Archivio mensile:maggio 2013

Chi ci guadagna? Un confronto tra il prezzo del mio articolo e il valore che ha

Una storia di un po’ di tempo fa.
Premessa.
Tra le tante, collaboro con una testata che oggi per i miei pezzi mi paga X*. Sono articoli come altri, quindi devo trovare argomenti originali (ed è la fase più difficile), devo contattare gente da intervistare e poi devo costruire il pezzo. Essendo pagata X, che è molto poco, a volte cedo un po’ alla pigrizia e, invece di fare grandi ricerche tra i miei contatti, mi affido ai comunicati stampa o agli uffici stampa con cui ho già avuto a che fare. Niente di male, anzi. Anche se lo so che ci sono tanti scienziati in Italia che non hanno ufficio stampa o che non lo sanno usare o che boh, e altri che invece lavorano con addetti stampa più efficienti o persino un po’ insistenti. Però peggio per i primi, eh, e poi io comunque non pubblico panzane né riporto comunicati stampa pari pari, so di chi posso fidarmi, non mi limito a leggere una versione della notizia e telefono sempre a qualcuno: quindi faccio comunque un buon lavoro, e per quel che è X a volte mi sembra di fare un lavoro davvero ottimo.
Fine della premessa.

Allora tempo fa dovevo seguire per la testata di cui sopra un piccolo evento, facciamo una premiazione. Una cosa bella e trasparente, nessun problema. Il prezzo del pezzo sarebbe stato comunque X.
Finché non mi chiama l’organizzazione, che mi conosce per altre ragioni, e mi propone una specie di lavoro da addetto stampa. Proprio per quell’evento.
Mi chiede, cioè, di lavorare per lei allo scopo di far uscire la notizia sui giornali e sugli altri media. Mi pagherebbe a forfait, dice. E il mio primo pensiero è santo cielo, ma così finisce che per il pezzo per la testata che mi paga X vengo pagata due volte! Una volta dalla testata e una volta dall’organizzazione: è scorretto! Quindi dico di no, anzi di ni, anzi di boh. E prendo tempo.
Loro mi pagherebbero sicuramente di più, ma la collaborazione con la testata io la voglio mantenere, e la voglio mantenere sana, voglio che si continui a pensare che lavoro bene e che… ma insomma, però: X è proprio poco.
Quindi ritelefono e dico: ok, ci penso. Magari mi sfilo, e il pezzo per la testata che mi paga X non lo scrivo proprio. Ma ditemi, quanto mi paghereste?
La risposta suona più o meno così: Beh, di sicuro più di quei (tenetevi forte) 10 * X che ti pagano normalmente per un pezzo!

Dieci-per-Ics.
Cioè, lui credeva che i pezzi me li pagassero dieci volte di più.
Sospensione del pensiero. Chiudo la telefonata: scusa, ti richiamo tra un secondo. E mi faccio due conti, e continuo a farmeli.
1. Da domani o la testata di cui sopra mi paga almeno 5*X o niente.
2. Figurati. Non mi pagheranno mai più di 1,5*X, ma forse anche 1,2*X.
3. Siccome ieri la mia collega mi ha raccontato di aver rifiutato di essere pagata 1,5*X ad articolo e di aver salutato la sua testata di riferimento per sempre, e siccome io lì ho pensato cazzo stima, da domani rifiuto anch’io. Rifiuto e mi metto a fare altro.
4. La mia collega mi ha anche detto che un nanosecondo dopo il suo rifiuto lo stesso giornale ha pescato una studentessa implume del primo anno di un master, le ha proposto la stessa collaborazione e nella migliore delle ipotesi la paga X o 0,75X o 0,5 X (più probabile). I suoi articoli sono imbarazzanti, dice la collega, ma evidentemente non è un problema, perché sono economici. E poi la possiamo sempre leggere come largo ai giovani, perché quelli della mia età quando conviene puoi anche considerarli passatelli (e quando conviene puoi invece chiamarli ragazzi, per proporre loro un’eterna gavetta: è il nostro miglior pregio, siamo versatili).
5. Ma tutta quest’attenzione per l’etica del lavoro…? Spero che non sia una fissa solo mia. Perché da qualche parte ci deve essere il trucco.

Ma soprattutto. Quanto vale il mio lavoro? Per la testata di cui sopra, poco. Per il giornale (ex giornale) della mia collega, ancora meno. Ma per quelli che vengono citati evidentemente vale almeno dieci volte tanto. Ed è di questa entità il danno che procura a se stesso quello che non ha un addetto stampa o ce lo ha ma non lo sa usare o ha deciso che pazienza.
Io, poi, rispondo al giornale e ai lettori e il mio lavoro è soprattutto quello di dare notizie di qualità, verificate e ben scelte, utili alla nostra crescita e al dibattito e blablabla. Ma quando uno mi arpiona e mi vende un bel comunicato stampa di quelli che mi risparmiano un sacco di fatica, e portano la mia paga oraria da X/3 a X/2 (da pochissimo a molto molto poco), fa un affarone vero. Quasi lo fa fare anche a me, sebbene nel mio caso si parli di spiccioli.
Ci devo pensare bene, tutte le volte che scrivo.

In tutto questo, un pensiero vorrei mandarlo a chi invece mi fa perdere un sacco di tempo come quello scienziato di qualche giorno fa, che ha voluto rileggere il pezzo, se lo è tenuto per giorni e me lo ha restituito pieno di correzioni sgrammaticate e di indecenti trombonate scritte con le lettere maiuscole (tipo Prof. Ord. nonché Presidente Onorario della AINUIGSUHPI, Associazione Italiana Nazionale…). Poi ha preteso di rivederlo prima dell’invio in redazione e, alla mia cortese mail in cui ribadivo che il mondo funziona se ognuno fa il suo mestiere, mi ha risposto peccato, pensavo che volesse fare un lavoro un po’ migliore rispetto ai soliti articoli divulgativi..
Sì, soliti articoli divulgativi, scritto con un certo disprezzo.
In questo caso lui, con un paio di telefonate e un’inutile lavoro di revisione dell’articolo, guadagna 10*X. Io invece guadagno X. E siccome con la sua arroganza mi ha fatto perdere un sacco di tempo, ha portato la mia paga oraria a X/4. La prossima volta glielo dico. Quanto a me, sono sempre qui che ci penso.

*Non è un segreto quanto mi paghi, ma qui è irrilevante. Vi basti sapere che è molto poco.

Sette secoli di gente che se ne frega: una storia di quello che non cambia la storia

Ogni tanto penso a una tizia nata nel 1277.
Cioè sette secoli prima di me.
Che cos’è successo nel 1277? Wikipedia riferisce solo due eventi: la caduta di San Giovanni d’Acri ad opera del califfato di Baghdad, e la battaglia di Desio, in gennaio, che non sapevo nemmeno che fosse mai esistita. Dante Alighieri aveva dodici anni, Giotto dieci e Marco Polo ventitre. Il cantiere della torre di Pisa era aperto da un secolo, e aveva ancora un secolo di lavori davanti a sé.
Wikipedia dà anche cinque nati e venti morti.

La tizia nata nel 1277 aveva la mia età nel 1313: una battaglia (Cangrande della Scala batte i padovani, sempre in gennaio), nove nati (tra cui Boccaccio e Cola di Rienzo) e dieci morti (tra cui santa Notburga e Meo Abbracciavacca), fonte Wikipedia. Il faro di Alessandria era stato distrutto da un terremoto: era un’epoca in cui ai bambini si dava volentieri il nome Azzo, moriva Alessandro della Spina, primo ottico della storia, e intanto il Papa lasciava Roma per Carpentras e poi per Avignone. Non esistevano le fogne, le case non avevano le finestre, ci si lavava poco e infatti qualche anno più tardi arriverà la peste (e proprio Boccaccio ne approfitterà per scrivere il suo best seller).

La tizia nata nel 1277 forse era una mia antenata. Anzi, sicuro. Se a ogni generazione il numero degli antenati raddoppia (perché tutti abbiamo due genitori biologici) e approssimando a quattro generazioni per ogni secolo, sette secoli fa dovevano essere in circolazione due-alla-ventisette miei antenati. Che fa 134 217 728. Considerando che nel 1340 in Europa abitavano settanta milioni di individui (poniamo anche nel 1277, allora, a essere generosi), questo potrebbe significare un sacco di cose: che ho sbagliato i calcoli, che come al solito la teoria va lasciata ai teorici, che ho (tanti) avi recenti cinesi o africani o comunque non europei, oppure che ciascun abitante europeo del 1277 è mio avo-almeno-due-volte, cioè è anche avo (almeno un’altra volta) di un altro avo di qualche generazione più giù. Insomma: che ci sono stati accoppiamenti tra parenti più o meno lontani. Magari non sarò discendente di tutta la popolazione europea del 1277, ma di tanti di loro sì, e di ciascuno di loro più volte, e probabilmente sono tanti che in quell’anno erano concentrati nell’Italia del centro-nord. Come la tizia a cui penso io, che a ripensarci poteva anche essere la mamma di Boccaccio, perché no.

La tizia nata nel 1277 sicuramente se la passava peggio di me. Non aveva i miei occhiali da sole graduati, non aveva gli assorbenti e non poteva prendere l’ibuprofene quando aveva la sinusite. Non aveva un sacco di cose che oggi io ho anche senza cercarle su Google: mangiava insipido e sempre uguale, se mangiava, e chissà quante volte al giorno ringraziava il cielo per non essere ancora morta di parto a trentacinque anni. E non sapeva che stava per arrivare la peste.

Quando penso alla tizia che ha sette secoli più di me, la mia trisavola medievale, mi vengono le vertigini. Penso a lei, agli altri miei 134 217 727 antenati, a quanto tempo è passato, a quanta fortuna ho io, ai miei antenati che hanno fatto il freelance e a quelli che magari, chissà, hanno avuto una vita ricca e avventurosa: mi immagino una badessa, un esploratore, un miniatore. Mi immagino anche decine di migliaia di contadini, di poveracci come tanti. Mi immagino il nonno della tizia nata nel 1277, vecchietto, che passa la giornata a guardare gli operai nel cantiere della torre di Pisa, e sua sorella incerta se chiamare il figlio Azzo o Zebedeo. Sono passati su questa terra tutti senza sapere che da qualche parte, prima o poi, ci sarei passata anch’io. Ed è andata bene lo stesso.
Allora perché mi preoccupo tanto per il mio librino appena uscito?

Scienza e pelouche: la finale di FameLab Italia, un talent show per scienziati comunicatori

Sono finita nella giuria di FameLab Italia, un concorso per scienziati chiacchieroni che si sfidano su un palco a colpi di monologhi da tre minuti a tema scientifico.
Ganzo, davvero ganzo. Era la finale italiana: Ilaria, la vincitrice andrà in Inghilterra a tenere alta la bandiera nella finale internazionale contro i rappresentanti di altri 23 paesi.
Quindi in bocca al lupo a lei e in alto i cuori: i nostri scienziati sono bravi a farla, la scienza, e a volte anche a spiegarla.

La nostra campionessa, per esempio, che di mestiere fa la biofisica a Genova, ha parlato dei sensi che sono molti più di cinque: ha raccontato l’equilibrio con un sacchetto trasparente pieno di inchiostro, inventato e costruito per l’occasione con le sue mani, e la percezione del tempo chiudendo con maestria l’intervento a 2’59”. Nel mezzo, ha perfino camminato sulle mani (c’erano altri medici in sala oltre a me, tranquilli). Mentre Manuele, che è arrivato secondo, ha affrontato lo scottante tema della flora intestinale. E come lui Giorgio. Poi c’è stata Francesca che ha mostrato i suoi esperimenti con le scimmie. E altri nove che hanno parlato di astronomia, cellule staminali, energia, chimica estrema e così via.
Ma insomma, visto che a dirvi quanto sono stati bravi non direi niente di particolarmente originale, vi racconto un po’ di pensate che ci siamo fatti (e che mi sono fatta) al momento di dare i voti.

In giuria c’erano due scienziati simpatici (un’ematologa e un fisico della complessità), c’ero io e c’era Frank Burnett, il fondatore del Festival della Scienza di Cheltenham nonché inventore del FameLab, che parla italiano per modo di dire. Però quando ci siamo riuniti per decidere chi premiare ci siamo trovati sostanzialmente d’accordo. Abbiamo individuato senza difficoltà i candidati del gruppo di testa ed escluso subito qualcuno.
Beh, qualcuno andava escluso, anche se ci erano stati simpatici tutti. E allora abbiamo in primo luogo escluso quelli che ci erano parsi aver fatto il passo più lungo della gamba, scegliendo argomenti su cui non erano ferratissimi.
Cioè: io scrivo un po’ di tutto, e so un po’ di niente, però se faccio un errore o se cito una ricerca poco solida o confondo due piani diversi o sbaglio paragone i parole i miei amici scienziati mi fanno due palle così (e a ragione). Quindi se uno fa lo scienziato e non il giornalista mi aspetto che sia prima di tutto forte nelle argomentazioni scientifiche: a trovare le metafore ci pensiamo dopo.
Abbiamo pensato più o meno la stessa cosa di chi aveva esagerato sul piano teatrale, tra imitazioni di politici e recite a memoria. C’è chi lo sa tenere e chi dopo venti secondi diventa pesante. Lì a volte si scivolava un po’ nel Gassman recita il teorema di Pitagora e insomma peccato. Su questo Frank, che i monologhi li guardava con attenzione senza capirne probabilmente più di dieci parole, ha dato valutazioni tanto simili alle nostre che ci siamo convinti di averci azzeccato.
Il mio compito, o almeno così l’ho interpretato, era quello di dare una valutazione sull’organizzazione del testo, sul taglio, sulla coerenza del linguaggio. Per me, doveva essere chiaro, o almeno doveva essere esplicitato, perché l’argomento scelto potesse essere interessante per un non esperto. I monologhi troppo astratti, che non si legavano a niente di conosciuto o discusso o almeno immaginato, boh, mi hanno lasciato un po’ perplessa. Quelli (tanti) che cominciavano con vi siete mai chiesti che cosa sia…? Quelli credo di averli esclusi tutti: a volte per me la riposta era no, non me lo sono mai chiesto e non ho capito perché avrei dovuto chiedermi che cosa sia… e con questo mi ero già persa un terzo dello spettacolo.
Cioè: noi combattiamo per parlare di scienza in un paese che della scienza ha un’idea ben bislacca. Per me è abbastanza necessario che uno scienziato, soprattutto se ha velleità di comunicatore, si chieda a chi parlare e perché, e rifletta su quello che gli viene chiesto almeno quanto su quello che vorrebbe insegnare. Soprattutto se lo vuole insegnare, e non è il suo mestiere, a gente che dovrebbe imparare, e non è lì per quello, motivato dalla profonda bellezza di un fatto scientifico. Un po’ poco, per quest’epoca e per questo paese.
Ma vabbè, FameLab è una specie di X Factor e in tre minuti non è che uno abbia il tempo di tenere conto di tutto e di fare anche la cronaca.
Infatti, a monologo chiuso, c’era lo spazio per le domande della giuria. E lì la maggior parte dei candidati se l’è cavata bene, tanto da farci rivedere i voti che avevamo dato nel corso dei tre minuti. C’è stato uno che ha risposto dicendo una cosa tipo vi ho voluto proporre un nuovo modo di pensare all’essere umano… (però su quello se ne è andato, accidenti). È stato uno di quelli finiti subito nel nostro gruppo di testa. Troppi hanno dovuto precisare quello che volevo dire è che… Ma in generale la discussione finale li ha premiati quasi tutti, quasi sempre.
Infine c’era da pensare a un pubblico. C’era da vederlo e da sentirlo. Qualcuno ci è riuscito, qualcuno meno. Questa forse è la dote più importante di uno che si metta sul palco e accetti la sfida di parlare di scienza per tre minuti: con o senza pelouche, con o senza capriole, con o senza occhiali da sole o camicie buffe. In quel caso era il pubblico della Sala dei Notari a Perugia, però non credo che cambi molto anche nella realtà: bisogna capire a chi si sta parlando ed evitare di pensarlo silenzioso e attento a gratis. Bisogna rispettarlo. E poi conquistarlo. Magari con l’umiltà di non pensarsi interessanti comunque.

Questo post poteva rientrare nella categoria tipi umani da giornalista scientifica, con l’etichetta giovane scienziato giocherellone che si diverte a raccontare la scienza coi pelouche. Ma onestamente prima dell’altra sera non ne avevo ancora incontrati. È una specie rara e interessante. Fa ridere, fa pensare, fa giocare. E soprattutto infonde ottimismo. Mica male, no?