Archivio mensile:novembre 2013

Va’ avanti tu che a me viene da ridere: chi è che deve difendere la scienza?

Che poi una si trova a fare la giustiziera della notte.
E sono tutti lì, gente simpatica ma mai conosciuta di persona, a incitarti e a dirti: pensaci tu, vedi che cretinata, diglielo che cos’è un xxx! Tutti, tanti, via mail o sui social network.
Si riferiscono ad articoli un po’ zoppicanti, a roba che passa in tv priva di qualsiasi logica, a blog fuffari ma molto ben incorniciati. Tutto materiale giornalistico che tratta la scienza con la canna da pesca, un po’ a distanza e con un vago senso di livore: la scienza, che roba strana.
A volte gli autori, i giornalisti, sono anche amici miei, per cui mi imbarazzo pure.
A volte fanno errori persino in buona fede: unità di misura scazzate, parole confuse che trasferiscono interi ambiti lessicali su ambiti della ricerca diversi da quelli originari con effetti grotteschi, logiche che saltano, non sequitur ingenui… Su quelli in malafede, c’è poco da dire: esempi presi per dimostrare tesi strampalate, incomprensibili endorsement a comprensibili ciarlatani, fonti minoritarie e scienziati da garage…
E io lì, col vezzo di fare la ritrosa e a far notare ai miei scientisti* che non mi si può chiedere di parlare male dei colleghi. E che comunque anche gli scienziati hanno le loro sante colpe in tutta questa confusione (argomento che serve a sollevare la polvere mentre scappo). Poi ci sono le volte in cui decido che sì, sannamoadivertì, e cominciano le giostre.

Perché non è tutto uguale, santo cielo. Perché non ci sono due opinioni con pari dignità su tutto. Perché il mondo è pieno di ciarlatani che non vedono l’ora di dire la loro, e se di mestiere il mondo lo racconti devi saperlo e ti devi tutelare. Perché la storia delle due campane è una stronzata. Perché dopo vent’anni mi avete rotto le balle con la solite panzane: non sono più qui a occupare licei, non ci credo più, non credo più a chi ha la verità in mano, né a quelli che denunciano gli intrecci di potere, tantomeno a quelli che hanno visto la luce, a chi usa la parola servo e a chi usa la parola naturale, a quelli che siamo tanti e a quelli che tu così mi metti nei guai.
Il più delle volte lo terrei per me. Banalmente, perché sono una freelance senza nessun tipo di copertura e in un momento di fragilità professionale niente male.
Ma coraggio, dai, e cominciano le giostre.

Poi le giostre si fermano e io mi ritrovo con un sacco di nemici.
Ho scritto mail, ho lanciato appelli, ho fatto le pulci, ho indossato la penna rossa e impugnato la matita blu. Mi sono anche divertita e ho trovato gente interessante per la strada. Ma insomma. Ho anche perso un sacco di tempo con mail e telefonate private, di chiarimento e di spiegazione, mi sono dovuta difendere, per la seconda volta nella mia vita (la prima era un recupero crediti) ho dovuto chiamare un avvocato. Ho anche passato qualche notte a guardare il soffitto.
E lo so di non aver fatto la vendicatrice mascherata, non mi maschero nemmeno e tutti i miei recapiti sono facilissimi da trovare (pure troppo): mi assumo la responsabilità delle mie azioni. Ho ritagliato qualche ora al giorno (a volte nemmeno) per provare a raddrizzare le cose: ho solo fatto notare a un prepotente che la logica serve, eh, un pochino, e che, come diceva quello, è ora che si mettono a studiare. E lo so che, nel merito, io e i miei amici scientisti* abbiamo pure ragione. Lo sento anche un po’ come un dovere: in fondo, se faccio quella che parla di scienza è anche giusto che alzi il dito per difendere il mio mestiere, e il mio povero mercato.

Ma adesso ditemi. Amici scientisti. Voi farete lo stesso quando a sparare la panzana sarà il vostro collega scienziato?
Mi difenderete da lui dicendomi, chiaramente, è un corrotto e non fidarti del bollino di quell’istituto di ricerca o ha una cattedra ma non ne sa una mazza? Lo direte anche al mio collega in buona fede, ma un po’ meno smaliziato di me? O continuerete a lamentarvi con me, come se io di mestiere facessi il questurino?
E mi difenderete mandando voi una sana lettera di protesta al caporedattore se qualcuno l’ha sparata grossa e intanto se la sta prendendo con me?
Ci sarete alle mie spalle, porca vacca, o mi manderete avanti solo perché tu le cose le sai cantare chiaro? Sarebbe il mio mestiere, cantare chiaro, se solo mi pagassero per farlo. Solo che non posso farmi carico delle storture del mondo. Non ne ho nemmeno l’autorità.

Io ho un blog, col mio nome, una grafica spartana: me lo gestisco da me. Faccio qualche centinaia di contatti al giorno e un centinaio se non scrivo niente per lunghi periodi. Quando la imbrocco vado sui mille: un buon post può essere letto da tremila persone (ho fatto il record con un post da circa seimila contatti in due giorni e mezzo), ma i numeri sono questi. Piccini. E i miei lettori siete voi. Che non pagate, come è giusto che sia.
Mi diverto un sacco, lo ammetto. E mi dà anche il senso di un’utilità del mio lavoro di watchdog che ultimamente stavo perdendo, anche se lavoro non è.
Però non giochiamo al kamikaze.
Che quell’articolo di cui sopra fosse pieno di cazzate, o che quel servizio fosse strumentale a una tesi che non ha più dignità, lo abbiamo visto tutti.
Quindi adesso poche storie: siamo alleati o no? Avete voglia di provare a fare qualcosa di più che mettere un like su Facebook?
Cominciate col ripetere il mantra non dirò mai più che “i giornalisti sono ignoranti e sparano cazzate”, e mi darò da fare perché la comunicazione cambi rispettando i ruoli di ciascuno ma col contributo di tutti, compreso il mio. E quello della Bencivelli, che è una freelance notoriamente appartenente alla fascia alta dei morti di fame e niente di più.

Ciao,
la vostra (suo malgrado) capobranco**

 

*Prima che vi incazziate, sto prendendo in prestito la parola che usano gli altri per noi (voi, anzi), e lo faccio con (auto)ironia. Chiaro?
** Definzione non mia, ovviamente. È l’autoironia di cui al punto *.

Per fare tutto, ci vuole un neurone. Tra Sergio Endrigo e Jim Watson, domani in Tv

Non c’è pace quaggiù:


Dice: Può capitare di pensare che la doppia elica del Dna sia stata pubblicata nel 1974 invece che nel 1953. Può capitare.
Va bene: sono ventuno anni di differenza e in ventun’anni la biologia ha fatto un sacco di altre cose. E quei due il Nobel lo hanno preso nel 1962, quindi che quella fosse una scoperta grossa lo si era realizzato da un po’, nel 1974. Ma può capitare. (E comunque Crick era inglese, non americano).
E poniamo che nemmeno su Wikipedia ci sia qualcosa sul tema.

Però allora uno dice: Endrigo cantava nel 1973, mentre la doppia elica (vedi al punto 1) è stata scoperta (ma scoperta o pubblicata?) nel 1974 (dicevamo che può capitare). Allora Endrigo ha potuto cantare che per fare un fiore basta il seme perché non erano arrivati gli aridi manichini del sapere a rovinare la poesia del seme. Il che significa, penso io, che si sta sostenendo che dopo Watson e Crick le cose siano cambiate tra semi e fiori.
Ma che cosa c’entra la struttura della doppia elica con la brevettazione delle specie vegetali?

Poco, o niente: un pomeriggio su Facebook e arrivano un sacco di amici a spiegarti che ci sono posti dove si brevetta la specie di pianta indipendentemente dal Dna, che le brevettazioni e le registrazioni delle piante (che poi la questione legale è complicatissima, ma insomma) avvengono dagli anni Trenta, e che Endrigo è del ’33. Che (questo lo copincollo): “brevetti (o registri) un genotipo cioè una nuova combinazione di geni che dà origine a un fenotipo che sia Distinguibile dagli altri, Uniforme e Stabile (acronimo DUS)”. Stop.
Puoi anche dire: eh, vabbè, ma senza gli studi degli anni cinquanta (ci siamo confusi, ma tenete duro) non si sarebbe arrivati all’ingegneria genetica di oggi. Ed è vero. Ma allora perché non prendersela con l’inventore del microscopio o con qualche altro perfido scienziato alle prese con la manipolazione della natura ma anche, per dire, con Lavoisier e Avogadro? Perché poi questa roba si accumula, eh, e nel tempo si scoprono sempre cose nuove e pe-ri-co-lo-si-ssi-me.

Comunque, poniamo che tutto il problema della proprietà delle specie viventi sia cominciato da Watson e Crick: Endrigo, dopo di loro, e oggi, dovrebbe cantare che per fare un seme ci vuole un brevetto. E siccome il brevetto è male*, Watson e Crick hanno inaugurato una china pericolosa.
Ora, a me Watson sta anche antipatico, e poi c’è tutta la storia della Franklin che non mi va giù, ma qui mi fermo. Che cosa stiamo cercando di sostenere? Oh, niente di esplicito. Tra le righe, sembra però di capire che gli scienziati hanno permesso lo sviluppo di un sistema di mercato malvagio.

Dice: Vabbè, su, ma continua a leggere. Negli anni settanta… settemila, l’un per cento, settantasei, cinquantatré…
Anche qui, mi aiutano i blog e mi aiuta Facebook: “Il post di Report è una serie di non sequitur. Prima c’erano tante ditte sementiere, oggi molte meno. So what? Prima c’erano tanti produttori di motori, oggi molti meno. I brevetti non c’entrano un fico, c’entrano la complessità le economie di scala, e via discorrendo”.
E poi, geniale: “La canzone di Sergio Endrigo era protetta dal diritto d’autore. Negli anni ’30 solo l’1% delle canzoni era protetto da diritti d’autore, oggi il 56% dei diritti d’autore sono in mano alle prime 3 Major, il 78% sono di proprietá dei primi dieci distributori e di queste il 54% vendono musica orrenda che inquina le nostre giovani generazioni”. Giusto. “E nel 1975 Modugno può cantare “piange il telefono” in italiano perché a Meucci non era ancora stato riconosciuto il brevetto dell’invenzione del telefono. Data la tua sagacia potrai obiettare: ma c’era il brevetto di Bell del 1876. Sì, però quello era su territorio USA e la SIP era ancora dello Stato Italiano, prima di essere svenduta agli amici degli amici”**.

Se tutto questo sia sostenibile o no, non lo so. Io ho sempre la bandierina della scienza in mano, e finisco anche per sentirmi un po’ ridicola.
Solo che qui è sbagliato persino il testo della canzone di Sergio Endrigo.
E (porcavacca mi cade tutto il sillogismo) anche l’anno! Lalbum Ci vuole un fiore è stato pubblicato nell’ottobre del 1974. Adesso come la mettiamo con Watson e Crick?

 

AGGIORNAMENTO: un giorno dopo la pubblicazione di questo e altri post e soprattutto dopo la pubblicazione su Facebook di quel testo con relativo thread di allegre bisbocce, la redazione di Report ha pubblicato quello che segue (e che non commenterò):

 

* È male, evidentemente, tranne che se lo si cerca di ottenere rubando dati e fotografie altrui.
** Sono battute, si capisce, vero?

(Grazie ad Andrea Cossu per le segnalazioni)