sennò glieli avrebbero richiesti indietro. Allora non ci dev’essere nemmeno niente di male a raccontarlo in un blog.

Ma è sempre così? Non lo so, forse no. Però, sai, ci sono cose che a volte insospettiscono. Questi nomi di grandi studi clinici che si chiamano come i musei di arte moderna: tutti con acronimi facili da ricordare. Oppure questi grandi allarmi che boh: o sono del tipo grazie-al-cazzo o del tipo questa-poi. Alla fine, chi vende farmaci non lo fa per beneficienza e quando finanzia un congresso, una ricerca, uno studio pieno di lucine colorate, forse si aspetta un rientro. E noi giornalisti possiamo garantirlo, questo rientro? Garantirlo forse no, ma non deve essere un caso se gli studi che escono sulla stampa generalista sono i più citati nella letteratura medica. Intendo: il tuo medico ogni mattina compra e legge un quotidiano, poi si fa un po’ di giri in rete e magari a sera vede la tivvù. Le informazioni mediche che incontra così, in un modo o nell’altro, lo influenzano. E quando legge le tue analisi o quando va a disegnare il suo bel protocollo sperimentale tende a usarle. Tanto che in bibliografia gli articoli originali da cui sono nate quelle notizie compaiono più degli altri. Per non parlare dei pazienti, a cui vanno in pasto informazioni magari non false, ma difficili da gestire anche per noi che ci occupiamo di comunicazione. Ci sentiamo un po’ più malati, e tutto fa.
D’accordo, nemmeno stavolta la Julian Assange della comunicazione della scienza ha fatto il colpo della sua vita (non abbiamo detto che non c’è niente di male a esercitare un’azione proattiva sulla comunicazione della salute?) però spera almeno di aver dato un po’ di sveglia ai suoi amici. Come quelle due che, in due giorni, le hanno detto di aver letto su internet di avere malattie gravissime…

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Non avete anche voi il sospetto che il razzismo sia da sfigati?

Lo faccio o non lo faccio? Ma sì, lo faccio. Chiedo aiuto da qui. Sto cercando di capire se è vero che essere razzisti, omofobi, maschilisti, e tutto quello che vi viene in mente di più abietto e irritante, porti a una maggiore povertà. Cioè: è facile dire che razzisti, omofobi e maschilisti sono più spesso persone che magari hanno studiato poco e che vivono in situazioni marginali, quindi che le loro chiusure siano conseguenza di un qualche tipo di povertà, spesso economica… (adesso mi viene anche il terribile sospetto che invece non sia così, ma fermiamoci). Quello che vorrei capire è se razzismo, omofobia e maschilismo non siano anche causa di povertà. Se si possa dire che, semplicemente, non conviene. Qualcuno ha qualche dato un po’ serio, al di là delle chiacchere, sulla faccenda? Una correlazione scientifica presentabile in pubblico?

Sull’omofobia ho trovato questo, dell’ottima Irene Tinagli, e basta. Sul razzismo trovo tanti dati relativi all’integrazione e alla ricchezza prodotta dagli immigrati, un po’ generici. Sul maschilismo mi hanno passato cose grottesche su mestruazioni e altre amenità, ma poco incisive. Possibile che non si riesca a disegnare un quadro sensato? Poi magari scoprirò che mi sbaglio: che si può attraversare la vita da stronzi senza nemmeno rimetterci un soldo. Ma stasera sono ottimista. Così ottimista che vi chiedo di aiutarmi con questo post.

(Ah: potete anche scrivermi via mail, eh.
Questa precisazione mi serve soprattutto perché se non avrò commenti al post voi potrete farvi rodere dal dubbio che io sia stata sommersa da generosi spunti sul tema nella mia posta privata)
(che, lo sento, stanno già arrivando).

Kollegato lavoro: tutto il resto è noia

Conosco gente che non ci dorme la notte. E anch’io ho avuto i miei problemi. La facciamo o no, la lettera? Io sì: non posso pensare di essere stata dieci anni in Rai e di veder cancellato il mio passato così, da un momento all’altro. Io no: sono fuori contratto e ho paura che non mi richiamino più. Io sì: è una lettera con cui difendo un mio diritto, non posso averne paura. Io no: non ho nessuna intenzione di diventare un dipendente Rai, se anche ce ne fosse la possibilità.

Da settimane le sento in bocca a tutti i miei colleghi atipici Rai (una marea) e tutti i miei amici con forme di lavoro strane per ospedali e aziende varie. Tutta gente con le spalle al muro, che, grazie a una norma chiamata collegato lavoro (roba legata alla Finanziaria, e che comunque nessuno di noi ha veramente capito fino in fondo) da domani sarà vittima di un’enorme sanatoria e perderà molti dei suoi diritti sul lavoro. Da domani, cioè, se andasse dal giudice per farsi riconoscere la natura subordinata del proprio lavoro (cioè per farsi assumere da un’azienda che da anni lo fa campare a contrattini di vario tipo) potrà far valere solo l’ultimo contratto e non i precedenti. Essere lì da dieci anni o da due significherà la stessa cosa: avere pochissime possibilità di vincere la causa. C’è una sola scappatoia: spedire (oggi) all’azienda una lettera in cui preannuncia l’intenzione, forse, di pensare alla possibilità (… la cautela non è mai troppa) di fare causa entro nove mesi. Entro nove mesi. Grazie. E se intanto l’azienda mi lascia a casa?

Conosco gente che non ci dorme di notte e gente che non parla d’altro. E fino a oggi (e forse ancora oggi, chissà) ogni ora era buona per fare una telefonata a un sindacalista, a un avvocato, a un commercialista, a un collega che ha capito. E poi tutti hanno parlato con l’amico dell’amico, con il principe del foro, con quello che ha difeso il grande giornalista, con l’uomo di fiducia dell’ex viceministro. A me è sembrato che, dopo l’attenzione spasmodica alle vicende di Ruby, fosse il fenomeno del momento. Cioè: poi magari verrà fuori che è una norma anticostituzionale e ci rilasseremo tutti. Ma la scadenza del 23 gennaio (domenica) ha scatenato gli animi e le paure più intime di chi, a quarant’anni, magari si è pure messo a far figlioli o ha ancora voglia di parlare di diritti e dignità.

Intanto non vedi uno spot in tivvù, di quelli col bollino del ministero, non ne vedi menzione sui giornali (anzi sì: a due giorni dalla scadenza), non ci sono state assemblee né volantinaggi di warning. Così si va avanti a passaparola, a poche ore dalla scadenza dei termini. Ieri sera ne ho informato un amico che lavora a partita Iva da anni per un unico cliente (lo stesso che gli chiese di aprire la partita Iva, appunto). E nei giorni scorsi ho spiegato tutta la faccenda ad alcuni colleghi, un po’ più anziani di me, che giustamente non si erano nemmeno posti il problema e che sebbene giornalisti non erano incappati in nessuna informazione a riguardo. Cioè: c’è chi non ci dorme di notte e chi, magari un po’ più periferico, si sveglierà domani con la bella sorpresa di un termine scaduto per sempre.

Ora, non è per sprofondare nel pessimismo cosmico. Ma a volte ho la sensazione che, insomma, nemmeno troppo irragionevomente si cerchi di fare piazza pulita. Una roba tipo… Signori, abbiamo fatto casino: in questo paese, per come lavoriamo, per i soldi che ci sono, per le speranze e il futuro che ha, non c’è posto per tutti. Dobbiamo sacrificare qualcuno e poi forse ricominciare. I cinquanta – sessantenni no, ché quella è gente potente e poi son loro che comandano, più o meno da quando hanno vent’anni. I ventenni son troppo piccini: che razza di sacrificio è? Facciamolo con chi ha trenta – quarant’anni e non si è inserito (per qualsiasi ragione) nel mercato-del-lavoro-che-conta. Se la metà di loro, domani, emigrasse alle Antille, qui staremmo più larghi, ci sarebbe più posto negli asili nido, un computer per tutti sulle scrivanie pubbliche, un po’ più di soldi e un bel problema in meno. E allora, per esempio, facciamo un bel collegatolavoro. Che poi è molto simile a uno scollegatodisoccupazione, ma tanto non se ne accorge nessuno.

Cronache sudamericane – 2: Il mio Bsas horror tour

Primo giorno a Buenos Aires: Victor, che mi ospita per questa settimana, prende la macchina e mi porta verso nord (credo che sia nord, non mettiamoci a discutere). Si perde per le strade intorno al Parco Zoologico, poi imbocca una tangenziale, fa un po’ di giri sotto al sole del pomeriggio estivo. Poi mi dice: Ti porto all’Esma.
L’Esma: la scuola di meccanica della marina militare, cioè il centro di formazione degli ufficiali della marina argentina, che durante la dittatura militare fu trasformata nel più grande centro di detenzione e tortura degli avversari politici. L’ho letto, ho studiato. Cinquemila persone sono passate da qui, in catene, e la maggior parte di loro è scomparsa nel nulla.
Il governo Kirchner ha dato tutti i suoi edifici ad associazioni e fondazioni per la conservazione della memoria. Ma Victor ci passa accanto e non mi fa fermare: oggi, dentro questi edifici non c’è ancora niente, mi dice. Poi arriviamo al casino degli ufficiali, ci affacciamo e troviamo che qualcuno c’è: un signore coi baffi, piccolo e paffuto, una guida, con le chiavi in mano, pronta a chiudere baracca e a tornare a casa. Alza le spalle. Solo perché è italiana, spiega a Victor indicandomi. Rimette le chiavi in tasca e comincia così il nostro horror tour.

È la peggior versione che uno si possa immaginare di una casa di Barbablù in mattoni e parquet, quella dove il mostro viveva la sua vita agiata custodendo in uno sgabuzzino i cadaveri delle mogli. All’Esma abitava Rubén Jacinto Chamorro con la famigliola, e un sacco di altra gente: si vedono ancora la cucina, le stanze con la carta da parati e la moquette come andava negli anni settanta, le masserizie borghesi e le finestre sul giardino con i giochi dei bimbi. Accanto, separate da un tramezzo, le stanze dove venivano trascinati i prigionieri legati e poi venivano torturati. La scala coi gradini sbrecciati dalle catene vicino alla sala per le conferenze: gli ammenicoli di una vita ordinata e i dormitori per gli ufficiali e, sopra, le soffitte dove si tenevano i prigionieri incappuciati per giorni, prima di buttarli (vivi) nel Rio de la Plata. Ci sono anche le stanze doveva facevano partorire le prigioniere incinte prima di ucciderle e di prelevarne i figli al primo vagito, come bottini di guerra.
La guida ha gli occhi lucidi, ogni tanto alza un indice e spiega: qui tutti sapevano e tutti facevano finta di niente. Se tutti hanno la coscienza almeno un po’ sporca, nessuno denuncia.
Nella sala parto dell’edificio ci racconta di aver portato in visita un ragazzo, una volta, che voleva soltanto vedere quella stanza e nient’altro. Era nato lì, sua madre era desaparecida e lui era stato poi ritrovato dalla nonna. Per due ore il ragazzo è rimasto a piangere accucciato sul pavimento. Quanti anni aveva? Faccio io, anche se mi immagino la risposta. Trentadue, trentatré. Era nato nell’estate del 1977, tipo.

Poi le modifiche fatte all’edificio perché non corrispondesse alle testimonianze dei sopravvissuti, le impronte delle catene sui muri e delle manette lungo i corrimano. Le manate disperate sulle pareti, i segni delle dita sudicie che si aggrappano a ogni spigolo. E poi i tramezzi ammuffiti e qualche disegno di speranza sui muri.
La guida, la voce acuta, li chiama los chicos, i ragazzi. Qualcuno è sopravvissuto, ci dice leggendone ad alta voce le testimonianze. Ogni tanto sentiamo un aereo che ci passa sulla testa e le nostre voci si fermano, sospese. Poi ricominciamo a camminare, passando più volte dalle stanze delle torture agli appartamenti con la moquette maron e le pareti grigiastre, sempre con quel puzzo di edificio vecchio e umido che avevano certe stanze in disuso delle mie scuole da bambina.
Il dettaglio fuori luogo: ognivolta che ci spostiamo da una stanza alla successiva, Victor e la guida mi aprono la porta e mi fanno passare avanti. Che strana galanteria.
Poi rimontiamo in macchina. Victor mi vuole portare al monumento per le vittime della dittatura e là indica i nomi uno a uno: ne conosce almeno cinquanta, tra i settemila che sono lì. C’è anche un Benci, davanti al Rio de la Plata.

Tutto questo, però, sulle mie tre guide non è descritto. Allora, a sera, uscendo coi ragazzi della mia età di Buenos Aires provo a parlarne. Una prima volta mi va male. Forse anch’io farei così: è roba vecchia, di quando eravamo in fasce, ed è roba che descrive il momento peggiore del paese dove vivo. Vai su Youtube, dai, metti un videoclip. La seconda mi va meglio e parliamo a lungo del nostro coetaneo aggrappato al pavimento della stanza dove era nato. Ma i miei interlocutori non sono netti come me nel sostenere che sia stato sacrosanto strapparlo dalla vita di menzogne che gli avevano costruito intorno, una vita in cui l’hanno obbligato ad amare gli assassini dei suoi genitori e a chiamarli mamma e papà. All’Esma non ci sono mai stati, ma nemmeno io alle Fosse Ardeatine, del resto. O forse è solo che ognuno si fa i suoi horror tour lontano da casa, chissà. Torniamo su Youtube, dai.

(Hai fatto le foto, sbé? Sì, le ho fatte. Sono dentro alla macchina fotografica che mi hanno rubato. Ma tranquilli: mi sta passando, sì).

Cronache sudamericane – 1: come mi rubarono la macchina fotografica

Non sono la prima e non sarò di certo nemmeno l’ultima. Ma quando mi han rubato la macchina fotografica, strappandomela dal collo, in una strada d’accesso al quartiere di San Telmo mi sono sentita proprio stupida. E poi mi sono spaventata, cavolo. Mi sono scoperta vulnerabile, io che cammino spavalda verso una cervecita solitaria nel caldo tramonto di Buenos Aires. Perché a me piace proprio camminare da sola per le città che non conosco. Trotterello, penso, canticchio, osservo, faccio programmi, programmi, programmi. E fotografo, fotografo, fotografo.

Cretina. Se fotografi si vede che hai una macchina fotografica. Poi la puoi anche mettere in una borsina a tracolla di stoffa colorata, un portaocchiali praticamente, che il tuo babbo ti ha detto essere furbissima perché nessuno si immagina che possa contenere una macchina fotografica. Però se la prendi e la rimetti a posto di continuo, per fotografare qualsiasi bischerata ti capiti accanto, l’immaginazione non serve proprio. Così due ragazzini senza fantasia han preso a seguirmi. Erano strade un po’ inculate, a dire il vero, e a un certo punto sono rimasta sola, sola questi due alle spalle. E fotografavo, fotografavo, fotografavo.

Scema. Me ne sono anche accorta, ma ho pensato che fossero due ragazzini veri, di quelli che tirano calci ai tappini per strada, quasi una compagnia piacevole. E l’ultimo lacerto di istinto materno è rimasto lì. Lì quando mi hanno accostato dicendosi qualcosa, quando d’istinto ho schiacciato la borsina della macchina fotografica tra braccio e torace, e quando ho sentito la mano di uno dei due che ne afferrava il fondo e me lo strappava via.
Un istante prima avevo pensato:
1. mi conviene tenere lo zaino dietro (che chiunque può aprire mentre faccio foto) o davanti (dove possono strapparmelo con facilità)?
2. mi conviene tenere la camera nello zaino (così se mi rubano lo zaino si prendono anche quella) o tenerla a tracolla (così me la prendono in un attimo)?
Forse l’unica cosa che mi sarebbe convenuta davvero era evitare le stradine inculate.
Nel giro di mezzo secondo mi sono trovata a correre come una disperata, con gli zoccoli e lo zaino ballonzolante sulla schiena, su un acciottolato in salita. Ho fatto due isolati alla Abebe Bikila, praticamente a piedi nudi, mentre i ragazzini sgusciavano tra le macchine e filavano come il vento. Intanto urlavo e urlavo (chissà che cosa e chissà in che lingua) e qualcuno ha anche provato a bloccarli tirando una pedata uno dei due. Poi un tipo inglese mi ha fermato, mi ha calmato e mi ha accompagnato da un poliziotto.

Deficiente. Ho aspettato un’ora per fare denuncia in un commissariato da film di Almodovar, con una grossa pala cigolante sul soffitto, un poliziotto indolente e una torma di gente con bambini in attesa serafica sotto alle foto dei poliziotti caduti in servizio. Mentre guardavo il ciccione in divisa, mi sono anche ricordata che a me la polizia argentina faceva un po’ paura, almeno teoricamente. Ma ero troppo presa dalla necessità di fare una faccia normale, come se fossi abituata a passare del tempo nei commissariati sudamericani.
Poi, a sera, due ragazzi argentini m’han detto che sono anche stata fortunata, perché la polizia non mi ha chiesto niente (intendendo soldi, presumo). E soprattutto una dei due mi ha raccontato che a lei avevano appena rubato uno smartphone mentre stava telefonando, proprio lì, nello stesso quartiere. Ah: esaminando attentamente la questione ci sono altre ragioni per cui posso dirmi fortunata. Tipo: i ragazzini non mi han preso lo zaino, i ragazzini non mi hanno fatto cadere e non mi sono fatta male, nella macchina fotografica c’erano le foto di tre giorni soltanto di vacanza. Intanto loro la mia macchinetta la butteranno via, perché è vecchia, ammaccata e non ha il caricabatterie. Che culo, eh.

Il giorno dopo ne ho comprato un’altra. Uguale alla vecchia, solo di un altro colore (l’unico che c’era) e con uno zoom un po’ più potente. Ho fatto come quei proprietari di cani che si prendono un cucciolo nuovo dopo la dipartita del vecchio Fido, il più simile possibile a lui. Sempre meglio di quelli che, morto un cane, non ne vogliono più perché si soffre troppo. Beh, ho sofferto, ma adesso ho uno zoom 5 x, con una macchinetta microscopica che si infila anche in un portaocchiali.