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Cronache da un pronto soccorso ostetrico: ho il camice bianco, ma non sono un medico

È mattina presto. La mia amica incinta mi chiama e mi fa: «è dalle quattro di notte che sento contrazioni: ho preso il tempo e sono regolari. Mi accompagni al pronto soccorso ostetrico?».
Ah. Beh. Sì, certo, aspetta, eccomi, dunque. Ci sono.
Il padre non è nei paraggi: per questo lei ha chiamato me. Sono una specie di padre in seconda. Non dobbiamo mica stare a spiegarlo in giro.
Mi vesto di corsa e in un attimo sono con lei al pronto soccorso. Ostetrico.
È mattina presto, dicevo, tipo le otto e mezza, nove. Non sono tanto lucida. Ho la sua borsa in mano (una delle sue borse) e una faccia che avrebbe ancora tanto sonno. Al pronto soccorso ostetrico invece sembrano tutti svegli da sempre. Passano un sacco di donne in vestaglia e di uomini in tuta. Ciabatte. Io cerco di darmi un tono e cammino dritta accanto alla mia gravida, simulando un’aria efficiente e serena. Persino elegante, mi pare.
Poi la vedo scomparire risucchiata da una porta automatica, lei e quell’enorme pancione. E rimango sola in sala d’aspetto.

Sonnolenza. Leggo tutti i manifesti sul percorso-maternità. Un salto al bagno. Una telefonata di lavoro. Qualche momento di osservazione del mondo. La posta elettronica. Non ho comprato il giornale, accidenti. Un’altra telefonata. Una mail importante. Un po’ di facebook.
È passata più di un’ora e della mia amica non ho notizie.
In compenso, nel frattempo mi sono svegliata.
E realizzo: è passata più di un’ora?!
Il padre non saprei come raggiungerlo, dei genitori dell’amica non ho i numeri di telefono, e nemmeno del fratello, degli amici in comune boh, ma poi che cosa possono fare? Vado di elenco telefonico? Provo con un amico di Facebook?
Che cacchio ci faccio in un pronto soccorso ostetrico a quest’ora del mattino senza notizie della mia amica gravida?!
Si apre la porta che l’aveva risucchiata. Mi affaccio e timidamente chiedo: «mi scusi, la mia amica è entrata da più di un’ora e…».
«Se è dentro da tanto un motivo ci sarà!». Cazzo.
«Ecco, mi stavo giusto chiedendo quale fosse questo motivo perché…». La porta si chiude. Cazzobis.

Ho una visione: l’amica che partorisce e io bollata per sempre come la zia che non fu capace nemmeno di fare una telefonata e che mi fece nascere in solitudine senza papà vicino vicino vicino.
Inaccettabile.
Mi giro, mi guardo freneticamente intorno. Non serve a niente, ma mi fa credere di essere in grado di superare il momento.
Mi giro di nuovo, le falde nere del cappotto si sollevano e sembrano le ali di una manta: ganzo. Manta, mantello… vedi. Ma non deconcentriamoci. È passata più di un’ora. E non ho fatto niente. Niente.
Poi, si avvicina una rassicurante signora in camice bianco.
Mi sorride.
E mi fa: «buongiorno, lei è incinta?».
Ma porcaputt…
No, le spiego. Io no.
È la mia amica, tipo alla (ci provo) trentasettesima settimana (fatti i conti in fretta: plausibile, sì). È dentro da più di un’ora e tutto quello che so fare è girarmi nel cappotto pensando alle ali nere di una manta. Lei ha mica notizie della mia amica? Del padre, dei nonni, di qualcuno più adatto di me a sostenere questo momento? E di più necessario, soprattutto.

Lei, tranquilla, comincia a farmi un sacco di domande. Troppe, un po’ del genere cacchi nostri.
Poi mi dice di aver visto la mia amica dentro («una ragazza castana con una grande pancia?»), intera, sana, tranquilla. E mi dice che sta facendo un monitoraggio. Allora io respiro, recupero la mia faccia di piombo, dimentico il momento di panico da inadeguatezza e, sbruffona, le dico «ma quindi sta facendo una cardiotocografia?». In questo a significare: «sappia che non sta parlando con l’ultima fessa del pianeta: ho studiato medicina e se fossi stata un po’ più coraggiosa adesso, qui, a discutere di distocie coi padri in seconda ci sarei io. Ecco».
Lei, sorprendentemente, mi guarda con la faccia della cernia. E mi risponde: «non lo so».
Insisto: «ma che succede adesso, dopo la CARDIOTOCOGRAFIA?». Parte la supercazzola a tutta birra: «potrebbe partorire, potrebbe non partorire: potrebbe partorire con un cesareo, che però certo semmai, la naturalità… oppure potrebbe avere un travaglio che poi…».
Cernia, penso tra me e me: che cacchio stai dicendo?
È chiaro che la mia amica ha una gran pancia: ti ho detto che è alla trentasettesima settimana. Ed è chiaro che potrebbe partorire: è alla trentasettesima settimana + stanotte ha avuto le contrazioni, e regolari. Voglio solo sapere se quel pesciolino di due chili e mezzo (quasi tre) ce lo scodella adesso o se lo terrà nel suo acquario un altro po’ e uscirà da qui sulle sue gambe per portarmi a fare colazione. Ho anche fame.
Cernia sorride e pronuncia la seguente frase: «sa, di gravidanze ne ho viste tante ma non sono un medico…».
Non sei un medico?! Ma hai il camice bianco! Fammi capire: qui l’unico medico tra noi due sono io, col mio cappotto nero da manta? E tu col camice bianco chi sei? CHI DIAVOLO SEI?!
Non glielo grido come dovrei, ma credo che mi si legga in faccia.

È un attimo. Mi molla lì e si gira di scatto.
Zompa su un’altra tizia smarrita appena arrivata in questo pronto soccorso ostetrico. E ricomincia da: «buongiorno, lei è incinta?».
Così io riesco a leggere la scritta sul cartellino appeso alla tasca del camice bianco.
Il nome non ve lo dico. Ma la seconda riga sì. C’è scritto una cosa tipo Mi-faccio-i-cacchi-tuoi PER LA VITA. Per la vita: cioè per far nascere i bambini (tutto il resto non vive abbastanza, in certi contesti).
E adesso ditemi come interpretate la prima domanda che mi ha fatto, e che ha fatto alla tizia smarrita arrivata dopo di me.

Pronto soccorso ostetrico, ospedale pubblico di una grande città italiana.

 

(L’emergenza si è risolta bene. Il bimbo nascerà con il padre accanto, e io sarò per sempre zia Silvia e basta).

Oggi al Senato: la scienza incontra la politica e viceversa. Prove di dialogo, riuscite

(Scrivo questo post dopo aver consegnato un articolo serio che racconta la stessa cosa).

Stamani a Roma è successa una di quelle cose che in altri paesi è del tutto normale, cioè un gruppo di scienziati è entrato al Senato con una presentazione in Power Point e ha parlato di scienza. Invece da noi questo fa notizia, perché è la prima volta e suona strano, e comunque c’è sempre qualcuno che critica perché non è così che il paese cambia.
Forse, forse è vero. Intanto ci siamo trovati lì, in un centinaio di persone invitate dalla Commissione Sanità, tutte evidentemente abbastanza nuove dei cerimoniali della politica da sorridere delle cravatte intorno al collo dei colleghi maschi, e a farci fotografie con sfondo boiserie di nascosto dai serissimi commessi.
C’erano i politici (Giorgio Napolitano e Piero Grasso, per dirne due a caso), gli scienziati (biomedici e fisici), gli scienziati-e-politici (Elena Cattaneo, promotrice della giornata), giuristi-economisti-filosofi (ma non chiamateli umanisti: lì anche chi parlava di diritto si è riferito alle scienze giuridiche), e un allegro manipolo di giornalisti scientifici abbastanza divertiti e quasi emozionati, come una scolaresca cresciutella.
Siamo stati insieme dalle 09.00 (per i più eccitati, come la sottoscritta) alle 15.00 (per i più testardi, come la sottoscritta). E, onestamente, la sottoscritta si è divertita un sacco.

Va bene, a dirla tutta alcune delle presentazioni dei nostri scienziati sono state noiose, ma noiose, noiose come solo uno scienziato italiano sa essere in pubblico. E alcune erano anche mal impostate, roba da chiedersi se i nostri scienziati non abbiano amici normali a cui sottoporre le proprie relazioni prima di andare a parlare di fronte a una platea di non-scienziati. Però si capivano tutte ed erano tutte presentate con entusiasmo e passione. È poi vero che lo scienziato italiano ha l’inelegante tendenza a chiedere soldi per sé, per quel che fa, e a proporre la propria ricerca con accanto il piattino, ma lo trovo abbastanza comprensibile e non credo di poterlo biasimare.
Insomma, alla fine si capiva: ragazzi, si capiva perché fossimo lì.
Tra gli scienziati c’è stato chi ha concluso lanciando appelli precisi alla politica (mi pare di capire che questi scienziati italiani chiedano regole di reclutamento, controllo, valutazione, e finanziamento della ricerca chiare e in linea con gli standard internazionali, mi pare). C’è stato chi ha raccontato che cosa succede a casa propria e chi è partito dall’ABC delle proprie ricerche. A volte forse qualcuno ha interpretato male la propria missione. In generale, hanno funzionato. Cioè: Napolitano ha ascoltato con attenzione (e non si è distratto come la solita sottoscritta, continuamente a mandare sms e a postare cose sui social network per raccontare agli amici omamma che emozione!). E che ascoltasse Napolitano, con gli altri politici, era il reale obiettivo del gioco.

Ora, dicevo: non so davvero se questo cambi il paese. Possiamo divertirci con tutti i nostri sofismi sull’allocazione delle risorse e sulla miopia di certi sistemi italiani, sempre avviluppati sulla loro dialettica barocca. Ma mi pare che, se il tentativo, di questo e dei prossimi simili incontri, è quello di inaugurare un sistema per cui lo scienziato racconta al politico che cosa sta facendo coi soldi pubblici e quali sono le idee che ci stanno dietro, il tentativo possa riuscire. O che comunque vada incoraggiato.
Aspettate, mi pare di sentirli i soliti gufi: staremo a vedere che cosa cambia davvero... Eccerto che staremo a vedere: è il nostro mestiere. Di sicuro, però, non me la sentirò più tanto di dire che nei palazzi della politica non ascoltano la scienza. Qualcuno ha ascoltato, qualcuno ascolterà, qualcuno (tra gli scienziati) dovrà chiedersi come farsi ascoltare e poi anche capire, qualcun’altro dovrà scoprire come trasformare questo dialogo in qualcosa di buono per tutti. Ma ci si proverà. Parola di Napolitano, “questo sforzo continuerà per l’accanimento personale di qualcuno, un accanimento che ci fa molto bene…”. E questo qualcuno era probabilmente Elena Cattaneo, protagonista della giornata e ben sorridente dall’inizio alla fine.
Io, intanto, ho maturato un’opinione sorprendentemente buona del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che le ha cantate chiare e giuste, mentre noi ci guardavamo stupefatti e ci scrivevamo sms dal seguente contenuto: ma davvero è berlusconiana? risposta: no, adesso è alfaniana... contropensiero: beh, sticazzi. Brava.
E riecco i gufi: sì ma poi, nei fatti… perché è facile compiacere platee come la vostra… Forse è vero. Intanto di fronte a duecento orecchie quelle parole le ha dette, e belle forti. Cioè: pensavo peggio, davvero pensavo peggio. Poi uno si ricorda di un paio di vicende intorno al caso Stamina e anche del fatto che alfaniana?! Beh, sticazzi: qui è stata brava! della Lorenzin ce lo eravamo già detti.

Infine. Dopo la sei-ore-sei (senza manco un bicchiere d’acqua: lo dico per chi è già pronto a chiamarci kasta!1!), la Cattaneo ci ha portato a vedere il Senato e il suo banchino in prima fila, coi tasti per votare e tutta la geometria complicata della sala. Bene, ci ha detto che il Senato italiano è organizzato benissimo, sono tutti efficienti, puntuali, precisi, rispettosi delle regole, attenti alle esigenze di tutti. E quindi: sono dovuta venire a Roma per trovare la Svizzera!
Magari domani tornerò a essere la solita rompicoglioni lagnosa di sempre, ma oggi pomeriggio me ne sono venuta a casa un po’ più allegra. E ho aspettato l’autobus insieme ai turisti stranieri, sotto al sole tiepido e col cappotto aperto, senza sentirmi in difetto perché sono nata, vivo e lavoro in questo disgraziato paese qui.

(nella foto sotto due partecipanti all’incontro di stamani, fotografate da un terzo, all’insaputa dei commessi del Senato. Le altre foto sono tutte più o meno così, ma con meno giovanile sfacciataggine, perché non ci avevano ancora rimproverato per l’infrazione al protocollo).

 

La sinistra è diventata di destra: scienza, politica e bandiere

Non so bene che cosa significhi essere di sinistra. Ho qualche idea sempre meno solida col passare degli anni, e dei giorni. Ma credo di essermi sempre sentita abbastanza di sinistra anch’io. Intendo: sono cresciuta in un mondo in cui di sinistra significava onesto, critico nei confronti dello status quo, attento ai più deboli, impegnato, aperto alle novità e disposto al cambiamento. Come facevo a non esserlo?
Però oggi vedo gente orgogliosamente di sinistra adottare comportamenti irrazionali e portarseli addosso come una bandiera. E vado in crisi. Per la sinistra e per la bandiera.
Perché per me l’irrazionalità è di destra: è l’affidarsi a qualcuno che ti dice che cosa pensare, è seguire le mode, è fare di tutta l’erba un fascio. E le bandiere sono di destra.
La scienza, invece, mi è sempre parsa costitutivamente di sinistra, perché fondata sul dubbio, sulla logica ma anche sulla condivisione e sulla partecipazione. Ma i suoi risultati no: i suoi risultati sono scienza e basta. Il protone, il mitocondrio, la cometa: non sono né di destra né di sinistra. L’atomo, la parete batterica, il Watt nemmeno. Eppure…

È di sinistra spendere un sacco di soldi per non-medicine che curano non-malattie e poi magari usare parole beffarde e ingrate per gli antibiotici? È di sinistra usare la parola chimica come peggiorativo? E naturale come aggettivo dall’incontrovertibile valore positivo? Tipo: qui dentro non ci sono sostanze chimiche, è tutto naturale! Come fa a essere una frase di sinistra, questa? Questa me la aspetto da uno che vuole turlupinarmi e tenermi nella mia ignoranza, come se non fosse tutto chimica. E come se le cose naturali non potessero essere cattivissime per noi: l’amanita falloide, la tossina tetanica, la zanzara tigre, il virus dell’epatite, l’aflatossina…
Cioè: la zanzara tigre è più naturale dello spray antizanzara, anche se sulla confezione dello spray c’è scritto naturale mentre sulla zanzara non c’è scritto niente.
Ed è di sinistra andare sempre alla ricerca di un cattivo da rappresentare con quelle solite tre o quattro categorie che, passati i diciotto anni, mi sarebbero anche venute a noia? Le multinazionali, il potere, la politica… Con tutte le varianti rappresentate dalle frasi che cominciano con servi di o schiavi di (non ho mai capito quale delle due versioni sia la peggiore). È di sinistra pensare tutto come in un western con indiani e cowboy? Scienziati indipendenti verso scienziati ufficiali.
E poi c’è la questione ambientale. È di sinistra l’ambientalismo? Sempre? E che cosa è diventato l’ambientalismo? L’orto del nonno era di sinistra? E adesso che cos’è?
Perché il nucleare è di destra? Perché le rinnovabili sono di sinistra?
Perché l’unica cosa che riesce a essere bipartisan in questo paese è il no alla ricerca sugli Ogm in campo agroalimentare che, nonostante ordinanze europee e appelli di scienziati e giornalisti scientifici, riesce ad avere l’unanimità alla Camera?
Ma soprattutto: perché la complessità non è più di sinistra?

Guardate questo articolo: pubblicato da un giornale di sinistra (della sinistra di Veronesi e Petrini), dice che negli ultimi dieci anni non si è osservato il riscaldamento del pianeta in barba a tutti i modelli climatici ma che il problema ambientale esiste e la catastrofe è vicina (tema ambientalista e quindi di sinistra).
Ora, i modelli climatici non dicono proprio questo. E la ricerca citata nel pezzo nemmeno.
La cosa istruttiva è che, a seguire, Libero (giornale di destra) abbia ripreso la notizia e ne abbia dato una lettura di destra mettendole un titolo apodittico e scorretto (Il riscaldamento globale non c’è) e aggiungendo l’occhiello malizioso Ambientalisti smarriti.
E poi non poteva mancare il Foglio di Giuliano Ferrara, con un catenaccio da novanta: Dopo anni passati a spiegarci che il clima cambia e la temperatura aumenta per colpa nostra, ora gli allarmisti cambiano idea. Il bello è che nessuno ha cambiato idea (mentre gli ambientalisti qui sono diventati allarmisti): questa è una risposta politica di un giornale di destra a un’affermazione confusa e imprecisa fatta da un giornale di sinistra. La scienza non c’entra più**.

A me successe una cosa del genere tanti anni fa (il 13 dicembre 2006, per la precisione).
Ero a Radio3 scienza e il giorno dopo Franco Carlini al microfono avrebbe parlato di una buffa tesi riportata da un giornale americano, opinabile e comunque sessista, di quelle che noi del giro chiamiamo Pop-Ep, cioè evoluzionismo per tutti, evolutionary psychology in salsa Pop.
Così scrissi il seguente comunicato stampa, chiaramente (credevo) ironico, a uso dei tamburini dei giornali: Titolo Wilma, la clava!
Testo: Il segreto del nostro successo? La casalinga. Secondo due antropologi americani, sarebbe stata la divisione dei compiti tra maschi e femmine a permettere all’Homo sapiens di conquistare il mondo. Mentre il tradizionalista Neandertal si estingueva per non aver saputo riconoscere che l’uomo è cacciatore e la donna si deve occupare della casa e dei figli**.
Il giorno dopo, ecco Il giornale (di destra):

Leggete la didascalia (se cliccate sull’immagine si ingradisce): vi ricorda qualcosa? Sì, è il mio comunicato stampa. Per la prima volta (e non mi è successo poi tante altre da allora, anzi) un mio pezzo finiva in prima pagina, solo un po’ aggiustato. Mi hanno preso sul serio.
Il giorno ancora dopo il Giornale (di destra) ribadisce. Guardate il titolo, orgogliosamente di destra.

E poteva mancare la risposta del giornale di sinistra?
Eccola qua: femminista quindi di sinistra.

E tutto questo su un’ipotesi di due antropologi americani, non verificabile e solo speculativa.

Vabbè, e chiudo. È anche per questo che mi mettono in crisi le cose di sinistra, ultimamente. Perché mi sembrano altrettanto cretine di quelle di destra, a volte persino di più. Perché mi sento tradita da una parte politica che (al di là delle questioni di politica interna ed economica…) vota per la sperimentazione di Stamina e a seguire contro la ricerca sugli Ogm. Perché sta seguendo gli stereotipi invece della razionalità e della complessità del pensiero che a me avevano sempre detto essere propria della sinistra. Perché si è dotata di bandiere che vanno dalle carote biologiche al fotovoltaico sul tetto delle case di Bolzano, e mi fa credere che basti così.

 

* una bella analisi scientifica della storia la trovate su Climalteranti

** ero giovane ed entusiasta e scrivevo sempre così, sì.

 

La politica e gli Ogm: lettera di un giovane biotecnologo deluso dal suo candidato

Nei giorni scorsi ho ricevuto una lettera interessante.
La pubblico qui dopo aver avuto il permesso del suo autore, perché mi sembra che racconti molto di come molti di noi, gente più o meno di scienza, si confrontano con la politica. O meglio, con la politica delle campagne elettorali, quella delle promesse e delle speranze.
Avevamo appena chiuso l’abbuffata di entusiasmi e complimenti per essere riusciti, noi manipolo di giornalisti scientifici e scienziati riunitisi allegramente su Facebook come un gruppo vacanze, a far rispondere i candidati alle primarie del centrosinistra su temi di scienza. E ci stavamo chiedendo qualcuno cambierà il suo voto dopo queste risposte? Quando un giovane (classe 1988, quindi giovane davvero) biotecnologo in forze all’università di Milano si è accorto di essere rimasto sinceramente deluso dalla risposta di Matteo Renzi alla domanda sugli Ogm.
Mi scrive Federico: riesci a far avere a Renzi la lettera in allegato? Dico: ci provo, ma adesso mi sa che i due candidati sono abbastanza impegnati col ballottaggio… Ma posso leggere?
Ed ecco (un po’ tagliato) quello che Federico ha scritto a Matteo.

Caro Matteo,
mi chiamo Federico Baglioni, sono un giovane biotecnologo e sono tra i primi firmatari delle sei domande di scienza pubblicate su Le Scienze. Ho sempre provato una grande stima e una forte simpatia per quanto sta cercando di fare nel Suo progetto politico. Proprio per questo sono qui a scriverLe questa lettera che vuole essere propositiva, perché ho fiducia in Lei e ho la forte speranza che possa riflettere sui contenuti di questa lettera e magari rispondermi personalmente.
Ho letto la Sua risposta alla domanda sugli OGM e sono rimasto, come tanti purtroppo, tremendamente deluso. Deluso perché, in modo eguale alle risposte di tutti gli altri candidati (a parte Bersani), la Sua sembra non essere frutto di una riflessione personale, ma semplice copia-incolla delle solite frasi che circolano su internet, buttate là per evitare di scontentare la massa in vista delle imminenti elezioni. Queste frasi, mi spiace dirlo, sono proprio un esempio del vecchio modo di fare politica.

Cito: Se è vero che molti dei prodotti agricoli che finiscono nelle nostre tavole sono varietà figlie di incroci e selezioni avvenute nei secoli, e che la ricerca in campo agroalimentare è comunque un fattore positivo e una strada da perseguire, altra cosa è aprire l’Italia a produzioni transgeniche che non hanno nulla a che fare con la qualità e la forza economica dei nostri prodotti agricoli.
In questa frase si annidano almeno due errori:
1. Innanzitutto la realtà. Ci sarebbe da dire che molti prodotti agricoli che finiscono sulle  nostre tavole hanno origine da modifiche genetiche ottenute per mutagenesi, tecnica non OGM, ma tutt’altro che antica. Si tratta di una tecnica che ha meno di un secolo, decisamente invasiva, i cui prodotti però fanno parte, nell’immaginario collettivo, della “tradizionale agricoltura fondata sulla naturalità”.
Inoltre non si cita il fatto che l’Italia è fortemente dipendente dall’estero di derrate OGM (4 Mt all’anno di soia transgenica secondo dati FAO, 90% soia importata): mangimi che sono fondamentali per mettere sul mercato gran parte dei prodotti tipici che il mondo ci invidia (tipo il parmigiano, ndr).
2. Il secondo errore invece riguarda un fraintendimento comune riguardo gli OGM, riproposto in altri punti del testo (Va scelta quindi la via dell’eccellenza, della salvaguardia delle nostre eccellenze agroalimentari e della sicurezza alimentare. O ancora necessità di non mettere a repentaglio l’immagine e la sostanza del nostro made in Italy). Non si capisce, infatti, perché, visto che un organismo geneticamente modificato è tale solo per la tecnica con cui è ottenuto e non per le sue caratteristiche (inserite, tolte o modificate che siano), esso debba essere sinonimo di scarsa qualità, contrapposto all’eccellenza italiana (oltretutto, è proprio grazie agli OGM che gran parte dei prodotti di qualità sono disponibili al consumatore). Non si capisce nemmeno perché gli OGM debbano essere in contrasto con la sicurezza alimentare visto che a) gli studi confermano la sicurezza degli OGM almeno al pari delle colture convenzionali, che, al contrario, non richiedono pressoché alcun controllo, b) molti OGM vengono creati proprio per diminuire composti tossici e allergeni (come fumonisine per il mais-Bt  o altri prodotti non ancora commerciabili per costi più burocratici che scientifici).

Ci tengo a precisare che il mio scopo non è trasformare l’Italia in un immenso campo OGM, né obbligare nessuno a coltivarli, ma che siano la qualità, la sicurezza, la bontà del singolo prodotto a venir valutate e non l’essere OGM o meno.
Il “Far West” che Lei paventa è quello della contaminazione tra colture OGM e non OGM, che qualitativamente non influenza alcuna caratteristica sulla bontà del prodotto, né compromette la scelta (visto che le contaminazioni tradizionali tollerate sono di gran lunga superiori allo 0,9%). Ma il vero Far West è quello per cui, per decisioni che non hanno fondamenti scientifici, ma che seguono i “pruriti” di associazioni, movimenti e una popolazione con sempre meno cultura scientifica, gli OGM non si possono produrre, non si possono coltivare, ma si possono (e devono) importare. Il Far West è quello per cui è possibile, come accaduto un mese fa, far bruciare campi sperimentali pubblici italiani (come all’Università della Tuscia) in nome di qualche legge nata male, il tutto sotto silenzio.

Caro Matteo, spero che legga con molta attenzione questa lettera perché ci tengo molto. So che ha delle qualità diverse da tutti i politici che si son presentati negli ultimi anni.
Se Lei vuole davvero cambiare l’Italia, e io sono con lei, deve farlo iniziando a dire le cose come stanno, senza cedere a facili slogan, che fanno molta presa, ma che non fanno che inabissare il vascello Italia. Se Lei, come dice, vuole fare dell’Italia un paese che torni a prosperare, sradicando le barriere ideologiche e i poteri forti che attanagliano il paese, lo deve fare a partire da queste sfide. Sono sfide che comportano fatica, anche una certa impopolarità. Io credo in Lei e per questo Le ho scritto questa lettera. Tanti di noi dal mondo della ricerca e della scienza che hanno visto in Lei un futuro hanno ora paura che fosse solo un abbaglio. Dimostri, rispondendo, dialogando e discutendo, che questo pensiero è errato. Dimostri che lei ha le carte per avere un pensiero controcorrente, non solo per sembrare diverso, ma per esserlo davvero alla luce dei fatti e della verità.
L’Italia ne ha bisogno.

Cordiali Saluti,
Federico Baglioni
Fedebiotech.wordpress.com

Processo dell’Aquila: perché credo che non ci sia niente da festeggiare

Il titolo esatto di questo post dovrebbe essere perché sono ventiquattro ore che provo una terribile vergogna per il mio paese, per i miei colleghi, per quello che sento dire. Vergogna mista a un terribile senso di impotenza. È una sentenza umiliante per tutti gli italiani, eppure vedo gente festeggiare. Mentre la mia minoranza d’elezione, quella dei giornalisti scientifici, si indigna e si affanna a precisare. E non serve a niente, a niente. Ho la sensazione, sempre di più, di vivere in un paese fermo al Medioevo: irrazionalità, furia degli elementi, forconi e falò. Il mondo, lo sapete il mondo? Il mondo ci ride dietro. Che vergogna. Che vergogna. Ma sarebbe troppo lungo.

Non mi interessa, oggi, definirlo processo alla scienza o agli scienziati o alla comunicazione della scienza o boh. Non mi interessa, oggi, dire che è una occasione per riflettere sul rapporto tra scienza e politica, scienza e cittadini, scienza e rischio… Il nostro paese non ci ha mai fatto mancare queste opportunità e farlo all’indomani di una sentenza per omicidio colposo plurimo, questa sentenza in particolare, mi sembra cinico, snob, inutile. O comunque, oggi non mi interessa.

Oggi mi interessa che riusciamo a fare chiarezza, davvero, su un processo animato da un senso di vendetta imbarazzante e baro, che probabilmente ha obnubilato anche l’umana pietà e il comprensibile dolore. Sembriamo quello che tira una freccia al vento per farlo sanguinare. Il suo dolore è anche il mio, sapere che i bambini dormono sul letto del Sand Creek: ma a che serve tirare frecce al vento?

Oggi, quindi, proverò solo a elencare qualche punto della vicenda.
(Per altri chiarimenti rimando al blog di Marco Cattaneo, a Oggiscienza, al blog di Leonardo Tondelli sull’Unità, a Pietro Greco su Scienza in rete e agli articoli di Nicola Nosengo su Nature e al suo commento su Scienza in rete).

  1. Non è un processo a Bertolaso. Bertolaso in questa fase non c’è, non è tra gli imputati. Forse oggi lo abbiamo capito, ma mi ricordo bene che qualche mese fa ho dovuto insistere per convincerne colleghi, i miei colleghi migliori, convinti che adesso a Bertolaso facciamo un culo così. Perché l’intercettazione in cui Bertolaso apparecchiava la riunione della Commissione Grandi Rischi (Cgr) che è finita sotto processo è uscita quando eravamo ancora lì con la storia del Salaria Sporting Village e delle ripassatine. Ma sono due cose diverse. Un paese in cui i giornalisti di sinistra (e vorrei potermi sentire di sinistra anch’io, cazzo), dicevo, i giornalisti di sinistra, i miei amici, si fanno idee di questo tipo e lavorano in questo modo è un paese che mi fa paura.
  2. Tra gli imputati c’è chi, invece, quella mattina lì ha partecipato alla riunione. Punto. Compreso l’allora direttore del Centro nazionale terremoti (uno scienziato a capo di un organo tecnico, non un politico) che accompagnava il suo capo, l’allora presidente dell’Ingv Enzo Boschi, ma che della Cgr non faceva parte. A me un paese che butta dentro un processo uno che, di fatto, non c’entra niente, è un paese che fa molta paura. Penso che un giorno potrebbe toccare anche a me.
    Ah: a processo non ci sono, invece, i politici che quella mattina, in quella stanza, c’erano e ci dovevano essere, e avevano responsabilità ben maggiori dei tecnici. E perché?
  3. La storia dei ricchi gettoni è imbarazzante. Se domani mi propongono di far parte di una Commissione per la valutazione dei rischi connessi alla comunicazione della scienza fatta un po’ come cazzo ci pare, beh, a me sembra normale avere un gettone. A voi no? Prendereste un rischio (e un lavoro) gratis? Nella fattispecie, però, vi dirò con sorpresa, non tutti gli imputati sono stati pagati per essere stati lì (diciamo che per quanto ne so io non sono stati pagati, ma non posso escludere che qualcuno lo sia stato). Un paese che strilla alla casta senza prima informarsi, che tira fuori storie di ricchi gettoni ogni tre passi, è un paese che a me fa paura, o forse, ed è peggio, noia.
  4. Uno dei perni della vicenda è un’intervista che il vicecapo di Bertolaso rilasciò a una televisione locale e in cui sosteneva la famosa teoria dello scarico dell’energia, teoria priva di senso scientifico secondo le conoscenze attuali (e che dunque, oggi, nessuno scienziato sosterrebbe con quelle parole). La teoria dice che uno sciame sismico prolungato scaricherebbe l’energia e impedirebbe una botta maggiore. Cazzate. Tipo come quando ti dicono piangi e scaricati, vedrai che passa. Cazzate, se uno piange piange. Poi potrebbe smettere di piangere o avere una ragione per continuare a farlo, o addirittura buttarsi da un balcone.
    Però l’idea di Bertolaso, come si evince dalle intercettazioni, era di usarla per convincere la popolazione che non ci fossero rischi. Peraltro, in quel periodo c’era un certo Gianpaolo Giuliani che stava seminando il panico per la profezia (sbagliata, no?) dell’arrivo di un terremoto a Sulmona. Quindi fu impapocchiata, male, una specie di risposta in cui i cittadini avrebbero dovuto credere alla scienza chiunque gliela presentasse.
    Però c’è un particolare.
    L’intervista fu registrata prima della riunione della Cgr e mandata in onda dopo. La situazione me la immagino: venga stamani, così facciamo prima, tanto immagino che saprete che cosa verrà detto… Succede, succede immagino molte volte. Solo che quello che fu detto in quella intervista non sarebbe stato sottoscritto da molti dei partecipanti alla riunione. E questi ne erano del tutto ignari. Allora perché incolparli?
    Un pasticcio colossale. Ma mi spiegate perché a farne le spese devono essere persone (non sto parlando del gruppo dei sette, ma dei singoli imputati) che di quella intervista ne sapevano quanto noi? Persone a cui quelle parole sono state messe in bocca per disattenzione. Neanche la disattenzione è un omicidio, ma a chi proprio non c’entra niente che colpa vogliamo dare? Un paese che confonde gli imbroglioni e gli imbrogliati è un paese che mi fa una grande paura.
  5. Chi ha ascoltato quella intervista, si è detto, è stato impropriamente rassicurato. Mi spiegate però come si fa a dire che è per quella intervista trasmessa sulla tivvù locale che ha deciso di tornare a casa proprio quella notte in quelle case? Davvero basta sentire le cose in tivvù? Davvero? Questo paese mi fa paura davvero.*
  6. Il verbale della Cgr fu redatto dopo, dopo il terremoto. Si è detto che è un verbale sciatto. Sono comparse versioni varie della cosa. Sicuramente un pasticcio colossale anche quello. Mi viene da dare ragione a chi, però, dice, che occhei: non bisognava farlo dopo, è una inadempienza grave. Ma proprio perché è stato fatto dopo come si fa a dire che è stato quello a convincere la gente di cui al punto 5? Un paese che imposta un processo con almeno due confusioni tra i prima e i dopo mi fa un po’ paura, a voi no?
  7. Non sono di quelli che pensano che la scienza debba essere l’unico sistema di conoscenza del mondo (mi piacerebbe molto che lo fosse, ma so di non poterlo imporre a tutti). Sono però profondamente convinta che in certi casi sia davvero il migliore. Se mi chiedo perché ogni mese mi vengono le mestruazioni, sarò mica malata o impura? Credo che la risposta della scienza sia migliore di qualsiasi altra risposta mistica, religiosa o di buon senso che l’umanità si sia mai data.
    Una sentenza come quella dell’Aquila, e le cronache che stanno seguendo, porta un sacco di brava gente (a quelli in malafede non voglio nemmeno pensare) a credere che invece possa essere considerata uno dei fattori in ballo, opinabile quanto gli altri. E che l’opinione di uno scienziato, su fatti tipo terremoti e mestruazioni, sia paragonabile a quella di un mago, di un Paperoga con le sue invenzioni da garage o di un aruspice in saio che scruta il volo dei piccioni. No. Non è così. È per questo che il resto del mondo occidentale ci ride dietro.
    Altra conseguenza: ma secondo voi, domani, i sismologi (anche considerando tutto quello che ha detto e fatto loro Grillo, quel Grillo che oggi nei sondaggi viaggia verso il 20% di preferenze alle prossime elezioni) accetteranno di andare in tivvù a spiegare che cosa sta succedendo sul Pollino o in Emilia e in tutti i posti che, proprio adesso, stanno tremando come matti?
    Scusate, avevo detto che oggi la teoria non mi interessava. È solo che volevo concludere con la cosa che mi fa più paura di tutte: che la brava gente, che si trova dall’una e dall’altra parte, oggi abbia rinunciato a parlarsi e ad ascoltarsi. Un paese che deve per forza avere un colpevole, che impugna il forcone e convince la brava gente a uno schieramento manicheo contro altra brava gente, è un paese che mi fa una enorme paura.

Per questo credo che non ci sia niente, ma proprio niente, di cui essere felici.

 

*Mi hanno fatto giustamente notare che questa frase potrebbe essere fraintesa e letta come un’accusa di pecoronaggine che proprio non volevo muovere. La modifico così, a posteriori, qui in calce: “Mi spiegate però come si fa a sostenere che è per quella intervista trasmessa sulla tivvù locale che ha deciso di tornare a casa proprio quella notte in quelle case? Davvero basta sentire le cose in tivvù? Davvero non ci sono mille altre ragioni perché uno pensi: basta, da stasera voglio tornare nel mio letto? Davvero vogliamo dirci che, tra le mille cose che saranno successe, e con prove abbastanza opinabili, almeno in parte, sia stata solo l’intervista letta sul giornale o sentita in tv a convincere una persona a rientrare? Davvero stiamo sostenendo che la tv possa fare tanto?”.

Studia in Italia e girerai il mondo

Mi sembra di una gravità inaudita. Manganellare un ragazzo di quindici anni, spintonarlo, aggredirlo con caschi e scudi. Soprattutto mi sembra grave perché uno studente in corteo è in piazza per dire la sua, e dovremmo esserne felici, dovremmo incoraggiarlo: hai un’idea, accidenti, che bello. Chi è l’adulto tra il poliziotto e il liceale? Chi è pagato dallo stato per proteggere l’altro? Può darsi che il liceale avesse tirato un uovo marcio, buttato a terra un motorino, gridato qualcosa della cui ingenuità si pentirà già a sedici anni. A tirargli il ceffone che si merita, o a trovare forme alternative di rieducazione più consone a una famiglia del ventunesimo secolo, ci penseranno i suoi genitori. Ma adesso come faremo a convincerlo che votare è un dovere, pagare le tasse è un dovere, rispettare i pensieri, le opinioni e i motorini degli altri è un dovere, e costruire una collettività matura, o almeno provarci, è un cazzo di dovere? E come facciamo a crederci noi? L’avessimo visto succedere in Russia, o a Cuba, o in Cina: studenti in corteo aggrediti dalla polizia, ci sono feriti. Che cosa staremmo dicendo, adesso?

Ma più in generale, che cosa stiamo facendo ai nostri studenti? Sono stata ad assistere a un concorso internazionale per squadre di studenti universitari: il compito era quello di costruire un prototipo di casa ad altissima efficienza energetica, la migliore possibile, con un po’ di altri benefit. I ragazzi ci hanno lavorato due anni, hanno saltato vacanze e rimandato esami: hanno preparato la tesi di laurea facendo calcoli su calcoli per la casetta portabandiera del proprio paese. Poi l’hanno tirata su, in mezzo ad altre casette di altre squadre di studenti di altri paesi del mondo. Ed è cominciata la gara.
Primi sono arrivati i francesi, gli invidiati e odiati francesi. Chiedo a uno di loro: dimmi la verità, perché siete primi? E lui, la voce dell’innocenza, i capelli impiastricciati di gel, risponde icastico: perché siamo tanti studenti, ci hanno dato un sacco di soldi, ci hanno dato fiducia, il prototipo che vedi sarà costruito davvero, i privati che hanno investito su di noi si aspettano un ritorno economico e nessuno ha mai pensato che stessimo giocando.
Gli italiani arrivano terzi, e festeggiano come se avessero vinto la Coppa del mondo. Chiedo a uno di loro, stessa voce dell’innocenza, stessi occhi verdi, ma la faccia sudata e allegra, un incisivo rotto e niente gel: perché siete arrivati terzi? Risposta: perché siamo bravi, accidenti, e abbiamo lavorato bene. Siamo la metà dei francesi, abbiamo avuto meno di un terzo dei loro finanziamenti, la nostra casetta è bellissima ma non sarà mai abitata. Questo è un terzo posto che vale più del loro primo. E giù di canti e balli.

Non sapevano, i due, che io stavo ponendo loro la stessa domanda. Ma sapevano, i due, che cosa aveva fatto davvero la differenza: l’investimento in soldi ma soprattutto in fiducia e in progettualità. Il fatto che noi uno studente che va in giro per il mondo a presentare i suoi progetti lo trattiamo da ragazzino che gioca, mentre, qualche chilometro più in là c’è chi lo prende molto sul serio e fa un quarto investimento: quello su di lui.

Finte partite Iva: i primi effetti della riforma del lavoro, visti da qua (e non c’è da festeggiare)

Il nostro nemico numero uno ha l’aspetto innocuo di un omino piccolo, anziano, bonario, con addosso una camicia a scacchi. Ha una vecchia borsa con dentro cacciaviti e strumenti un po’ malmessi. Viene a casa tua, ti aggiusta quello che tu da solo non sai aggiustare, ti chiede qualche decina di euro e se ne va. Senza lasciarti una ricevuta, ovviamente. Del resto, ti dicono, è pensionato: fa i lavoretti.
E allora diciamo no al pensionato che fa i lavoretti. Perché non paga le tasse e poi avrebbe già un altro reddito (vabbè, basso, ma il nostro com’è messo? e poi li ha versati, lui, i contributi quando aveva la nostra età, o aveva già il vizietto del nero?). La ricevuta di un lavoro fatto dentro casa, tra l’altro, nel caso di una partita Iva che blabla, si scarica. Ma soprattutto quell’omino così fa cose che potrebbero fare altri. Insomma: io la serranda non la so aggiustare di certo. Ma chi me lo dice che non c’è un altro pensionato che fa i lavoretti che magari ha fatto l’insegnante tutta la vita, prende una pensione ragionevole da statale, e proprio adesso sta traducendo un libro, scrivendo un articolo, editando un pezzo… al posto mio o di un collega mio, e per di più lo sta facendo al nero?
Diciamo no, tutti insieme, ai pensionati di buona volontà.

Abbiamo presentato: La pagliuzza nell’occhio – A un grande problema, una piccola soluzione.

A me il pensionato che fa i lavoretti sta sulle balle davvero e davvero rifiuto l’offerta del lavoretto al nero dal vecchietto di buona volontà.
Oggi però sta succedendo qualcosa di grave, grande come una trave, e facile da capire. Nelle grandi aziende pubbliche dove in tanti lavorano con la partita Iva (pur passando seduti a una scrivania in sede intere giornate, come il dirimpettaio dipendente) l’applicazione della nuova riforma del lavoro sembrerebbe avere un effetto paradosso. Si è detto: basta finte partite Iva! E invece si è disegnato un sistema per individuarle e correggerle che, piuttosto che trasformarle in dipendenti a tempo determinato, rischia di trasformarle in disoccupati.
Perché per essere dichiarato falsa partita Iva e poter fare causa all’azienda, bisogna dimostrare di lavorare lì più di otto mesi nell’anno solare, di guadagnare meno di diciottomila euro lordi e spiccioli (tipo nove-diecimila euro netti all’anno, o giù di lì) e di ricavare almeno l’80% del proprio reddito da quell’unico datore di lavoro. E poi altre cose di strana interpretazione, tipo avere una postazione di lavoro fissa e svolgere mansioni poco qualificate.
Insomma: l’azienda non può sapere se tu lavori anche per altri, e se negli anni ti ha ridotto il compenso a un livello davvero da fame, nel dubbio ti potrebbe anche fare un contratto corto corto, sotto agli otto mesi, così da far saltare i requisiti perché tu possa fare causa. Davanti al giudice potrà dire: quello? ah, ma quello ci fornisce le sue prestazioni solo per pochi mesi all’anno, del resto è un libero professionista e sicuramente lavora per tanti clienti!
Tutto questo, praticamente da un mese all’altro, con contratti promessi in un modo e poi presentati in un altro.
In alcuni casi, il requisito dei diciottomila euro lordi all’anno salta perché il lavoratore ha l’intraprendenza (o la necessità) di fare altro nella vita, per tirare quattro paghe per il lesso. L’azienda non lo può sapere, per cui si cautela e il contratto te lo accorcia lo stesso. Il lavoratore ha già smesso di essere una falsa partita Iva secondo quei requisiti (per fame, in genere), avrà contratti brevi col suo primo cliente, imparerà (se proprio vogliamo trovare un aspetto positivo in questa storia) a procacciarsi altri lavori, ma mai più potrà far valere i suoi otto mesi da dipendente di serie C per provare a diventare un dipendente di serie B.

Ed è qui che nasce la mia antipatia per il povero pensionato che fa i lavoretti: non riesco proprio a giustificarlo. Spero che tra loro non ci sia il nonno di L, che ha già firmato un contratto da otto mesi invece che da nove o dieci, come succedeva gli anni passati (e già ce ne sarebbe stato da dire). Altrimenti non riesco proprio a figurarmi con che faccia si possa presentare al nipote. Sull’azienda in cui lavora L non so se si debba aggiungere qualcosa: è necessario?
Quanto alla riforma, il mio modesto parere è che ci sia un errore di prospettiva: uno non è falsa partita Iva per nascita, lo diventa nel rapporto con un’azienda. Non è che L si comporta da falsa partita Iva, è l’azienda che gli propone un finto contratto di collaborazione e che nel tempo lo ha eroso fino a farlo diventare di otto mesi per un compenso molto basso. Se il controllo lo si fa su L, è quasi ovvio e auspicabile che quello abbia trovato il modo di guadagnare un po’ di più di diciottomila euro lordi all’anno, che si sia trovato altri lavori. Ma questo non toglie che nei mesi in cui lavora per la grande azienda abbia un rapporto da finta partita Iva: va lì tutti i giorni, lavora come un dipendente, non ha grandi libertà, fa esattamente le stesse cose del dirimpettaio con un altro contratto. Poi magari arriva a fatturare la strabiliante cifra di ventiduemila euro all’anno, perché nei tre (ormai quattro) mesi in cui non lavora ha imparato ad arrangiarsi. Solo che questa è una conseguenza del fatto di essere una finta partita Iva senza possibilità di contrattazione: mi sembra un po’ ingiusto che diventi causa della sua impossibilità di dimostrarlo.

(p.s.: io sto bene. L se la passa un po’ peggio. L’azienda in cui lavora non la nominerò nemmeno sotto tortura, ma in fondo ha fatto tutto in maniera pulita e dentro la legge: chi dice che non avrebbe dovuto? Il pensionato che fa i lavoretti, intanto, ho rischiato di incontrarlo davvero).

Il gioco del calcio e la ricerca scientifica: preferirei tifare per la seconda, ma stasera mi tocca il primo

Stasera c’è la finale degli europei. A parte quattro animalisti duri e puri, i senesi alle prese col Palio e pochi altri snob ipernoiosi, saremo tutti inchiodati a un maxischermo a vedere la partita contro la Spagna. Ci sarò anch’io, mi sto già preparando e lo sto facendo con una certa allegria. Solo che proprio oggi il mio (già debole) patriottismo ha preso un paio di schiaffi.

Sono appena tornata dalla stazione Termini dove dovevo accompagnare un’amica al treno. All’ingresso lato via Giolitti i borseggiatori sono organizzatissimi: nell’androne ne vedi uno a ogni palo, capaci di fare il bodyscanner ai turisti sovrappeso e affaticati che passano da lì. Dietro di loro, le ragazzine sfrontate, che prendono istruzioni e seguono le prede migliori pronte ad alleggerirle della macchina fotografica o del portafogli. Forse ci vuole un po’ d’occhio e d’esperienza (e infatti la mia amica non se n’è accorta), di certo dieci metri più in là ti aiutano a capire la situazione due turisti anzianotti, smarriti e con le valigie spalancate per terra, nel dubbio se fare denuncia o correre al treno. Stanno raccontando disperati la loro esperienza a due carabinieri: questi ascoltano e non dicono niente.
Nella maggior parte dei casi, i turisti in questione sono stranieri, e nella maggior parte dei casi le nostre forze dell’ordine parlano loro solo in italiano, trattandoli con annoiata sufficienza, come se fosse colpa loro che sono americani, e di conseguenza poco furbi, se sono usciti seminudi dalla vasca degli squali.
Fuori ci sono i tassisti abusivi, appena ti muovi verso le zone turistiche ci sono i locali degli scontrini truffa, sugli autobus affollati succede di tutto e così via.
Che vergogna.

Intanto mi telefona un’altra amica. Mi racconta una storia da università italiana. Niente dettagli, meglio non darli, e comunque servirebbero a poco. E’ la solita questione di baronie e concorsi truccati, e di disprezzo per la ricerca pubblica. Stavolta a farne le spese è lei, la volta precedente era un’altra, o un altro: cambiavano settore disciplinare, ruoli e poco altro.
Non è vero che i ricercatori sono tutti raccomandati come si sente dire ultimamente e con candore (…). E’ vero che chi non lo è a volte ha la sensazione di combattere da solo e di non avere speranze. C’è chi cambia paese, chi si deprime e lascia perdere, chi si adatta. Chi fa come me nell’androne della stazione Termini ingresso lato via Giolitti: ci passo nel mezzo alla chetichella cercando di capire chi è pericoloso e di non farmi fregare, e ne esco il prima possibile, con sollievo.
Tra i miei amici scienziati nessuno è raccomandato e nessuno è capitato a fare ricerca per caso (sennò non sarebbero amici miei: a me la gente piace quando ha un po’ di passione addosso): storie come quelle della mia amica, quasi noiose nella loro ripetitività, mi fanno lo stesso effetto dei turisti a Roma. Mi fanno sentire un po’ la vergogna di essere italiana. Un po’. E mi fanno sentire impotente, anche perché di mestiere, io, la ricerca italiana la dovrei raccontare.

Il nostro è il paese che premia la furbizia più del talento, la fedeltà cieca più dell’indipendenza intellettuale. Lo fa a sue spese e lo fa anche nella ricerca, lo fa sempre e lo fa dappertutto. Ma oggi pomeriggio, un pensiero fugace: sta’ a vedere che lo fa sempre e dappertutto, tranne quando c’è da giocarsi la finale di un campionato europeo…
Stasera i nostri eroi nazionali saranno l’irrequieto Balotelli e lo sciocco Cassano. Chi se ne frega delle burrasche: i calci al pallone li sanno tirare, eccome se li sanno tirare. Quando li vedo ho quasi un pensiero da riscatto degli ultimi: dei cosiddetti nuovi italiani, e di quelli fin troppo vecchi e sciagurati.
Per almeno novanta minuti (e, speriamo anche oltre) saranno quei due ragazzini a farmi dimenticare della stazione Termini lato via Giolitti e delle baronie universitarie. Non basteranno a farmi sentire orgogliosa, ma a farmi pensare che potrebbe esistere un paese migliore, quello, forse sì.

Riepiloghiamo: ci sono tre appelli disperati per la ricerca pubblica. E tre figuracce internazionali.

Che giorni.
Ho bisogno di un riepilogo.
Abbiamo pareggiato con la Spagna, campione europeo e mondiale in carica, intanto Science pubblicava un pezzo imbarazzante sulla vicenda del piezoelettrico. Comincia così: il ministro della ricerca italiano ha ricevuto un appello firmato da 1000 scienziati che chiedono di non finanziare una ricerca coi soldi pubblici (trattasi di ricerca controversa, dice Science, sulla presunta energia pulita, cfr post precedente, ma sulla pulizia di chi la propone e dei suoi metodi ci sono troppi dubbi).
Un giorno dopo, cioè ieri, su un blog di Nature si parlava invece della distruzioni delle piantagioni sperimentali dell’università della Tuscia: ricerca pubblica sugli Ogm, finanziata dalle nostre tasse e gestita da uno che di mestiere fa il professore universitario, alla quale, per un oscurantismo che mi fa paura quanto quello dei roghi di libri, abbiamo deciso di rinunciare. Anche in questo caso ha circolato un appello, che chiedeva di non distruggere quello che la ricerca pubblica ha costruito. Questo secondo appello al momento non ha avuto nessun esito e le ruspe sono già al lavoro.
Terzo appello: per via della spending review (cfr post precedente), l’Inran che fa da anni ricerca in campo alimentare è a rischio chiusura. Si deve risparmiare, e allora tagliamo sulla ricerca. L’appello chiede di non tagliare oggi i soldi per la ricerca pubblica. Questo non mi risulta che sia già finito su un giornale straniero, ma ci scommetto: manca pochissimo.
C’è un filo rosso che lega i tre appelli: la richiesta di rispetto per i soldi pubblici e di lungimiranza nell’utilizzarli. Si potrebbero mettere insieme: non finanziate con i soldi pubblici una ricerca che ci copre di ridicolo nel mondo e non buttate al vento quelli già investiti, piuttosto continuate a finanziare quella che funziona e a farlo cercando di capire perché e come continuerà a esserci utile.
Diobò, che banalità. Sono giorni che apro Facebook e leggo sempre le stesse cose.
E mi va di lusso che da almeno una settimana non si sente più parlare di bufale sul terremoto o di geni inascoltati che lo avevano previsto.
Tanto la nostra immagine nel mondo è in mano ai Cassano e ai Di Natale: abbiamo pareggiato con la Spagna e chi se ne frega se nel mondo scientifico si ride di noi.

O ce n’è o ce n’è state o ce n’è di rimpiattate: saltino fuori le “vere” partite Iva

Non sono sicurissima di avere capito e mi stupisce anche un po’ il silenzio sulla questione. Il ddl lavoro, sempre prodigo di sorprese e frizzanti novità, adesso stabilisce diciottomila euro all’anno di fatturato come soglia per definire la vera partita Iva? Ho sentito bene?
Ma, signori miei: con meno di diciottomila euro lordi all’anno chi è che ci vive? Uno che abita con babbo e mamma, forse, o un evasore fiscale. Di certo non io. E guardate che non è che abbia i rubinetti dorati e trecento paia di scarpe nell’armadio. Solo che ogni tanto faccio i conti. Diciottomila euro lordi all’anno, col mio regime di partita Iva, viene meno di mille euro al mese. Un bel po’ meno (in proporzione).
Ho chiesto in giro: nemmeno i miei amici camperebbero con diciottomila euro lordi all’anno. Tutti quelli che, monoclienti si sono trovati a fare i conti con lordi di quell’entità, prima o poi hanno capito di doversi dare da fare e hanno raccattato altri introiti grazie ai quali pagare le bollette e la spesa. Non mi sembra il caso di punirli per questo.
Il problema mi pare sempre lo stesso: si guarda il dito e si dimentica la Luna. La questione non deve essere l’individuazione del lavoratore con una falsa partita Iva: il problema deve essere l’individuazione dell’azienda che fa lavorare la gente a partita Iva ma poi la tratta da dipendente. Anzi: prende il meglio delle due condizioni e le volge a suo beneficio.
Tipo (ogni riferimento a fatti e situazioni realmente accaduti è casuale, eh): non si capisce da quando cominci il contratto (maggio, giugno, luglio, settembre? Agosto giammai: gli amministrativi sono in ferie) né quando finisca (poi ci si aggiusta), non si sa quale sarà il compenso (che domanda venale, vergogna) e comunque non lo si potrà contrattare. Quello che è certo è che orari e mansioni saranno le stesse di un dipendente, ma con più variabili. E sta’ pur tranquillo che anche mentre sarai in attesa del contratto ti verranno richieste prestazioni di avvicinamento e tu non potrai rifiutare: sei parte della squadra, no?
Ora, non so come si possano individuare queste aziende. Ci vorrebbe davvero una bella pensata e un grande sforzo di fantasia. Eh, accidenti. Proprio non saprei.
Ma insisto: perché chiedere al lavoratore a partita Iva di certificare la propria veridicità (io sono una partita Iva) visto che uno diventa vero o falso solo in relazione al cliente che ha davanti? Non è mica un fatto ontologico, è una questione di relazione. E perché far finta di non sapere che anche un fatturato di ventiquattro o, toh, ventottomila euro all’anno (ricordo che oltre alle tasse, alla previdenza, alle gabelle per gli ordini vari, ci si deve pagare il commercialista, e poi quello non è il fatturato di chi ogni anno può scaricare l’acquisto di tre o quattro computer o di un auto da corsa, per dire) sono introiti alle soglie della dignità per un lavoratore adulto?
Aspettiamo con ansia la prossima proposta su come distinguere una falsa partita Iva: da come si veste (di beige), da come mangia (con i nonni), da come manda i bambini a scuola (con i nonni), da dove passa le vacanze (con i nonni).