Archivio mensile:novembre 2012

Disabile e arruolato, a pagamento: storia di un freelance disabile

Ho un’amica disabile. È tante altre cose: per me è un’amica, per qualcun altro è una figlia, una sorella, una moglie, una vicina di casa. E poi è un’elettrice, una lettrice, una che fa torte di mele da urlo, una che beve quanto me e forse riesce a mangiare persino di più: una che guida, viaggia, combatte le sue battaglie, coccola i suoi gatti, fuma e poi rifuma e, generalmente, si circonda di un gran casino di cose e di idee (per questo è una mia amica). È anche laureata e, a prezzo di una gran fatica, piano piano, sta cominciando a far valere la sua professionalità. Una professionalità molto particolare, la sua, perché è psicologa e si occupa proprio di psicologia della disabilità.
Attenzione. Avrebbe anche potuto essere pedagogista, architetto, linguista, medico, educatrice, urbanista, giornalista. La storia non cambia. Si tratta di una persona altamente qualificata (sebbene non altrettanto attiva, per le ovvie difficoltà che incontra) capace di migliorare il mondo a noi abili e a noi disabili. Dico noi disabili perché la disabilità della mia amica è abbastanza diffusa, è di quelle che ti possono arrivare in casa senza prima suonare il campanello e a pensarci bene non posso giurare che non mi capiterà mai addosso. Quindi, la mia amica è una risorsa. All’elenco di cose che è (amica, disabile, figlia, sorella…) aggiungete risorsa.

Eppure la si invita a fare il suo mestiere, a parlare di disabilità e abilità, a incontrare persone e situazioni di bisogno, senza pagarle una lira.
Accidenti, dico io. Rifiuta. I suoi argomenti assomigliano a quelli dei miei colleghi (e a volte anche miei): è un’occasione, mi faccio conoscere, dormo da amici, me lo ha chiesto uno che conosco… E poi: così posso dare visibilità alla mia disabilità.
Sì, ma sono cose impegnative, dico. Si tratta di viaggiare, di studiare, di prepararsi a lungo. Rifiuta, insisto. Difendi la tua professionalità e difendi il mercato: dove la trovano un’altra come te? La devono pagare, se la vogliono, una come te… Vado avanti agitando l’indice in aria, ripetendo con enfasi il discorso di sempre: non si deve lavorare gratis!
E blablabla.
Ma a una cosa non avevo pensato. Mi guarda e me la spiega lei: a me però me la fanno passare come un’opportunità proprio perché sono disabile. Cioè?
Cioè: a lei che è disabile non solo si chiede di lavorare gratis, ma si chiede anche di ringraziare. Ohibò. Tanto, sennò, che cosa faresti delle tue giornate?
Forse è vero: certe cose diventano battaglie e le si vive in modo diverso, pazienza se assomigliano al lavoro. Per esempio, a certi festival della scienza noi giornalisti scientifici andiamo sempre, tutti insieme, tutti gli anni, per sentirci in famiglia e nel nome della scienza: non mi sognerei mai di chiedere soldi e così molti miei colleghi (i rimborsi però sì, quelli li chiediamo fino all’ultima lira). Ma succede una volta, due, e sono cose che scegliamo di fare. Sono, in un certo senso, promozioni della cultura scientifica, l’equivalente di lei che dice posso dare visibilità alla mia disabilità. Così noi che ci lavoriamo abbiamo tutti gli interessi a far sentire forte la voce di una comunità. Abbiamo una convenienza, ecco.
Ma la mia amica disabile? Perché quella deve essere la norma, per lei? Perché a lei rispondono sempre è un ente no-profit, deve venire gratis e non possiamo nemmeno organizzarle il viaggio, ma non crediamo possa perdere l’occasione di avere questa bella platea davanti? Fino a: scusa, ma quello che ti serve per arrivare fin qua e partecipare, dovresti pagartelo da te.
Certe cose saranno battaglie, ma a lei non è dato scegliere. È dato solo di ringraziare.
Allora riprendete l’elenco di cui sopra: amica, disabile, figlia, sorella… risorsa. E aggiungete: donna incomprensibilmente grata a chi le concede di essere tutto quel che, già da sola, potrebbe essere ed è.

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Dì qualcosa di scienza! /2 Sono arrivate le risposte. E le riflessioni di contorno

Mentre leggo e (provo a rileggere e cerco di sostenere che) studio le 30 (= 6×5) risposte dei candidati alle primarie del centrosinistra alle domande del gruppo Dibattito Scienza, e mentre partecipo anch’io alla discussione in corso sul tema quanto siamo stati bravi – grazie a tutti – dovremmo vederci più spesso, vi propongo due riflessioni al termine di questa settimana intensa di confronto.

1. All’ennesima telefonata allo staff di Matteo Renzi (affidato a me, e vi assicuro che è stato un osso duro ma io non sono una che desiste al primo aspetta, sì, certo, come no, stiamo scrivendo…), a ridosso della deadline, mi prendo tutti i miei meritati vaffanculi, e qualcuno in più. Le telefonate si fanno tese man mano che passano i minuti. E finalmente, sotto minaccia (sai, abbiamo già preparato la pagina web con una mascherina che dice: Renzi non pervenuto…), a meno sei minuti dalla scadenza arrivano le risposte. Tutte, intere, esattamente come le volevamo. Eccole! Scrivo al gruppo che festeggia: ci siamo riusciti!
Le apro prima di tutti. Vado per leggerle di nascosto. E in quel preciso momento mi richiama la mia amica dello staff renziano.
Dice: eh, allora? belle eh, è bravo Matteo… Dico, per farla soffrire ancora un po’: sai che mi hanno detto che quelle di Bersani sono scritte benissimo? E lei: come?! Io: eh, mi sa che si è scelto uno sherpa di qualità… Che?! Uno sherpa?! fa lei quasi disgustata.
Sì, Renzi si era fatto un punto di orgoglio di rispondere personalmente, e lo dobbiamo ringraziare per averlo fatto davvero, nonostante una campagna elettorale intensa proprio in questi giorni e la mia gragnuola di messaggi molesti a mo’ di tortura cinese. Ma è davvero preferibile un candidato premier che scrive da solo che cosa pensa di Ogm, legge 40 rischio idrogeologico e così via, su temi difficili e completamente diversi tra loro, o uno che si fa aiutare da uno specialista? E quello che si fa aiutare, continuerà a farsi aiutare anche se diventerà premier, o è solo una faccenda di ghost writing per la campagna elettorale?
Beh, nel caso in cui non sia così, credo che il prossimo premier potrà trovare nel gruppo Dibattito Scienza un sacco di candidati sherpa, pronti a prestare il cervello e la penna alla politica, se davvero cominciasse a voler studiare un po’. A noi collaborare piace, ne abbiamo avuto conferma in questi giorni, e ci piace sentirci ascoltati. Quindi eccoci, a disposizione.

2. a me, in questo periodo, capita però anche di sentirmi in difficoltà con l’idea di sinistra. Perché sono cresciuta in ambienti di sinistra, i miei amici sono di sinistra, frequento gente che dice di sinistra per dire buono e bello. Però quando hai a che fare con informazione + scienza, questa sinistra ti delude maledettamente. Perché non ha dubbi, mai. E sulle questioni di lavoro, per esempio, mi chiede di strapparmi il cuore per vertenze sindacali lontane anni luce dai miei problemi, e intanto si dimentica di me. Su certe questioni di diritti mi chiede di trovare compromessi al ribasso con i cattolici, mentre loro son sempre lì a dirmi che cosa è giusto. E nelle questioni di scienza propone il trionfo dell’irrazionale, perché sembra che essere di sinistra significhi nutrirsi di carote biologiche, curare la polmonite con le tisane, fare shopping naturale, avere un santone nascosto in garage e aborrire ciecamente la parola chimica.
Sono contenta delle nostre domande e delle risposte dei cinque anche perché si comincia a mostrare pubblicamente che tutto quello di cui sopra non è di sinistra: è moda. E che forse la sinistra può cominciare a dire cose di buon senso senza passare a destra. Tipo: la ricerca pubblica sugli Ogm va difesa. Tipo: le medicine sedicenti alternative, l’omeoroba e le magie, non sono validate dalla scienza e quindi non devono essere pagate dalle tasche di tutti. E così via. Facile. Spero che questo significhi che recupereremo la lucidità e che potremo cominciare anche a parlare di cronaca, giustizia e politica fuori dal letto di Procuste in cui ultimamente la gente di sinistra ama infilare tutto, anche con una certa rabbia.
Daje, sinistra: puoi ancora recuperarmi.

E adesso torno a studiare. Ho già cambiato idea cinque volte su chi votare. Ma cambiare idea, per noi di sinistra, è molto divertente.

Che cosa sta succedendo al Cnr? La signora Maria, l’sms di beneficenza, e le bollette da pagare

Mi hanno accerchiata. Sono in tre e mi contattano usando tutti i mezzi a disposizione: mail, facebook, mail di facebook, cena fuori improvvisata, e a un certo punto spunta pure un numero di telefono: chiamami così ti racconto che cosa succede qui. Intendono qui al Cnr.
Sono tre ricercatori di uno dei tanti istituti di ricerca del Cnr: abitano in una piccola città universitaria del nord, uno di quei posti eccellenti dove si finisce spesso a fare visita se si fa un mestiere come il mio. E la storia che mi vogliono raccontare oggi è questa.

Cominciamo dalla mail Giovanni. Dice: perché ai candidati alle primarie del centrosinistra non chiedete concretamente qualcosa sul Cnr? “Col taglio ai finanziamenti alla ricerca predisposto dalla spending review al Cnr sono venuti a mancare 80 milioni di euro. Bruscolini, è vero. Peccato che non essendoci più nessun bruscolino avanzato, con questi 80 milioni sono finiti i soldi per le bollette.
Già, ma senza luce, acqua e riscaldamento come si fa? Allora il Cnr ha deciso* di trattenere il 15% dei fondi per la ricerca che i singoli ricercatori si procurano dall’esterno con fondi europei, Airc, Telethon (i cosiddetti grant)… Attenzione: da questi stessi fondi spesso veniva già prelevato qualcosa, più o meno un 15%, dagli istituti, sempre per le bollette stavolta quelle pagate localmente, perché i soldi erogati a livello centrale dal Cnr bastavano a malapena per pagare gli stipendi e non per sostenere materialmente gli istituti stessi.
Però questi grant non sempre prevedono che se ne possa prelevare una parte per le spese generali (l’elettricità) e se lo prevedono mettono limiti precisi: di solito guarda caso, si tratta di un limite del 15%.
Conclusione: i soldi dei grant che devono pagare la ricerca, ma anche le borse di studio dei giovani, si riducono, tutti, e gli istituti hanno meno (o nulla) risorse per fare fronte alle spese. Di fatto ci si avvia alla morte del sistema della ricerca pubblica.
A qualcuno interessa? Ai nostri candidati premier, per esempio, interessa?”.

Oh, attenzione, prosegue Giovanni. I soldi di quei grant sono soldi particolari: “Airc e Telethon, e quindi la signora Maria che ha mandato l’Sms da due euro, assegnano quei fondi personalmente a un ricercatore, sulla base di una valutazione di merito che coinvolge esperti stranieri. E il ricercatore è personalmente responsabile del modo in cui i soldi vengono spesi. Non solo. Molti grant prevedono la dichiarazione da parte dell’istituzione ospitante che verrà rispettata l’autonomia del ricercatore”.
E invece?
“Il prelievo forzoso, a monte, da parte dell’amministrazione centrale, del 15% del finanziamento è legittimo? Non si tratta di una violazione di quello che il ricercatore ha firmato sotto la sua responsabilità, ma di cui non ha alcun controllo?”. C’è anche il rischio, prosegue, che gli erogatori di quei soldi chiedano al ricercatore di restituirli, giustamente. O che smettano di darli. Perché dovrebbero raccogliere soldi per pagare le bollette di un ente pubblico? Ma siccome al momento è da quei soldi che dipende molta della ricerca italiana, dai due euro della signora Maria, se quei soldi smettono di arrivare, è ovvio che sono guai.

Va bene: in situazioni di emergenza, Giovanni e colleghi lo riconoscono, va bene anche una tantum, cioè un provvedimento straordinario che risolva una situazione contingente. Solo che qui, “dietro a questo prelievo, non si vede alcuna prospettiva di risanamento.
Tanto per chiarirci: su circa 8000 dipendenti Cnr, quasi il 50% sono amministrativi. Non vuol dire che ogni ricercatore ha una segretaria, perché la maggior parte di questi amministrativi si concentra nella sede centrale romana, che da sola costa venti milioni di euro all’anno. Nessuna proposta di riduzione dei costi della sede centrale si è mai sentita. Invece piovono le iniziative per ridurre i costi della rete dei centri di ricerca, che sono già stati ridotti da oltre 300 a 100 e che dal 2005 a oggi hanno visto ridurre l’erogazione dei fondi ordinari praticamente del 100%, ragion per cui gli istituti effettuavano quel prelievo sui grant di cui sopra, per pagarsi le bollette.
Insomma, si tratta di una manovra che serve a tappare un buco aprendone un altro (la famosa storia della coperta corta)”.

Tanto più che, aggiungono gli altri due, non si intravede un pensiero strategico nemmeno per quanto riguarda le procedure di normale amministrazione di un ente di ricerca, come quelle di gestione dei materiali: “nel mio istituto ci sono due persone dedicate agli ordini, con gare d’appalto, per i reagenti di laboratorio. Dovrebbero fare ricerca. Ma se non passassero il proprio tempo a fare ordini di quel tipo, e cioè se non si sacrificassero per tutti, nessuno qui potrebbe lavorare”.
Insomma, burocrazia: “una montagna di burocrazia che ci sotterra”. E progetti di facciata, dicono, a detrimento dei giovani ricercatori e soprattutto, accidenti, della ricerca pubblica, della sua libertà e indipendenza.

 

*Riporto le testuali parole della dichiarazione ufficiale con i relativi riferimenti dell’Associazione nazionale professionale per la ricerca (Anpri), un sindacato in cui si riconoscono molti ricercatori, e una petizione associata.
Smentendo clamorosamente il Presidente Nicolais, che si era impegnato con i Direttori di Istituto a effettuare il prelievo centralizzato dei finanziamenti esterni per progetti di ricerca solo in caso di effettiva necessità, il CNR dispone sin da subito il trasferimento del 15% di tutti i finanziamenti esterni 2013 per attività di ricerca (Titolo I “Trasferimenti”) e tecnico-scientifica (Titolo II “Compensi per prestazioni di servizi tecnico-scientifici”) a favore dell’Amministrazione Centrale.
… E lo fa in una maniera a dir poco irrituale, attraverso una semplice Circolare, la n. 33/2012
(per info, chiedetemela. Ndr).
… Sottoscrivi anche tu la petizione “Giù le mani dai soldi per la Ricerca”:

http://www.petizioni24.com/giu_le_mani_dai_soldi_per_la_ricerca

Di’ qualcosa di scienza! Sei domande per i candidati alle primarie del centrosinistra

Per noi gente di scienza è un periodo così: più ci sentiamo bastonati da un paese che cede al fascino delle stronzate (è un termine tecnico) e dei forconi del cialtronevo (tecnico anche questo), più ci stringiamo a coorte e scopriamo quanto sia bello e sano collaborare per far sentire la nostra vocina.
È successo in questi giorni, mentre c’era chi chiudeva il giornale, chi faceva riprese, chi doveva consegnare il pezzo, chi era in giro per incontri pubblici, ciascuno per i fatti suoi, e intanto a tutti ronzava in testa un’idea: ma perché cavolo in nessun programma politico, compresi quelli per le primarie, compaiono temi scientifici o di politica della ricerca? Parlo di temi energetici, con prese di posizioni precise e chiare, di bioetica, di sanità. Di nuovo, anche in queste primarie, il grande assente è la scienza. Fa paura? Forse. Si tratta di temi sensibili e delicati? Sicuramente, ma non è un motivo valido per non pensarci soprattutto se ci si sta candidando a governare il paese. Non è che è generica ignoranza? Ah, sicuramente anche. Comunque che palle. Che palle un paese a cui la scienza non interessa o fa paura o è una cosa misteriosa e boh.
Allora, su stimolo di Moreno Colaiacovo (che è un giovane ricercatore, entusiasta e propositivo, e finché dura così è da tenerselo stretto) è nata una paginetta facebook (Dibattito scienza) che nel giro di qualche giorno è diventata affollatissima e vivacissima: oggi ci sono 649 iscritti, giornalisti scientifici e scienziati, teste pensanti e un po’ rompicoglioni, che hanno stilato sei domande per i candidati delle primarie del centrosinistra e le hanno inviate ai magnifici cinque. E hanno già ricevuto alcune interessanti risposte.

Le domande ai candidati le trovate sulla homepage delle Scienze (che ci ha anche già garantito un passaggio sulla home di repubblica.it).
Se volete aderire, potete farlo scrivendo a redazione@lescienze.it.
La pagina facebook la trovate su facebook e se avete qualche ora di tempo per leggerla vi potrete trovare chilometri di interessanti discussioni.

Prima a rispondere è stata Laura Puppato, che poi ha pubblicato le sue riflessioni sul suo blog sul Fatto quotidiano.
Per me, la risposta alla domanda numero 6 è dirimente: la posizione di un candidato premier sulle medicine alternative non è solo un fatto personale e dire che devono essere rimborsate dal Ssn mi dà già un indirizzo importante. Perché se trovo questa frase in forma affermativa mi vengono i brividi. Anche la risposta alla domanda numero 5, sugli Ogm per uso alimentare, la trovo interessante. La Puppato dice chiaramente (e grazie per la chiarezza) che l’Italia deve essere Ogm free: io ho una posizione meno netta e ritengo che la ricerca (soprattutto se pubblica) debba essere sempre sostenuta. Tra l’altro, mi fa strano leggere che la scienza non è in grado di affermare con ragionevole certezza né la pericolosità né la sicurezza degli alimenti prodotti utilizzando Ogm, quando poche righe sotto si trova: la medicina alternativa, per esempio l’omeopatia, ritengo sia una branca della medicina che ha dimostrato la sua utilità: guardate che è sulla medicina alternativa che la scienza non è in grado di affermare con ragionevole certezza la validità (ed è anche una formula molto generosa). Insomma: io avrei, minimo minimo, invertito l’oggetto delle due frasi.
Credo che vada riconosciuta a Laura Puppato l’attenzione, e anche la cortesia, che ha dedicato alle nostre domande. Ci ha risposto tempestivamente, forse a indicare il fatto che ci aveva già pensato. Grazie.

Sono state appena consegnate le risposte di Nichi Vendola: tra poco verranno pubblicate e potremo fare le pulci anche a lui. Intanto grazie!

Poi arriveranno quelle di Matteo Renzi (mi è stato promesso personalmente), sappiamo che quelle di Bruno Tabacci sono in arrivo, e lo staff di Pierluigi Bersani ha risposto di essere già al lavoro. A loro grazie glielo diremo a busta arrivata.

Per la nostra comunità, è un grande sollievo e forse persino un rinnovato senso di appartenenza a una minoranza forte e dotata di cervello. Bene, bello. Bravi. Dovremmo frequentarci di più. La formulazione delle domande, alla fine, ci è venuta bene. Ne avremmo potute aggiungere tante altre, e forse lo faremo. Dopo il centrosinistra, le useremo anche per le altre primarie di coalizione o di partito in cui non saranno discussi i temi che ci stanno più a cuore, quelli della scienza.
Magari non cambieremo il paese, ma magari sì. Cavolo.

E ora una nota personale. Perché, dopo il dibattito coi colleghi e giustamente rinfrancata, mi sono iscritta per votare.
Vado su Google e metto primarie. Mi compaiono, in ordine: primarie pdl, primarie pd, primarie 2009… e, in fondo, primarie del centrosinistra. Vado. Trovo solo articoli di giornale che ne parlano. Allora aggiungo iscriversi. Di nuovo solo articoli. Rufolo. Ne scelgo uno che mi pare promettente. In effetti lo è: possiede un link. Ed eccomi sul sito vero: già, che sciocca, è primarieitaliabenecomune, come ho fatto a dimenticarmi un nome così facile… Entro. Clicco registrati. C’è il regolamento, lo scorro e aderisco. Poi di nuovo aderisco. Poi mi chiede regione, comune e… cavolo: sezione elettorale. Ho smarrito la tessera elettorale, ho fatto la denuncia ma non me ne hanno mai mandata una nuova. Dovrò rifare le solite venti telefonate e poi andare a qualche chilometro da casa mia a cercare di farmene dare una nuova. Intanto non ce l’ho. Come faccio a sapere quale sia la mia sezione? Facile, mi dico. Torno su google. Su una pagina del sito del comune, trovo ben dodici allegati in vari formati e dai vari nomi con tabelle su tabelle… Dopo cinque minuti desisto. Va bene, forse sono io che sono un’impaziente. Mi pare di capire che la questione sia difficile. Torno su google. Chiedo sezioni elettorali roma esquilino, che è il mio quartiere. Su una pagina del sito del Pd trovo un testo che dice: sezioni 2, 3, dalla 5 alla 17, 2518 e 2519. Mumble mumble. Cerco di incrociare i dati con quelli del comune, che sono via per via. La mia via mi viene con diversi numeri non consecutivi compresi tra 3 e 2518, a conferma di quello che diceva la sezione Pd. Non ho risolto il problema.
Stremata, chiamo la vicina. Mi riderà dietro, ma pazienza. Non risponde. Pausa. Mi richiama lei. Mi ride dietro, ma pazienza. Prende la sua tessera elettorale, mi richiama e mi dice: 15. Torno sulla apposita pagina di primarieitalia… Aggiungo la sezione. Ma. Pagina scaduta. Ricomincio. Adesso capisco che aderisco + aderisco non te lo fa fare se non hai davvero scorso tutto il regolamento. Lo riscorro. Aderisco e aderisco. Compilo un modulino. Mi arriva la pagina che dice che finalmente ce l’ho fatta. E adesso ho qui, sul desktop, un certificato che dovrò stampare e portare al seggio con un documento di identità e… cavolo, la tessera elettorale.

Talkin’ about Terremoto. Ho scritto a Repubblica dopo aver letto l’ennesimo editoriale sul processo dell’Aquila

Mi ero ripromessa di non parlare più del processo dell’Aquila. Poi, tre giorni fa, un’amica mi ha chiesto che cosa ne pensassi dell’esito delle elezioni siciliane. E ci sono ricaduta, accidenti.
Mi spiego.
Lo spunto della conversazione con la mia amica era un editoriale appena uscito su Repubblica, a firma Barbara Spinelli, che entrambe leggiamo sempre volentieri. Ho preso il giornale e mi sono messa a leggere, appunto, sulle elezioni regionali siciliane così e cosà, pronta a rifletterne con la mia amica. Ma, ohibò, dopo poche righe, da Palermo il discorso tornava sul processo dell’Aquila. E io che, giuro, stavo resistendo a ogni tentazione allo scopo di preservare il mio e il vostro equilibrio mentale, insomma non sono riuscita a tenere ferme le mani.

Ho scritto a Barbara Spinelli, perché davvero di certi passaggi non capivo né la logica né il senso, e in cc ho messo un bel po’ di altri indirizzi mail riferiti al giornale (il direttore, le lettere, altri giornalisti). In attesa di ricevere una risposta, ho pensato di postare la lettera anche qui, così da proporvi un paio di riflessioni in più.
La prima riguarda il concetto, apparentemente semplice, di prima e dopo: molti colleghi non scientifici insistono a dire di aver capito che non è un processo agli scienziati per non aver saputo prevedere il terremoto! però poi proseguono: è un processo per aver nascosto la verità. Quale verità? L’arrivo di un terremoto?! E dovevano saperla prima? Ma non abbiamo detto che non si possono…. Forse non ci siamo.
La seconda riguarda la forza di certa stampa. Intendo: se uno legge un errore in un articolo, o ha qualche ragione per criticarlo, più che scrivere una lettera che cosa deve fare? A volte capita che l’uno in questione non sia un uno qualsiasi. O che siano tanti uno, ma se c’è una linea editoriale di ferro e le lettere contrarie vengono ignorate, i lettori penseranno che nessuno si sia opposto a quel che è stato scritto. E quindi che vada bene a tutti.
Per dire, so che anche Luciano Maiani, uno dei fisici più importanti d’Italia che è stato presidente dell’Infn e del Cnr e attualmente è a capo della Commissione Grandi rischi (sebbene abbia consegnato e poi sospeso le sue dimissioni), sta aspettando una risposta da parte di Repubblica a una lettera in cui criticava pesantemente il contenuto di quest’altro editoriale sullo stesso tema.
E so di altre lettere scritte allo stesso giornale per precisare sommessamente, o criticare con forza, alcuni passaggi, o interi articoli, in cui la vicenda del processo aquilano veniva raccontata in maniera parziale, o semplicemente frettolosa e imprecisa, spesso dando l’impressione che sia tutto legato a Berlusconi, al malaffare berlusconiano e a una questione politica per fortuna scaduta senza gloria. Insomma, ho l’impressione che nella foga di indicare i cattivi politici, si sia parlato di cattiva scienza e nemmeno sempre con argomenti coerenti, e che lo si stia continuando a fare senza voler sentire altre ragioni. A volte, per me, è soprattutto una delusione.

Gentile Barbara Spinelli,
ho letto il suo editoriale sul giornale di oggi, come del resto faccio sempre con grande piacere. Ma stavolta non mi ha per niente convinta. Al di là della lettura delle elezioni politiche siciliane, lei introduce una riflessione sul processo dell’Aquila che trovo difettosa.
Per esempio: scrive che gli scienziati (quali scienziati? La Commissione Grandi Rischi, la Protezione civile? Nella persona di chi?) tranquillizzarono gli abitanti dell’Aquila e dintorni, raccomandando di restarsene in casa perché la grande scossa del 6 aprile 2009 era invenzione della paura. Vede, se gli scienziati avessero davvero tranquillizzato, e se lo avessero fatto prima del terremoto, non avrebbero potuto farlo motivati dal fatto di ritenere la scossa invenzione della paura, perché la scossa si è verificata dopo, e prima non era niente. Semplicemente era una possibilità. Una possibilità niente affatto remota come si evince dalle mappe sismiche del territorio nazionale pubblicate nel 2004.
Le ricordo, inoltre, che le mappe dicono che ogni giorno c’è la possibilità di una grande scossa in buona parte del territorio italiano, e sono a disposizione di cittadini e politici da anni con un messaggio allegato: non aspettatevi che qualcuno vi avverta dell’arrivo di una grande scossa ma fate di tutto per evitare che la grande scossa vi faccia crollare un palazzo addosso. Qui finisce il compito degli scienziati.
A questo proposito, lei scrive anche: uno scienziato dovrebbe sapere che la casa uccide, nei terremoti. Ma è sbagliato. Non è la casa, a uccidere. È la casa costruita male. In Giappone lo sanno bene: i terremoti sono all’ordine del giorno, tanto che un magnitudo 6 non finisce nemmeno sui giornali. Solo che le case stanno su, perché sono costruite bene.
Infine, il passaggio su Clini, che ha paragonato la condanna dei sette imputati all’Aquila a quella a Galilei (anche secondo me, esagerando un po’). Qui lei scrive: Come se gli scienziati fossero accusati di scarsa preveggenza, non di avere perentoriamente escluso rischi gravi. Non di aver servito il potere politico che voleva occultare la verità ai cittadini. Mi scusi, ma quale sarebbe la verità? Perché se siamo d’accordo sul fatto che un terremoto non si può prevedere (o almeno che non lo si possa prevedere in modo utile, cioè indicando con una certa precisione il momento e il luogo della scossa) non si capisce che cosa avrebbero dovuto nascondere. L’arrivo prossimo di un terremoto non può essere una verità umana. A meno che non si parli di preveggenza, ma lei stessa sembra escluderlo nel rigo precedente.
Insomma, sono anch’io convinta che sulla vicenda, sulle responsabilità e sulle terribili conseguenze dell’arrivo di un terremoto in una regione sostanzialmente impreparata, sulla comunicazione del rischio e sull’arroganza di alcuni personaggi coinvolti, ci sia molto da riflettere e da indignarsi. Ma sulla scienza, nella fattispecie, e sugli scienziati (sui sette in particolare, alcuni dei quali davvero del tutto incolpevoli) ho il timore che siamo diventati un po’ troppo frettolosi. E questo è un peccato, perché si finisce per accontentarsi di qualche capro espiatorio e soprattutto per dimenticarsi di attrezzarsi al futuro come invece, da anni, la scienza suggerisce di fare.
Molti cari saluti,
Silvia Bencivelli