Archivio mensile:dicembre 2013

Cronache da un pronto soccorso ostetrico: ho il camice bianco, ma non sono un medico

È mattina presto. La mia amica incinta mi chiama e mi fa: «è dalle quattro di notte che sento contrazioni: ho preso il tempo e sono regolari. Mi accompagni al pronto soccorso ostetrico?».
Ah. Beh. Sì, certo, aspetta, eccomi, dunque. Ci sono.
Il padre non è nei paraggi: per questo lei ha chiamato me. Sono una specie di padre in seconda. Non dobbiamo mica stare a spiegarlo in giro.
Mi vesto di corsa e in un attimo sono con lei al pronto soccorso. Ostetrico.
È mattina presto, dicevo, tipo le otto e mezza, nove. Non sono tanto lucida. Ho la sua borsa in mano (una delle sue borse) e una faccia che avrebbe ancora tanto sonno. Al pronto soccorso ostetrico invece sembrano tutti svegli da sempre. Passano un sacco di donne in vestaglia e di uomini in tuta. Ciabatte. Io cerco di darmi un tono e cammino dritta accanto alla mia gravida, simulando un’aria efficiente e serena. Persino elegante, mi pare.
Poi la vedo scomparire risucchiata da una porta automatica, lei e quell’enorme pancione. E rimango sola in sala d’aspetto.

Sonnolenza. Leggo tutti i manifesti sul percorso-maternità. Un salto al bagno. Una telefonata di lavoro. Qualche momento di osservazione del mondo. La posta elettronica. Non ho comprato il giornale, accidenti. Un’altra telefonata. Una mail importante. Un po’ di facebook.
È passata più di un’ora e della mia amica non ho notizie.
In compenso, nel frattempo mi sono svegliata.
E realizzo: è passata più di un’ora?!
Il padre non saprei come raggiungerlo, dei genitori dell’amica non ho i numeri di telefono, e nemmeno del fratello, degli amici in comune boh, ma poi che cosa possono fare? Vado di elenco telefonico? Provo con un amico di Facebook?
Che cacchio ci faccio in un pronto soccorso ostetrico a quest’ora del mattino senza notizie della mia amica gravida?!
Si apre la porta che l’aveva risucchiata. Mi affaccio e timidamente chiedo: «mi scusi, la mia amica è entrata da più di un’ora e…».
«Se è dentro da tanto un motivo ci sarà!». Cazzo.
«Ecco, mi stavo giusto chiedendo quale fosse questo motivo perché…». La porta si chiude. Cazzobis.

Ho una visione: l’amica che partorisce e io bollata per sempre come la zia che non fu capace nemmeno di fare una telefonata e che mi fece nascere in solitudine senza papà vicino vicino vicino.
Inaccettabile.
Mi giro, mi guardo freneticamente intorno. Non serve a niente, ma mi fa credere di essere in grado di superare il momento.
Mi giro di nuovo, le falde nere del cappotto si sollevano e sembrano le ali di una manta: ganzo. Manta, mantello… vedi. Ma non deconcentriamoci. È passata più di un’ora. E non ho fatto niente. Niente.
Poi, si avvicina una rassicurante signora in camice bianco.
Mi sorride.
E mi fa: «buongiorno, lei è incinta?».
Ma porcaputt…
No, le spiego. Io no.
È la mia amica, tipo alla (ci provo) trentasettesima settimana (fatti i conti in fretta: plausibile, sì). È dentro da più di un’ora e tutto quello che so fare è girarmi nel cappotto pensando alle ali nere di una manta. Lei ha mica notizie della mia amica? Del padre, dei nonni, di qualcuno più adatto di me a sostenere questo momento? E di più necessario, soprattutto.

Lei, tranquilla, comincia a farmi un sacco di domande. Troppe, un po’ del genere cacchi nostri.
Poi mi dice di aver visto la mia amica dentro («una ragazza castana con una grande pancia?»), intera, sana, tranquilla. E mi dice che sta facendo un monitoraggio. Allora io respiro, recupero la mia faccia di piombo, dimentico il momento di panico da inadeguatezza e, sbruffona, le dico «ma quindi sta facendo una cardiotocografia?». In questo a significare: «sappia che non sta parlando con l’ultima fessa del pianeta: ho studiato medicina e se fossi stata un po’ più coraggiosa adesso, qui, a discutere di distocie coi padri in seconda ci sarei io. Ecco».
Lei, sorprendentemente, mi guarda con la faccia della cernia. E mi risponde: «non lo so».
Insisto: «ma che succede adesso, dopo la CARDIOTOCOGRAFIA?». Parte la supercazzola a tutta birra: «potrebbe partorire, potrebbe non partorire: potrebbe partorire con un cesareo, che però certo semmai, la naturalità… oppure potrebbe avere un travaglio che poi…».
Cernia, penso tra me e me: che cacchio stai dicendo?
È chiaro che la mia amica ha una gran pancia: ti ho detto che è alla trentasettesima settimana. Ed è chiaro che potrebbe partorire: è alla trentasettesima settimana + stanotte ha avuto le contrazioni, e regolari. Voglio solo sapere se quel pesciolino di due chili e mezzo (quasi tre) ce lo scodella adesso o se lo terrà nel suo acquario un altro po’ e uscirà da qui sulle sue gambe per portarmi a fare colazione. Ho anche fame.
Cernia sorride e pronuncia la seguente frase: «sa, di gravidanze ne ho viste tante ma non sono un medico…».
Non sei un medico?! Ma hai il camice bianco! Fammi capire: qui l’unico medico tra noi due sono io, col mio cappotto nero da manta? E tu col camice bianco chi sei? CHI DIAVOLO SEI?!
Non glielo grido come dovrei, ma credo che mi si legga in faccia.

È un attimo. Mi molla lì e si gira di scatto.
Zompa su un’altra tizia smarrita appena arrivata in questo pronto soccorso ostetrico. E ricomincia da: «buongiorno, lei è incinta?».
Così io riesco a leggere la scritta sul cartellino appeso alla tasca del camice bianco.
Il nome non ve lo dico. Ma la seconda riga sì. C’è scritto una cosa tipo Mi-faccio-i-cacchi-tuoi PER LA VITA. Per la vita: cioè per far nascere i bambini (tutto il resto non vive abbastanza, in certi contesti).
E adesso ditemi come interpretate la prima domanda che mi ha fatto, e che ha fatto alla tizia smarrita arrivata dopo di me.

Pronto soccorso ostetrico, ospedale pubblico di una grande città italiana.

 

(L’emergenza si è risolta bene. Il bimbo nascerà con il padre accanto, e io sarò per sempre zia Silvia e basta).

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Oggi al Senato: la scienza incontra la politica e viceversa. Prove di dialogo, riuscite

(Scrivo questo post dopo aver consegnato un articolo serio che racconta la stessa cosa).

Stamani a Roma è successa una di quelle cose che in altri paesi è del tutto normale, cioè un gruppo di scienziati è entrato al Senato con una presentazione in Power Point e ha parlato di scienza. Invece da noi questo fa notizia, perché è la prima volta e suona strano, e comunque c’è sempre qualcuno che critica perché non è così che il paese cambia.
Forse, forse è vero. Intanto ci siamo trovati lì, in un centinaio di persone invitate dalla Commissione Sanità, tutte evidentemente abbastanza nuove dei cerimoniali della politica da sorridere delle cravatte intorno al collo dei colleghi maschi, e a farci fotografie con sfondo boiserie di nascosto dai serissimi commessi.
C’erano i politici (Giorgio Napolitano e Piero Grasso, per dirne due a caso), gli scienziati (biomedici e fisici), gli scienziati-e-politici (Elena Cattaneo, promotrice della giornata), giuristi-economisti-filosofi (ma non chiamateli umanisti: lì anche chi parlava di diritto si è riferito alle scienze giuridiche), e un allegro manipolo di giornalisti scientifici abbastanza divertiti e quasi emozionati, come una scolaresca cresciutella.
Siamo stati insieme dalle 09.00 (per i più eccitati, come la sottoscritta) alle 15.00 (per i più testardi, come la sottoscritta). E, onestamente, la sottoscritta si è divertita un sacco.

Va bene, a dirla tutta alcune delle presentazioni dei nostri scienziati sono state noiose, ma noiose, noiose come solo uno scienziato italiano sa essere in pubblico. E alcune erano anche mal impostate, roba da chiedersi se i nostri scienziati non abbiano amici normali a cui sottoporre le proprie relazioni prima di andare a parlare di fronte a una platea di non-scienziati. Però si capivano tutte ed erano tutte presentate con entusiasmo e passione. È poi vero che lo scienziato italiano ha l’inelegante tendenza a chiedere soldi per sé, per quel che fa, e a proporre la propria ricerca con accanto il piattino, ma lo trovo abbastanza comprensibile e non credo di poterlo biasimare.
Insomma, alla fine si capiva: ragazzi, si capiva perché fossimo lì.
Tra gli scienziati c’è stato chi ha concluso lanciando appelli precisi alla politica (mi pare di capire che questi scienziati italiani chiedano regole di reclutamento, controllo, valutazione, e finanziamento della ricerca chiare e in linea con gli standard internazionali, mi pare). C’è stato chi ha raccontato che cosa succede a casa propria e chi è partito dall’ABC delle proprie ricerche. A volte forse qualcuno ha interpretato male la propria missione. In generale, hanno funzionato. Cioè: Napolitano ha ascoltato con attenzione (e non si è distratto come la solita sottoscritta, continuamente a mandare sms e a postare cose sui social network per raccontare agli amici omamma che emozione!). E che ascoltasse Napolitano, con gli altri politici, era il reale obiettivo del gioco.

Ora, dicevo: non so davvero se questo cambi il paese. Possiamo divertirci con tutti i nostri sofismi sull’allocazione delle risorse e sulla miopia di certi sistemi italiani, sempre avviluppati sulla loro dialettica barocca. Ma mi pare che, se il tentativo, di questo e dei prossimi simili incontri, è quello di inaugurare un sistema per cui lo scienziato racconta al politico che cosa sta facendo coi soldi pubblici e quali sono le idee che ci stanno dietro, il tentativo possa riuscire. O che comunque vada incoraggiato.
Aspettate, mi pare di sentirli i soliti gufi: staremo a vedere che cosa cambia davvero... Eccerto che staremo a vedere: è il nostro mestiere. Di sicuro, però, non me la sentirò più tanto di dire che nei palazzi della politica non ascoltano la scienza. Qualcuno ha ascoltato, qualcuno ascolterà, qualcuno (tra gli scienziati) dovrà chiedersi come farsi ascoltare e poi anche capire, qualcun’altro dovrà scoprire come trasformare questo dialogo in qualcosa di buono per tutti. Ma ci si proverà. Parola di Napolitano, “questo sforzo continuerà per l’accanimento personale di qualcuno, un accanimento che ci fa molto bene…”. E questo qualcuno era probabilmente Elena Cattaneo, protagonista della giornata e ben sorridente dall’inizio alla fine.
Io, intanto, ho maturato un’opinione sorprendentemente buona del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che le ha cantate chiare e giuste, mentre noi ci guardavamo stupefatti e ci scrivevamo sms dal seguente contenuto: ma davvero è berlusconiana? risposta: no, adesso è alfaniana... contropensiero: beh, sticazzi. Brava.
E riecco i gufi: sì ma poi, nei fatti… perché è facile compiacere platee come la vostra… Forse è vero. Intanto di fronte a duecento orecchie quelle parole le ha dette, e belle forti. Cioè: pensavo peggio, davvero pensavo peggio. Poi uno si ricorda di un paio di vicende intorno al caso Stamina e anche del fatto che alfaniana?! Beh, sticazzi: qui è stata brava! della Lorenzin ce lo eravamo già detti.

Infine. Dopo la sei-ore-sei (senza manco un bicchiere d’acqua: lo dico per chi è già pronto a chiamarci kasta!1!), la Cattaneo ci ha portato a vedere il Senato e il suo banchino in prima fila, coi tasti per votare e tutta la geometria complicata della sala. Bene, ci ha detto che il Senato italiano è organizzato benissimo, sono tutti efficienti, puntuali, precisi, rispettosi delle regole, attenti alle esigenze di tutti. E quindi: sono dovuta venire a Roma per trovare la Svizzera!
Magari domani tornerò a essere la solita rompicoglioni lagnosa di sempre, ma oggi pomeriggio me ne sono venuta a casa un po’ più allegra. E ho aspettato l’autobus insieme ai turisti stranieri, sotto al sole tiepido e col cappotto aperto, senza sentirmi in difetto perché sono nata, vivo e lavoro in questo disgraziato paese qui.

(nella foto sotto due partecipanti all’incontro di stamani, fotografate da un terzo, all’insaputa dei commessi del Senato. Le altre foto sono tutte più o meno così, ma con meno giovanile sfacciataggine, perché non ci avevano ancora rimproverato per l’infrazione al protocollo).

 

Perché non sono voluta andare alle Iene a parlare di Stamina

Dopo la pubblicazione delle dieci domande alle Iene*, scritte da sei giornalisti scientifici (me compresa) su blog e giornali online, le Iene hanno cominciato a propormi un’intervista.
Ora, in realtà due giorni dopo la pubblicazione di quelle domande c’è stata la conferenza stampa della Stamina Foundation: in quella occasione ho preso la parola e ho posto alcune domande a presidente e vicepresidente della fondazione. Come è mio vezzo, mi sono addentrata nel tecnico e ho chiesto cose molto dettagliate dal punto di vista scientifico (tipo un’immunoistochimica, sai mai) o clinico (tipo una precisazione su alcune malattie che erano state elencate tra le curabili con il metodo Stamina), ma non ritenendo di aver ricevuto risposte soddisfacenti, e onestamente senza aver capito bene quale altro tipo di risposte avrei invece potuto ricevere, l’ho chiusa lì. Ho anche pensato che fosse arrivato il momento di smettere di dare credito, quantomeno scientifico, a una storia che di scientifico non ha più molto. Ho pensato che forse adesso è ora che se ne occupino i colleghi della cronaca, o della giudiziaria. E quindi non ne ho scritto.
Perciò la coincidenza temporale tra le dieci domande e la figura della furbetta in conferenza stampa non mi permette di ricostruire il trigger che ha scatenato le Iene a proporre un’intervista proprio a me.

Proprio a me, nel senso che non voglio fare la finta modesta: ho scritto un’articolessa di tutto rispetto per le Scienze di ottobre, poi (poco prima delle dieci domande) ho pubblicato un altro infinito articolo di riflessione su Strade online, con cui ha fatto un paio di decine di migliaia di contatti in una settimana (e il giornale era nuovo nuovo). Però in tanti altri se ne sono occupati e in tanti lo hanno fatto davvero molto bene.
Qui vi precedo: sì, hanno anche sentito gli scienziati ma, insomma, ecco, i nostri scienziati sono stati un po’ presi nel sacco (omissis) e poi non c’è niente di male se si invitano i giornalisti scientifici che in fondo di mestiere osservano la scienza in questo mondo, e sono anche parecchio più bravi in tv.

Comunque sia andata, e qualunque sia stata la motivazione per pescare proprio me tra i tanti, dopo un mese di telefonate con le Iene, di mail e di discussioni, ho deciso di dire loro di no. Non andrò da loro a raccontare perché penso che la vicenda Stamina sia una storia ben diversa da quella passata in tv, cioè una storia di malati traditi dal sistema sanitario nazionale e di una terapia miracolosa che potrebbe guarire tutti se solo il ministro accettasse di pagarla con le nostre tasse.
Attenzione: telefonate, mail e discussioni con le Iene sono state tutte cordiali e persino amichevoli. In un certo senso, siamo quasi colleghi. E so bene anch’io come funzionano certe cose e persino su che cosa si basino certe scelte (per esempio, quelle legate a un’ospitata in tv: non prendiamoci in giro).

Ho scelto di dire loro di no per una serie di ragioni che voglio elencare qui prima della puntata di stasera, che è l’ultima della serie delle Iene.
Intanto questa: è l’ultima della serie. Mi sono chiesta se, andando, non avrei dato loro modo di parlare anche stasera di Stamina. Perché non condivido affatto il modo con cui lo hanno fatto e non avrei proprio voluto essere la pedina che permette loro di avere qualche motivo per tornare sul tema. Mi spiego: se stasera non ci sarà niente su Stamina mi prenderò il mio momento di presunzione e penserò che un po’ è anche merito mio. Il mio successo, qui, sta nel silenzio. E vediamo.
Del resto, come ho scritto in un secondo articolo su Strade, il mio proverbiale ottimismo è tornato a galla e mi ha portato a pensare che, forse, la questione sia davvero agli sgoccioli. Almeno dal punto di vista mediatico (e anche un po’ grazie al fatto che questa è l’ultima puntata della serie delle Iene). Adesso davvero se ne occupino i colleghi della cronaca, e lo facciano in caso di notizie per i loro denti, come questa.
Poi, proprio all’ultima puntata avrei forse permesso alle Iene di dire “vedete, ascoltiamo tutte le campane!”, con me nel ruolo della campana.
Ma io, come ho già detto e ridetto, non credo che esistano due campane, di certo non su temi in cui esiste chi ha competenza e chi, semplicemente, non ce l’ha.

Infine una questione un po’ più meschina, ma dal mio punto di vista molto importante.
Io sono una freelance: non sono nemmeno iscritta all’ordine dei giornalisti, non ho nessuna copertura legale e sono consapevole di avere una propensione pericolosa a comportarmi da Giovanna d’Arco. Perché espormi tanto?
Alcune mie colleghe (donne, e anche qui non facciamo i finti tonti) hanno ricevuto insulti, offese e persino qualche spintone: tutti noi che ci siamo occupati della vicenda ci siamo sentiti chiamare venduti, siamo stati accusati di crudeltà, insensibilità, ottusità, e ci siamo sentiti augurare brutti mali, anche a suon di grida in faccia. Perché dovrei rischiare, oltre a tutto questo, anche una querela? O perché dovrei rischiare un montaggio non proprio del tutto rispettoso del mio pensiero?

Per qualche attimo mi sono poi ricordata che il pubblico, il pubblico potrebbe anche avere qualcosa dalle mie parole. Che non sono snob, io: sono stata educata a pensare al rispetto di tutti i pubblici. Sono una democratica, diamine. Mi hanno anche insegnato a prendermi la reponsabilità delle mie azioni e io di azioni qui ne ho fatte, eccome.
Per cui in certi momenti ho anche vacillato e sono anche stata lì per pensare: va bene, vado e parlo onestamente, dopo aver studiato un po’ come farmi capire. E mi è toccato sentirmi dire: ah, ma capisco che sia lusinghiero andare in tv di fronte a milioni di persone a far vedere quanto sei carina e quanto sai parlare bene… Come se non avessi già messo la faccia in tv e sperimentato di conseguenza stalker e persecutori di vario ordine e grado: proprio una bella soddisfazione, sì.
Solo che se lo fai per lavoro, e hai i tuoi margini di creatività e il sapore di una crescita professionale, lo stalker lo consideri un effetto collaterale trascurabile e sai che tutti i lavori ne hanno. Insomma: pazienza, vi farò ridere raccontandoveli una sera che ceneremo insieme. Ma se ti ci trovi per aver risposto in maniera incauta, in un momento di difficoltà, dopo una telefonata da un’ora con una Iena, capisci che invece di fare la Giovanna d’Arco stai di nuovo facendo il San Sebastiano.
E allora no che non ci sto più.

 

* No, mai ricevuto risposta. E sì: anche questo ha influito sulla mia scelta.