Archivio mensile:febbraio 2014

Cronache da un mercato in estinzione: quando arriva lo statale a fare gratis il tuo lavoro

Dev’essere successo che a un certo punto della storia il costruttore di catapulte si è preso un pomeriggio per pensare ed è salito sul colle da cui si domina la città.
Ha guardato in basso, ha visto i tetti delle case e il fumo uscire dai comignoli, per strada un carretto trainato da un ciuco e un maiale alle prese con un cardo rosso e turchino*.
E ha pensato: ma vaffanculo.
Vaffanculo pace, vaffanculo guerra: vaffanculo costruttore di cannoni.
La catapulta non la compra più nessuno. Il prezzo della catapulta è crollato. Tutta la mia tecnologia e tutta la mia attrezzatura non servono più a niente.
Il mestiere del costruttore di catapulte era in estinzione. Il costruttore di catapulte doveva cambiare mestiere.
Prima o poi succederà anche a noi, se continueremo a farci pagare 50 euro a pezzo**.

Mentre ero lì a farmi travolgere dall’ottimismo e a cercare analogie e differenze tra il compagno costruttore di catapulte e noi (noi freelance ma anche noi comunicatori della scienza) mi sono trovata a parlare con alcuni colleghi di un caso non eccezionale in cui
– un tempo c’era il professionista A che faceva il lavoro B e veniva pagato il compenso $
– oggi c’è lo scienziato (statale) C che, insieme allo stagista di master D e al suo professore (statale) E, fa il lavoro B. E lo fa gratis. Tanto uno stipendio ce l’ha già.
Togliete A e soprattutto $.
Qui si avanzano diversi misteri.
Posta la buona fede di tutti, posto che lo scienziato (C) sia un prodigio capace di fare bene il proprio e l’altrui lavoro, e posto che nello specifico il professionista A non lo conosco, mi domando:
1. lo stagista di master (D) si chiede quale sia il mercato nel quale entrerà, se il lavoro con cui lo fanno esercitare non prevede uno scambio economico e nessuno viene pagato per farlo?
2. il suo professore (E) si chiede per quale mercato stia preparando il suo studente? E si chiede se questo mercato sopravviverà? Di conseguenza, si chiede se sopravviverà anche il suo corso all’università?
3. lo scienziato (C) si chiede se sopravviverà il mercato della comunicazione della scienza, se poco a poco lo si erode da tutte le parti, anche da parte amica? E si chiede quali siano le conseguenze della sofferenza di questo mercato?
Si chiede se non ci sia una ragione per cui esistono i professionisti del mestiere?
Ma soprattutto: si chiede a chi stia regalando il proprio lavoro?
Cioè: può anche avercelo già, uno stipendio, e noi siamo tutti contenti (oltre a essere convinti che se lo meriti tutto, sia chiaro, e anche di più). Ma una cosa è fare volontariato per i bambini poveri del Burkina Faso, una cosa è farlo per un’impresa commerciale che dal suo lavoro trarrà degli utili. E se non li trae è perché non funziona, non perché non voglia.
Si chiede quindi, lo scienziato (C), se non ci sia una differenza tra uno stipendio statale (pagato con le tasse di tutti) e un $ che transitava un tempo tra privato-cliente e privato-fornitore? Si chiede se sia giusto essere pagato dallo stato e poi lavorare (magari nel weekend, per carità) per un privato? Dice tanto lo stipendio ce l’ho già. Ma se qualcuno quello stipendio non ce l’ha, come nel caso di A, non è concorrenza sleale a spese della collettività?
4. l’editore si chiede… sì, l’editore si chiede come possa stare nelle spese e la risposta smettendo di pagare chi ci lavora è ovviamente quella più facile, per lui.

Lo scienziato volenteroso (il SV, come definito nella galleria dei tipi umani da giornalista scientifica) ha tanti pregi. E in genere è un amico, oltre a essere una persona stimata e stimabile. Ma spesso non conosce i meccanismi e la situazione del mercato della comunicazione della scienza. Io, in compenso, non conosco i dettagli della storia. Per questo l’ho raccontata al minimo: perché è paradigmatica di una tendenza che si osserva da tempo, e se anche non fosse proprio così ne descriverebbe comunque altre.
Vi basti sapere che l’ultima volta che ho cenato con uno scienziato del tipo SV, mentre ero lì che sproloquiavo di catapulte e di articoli da 50 euro, di pagamenti in ritardo e di prospettive di fame, lui mi ha guardato e, serio, ha confessato: se tu non mi avessi raccontato queste storie, non lo avrei proprio capito che quelli come me rischiano di mettere nei guai quelli come te.
Ho esclamato: Non solo quelli come me! Tutti! Tutta la comunicazione della scienza e, alla fine, l’intera società!
E mi sono fatta offrire la cena.

 

* Licenza pascoliana a modo mio.
** Non voglio nemmeno sentir dire o anche meno. Chiaro?

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Dieci anni di legge 40: che cosa è cambiato per la comunicazione?

Domani la legge 40 compie dieci anni.
In questi dieci anni è stata smontata a colpi di sentenze, soprattutto nelle parti che riguardano la fecondazione assistita. La legge però mette il becco anche nella ricerca, vietando l’uso degli embrioni (da cui ricavare le cellule staminali embrionali, come si fa nel resto del mondo). E anche su questo siamo in attesa di una sentenza della Corte Costituzionale. Nel frattempo, vale la pena ricordare, c’è stato un bando pubblico per la ricerca sulle staminali che escludeva la ricerca sulle staminali embrionali (era il 2008) e un ricorso, a firma Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna, perso. Poi c’è stata la storia della riprogrammazione: i tentativi (riusciti e premiati con il Nobel 2012) di riportare la cellula adulta alla staminalità, e studi successivi (come quello uscito un mese fa su Nature e giù sospettato di essere una frode, per dire che vivacità la ricerca sul tema).

Ma la storia è importante anche dal punto di vista di chi si occupa di comunicazione. Perché le cose sono cambiate, da dieci anni a questa parte, e la vicenda Stamina ne è stata la peggiore dimostrazione.
Per esempio: la parola staminali, che dieci anni fa era associata alla famigerata biologia di Frankenstein, è diventata una parola marketing con cui vendere le creme antirughe. Le viene dato il sinonimo di rigenerante, o qualcosa così. Probabilmente è il risultato di un’operazione di cosmesi lessicale che deve molto alla nascita di tante Stamina interessate a venderci cose con l’etichetta di staminali, più subdole e capaci di sfuggire (nel bene e nel male) agli agoni di giornali e tv.
Per me, forse anche perché proprio dieci anni fa cominciavo a lavorare davvero, e scrivevo tanto per i giornali e altrettanto leggevo, ci fu un’epifania, che da allora si ripete stancamente più o meno ogni giorno, e che oggi mi annoia o deprime, ma di certo non mi stupisce più. Si stava cominciando a importare nella scienza l’idea della par condicio.
Fu un crescendo che culminò un anno dopo, in occasione del referendum che avrebbe dovuto abrogare la legge ma si fermò al palo del 25% dei votanti. Da quel momento, come nei talk show politici, quando si parla di scienza e c’è un conflitto aperto, si invoca la presenza delle due campane. Come se davvero ci fossero due campane. Ai tempi di quel referendum il risultato erano paginate sul tema in cui l’opinione dello scienziato di turno (che poi erano gli stessi di oggi, solo dieci anni più giovani) era messa a confronto con quella di un vescovo. O dell’unico scienziato per il No, che non era un vescovo ma lo ricordava nel cognome. E lo stesso accadeva in tv: uno scienziato dei tanti, per il fronte del Sì, e a rappresentare il No (o l’astensione) sempre lo stesso. Litigi, dibattiti animati, e l’immagine di una scienza spaccata a metà, anche se così non era.

Ero appena arrivata a Roma dalla provincia, e mi guardavo intorno con stupore. C’era Roma, ma Roma era tappezzata di manifesti enormi con enormi foto di feti spacciati per embrioni. Il gioco si faceva pesante e, come abbiamo visto anche in questi anni, pesante per noi che trattiamo di scienza significa emotivo, pieno di immagini e lacrime, e di bambini esposti insieme a una corriva esaltazione dello spirito italiano, sentimentale per natura, e gridato e confuso e impossibile da governare lucidamente.
Forse perché dieci anni sono passati anche per me, e non sono più la pivelletta entusiasta di un tempo, adesso mi sembra che lacrime, forconi e fiaccole siano sempre più frequenti nel nostro dibattito. E che gli argomenti della scienza trovino sempre maggiore difficoltà a emergere nel coro di lai e lamenti da cui siamo circondati. Ma forse mi sbaglio. Risentiamoci tra dieci anni.

Il “progettino” che ci manderà sul lastrico: quello per le idee di un altro

La nostra morte sarà un progettino.
Quelle cose del tipo stiamo aspettando di capire se partiamo, tu intanto facci un progettino (oppure un indice o qualche proposta o butta giù un paio di idee). Gratis, si intende: per prova.
Progettino significa che ti propongono di collaborare a un’idea, loro, nella quale, loro, investono tempo e soldi, loro e tuoi.
E questo in attesa di un rientro o di una remunerazione, che sarà ovviamente soprattutto loro (a te diranno che il budget è limitato).
Nel frattempo, per accelerare i tempi, e quindi per essere operativi nel momento in cui arriveranno i finanziamenti oppure nel momento in cui sarà chiara l’organizzazione di tutta l’impresa, tu prepari il progettino e dimostri di essere attenta, preparata, lesta. Proprio quello che serve.
Poi magari l’idea muore (nel mio campo, muore il 90% delle idee) oppure i finanziamenti vengono ridimensionati oppure ci sono cambiamenti e magari ricche consulenze da pagare, e purtroppo la tua collaborazione non serve più. A volte succede anche che sia tu a romperti le balle e a provare il brivido del rifiuto per dignità. In ogni caso il progettino rimane lì: monumento al tempo buttato, mai pagato, impossibile da riciclare, una specie di esercizio di stile, o di fiducia mal riposta nelle idee di un altro.
Ho decine di progettini nel computer.

Attenzione. Un progetto personale è un’altra cosa. Se io ho un’idea, per un libro, per un’iniziativa, per un articolo, per una cosa qualsiasi, è chiaro che sono fatti miei e che se poi il progetto muore ci mancherebbe altro che mi lamentassi.
Non solo. L’idea può essere tua. Ma posso sposarla e decidere di sostenerla, per qualsiasi ragione. Così il mio investimento in un progettino significa mettere il cappello su qualcosa a cui voglio partecipare e a cui magari credo. Per esempio, se siamo amici e tu hai un’idea che mi piace e mi proponi di partecipare, se funziona, col progettino ti permetto di andare avanti e aumento le mie probabilità di collaborare con te a una cosa bella. Oppure l’idea è tua, a me piace ma temo la concorrenza: allora, all’inizio, decido di investire un po’ del mio tempo a dimostrarti che io, quel lavoro, lo faccio meglio degli altri. Va bene, va bene lo stesso.

Ma il progettino malefico che intendo io significa che mi stai affibbiando (e sei stato tu a cercarmi) una parte del tuo rischio imprenditoriale.
E non me ne dai gli eventuali benefici.
Tra l’altro, a progetto naufragato, il mio progettino te lo tieni e non so bene che cosa ne farai.
Ora, lo so che devo imparare a farmi furba. A dire che il progettino lo si paga a parte. E invece sono qui col sangue avvelenato per diversi (diversi) progettini su cui ho buttato via un po’ del mio, non abbondantissimo, tempo. Allora meglio scrivere gratis su un blog in bianco e nero.
(seguono mail).

(Stavo pensando di concludere questo post di invettiva buttando lì una manciata di progettini che ho scritto negli anni e che non sono serviti a niente. Pensavo di regalarli a grappoli, tanto. Poi no. Poi m’è presa la tigna. Basta coi regali. Ecco. Qui tra poco si chiude bottega, a suon di regali. Fatemi un progettino per una bottega nuova e poi se ne riparla. Ah: per ora, zero budget…).

 

Fare il medico al tempo di whatsApp: una storia vera, anzi quattro

Oggi ospito il racconto di un’amica, compagna di studi, che fa il medico.

Dicono che un tempo non fosse così, e in un certo senso qualche prova ce l’ho anche io che mi sono laureata in medicina poco più di dieci anni fa. Una su tutti, mio nonno, che adesso non c’è più, e che negli ultimi mesi della sua vita non mi riconosceva. Un giorno mi ha chiesto quale lavoro facessi. Gli ho risposto la dottoressa. Mi ha sorriso tutto contento e ha chiamato sua figlia per congratularsi.
Perché le cose siano cambiate non lo so, ma questi aneddoti, che riporto ovviamente con nomi di fantasia, riguardano persone della mia età o poco più anziane, di livello culturale (misurato in termini di titoli di studio) medio alto.

In molti ospedali dove ho lavorato ho partecipato a sperimentazioni cliniche su nuovi farmaci.
Dico nuovi farmaci perché si tratta di farmaci già in commercio in molti altri paesi europei. Premetto che queste sperimentazioni sono gratuite per il paziente e per il medico che conduce lo studio, almeno nel mio caso, sia in maniera diretta che indiretta (la casa farmaceutica in questione non mi ha pagato vacanze né congressi né un contratto di lavoro). E premetto che inoltre io, da paziente, non so se parteciperei, perché sono cose che richiedono un certo impegno (visite regolari e con termini ben precisi, prelievi frequenti…).
Quello che mi ha sempre sorpreso sono però le domande che mi hanno fatto le persone a cui ho proposto di partecipare alla sperimentazione.
La mia preferita è: È a base di staminali?
Risposta: No.
Controrisposta: Allora non mi interessa: voi fate solo le cose che vi danno soldi e che fanno guadagnare le case farmaceutiche.
Controrisposta che in un solo colpo divide la ricerca nella good company di Vannoni (perché a questo pensano i pazienti quando parlano delle staminali) e la bad company dei medici corrotti dalle case farmaceutiche.
Seguono altre domande sul tema privacy, del tipo: ma il mio numero di telefono e il mio nome poi a chi lo darà? perché sono stanca di quelli che mi telefonano per cercare di vendermi abbonamenti a riviste… e vorrei replicare che a me da anni cercano di propinarmi un robottino igienizzante per materassi senza che abbia dato il numero ad alcun medico che si occupa di sperimentazioni cliniche, ma rimango in silenzio.
C’è il sempreverde: insomma dovrei fare da cavia gratis, a cui non replico più, celebrando la morte del mio idealismo giovanile.
Per finire c’è l’altruista, che mi sta simpatico, e che dice più o meno: se partecipo è per aiutare gli altri. Lui la ricerca la vede come qualcosa che durerà anni e anni, darà risultati inutili per noi oggi ma forse fruibili per i nostri bisnipoti. Gli spiego che tra pochi mesi il farmaco sarà in commercio in Italia. E gli esiti nei suoi occhi sono contrastanti.

La nonna di un mio ex, Giorgio, biologo, viene ricoverata in ospedale per uno scompenso cardiaco in condizioni critiche. Viene trattata, tra l’altro, con diuretici endovena: in questi casi è una terapia indispensabile. Poi ha un attacco di gotta, evento doloroso che peraltro viene subito diagnosticato e trattato: la gotta non compromette la prognosi della signora che dopo breve degenza rientra a domicilio.
Giorgio si documenta, legge il foglietto illustrativo del diuretico in questione e scopre che può far aumentare l’acido urico. Le hanno fatto venire la gotta, dice con l’espressione di chi ha risolto un mistero. Perché voi medici non conoscete gli effetti collaterali dei farmaci: vi risulta troppo impegnativo studiare o è per colpa delle case farmaceutiche che vi spingono a usare questo farmaco? Ne so di più io semplicemente avendo letto un foglietto illustrativo e dopo la puntata di un anno fa di Elisir sullo scompenso cardiaco. Al limite leggendo un capitolo di farmacologia sui diuretici: molti non causano la gotta.
Io e Giorgio ci siamo lasciati per altro, anzi per altra, che solo oggi so di dover ringraziare.

Oggi vivo a Milano e nel fine settimana esco in gruppo con amici storici e altri che si sono aggregati nel tempo. Come quasi tutti ormai sono succube di WhatsApp nell’organizzazione della mia vita sociale: lo usiamo soprattutto per organizzare i sabato sera, vacanze ed altro.
Anna ci scrive che ha un problema, una dermatite (ovviamente autodiagnosticata) e chiede aiuto. Chiede aiuto a Giovanni e Martina che non sono medici, ma lavorano per una casa farmaceutica e che si occupano in particolare di psoriasi. In pratica chiede una consulenza medica (posso usare una pomata a base di cortisone o meglio un antistaminico? Devo prendere un antibiotico?). Mentre a me chiede se posso mettere una buona parola per anticiparle una visita con uno specialista di un ospedale dove lavora una mia amica.
Seguono commenti di Giovanni, che la incoraggia a usare tutto contemporaneamente. Rimango ferma per un po’ e rifletto se intervenire a livello scientifico nella discussione. Scrivo solo che non sono riuscita ad anticipare la visita.
Oggi conoscere un medico non serve più a niente, avrà pensato.
Io invece ho pensato a mio nonno, un uomo di altri tempi.