Archivio mensile:settembre 2012

Gioie e dolori della comunicazione della scienza: la sismologia, dai tribunali ai Macchianera Award

Sono qui che ci penso da un paio di giorni.
Processo dell’Aquila: i sismologi italiani (o meglio: qualcuno a rappresentarli tutti, in un certo senso) si beccano un processo per omicidio colposo plurimo, disastro e lesioni gravi per essere stati presenti a una sessione della commissione grandi rischi, al termine della quale (per una serie lunghissima di errori e incomprensioni e forse anche facilonerie, che conosco poco ma che trovate spiegate dall’ottimo Nicola Nosengo su Nature: qui l’ultima cronaca) si dice che la popolazione aquilana sia stata incautamente rassicurata sul possibile arrivo del terremoto. Era la vigilia del 6 aprile 2009, e il terremoto, poi, è arrivato davvero. Adesso la richiesta del Pm è di quattro anni di reclusione per tutti. Anche per chi quel giorno lì è stato chiamato come scienziato a fare la parte dello scienziato e, da scienziato, non ha certo parlato di evacuazioni o di politiche di comunicazione. Da scienziato, immagino conoscendo la categoria, avrà pensato che quella tonnellata di pubblicazioni con freccette, numeri, tabelle e quadretti colorati avesse un valore per sé, chiaro e tangibile, che fosse ovvio che nessuno possiede la famosa sfera di cristallo e che quindi nessuna rassicurazione fosse possibile, come nemmeno nessun allarme da un giorno (ma nemmeno da un mese) all’altro. E a me viene solo da dargli ragione.

Macchianera Award: al premio per i migliori blogger italiani, un evento per chi bazzica la rete e vive delle notizie che ci circolano dentro, chi troviamo in pole position tra i migliori twitteratori, i più utili e tempestivi, della rete italiana? Di nuovo i nostri sismologi. La premiazione avverrà sabato sera, intanto sappiamo che il popolo di internet li ha indicati nelle prime cinque posizioni. Sono bravi, veloci e utili. Come comunicatori. Ma dai.
Come si fa a essere contemporaneamente, i primi e gli ultimi della classe? Ad andare in un’aula di tribunale un giorno, e il giorno dopo a un festival di blogger tra i candidati al podio?

Ipotesi uno: i tweet sono emessi in automatico, contengono dati grezzi che vengono ritwittati così, bruti, dai followers. Bravi ad averci pensato e a farli funzionare in modo efficiente, ma questa non è comunicazione. Noi che la facciamo di mestiere, la comunicazione, non dobbiamo preoccuparci e anzi: evviva la fonte primaria disponibile su twitter, ma chiudiamola qui. Già, però mi par di sentire qualcuno sollevare la solita questione dei blogger scienziati che fanno tutto da soli (e i nostri valorosi sismologi si sono anche messi su un blog, che aggiornano da soli velocissimamente e che, per quanto costituito da notizie non commentabili – e che razza di blog è? – nei giorni del terremoto emiliano si faceva ottocentomila contatti al giorno, ed era nato solo da una settimana*). Forse non sono solo dati grezzi. Non sono nemmeno comunicati stampa. Vi ci voglio voi a leggere certi post distrattamente, pensando di fare solo un copia e incolla. Però evidentemente funzionano. O cominciano a funzionare.

Ipotesi due: eh, ma il popolo della rete è diverso… culturalmente è più attrezzato. Mica ha bisogno della frase senza subordinate, tutta all’indicativo presente, priva di ambiguità e parolone… Sicuri? Certo: ai Macchianera Award la mia nonna non ha votato. Che questo dipenda da un equipaggiamento culturale non credo proprio. Sono strumenti diversi, i giornali e la rete. E non credo che il pubblico di uno sia (diverso e) migliore del pubblico dell’altro. Attenti a non finire a dire che chi ha creduto di essere rassicurato sul possibile arrivo di un terremoto sia un soggetto culturalmente debole.

Ipotesi tre: è passato del tempo, hanno imparato. Bah.

Ipotesi quattro: nel primo caso è stata una catena di eventi, di incastri vigliacchi, di errori. Non ci si può chiamare fuori del tutto, ma non si può nemmeno credere che quello sia un segno di cattiva capacità di comunicazione da parte degli scienziati. Insomma: lì la questione è complicata forte. Vero. Qualcuno potrebbe dire: attenzione però a non derensposabilizzarsi, a non credere che lo scienziato mi mette lì un tweet tutto sigle e numeretti e ha finito il suo lavoro. Compito dello scienziato è anche parlare con la politica e i cittadini. Ed è vero anche questo.

Sono in attesa delle ipotesi cinque, sei e sette. Al momento, in Italia, mi sembra che nessun altro settore della scienza si stia cimentando in maniera così estrema con le gioie e i dolori della comunicazione. E che con nessun altro settore della scienza noi comunicatori abbiamo così tanto da osservare, e forse anche da imparare. Intanto in bocca al lupo per sabato e speriamo che il processo si concluda in fretta e senza dolori.

*fonte: comunicazione personale (= me lo hanno detto loro ma mi fido).

Dimenticatevi la dolce euchessina: qui, se non strilli, non ottieni niente

Ho male a un piede. Sono anni che mi fa male, quel piede. Un tormento al mattino, una rogna per tutto il giorno.
Mi faccio coraggio e vado da uno che mi dice tranquilla, semmai lo operiamo: però prima o poi dovresti fare una risonanza magnetica, anche solo al metatarso. Tranquilla un cavolo. Passano due mesi, stringo i denti e finalmente ci riesco: vado dal dottore a chiedere l’impegnativa. Dico: niente, eh, sto benone, davvero, niente, solo che mi fa un po’ male un piede, un pochino, perciò mi servirebbe una risonanza magnetica del metatarso, giusto del metatarso...
Passo a ritirarla e vi trovo scritto rmn piede per grave limitazione funzionale.
Grave?! Ohibò. Mi sento in dovere di zoppicare. Ci sono cose molto più gravi, a questo mondo. E in fondo, io…
Ma ha ragione lui: bisogna fare così. Sennò chi me la fa, una risonanza del metatarso, a me che sto in piedi e cammino e non dico nemmeno ahi?
A Lucca si dice chi un piange un puppa.
Il principio va applicato con determinazione anche agli affari di lavoro.

Tipo*: sto lavorando a una cosa che si prepara in due tappe**. La prima dipende quasi solo da me, per la seconda ho bisogno di spazi e compagnia, roba che va prenotata e non posso farlo io***. Siccome non piango abbastanza, sono settimane che accumulo lavoro di fase 2 e non basteranno le prossime settimane per smaltirlo. E quando lo smaltirò sarà troppo tardi. In questo, sentirsi dire che bello lavorare con te che non ti lamenti e non ti incazzi mai… non va preso come un complimento, ma come l’ammissione di una beffa operata ai tuoi danni.
Lo stesso vale probabilmente per i pagamenti. C’è modo e modo di piangere e urlare, ma il sistema non voglio rompere i coglioni, in fondo lo sanno, sanno dove trovarmi e prima o poi si faranno vivi non serve a niente. Io mi sento elegantissima, ma è un’eleganza che confina molto da vicino con la stupidità. Passi in un attimo dal sentirti in pace con te stessa e il mondo, al pesante sospetto che il mondo ti stia prendendo per il culo. Adesso son troppi, eh.
Infine, e sorprendentemente, chi un piange un puppa anche per sganciare la grana. Sono cose che mi succedono solo da quando abito a Roma. Ma vi giuro che succedono: ho chiesto un preventivo a una ditta (una sola, per il momento) per un piccolo lavoro di ristrutturazione in casa, una cosa per cui ho messo in conto di spendere qualche migliaio di euro. Il tipo è venuto, ha fatto tutte le sue cose per bene, ci siamo anche piaciuti. E poi puf, niente. Sono passata dal suo negozio quattro o cinque volte, ho telefonato, ho proposto soluzioni tipo me lo lasci nella cassetta delle lettere… Ma niente, è passato un mese e niente. Devo piangere anche per pagare.

Non so se questo abbia a che fare con la solita questione del paese dove si va avanti più con la fedeltà che con il talento, con la storia per cui non si bada più a necessità e risultati nell’operare le scelte, ma ci si affida a criteri che vanno dall’amicizia personale al così me lo tolgo dalle balle. Non so se l’antico adagio lucchese sia da leggere con ironia, come la descrizione di un popolo indolente e sprecone, lassista e privo di slanci, tra cui emerge chi strilla di più, anche a costo di farsi fregare. Ma vi assicuro che non ho nessuna grave limitazione funzionale nella deambulazione: non striscio per terra, ma la risonanza mi serve davvero. E vi assicuro anche che, in tutto questo, la cosa che mi rompe di più è l’aver pensato proprio a un proverbio lucchese****.

*Proprio ieri sono stata ammonita: non si deve parlare male della gente per cui si lavora! Non ne parlo male: noto la mia incapacità di adattarmi al sistema. Ma non penso che il mio sarebbe migliore. Cioè, sì, lo penso, ma non lo dico ad alta voce. Meglio?
**Sono due tappe che si realizzano in posti e con tecniche diverse. Non posso dire di più. Ma è facile, dai.
***Facile anche questa: devo andare a pietire di poter cominciare la fase 2 del lavoro. Dio quanto vorrei poter raccontare come funziona…
**** Per alcune fonti, il proverbio sarebbe addirittura di area labronica. Non pensiamoci, su.

 

Il lavoro ti fa bella: abbiamo vinto il primo premio di Short on Work parlando della vita del freelance

Voce fuori campo: Valeria Valeri, novant’anni portati benissimo… Risatina… Quali sono i suoi segreti? L’attrice sorride, muove le mani con eleganza. E io, che sono abbozzolata nella mia felpa nera con cappuccio, semisdraiata su un lettino cigolante dell’albergo più deprimente che abbia mai visto negli ultimi venticinque anni, fòrmica maròn e carta da parati su odore di polvere decennale, sento una voce femminile allegra rispondere: Il lavoro… la passione per il lavoro, ah… il lavoro... il lavoro e il lavoro.
(Seguono banalità: mangiare sano, amicizie interessanti, vanità…).
Fermi tutti: camperò cent’anni. Camperò cent’anni e sono cacchi vostri.
Sarò ripagata di questa domenica sera a Novara, cena con gelato e serata in compagnia di un televisore gracchiante. Anzi: ho appena scoperto che questo albergo beige scassato è praticamente la mia beauty farm.
Sono qui perché sto facendo riprese per Presa Diretta. In genere, quando sono in giro per lavoro, ho sempre un amico del luogo con cui uscire a cena (le amicizie interessanti, con cui mangiare sano e scambiarsi chiacchiere e vanità) anche perché a volte capita di stare fuori giorni e giorni, tra riprese, eventi, moderazioni, incontri e cose varie, e, mi conosco, dopo le prime trentasei ore così finisco per sfiorare il delirio solipsistico. In genere riesco a farmi consigliare un posto carino in cui passare le mie notti (carino, o almeno privo degli aromi suicidari di questa stanzetta), o a farmi prenotare l’albergo, fatto che in genere garantisce scelte migliori delle mie. Unisco l’utile, il dilettevole, l’utile diletto e il dilettoso utile. E mi sento un po’ meno cretina ad aver scelto una vita così.

Poi càpita che, oltre a garantirmi una vita lunga e sana, e a divertirmi e stancarmi nel frattempo, il mio lavoro incuriosisca gli altri. Oh, non è niente di straordinario, in sé: è un lavoro, nessuno si interessa troppo di come si realizzi concretamente ogni giorno. Semmai, a renderlo attraente, c’è che può raccontare qualcosa di interessante su come funzionino oggi le cose per chi lavora (genericamente) nella conoscenza, e si sbatte per sopravvivere con dignità e senza troppi patemi per il proprio futuro. Insomma, più o meno, quello che provo a raccontare, a volte, in questo blog.
Così, con Chiara Chià Tarfàno (e occhio agli accenti) abbiamo giocato a fare un videetto in cui si parla di tre o quattro aspetti della vita di un freelance (per la precisione: della mia, che è l’unica che conosco davvero e su cui abbia il diritto di pontificare, ma che a occhio dice un po’ anche di quella degli altri). Miei i testi, mia la faccia, di Chiara immagini e montaggio (e un sacco di professionalità e di attenzione e centinaia di messaggi whazzup). Ed è con questo che abbiamo vinto la prima edizione del premio Short on Work, concorso internazionale di documentari brevi e videoricerca sul lavoro, della Fondazione Marco Biagi di Modena.
Toh.

Siamo state ospiti del Festival Filosofia, abbiamo strafesteggiato, ci siamo ascoltate tre di lezioni in piazza di filosofi importanti, anche per ricordarsi che c’è gente che fa un mestiere ben più bislacco del mio. Ma prima mi sono vista a tutto schermo, nell’auditorium della Fondazione, mentre dico cose che quasi mi annoiano da quanto le conosco (c’è gente nel nostro mondo che accetta di lavorare per due lire, o addirittura gratis, creando di fatto un mercato al ribasso, e intanto il nostro lavoro perde di valore…): sento il pubblico in sala inghiottire e tossicchiare. Mi chiedo se tra loro ci sia gente che lavora, o propone di lavorare gratis: forse sono quelli che adesso si muovono come anguille imbarazzate sulle loro poltroncine. Oh, che facciamo: continuiamo a far finta di niente? Dai. Mi vedo con l’inseparabile zainetto, col trolley, in stazione, per strada, sempre in movimento, perché è l’irrequietudine la cifra della mia vita professionale e noi così l’abbiamo rappresentata. Sento la musichetta scelta di sottofondo, allegra e giocherellosa, contrastare con le parole mie pesanti che ci passano sopra. Fa strano, dura un attimo. Cartelli finali. E poi comincia un altro documentario della cinquina finalista.
Mi sarei aspettata documentari che parlassero di precariato, call center, insegnanti a ore, e invece le altre sono storie di lavori distanti dalla mia vita. Belli, interessanti, curiosi, nessun imbarazzo per nessuno: io e Chià ci guardiamo e ci diciamo mi sa che il nostro è un po’ troppo sopra le righe. Invece. Alla fine la premiazione e via: eccoci sul palco con un sorriso a 76438658 denti.
Abbiamo vinto.
Camperò cent’anni e nel frattempo mi sarò anche divertita un casino a raccontare in giro il perché.

Finte partite Iva: i primi effetti della riforma del lavoro, visti da qua (e non c’è da festeggiare)

Il nostro nemico numero uno ha l’aspetto innocuo di un omino piccolo, anziano, bonario, con addosso una camicia a scacchi. Ha una vecchia borsa con dentro cacciaviti e strumenti un po’ malmessi. Viene a casa tua, ti aggiusta quello che tu da solo non sai aggiustare, ti chiede qualche decina di euro e se ne va. Senza lasciarti una ricevuta, ovviamente. Del resto, ti dicono, è pensionato: fa i lavoretti.
E allora diciamo no al pensionato che fa i lavoretti. Perché non paga le tasse e poi avrebbe già un altro reddito (vabbè, basso, ma il nostro com’è messo? e poi li ha versati, lui, i contributi quando aveva la nostra età, o aveva già il vizietto del nero?). La ricevuta di un lavoro fatto dentro casa, tra l’altro, nel caso di una partita Iva che blabla, si scarica. Ma soprattutto quell’omino così fa cose che potrebbero fare altri. Insomma: io la serranda non la so aggiustare di certo. Ma chi me lo dice che non c’è un altro pensionato che fa i lavoretti che magari ha fatto l’insegnante tutta la vita, prende una pensione ragionevole da statale, e proprio adesso sta traducendo un libro, scrivendo un articolo, editando un pezzo… al posto mio o di un collega mio, e per di più lo sta facendo al nero?
Diciamo no, tutti insieme, ai pensionati di buona volontà.

Abbiamo presentato: La pagliuzza nell’occhio – A un grande problema, una piccola soluzione.

A me il pensionato che fa i lavoretti sta sulle balle davvero e davvero rifiuto l’offerta del lavoretto al nero dal vecchietto di buona volontà.
Oggi però sta succedendo qualcosa di grave, grande come una trave, e facile da capire. Nelle grandi aziende pubbliche dove in tanti lavorano con la partita Iva (pur passando seduti a una scrivania in sede intere giornate, come il dirimpettaio dipendente) l’applicazione della nuova riforma del lavoro sembrerebbe avere un effetto paradosso. Si è detto: basta finte partite Iva! E invece si è disegnato un sistema per individuarle e correggerle che, piuttosto che trasformarle in dipendenti a tempo determinato, rischia di trasformarle in disoccupati.
Perché per essere dichiarato falsa partita Iva e poter fare causa all’azienda, bisogna dimostrare di lavorare lì più di otto mesi nell’anno solare, di guadagnare meno di diciottomila euro lordi e spiccioli (tipo nove-diecimila euro netti all’anno, o giù di lì) e di ricavare almeno l’80% del proprio reddito da quell’unico datore di lavoro. E poi altre cose di strana interpretazione, tipo avere una postazione di lavoro fissa e svolgere mansioni poco qualificate.
Insomma: l’azienda non può sapere se tu lavori anche per altri, e se negli anni ti ha ridotto il compenso a un livello davvero da fame, nel dubbio ti potrebbe anche fare un contratto corto corto, sotto agli otto mesi, così da far saltare i requisiti perché tu possa fare causa. Davanti al giudice potrà dire: quello? ah, ma quello ci fornisce le sue prestazioni solo per pochi mesi all’anno, del resto è un libero professionista e sicuramente lavora per tanti clienti!
Tutto questo, praticamente da un mese all’altro, con contratti promessi in un modo e poi presentati in un altro.
In alcuni casi, il requisito dei diciottomila euro lordi all’anno salta perché il lavoratore ha l’intraprendenza (o la necessità) di fare altro nella vita, per tirare quattro paghe per il lesso. L’azienda non lo può sapere, per cui si cautela e il contratto te lo accorcia lo stesso. Il lavoratore ha già smesso di essere una falsa partita Iva secondo quei requisiti (per fame, in genere), avrà contratti brevi col suo primo cliente, imparerà (se proprio vogliamo trovare un aspetto positivo in questa storia) a procacciarsi altri lavori, ma mai più potrà far valere i suoi otto mesi da dipendente di serie C per provare a diventare un dipendente di serie B.

Ed è qui che nasce la mia antipatia per il povero pensionato che fa i lavoretti: non riesco proprio a giustificarlo. Spero che tra loro non ci sia il nonno di L, che ha già firmato un contratto da otto mesi invece che da nove o dieci, come succedeva gli anni passati (e già ce ne sarebbe stato da dire). Altrimenti non riesco proprio a figurarmi con che faccia si possa presentare al nipote. Sull’azienda in cui lavora L non so se si debba aggiungere qualcosa: è necessario?
Quanto alla riforma, il mio modesto parere è che ci sia un errore di prospettiva: uno non è falsa partita Iva per nascita, lo diventa nel rapporto con un’azienda. Non è che L si comporta da falsa partita Iva, è l’azienda che gli propone un finto contratto di collaborazione e che nel tempo lo ha eroso fino a farlo diventare di otto mesi per un compenso molto basso. Se il controllo lo si fa su L, è quasi ovvio e auspicabile che quello abbia trovato il modo di guadagnare un po’ di più di diciottomila euro lordi all’anno, che si sia trovato altri lavori. Ma questo non toglie che nei mesi in cui lavora per la grande azienda abbia un rapporto da finta partita Iva: va lì tutti i giorni, lavora come un dipendente, non ha grandi libertà, fa esattamente le stesse cose del dirimpettaio con un altro contratto. Poi magari arriva a fatturare la strabiliante cifra di ventiduemila euro all’anno, perché nei tre (ormai quattro) mesi in cui non lavora ha imparato ad arrangiarsi. Solo che questa è una conseguenza del fatto di essere una finta partita Iva senza possibilità di contrattazione: mi sembra un po’ ingiusto che diventi causa della sua impossibilità di dimostrarlo.

(p.s.: io sto bene. L se la passa un po’ peggio. L’azienda in cui lavora non la nominerò nemmeno sotto tortura, ma in fondo ha fatto tutto in maniera pulita e dentro la legge: chi dice che non avrebbe dovuto? Il pensionato che fa i lavoretti, intanto, ho rischiato di incontrarlo davvero).