Archivio mensile:aprile 2012

Ancora cinque minuti. Dev’essere successo che mi è preso sonno. Embè?

Ho una nuova dipendenza: il Gratta & Vinci dell’homebanking.
Si vince un Ipad di quelli nuovi, ragazzi, oppure un buono per un sacco di benzina (vabbè, non ho l’automobile, ma posso farne un regalo originale). Fossi matta, mica me lo perdo. Tanto più che me lo sento: vincerò, prima o poi.
Così ogni giorno mi metto a grattare con il mouse sullo schermo del computer. E già che ci sono ogni giorno controllo i conti correnti, i pagamenti e le uscite. Non bastava la mia personale ansia pauperista, quella che mi faceva controllare almeno una volta a settimana di non essere diventata d’un tratto poverissima. Adesso c’è il Gratta & Vinci dell’homebanking, che si può giocare una volta al giorno, tutti i giorni.
A controllare il riepilogo movimenti tutti i giorni si scoprono cose interessanti, tipo che quella transazione che diceva di essere stata interrotta invece era andata eccome, e alla parrucchiera ho pagato due tagli di capelli pur avendo una sola testa. O che la clonazione della carta di credito non ha avuto effetti sui miei fondi privati. E anche che è un bel po’ di tempo che non arrivano soldi. Un bel po’, sì.

Ma poi c’è un altro simpatico strumento di lavoro (versante amministrazione): il graficone excell dei lavori fatti e da farsi pagare. Ecco: a giocare con il Gratta & Vinci dell’homebanking e poi con il Gratta Latesta del graficone, e incrociando i risultati, si scopre anche che è un po’ di tempo che non arrivano soldi perché sono stata molto brava a inseguire i creditori, ma non mi sono altrettanto preoccupata di cercarmi da lavorare. Intendendo qui per lavorare l’attività per cui in genere mi pagano: quella roba di scienza, non quella di amministrazione della premiata ditta mestessa&nessunaltro, in cui sono miracolosamente sempre più brava a dispetto della totale mancanza di vocazione per il diritto commerciale.
Quindi adesso arriveranno i soldi dei lavori fatti nei mesi passati, con la consueta calma, un po’ alla volta, e poi ci sarà un periodo di magra. Piccolo, breve.

Niente di grave. Anzi: forse sento anche di meritarmelo, un periodo di pigrizia. Tra l’altro sto comunque facendo un sacco di cose: sono cose che mi piacciono, che ho scelto. E che, è vero, che non faranno esplodere il mio conto corrente, almeno nell’immediato. Però intanto mi restituiscono il senso di una scelta di vita.
Se avessi voluto fare i soldi avrei avuto la laurea giusta per una ricca borsa di studio esentasse e per le marchette ambulatoriali a seguire. Invece se sono qui, a scrivere da un treno regionale di lunedì pomeriggio, coi piedi appoggiati su un trolley un po’ scassato e la testa piena di preoccupazioni per certi piccoli doveri verso me stessa, e solo verso me stessa, è perché ho scelto di investire il mio tempo in attività come questa. Scrivere, viaggiare, leggere, pensare, incontrare gente interessante.
Non avevo scelto di diventare anche un’esperta di amministrazione contabile. Ma sono sicura che un giorno di questi vincerò l’Ipad col Gratta & Vinci dell’homebanking e così anche quel fastidioso aspetto della mia vita finirà per sembrarmi meno pesante.

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Ma vi sembra un paragone?! La Iotti, la Minetti e un paio di ragazzette non molto alte

Primavera 1995: avevo diciassette anni e mezzo, facevo la quinta liceo, finalmente avevo raggiunto una statura decente e finalmente avevo fatto pace con la prof. di educazione fisica. Pace, più o meno.
In quei giorni Pisa aspettava la visita di Nilde Iotti. E la prof. di educazione fisica, che era una in gamba anche se litigavamo come gatte, stava organizzando la visita della Nilde alla Casa della donna.
Non so bene come sia andata, ma immagino che la prof. avesse bisogno di un paio di under quaranta per fare scenografia. E così chiese a tre sue alunne molto selezionate di andare nel pomeriggio in via Galli Tassi, dietro il Duomo, in quel villino rosa dove non ero mai stata e che con l’arroganza dei diciassette anni classificavo luogo-da-vecchie-befane. Tra quelle tre alunne c’ero anch’io.
Oh, che emozione. Davvero, me lo ricordo ancora come un momento da fiato sospeso. Irene da una parte, Luisa dall’altra, mi venne consegnato un enorme mazzo di fiori (a me perché ero la più piccina, presumo, anche se ormai avevo finito di essere la più bassa, eh, accidenti, diciamolo). E, tremolante, mi avvicinai a quella donna statuaria e bellissima la cui voce seria sentivo da anni al Gr del mattino, quando la mamma mi accompagnava verso la scuola. Tremolante e affascinata, come se avessi avuto davanti Tutankamen in persona, o l’Uomo di Cro-Magnon o un altro qualsiasi dei miei miti infantili: quei personaggi storici dall’età tendente all’infinito la cui esistenza non era nemmeno tanto certa.
Accanto a me Irene e Luisa, dietro di me le vecchie befane, e davanti a me, circonfusa di luce, Nilde Iotti in persona. Nilde Iotti, capite? Nilde Iotti, che prese dalle mie mani l’enorme mazzo di fiori, mi guardò negli occhi sorridendo bonaria, e, solenne e affettuosa, disse, a me, proprio a me e solo a me: Coraggio, voi siete le donne del futuro.

Oggi mi immagino la Minetti, che raccoglie dalle mani di una quasi-ex-bambina di diciassette anni in perenne conflitto col suo corpo un enorme mazzo di fiori. E che le dice con solennità e affetto: Coraggio, voi siete le donne del futuro. Cioè. La Minetti.
Lo sapevo, eh, lo sapevo perché me lo avevano spiegato mamma e babbo, che la Nilde era stata la compagna di Togliatti, uno che peraltro avevo anche studiato a scuola, che era di tanti anni più anziano di lei. Che lui era sposato e lei era molto giovane quando si erano conosciuti e così via. Ma la cosa mi era stata raccontata per la serie Vedi-come-va-il-mondo-e-come-per-fortuna-cambia.
Mi parlavano di amore, e a quel che succedesse tra le lenzuola della Nilde, beh, manco ci pensavo. E poi mi era stato detto spiegandomi che il partito le aveva fatto la guerra perchè anche il partito era pieno di bigotti e comunque erano altri tempi e tanto alla fine aveva vinto lei.
Oggi mi viene il dubbio che non fosse la storia a essere sbagliata, ma l’intera serie: per fortuna un piffero, cambia. Quanto mi è andata bene ad avere diciassette anni nel 1995? E che miti infantili coltiverà una volenterosa diciassettenne del 2012, tra la politica dei primi assaggi e i giocattoli ancora da riordinare? Forse avrà le foto del Che, quelle ce le hanno tutti, farà finta di capire le interviste di Nichi Vendola, leggerà diligentemente i blog di Civati e Scalfarotto, poi si farà raccontare dalla mamma di quando il partito… quale partito? E intanto rischierà di trovarsi a fare scenografia inconsapevole per un incontro con la Minetti? Ossantocielo.

Niente, così. Ho letto le frasi della Santanché e mi sono sentita come se avessero offeso Tutankamen e l’Uomo di Cro-Magnon insieme. E ho pensato che qualcuno deve fare qualcosa subito, ma proprio subito, per quella diciassettenne impertinente in perenne conflitto col proprio corpo. Quella del 2012, però.

I nostri antenati: per una storia condivisa della freelancità

Il nostro più antico antenato di cui si abbiano notizie si chiamava Paolo.
Paolo, o Saulo, di cognome faceva Tarso (come le ossa del piede).
Paolo Tarso è stato probabilmente il più grande addetto stampa della storia: il suo datore di lavoro trasse grande fama dal lavoro di branding di Paolo, e i suoi comunicati stampa, scritti sottoforma di lettera, vengono diffusi e letti ancora oggi in pubblico.
Non conosciamo esattamente la forma contrattuale con cui Paolo Tarso ricevette l’incarico, ma non abbiamo mai sentito parlare esplicitamente di assunzione come invece è successo per altri lavoratori della stessa azienda.

 

Nella nostra galleria degli antenati, spicca per determinazione un professionista che ha preferito mantenersi anonimo e che indicheremo col soprannome di Pifferaio.
Dopo aver svolto regolarmente il proprio lavoro temporaneo per un’amministrazione pubblica (segnatamente il comune di Hamelin, come il Pifferaio stesso ha coraggiosamente denunciato), e nonostante le sue ripetute sollecitazioni, non è stato pagato.
Per questo ha portato avanti una protesta decisa ed eclatante, riunendo in assemblea tutti i giovani lavoratori della stessa amministrazione e convincendoli ad abbandonare la propria posizione.

 

Meno nobile la figura di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto.
Sebbene professionista di grandi capacità, per ottenere incarichi di lavoro e soprattutto ostacolare la concorrenza prestava la propria opera a prezzi molto inferiori a quelli di mercato, mettendo in atto una vera e propria azione di dumping.
Si racconta in particolare che Jacopo abbia presentato un’opera già finita alla commissione della Scuola Grande di San Rocco, laddove la norma concorsuale prevedeva la consegna di un semplice bozzetto, scavalcando in questo modo gli altri candidati e costringendo la committenza ad accettare il dono di un’opera già terminata.

 

To be continued…