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Scienza iperproteica: quando la notizia arriva da oltreoceano

Dobbiamo parlare degli americani.
Quando una notizia nasce in America, nel giro di poche ore la riprendono i giornali di tutto il mondo.
E chi sono io, che scrivo in italiano e anche pochino, per decidere che no, prima di farla uscire nella mia lingua minoritaria, ne valuto il “reale peso scientifico”, indipendentemente da chi abbia dato la notizia e da chi l’abbia pubblicata? (come se esistesse poi una misura chiara, univoca ed eterna del “reale peso scientifico” e come se fosse facile stabilirla, per gli scienziati stessi, finché la notizia è sotto embargo).
Ma soprattutto: avete idea di che buca pazzesca prenderei, e di quanti femtosecondi durerebbe la mia residua carriera, se invece di darla insieme a tutti gli altri volessi aspettare quei venti giorni per concedere allo scienziato europeo il tempo di leggerla e rifletterci per bene, discuterla coi colleghi, decidere una linea di comportamento?
Quindi arriva la notizia americana, e io scrivo.
Del resto, faccio tutte le mie verifiche e so valutare la rivista che pubblica la ricerca o l’istituto da cui viene l’hype. Scrivo di scienza, mica scrivo di gossip, e mica da ieri.

Ma mentre scrivo, so già che poi, puntualmente, dopo quei venti giorni lì, arriverà lo scienziato amico mio a dirmi “bello il tuo articolo su quella roba, eh, poi lo so che è una cosa della Nasa (o è uscita su Science), ma sai che, insomma, non è che fosse poi una gran notizia perché qui in Europa…”.
E ha ragionicchia, ragionella, ragionuccia.
Dopo venti giorni sono buoni tutti, eh. Quindi nemmeno lui se la prende con me, e poi io mica scrivo di gossip, dicevo. Io scrivo di pubblicazioni scientifiche su riviste peer-reviewed o di lanci dati da istituzioni scientifiche serie.
Però forse c’è un problema interno alla scienza, di cui il mio lavoro è un (irrilevante) riflesso. Cioè la scienza americana ha dei megafoni potentissimi e a volte può permettersi di giocare pesante. A volte viene il sospetto che lo faccia per precedere l’analogo esperimento europeo, o (più comprensibilmente) per uscire sui giornali con tutta la sua potenza di fuoco approfittando di un periodo di calma piatta. Comunque lei sa come si fa a uscire in tutto il mondo e io, nel mio pezzettino di Europa, mi trovo come tutti con un press release un po’ tricky nei contenuti ma perfetto nei modi e nelle forme. E che cosa devo farne, se non scriverci su?
Lo scienziato europeo lo sa. Se non lo sa glielo spiego. Ma, accidenti, nel giro di un paio di mesi mi è successo ben quattro volte. Io e lui, che cosa possiamo farci?

Una volta gli americani hanno deciso che un criterio statistico vale quanto un’osservazione diretta, poi forse hanno aggiustato un po’ i conti, e la notizia è diventata “scoperti 750 esopianeti!”, quando a leggere per bene l’articolo si capiva che la parola “scoperta” era fortina. Lo scienziato europeo mi ha spiegato tutta la questione e la ragione della propria perplessità, ma intanto il press release americano veniva ripreso da mezzo mondo (poi, nel mio caso, il pezzo non è uscito per altre ragioni).
Un’altra volta gli americani hanno dichiarato di aver “visto finalmente” le onde gravitazionali. Tutto il mondo ha supertitolato a caratteri cubitali, e a ragione, perché si trattava di una grande notizia. Poi abbiamo capito che erano misure indirette, che comunque oggi vengono molto molto molto ridimensionate. Ma in quel momento dovevamo parlarne anche perché tutto il mondo ne stava scrivendo. E anche gli scienziati europei hanno subito risposto a tutte le interviste. Quello di cui non ci siamo resi conto è che il problema, adesso, si pone per qualsiasi altra futura notizia sul tema: provateci voi a scrivere di onde gravitazionali sui quotidiani per il prossimo anno o due.
Poi c’è stata una soglia di Co2 decisa in maniera arbitraria, ma capace di creare un notizione bomba. In quel caso la vedo come un modo per far arrivare sui giornali un argomento poco sexy, che senza soglia e giornata dei record è difficile da far passare. Ed è un espediente narrativo-giornalistico per me più che accettabile. Però gli scienziati europei, dopo i canonici venti giorni, hanno avuto da ridire. Col giornalista italiano, lì per lì, ma poi hanno riconosciuto che il primum movens è stato un istituzionalissimo press release firmato da una serissima istituzione scientifica americana. Il dito e la Luna: e anche loro hanno sospirato: “ah, gli americani…”.
Infine il caso della Luna, fuor di metafora. Bellissima notizia, firmata da tedeschi. Però uscita su Science, americano. Quindi ultravitaminizzata. I dati venivano presentati come riconducibili a un’unica interpretazione. E la cosa veniva data come “prova definitiva”. Anche qui, ovvio che noi italiani ne dobbiamo parlare e ovvio che la notizia c’è eccome, però anche qui, dopo venti giorni, ti trovi a dire che, insomma, di definitivo c’è solo la morte e comunque “beh, dai, sono americani…”.

Se non sono sicura che questo sia un problema (in realtà, credo che sia perfettamente nelle regole del gioco), di sicuro la soluzione, per me, c’è.
Ed è quella di scrivere articoli equilibrati in cui ci si fa guidare da quel meraviglioso tarlo della mente umana che è il dubbio. E in cui si usa quell’indispensabile strumento del giornalista che è la telefonata di verifica.
Vabbè, questa era facile.
Però gli scienziati europei?
Perché questo meccanismo finisce per creare degli al-lupo-al-lupo o per scatenare l’efetto noja, e non solo per promuovere la scienza americana a discapito di quella europea. L’informazione ha i suoi meccanismi e, se gli americani hanno imparato a dirigerli benissimo, bisognerebbe che gli altri imparassero a capirne le conseguenze.
Una notizia non è mai solo una notizia. E se ciascuna notizia non cambierà il mondo (e pazienza se succede di parlare di un esperimento che in realtà rispetto a quell’altro…), tutte insieme creano immaginari e idee della realtà. In seconda battuta creano dibattiti e agende politiche. Mica vorremmo raccontare in giro che la scienza è solo americana?

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Chi accusa chi di cosa? Una risposta ai tanti “il giornalismo scientifico in Italia non va”

Da un po’ di tempo in qua c’è la tendenza, diffusa soprattutto tra i giovani laureati in discipline scientifiche, a montare su uno sgabellino, alzare il ditino e dire che “non va!”. Il giornalismo scientifico, “non va!”. O la divulgazione scientifica. “Non va!”. O tutti e due: “non vanno!”. O l’uno, l’altra, insieme, mescolate e confuse, che poi, insomma… che differenza c’è?
La differenza, invece, c’è eccome. E chi il mestiere lo fa davvero la sente, ne discute, ci ragiona. C’è persino gente che ci ha scritto dei libri. Sgabellino e ditino o meno, c’è gente che sente le argomentazioni dei giovani laureati in discipline scientifiche di cui sopra e comincia a sospirare da lì.

In sintesi.
Per me, per esempio, la “divulgazione scientifica” è l’attività di chi, con una propensione esclusivamente didattica, parla di una scienza senza tempo e in maniera positiva. “Divulgazione” contiene la parola “volgo” e solo per questo fa pensare a qualcuno che ha deciso di elevarlo, questo volgo, spiegandogli “cose di scienza” tipo come è fatto il Sistema solare, che cos’è un echinoderma o perché i vulcani eruttano. Va benissimo, ma non è il mio mestiere, quasi mai. È un’attività diversa. In alcune declinazioni classiche è una cosa un po’ fané spesso intrapresa da anziani professori che decidono di rivolgersi a un pubblico tendenzialmente acritico e predisposto alla meraviglia. Ma oggi è tante altre cose e per esempio tanta editoria e tanti eventi dal vivo hanno quell’impronta lì (e anche un articolo sul giornale può essere divulgativo). Ottimo, bellissimo: una cosa a sé.
Il “giornalismo scientifico” è giornalismo. Quindi richiede di cercare le notizie partendo dalle fonti, di verificarle (cioè di metterle sempre in discussione!), di creare contesti (e quindi di conoscerli!), di facilitare il dialogo pubblico tra chi fa scienza e chi no. O per lo meno: non quel tipo preciso di scienza. E il pubblico non viene mai considerato prono e ben disposto. Il pubblico è anche depositario di una propria cultura, a volte ingenua (vale anche per il fisico quando si tratta di parlare di genetica o per il genetista quando si parla di Big Bang). Ma sicuramente da rispettare. Quindi da non “elevare” proprio a niente. Ed è soprattutto un pubblico che compra il giornale (o accende la radio o la tv) ma se si annoia gira pagina e se ne va.

Proprio perché il giornalismo scientifico è giornalismo, lo si fa seguendo i canoni e le regole del giornalismo. C’è poco da fare la rivoluzione. Se ogni giorno volete comprare il giornale con le ultime notizie (per quanto sia possibile su carta), dovete sapere che il giorno prima c’è una redazione che si riunisce più volte e che fino all’ultimo compone un giornale in cui si devono decidere le priorità con tempi rapidi. E alle cinque o alle sette del pomeriggio (a volte anche più tardi) una come me può ricevere una telefonata in cui le si chiede di scrivere una volta di fisica particellare e una volta di biologia molecolare.

No: un giornale non può avere un collaboratore esperto di fisica particellare e uno di biologia molecolare, e anzi preferisce qualcuno di abbastanza generalista come me. Semplicemente perché i due qui sopra scriverebbero tre articoli all’anno e non sopravvivrebbero. Non sarebbero giornalisti, e quindi probabilmente non saprebbero trovare la news il giorno prima, proporla nel modo giusto, cercare e acciuffare un esperto proprio di quella roba lì alla velocità della luce, intervistarlo nel modo giusto e poi scrivere un articolo in un’ora.

Sì, un’ora. Ovvio che con questi tempi possano scappare errori. Ma vi dico: l’unica volta che ho scritto una cazzata dal primo gennaio a oggi (grazie al cielo sono nata ossessiva e le cose le controllo duemilasettecentododici volte) è stato perché lo scienziato con cui parlavo si è confuso. La stupidaggine me l’ha detta lui. La responsabilità è comunque mia, perché la firma del pezzo è mia e sono io che non ho controllato (e invece bisogna mettere sempre in discussione tutto, anche il verbo dello scienziato di turno). Evidentemente, nemmeno gli scienziati sono immuni da errori.
Ovvio che a un giornalista che ha meno competenze scientifiche di me gli errori scappino più spesso. E qui nessuno nega che ci sia un problema. Ma è un problema di cui ci sentiamo vittime, non responsabili. Anche per questo sentir dire che “il giornalismo scientifico non va” ci dispiace in maniera particolare.
Perché tante volte vediamo articoli su cose di scienza che magari finiscono anche in prima pagina, o in terza, ma che sono stati scritti dai colleghi della cronaca o della politica: trattandosi magari di leggi o di referendum o di questioni giudiziarie, si preferisce far scrivere questi. E noi stiamo lì a guardare e a chiederci se e come avremmo potuto cavarcela. Ma vi assicuro che non è un problema italiano: un paio di settimane fa a un congresso di giornalisti medici a Coventry sono intervenuta per spiegare ai colleghi questa mia impressione e tutti, a partire dagli inglesi, hanno confermato che succede anche a loro. E forse non è nemmeno un problema. È semplicemente così.
Sicuramente vale lo stesso per altri settori specifici del giornalismo e le altre prime pagine dei quotidiani, di cui non sappiamo o non ci rendiamo conto: quando siamo lettori semplici e non competenti siamo sempre molto meno severi… Forse non ha proprio senso esserlo. Un collega anziano un giorno mi disse: “se lo scienziato vuole le ultime ricerche descritte precise precise, va su Nature non legge un quotidiano” (mentre quando legge di esteri o di economia si accontenta…).
Ah, è vero. Non ci sono (o sono pochissime) le redazioni scientifiche nei giornali, ormai. Ci sono però i collaboratori. Grazie per la cortese attenzione.

A questo punto il giovane laureato in discipline scientifiche decide di concionare sulle trasmissioni televisive in stile Iene. Ma no: quelle non le consideriamo giornalismo scientifico né divulgazione. Né ci paragoniamo a chi propala bufale catodiche o ai siti internet che diffondo terapie al limone. Esattamente come non vi si paragonano i colleghi giornalisti economici, o politici o quel che vi pare (anche loro sono vittime delle bufale, sì: vedete un po’ cosa gira sull’immigrazione, sull’euro e sui numeri delle elezioni). Cioè: ok, fanno schifo. Ma noi che cosa c’entriamo? Anzi: noi ci battiamo come leoni, e per senso di responsabilità, ma queste trasmissioni esistono a prescindere da tutto il giornalismo scientifico di questa terra ed esistono ovunque. E sapete perché? Perché la gente le guarda. Come la gente vota partiti che non ci piacciono. È la democrazia, babe, il libero mercato, e tutte queste cose qui che esistono perché l’umanità non ne ha ancora trovate di migliori.
E poi che la tv pubblica non proponga un’informazione scientifica di qualità lo riconosciamo anche noi. Saremmo anche pronti a metterci una pezza, ma semplicemente non siamo noi che la dirigenza delle tv cerca. Forse è anche giusto così, non lo so: forse a fare tv è bene che ci vada chi sa fare tv. Che poi significa (anche) fare ascolti e non gravare sulle casse pubbliche (una trasmissione televisiva costa e per rientrare nelle spese ci vuole pubblicità). Forse noi in tv non funzioneremmo: è molto plausibile. Ma che cosa faccio: mi incateno al cavallo della Rai?

Infine: l’annosa questione della laurea. Una laurea, lo dimostrano sgabellino e ditino, non è un vaccino contro la faciloneria. I miei maestri non erano nemmeno laureati: non lo era Romeo Bassoli, anche perché ai tempi in cui cominciò a lavorare lui a vent’anni si entrava nelle redazioni. Non lo sono tanti altri, bravissimi, più grandi di me. Ma se proprio volete titoli e gagliardetti, sappiate che molti di noi giovani del mestiere (giovani, si fa per dire) hanno lauree scientifiche e titoli post – laurea. E vengono da master in comunicazione della scienza che difendiamo con le unghie e coi denti, nonostante la gravissima flessione del mercato, perché servono anche a mostrare che un giornalismo scientifico di qualità è una cosa che si studia, si discute e si impara. E non si improvvisa. Come non si dovrebbe improvvisare niente. Tantomeno un atto di accusa generalizzato verso una categoria di professionisti che cerca di fare il proprio lavoro meglio che si può, nonostante i mesi passati a inseguire creditori, le richieste di lavoro non pagato, le denigrazioni, lo scarso riconoscimento e tutte le difficoltà che una (qualsiasi) libera professione propone nel 2014.

 

Addendum: in tutto questo, devo dire che trovo molto belle le possibilità di discussione e confronto che la rete e i social network ci offrono. Si comincia col bisticciare, si finisce per crescere tutti. Scienziati e giornalisti, come succede in questo post in cui la critica al cattivo giornalismo cominciava proprio da un articolo mio. Ma vale solo per gli scienziati e giornalisti che hanno l’umiltà e il senso di reponsabilità per esporsi in una discussione pubblica. A questo proposito ripropongo qui un vecchio schemino che riassume efficacemente la questione.

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Non han mai fatto male due fette di salame: dopo Stamina, il ritorno della tv in camice bianco

Non ci è bastata Stamina? Associazione per delinquere aggravata e finalizzata alla truffa, esercizio abusivo della professione medica, violazione delle norme della privacy e cosine così, e soprattutto un gran silenzio da parte di chi per mesi ha tormentato l’Italia con la storia del benefattore incompreso.
Non ci è bastata e adesso siamo alla dieta anticancro in tv.
In queste cose io seguo un principio molto semplice, quasi istintivo: se mi hai detto una balla una volta, e non ti sei scusato davvero molto bene, non ti credo più. L’ho applicato anche ai grandi giornalisti italiani, alle testate più prestigiose e a volte a interi gruppi editoriali: adesso non mi fido più di nessuno e sto molto meglio*.
Questo criterio funziona ed è utile soprattutto se si tratta di un tema che proprio non si conosce, tipo la politica locale di un paese lontano. Nel caso della dieta anticancro vorrei provare a stilare un elenco (certamente incompleto) di riflessioni aggiuntive che mi fanno dubitare che anche stavolta lo scoop sulla difesa della salute che la medicina ufficiale ci nasconde non sia esattamente un grande scoop.

1. Intanto il miracolo è molto semplice: si rinunci alla bistecca, alla pasta al ragù e si comincino a frullare carote, verze e topinambur. Viene da pensare che tutta un’intera umanità che per secoli si è ammalata ed è morta di tumore sia fatta di sciocchi. Tutta lì a scarnificare costolette di maiale e a essere punita per la gola, che in fondo, lo avete imparato a catechismo, è peccato capitale.
Ora, non è che il vegetarianismo (in tutte le sue varianti) sia un’invenzione recente. Ci sono posti del mondo dove si è vegetariani da millenni. E anche dalle nostre parti i vegetariani esistono da almeno ventisette secoli: Pitagora e i pitagorici erano (probabilmente, chi più chi meno) vegetariani. Aggiungerò che probabilmente nella storia familiare di molti di noi ci sono state generazioni di vegetariani-non-per-scelta: povera gente che, se andava bene, si mangiava un pezzo di caciotta ogni tanto. Poi siamo diventati ricchi e i nostri nonni hanno cambiato dieta (ed elettrodomestici).
Ma le malattie tumorali esistono da sempre.
Ed esistono anche negli animali.
2. Attenzione attenzione, sì: esistono anche negli animali e persino negli animali erbivori! Giuro.
Non solo in quelli che vivono vicino ai poligoni militari o sotto le antenne della radio, eh. Le pecore si ammalano frequentemente di tumori di origine virale, per dire. Tutti gli organismi viventi che abbiano la pretesa di stare su questo pianeta a lungo prima o poi fanno i conti con l’accumulo di mutazioni genetiche. Se ci dice sfiga, una di queste mutazioni può dare luogo a un tumore.
3. Quindi se vedete che oggi c’è più gente (e anche più animali) che si ammala di tumori di, poniamo, un secolo fa, cinquant’anni fa, venti anni fa, considerate che:
a. oggi si vive più a lungo, ma anche che:
b. oggi siamo in grado di diagnosticare un sacco di malattie in più di una volta, quando si moriva senza nemmeno sapere il perché.
Non mi sembrano due cattive notizie, ed entrambe discendono dai progressi della medicina ufficiale.
Anzi: a volte di tumori se ne diagnosticano persino troppi, ma questa è un’altra storia. Forse nemmeno troppo, però, a ripensarci.

4. Perché quando se ne parla in tv si tende a mettere tutto insieme. Il tumore è al singolare (a volte è persino cancro) e vale per tutto: dai tuttora temibili tumori con poche possibilità di guarigione, a quelli che invece oggi si affrontano con serenità e grazie a tanta ricerca e a tanti soldi investiti. Ci sono persino i cosiddetti incidentalomi, i tumori asintomatici scoperti per caso: magari non ti ammazzerà, magari non ti avrebbe mai ammazzato, può anche darsi che a non toccarlo se ne scomparirebbe da solo come da solo è venuto, però adesso che lo abbiamo trovato è nostro dovere intervenire.
In tv si mette tutto insieme e si fa commentare a un figlio, a una suocera, al paziente stesso (che ha studiato, su internet e su un libro comprato in autogrill, con tutto il rispetto per internet e i libri dell’autogrill). A volte c’è un medico telegenico (e io mi domando sempre perché uno in buonafede debba accettare l’intervista), a volte un dottorprofessor che se lo metti su Google (perché anche noi sappiamo usare internet) scopri che vende piastre elettrocose e spiritualità magnetica.
Sono tutti lì a dire c’è: è grande come un pallone aerostatico, poi non c’è più, poi ricompare qua e là, è nero, bianco, così e cosà.
Ora, non è perché mi ci sono laureata e voglio fare la sbruffona, ma quando si dice tumore ci sono almeno tre o quattro tra aggettivi e complementi da aggiungere per capirsi, e a volte anche una sigla fatta di numeri e lettere. Altrimenti è come dire una brutta tosse. Che, ti sono nel cuore, ma tra una tubercolosi, un’asma, un’influenza, una polmonite, una sarcoidosi, uno scompenso cardiaco, un tumore bronchiale e un’echinococcosi del polmone c’è una bella differenza. Quanto meno in quello che ti do (o non ti do) per provare a fartela passare. La brutta tosse.
E vista la variabilità tra i tumori che il nostro organismo può produrre, fare di tutta l’erba un fascio non è solo sciocco: è anche pericoloso e irresponsabile.
5. Interessante il ruolo del grande vecchio Scienziatone. Nei servizi precedenti, su Stamina, Scienziatone era uno della medicina ufficiale incapace di dare risposte. Qui se ne prende una frase e la si fa diventare dimostrazione dello scoop vegetariano di cui sopra. Eh, se lo dice persino Scienziatone…
Ma la questione è molto semplice. Che una dieta povera di proteine animali sia più salutare di una dieta a tutta grigliata, è vero. È risaputo. La medicina ufficiale non solo non lo nasconde, ma lo afferma. Lo afferma con i suoi metodi: con la statistica, gli esperimenti, le osservazioni e numerose pubblicazioni scientifiche di quelle serie. Che cosa c’è di nuovo o di strano? Il vostro medico vi ha mai detto di darci dentro con le salsicce alla brace? Se volete campare più sani e più a lungo, mangiate meno e mangiate soprattutto meno proteine animali. Però smettete anche di fumare, bevete di meno, non usate la macchina (questo fa bene a tutti, non solo a voi), fate ginnastica, tenetevi di buonumore, qualsiasi cosa questo significhi. E sperate che non vi capiti una di quelle cose che ha come unica causa la sfiga.

Cinque osservazioni di passaggio, se non ci basta l’esperienza di Stamina e abbiamo deciso di fidarci di nuovo. E una precisazione.

Qui, a differenza di quanto è successo con Stamina, non salterà fuori un’inchiesta che li arresta tutti. Qui non potremo, tra un anno, dire: guarda, era vero, era proprio una truffa. Perché non è esattamente una truffa: è una cosa sottile, ma comunque pericolosa. Qui continueremo a giocarla nella zona grigia tra panzana costruita per fare ascolti e verità maltrattate e ridicolizzate.
Nel frattempo, ci sarà gente che rinuncerà a terapie efficaci a favore di diete trovate su internet e che deciderà, dal primo momento della diagnosi, di non fidarsi di una medicina ufficiale dileggiata in prima serata. Senza che nessuno gli abbia mai detto che la medicina ufficiale non esiste. Esiste la medicina: in tutto il mondo, con le stesse parole, lo stesso metodo e anche gli stessi problemi, esiste la medicina scientifica. Altrimenti spiegatemi perché dovremo mandare in Africa i nostri medici cooperanti coi loro disinfettanti e antibiotici e perché anche i cinesi col mal di testa prendono l’aspirina. E poi magari spiegatemi perché mia nonna non può sentir parlare di cucina di una volta, parto naturale, cure naturali e si prende una pasticca tutte le volte che le fa male la spalla o che d’inverno ha la febbre.
Stavolta nessuno sarà arrestato, dicevo. Tra un anno non potremo fare i conti di quel che è successo. Possiamo forse però già immaginare che danni produrrà su molti di noi, disperati e coraggiosi insieme e alle prese con una malattia spaventosa, il suggerimento di abbandonare le terapie normali, che forse non sempre funzionano ma di cui sappiamo (praticamente) tutto.
Soprattutto possiamo immaginare che danni culturali mostruosi faccia questo tipo di comunicazione cinica e ignorante sul nostro immaginario:una comunicazione che continua impunemente a presentare alternative più o meno strampalate, più o meno fraudolente, a una cultura medico – scientifica fondata su secoli di ricerche condotte di centinaia di migliaia di cervelli che hanno permesso alla nostra collettività di vivere meglio e più a lungo. E che, ve lo assicuro, a tutto hanno pensato fuorché a tenervi nascosto il frullato di carote, verze e topinambur.

 

* In questo caso, ammetto di aver pensato molto molto prima della chiusura dell’indagine su Stamina che certa tv fosse cinica e bara. E l’averlo pensato, e raramente anche scritto, mi ha provocato qualche brivido: telefonate su telefonate con le Iene in persona, un po’ di insulti durante una conferenza stampa in cui ho osato fare una domanda vagamente tecnica (l’unica cosa che me consola è che è giovane: così je fa ntempo a venì un bruttomale ancallei!), e la sensazione di vivere in un fortino insieme ad altri cinque o sei matti (quasi tutti scienziati, onestamente) almeno fino a dicembre scorso, quando il vento ha cominciato a girare e anche la stampa generalista, persino la stampa generalista, ha cominciato a farsi venire qualche dubbio.

 

 

Dieci anni di legge 40: che cosa è cambiato per la comunicazione?

Domani la legge 40 compie dieci anni.
In questi dieci anni è stata smontata a colpi di sentenze, soprattutto nelle parti che riguardano la fecondazione assistita. La legge però mette il becco anche nella ricerca, vietando l’uso degli embrioni (da cui ricavare le cellule staminali embrionali, come si fa nel resto del mondo). E anche su questo siamo in attesa di una sentenza della Corte Costituzionale. Nel frattempo, vale la pena ricordare, c’è stato un bando pubblico per la ricerca sulle staminali che escludeva la ricerca sulle staminali embrionali (era il 2008) e un ricorso, a firma Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna, perso. Poi c’è stata la storia della riprogrammazione: i tentativi (riusciti e premiati con il Nobel 2012) di riportare la cellula adulta alla staminalità, e studi successivi (come quello uscito un mese fa su Nature e giù sospettato di essere una frode, per dire che vivacità la ricerca sul tema).

Ma la storia è importante anche dal punto di vista di chi si occupa di comunicazione. Perché le cose sono cambiate, da dieci anni a questa parte, e la vicenda Stamina ne è stata la peggiore dimostrazione.
Per esempio: la parola staminali, che dieci anni fa era associata alla famigerata biologia di Frankenstein, è diventata una parola marketing con cui vendere le creme antirughe. Le viene dato il sinonimo di rigenerante, o qualcosa così. Probabilmente è il risultato di un’operazione di cosmesi lessicale che deve molto alla nascita di tante Stamina interessate a venderci cose con l’etichetta di staminali, più subdole e capaci di sfuggire (nel bene e nel male) agli agoni di giornali e tv.
Per me, forse anche perché proprio dieci anni fa cominciavo a lavorare davvero, e scrivevo tanto per i giornali e altrettanto leggevo, ci fu un’epifania, che da allora si ripete stancamente più o meno ogni giorno, e che oggi mi annoia o deprime, ma di certo non mi stupisce più. Si stava cominciando a importare nella scienza l’idea della par condicio.
Fu un crescendo che culminò un anno dopo, in occasione del referendum che avrebbe dovuto abrogare la legge ma si fermò al palo del 25% dei votanti. Da quel momento, come nei talk show politici, quando si parla di scienza e c’è un conflitto aperto, si invoca la presenza delle due campane. Come se davvero ci fossero due campane. Ai tempi di quel referendum il risultato erano paginate sul tema in cui l’opinione dello scienziato di turno (che poi erano gli stessi di oggi, solo dieci anni più giovani) era messa a confronto con quella di un vescovo. O dell’unico scienziato per il No, che non era un vescovo ma lo ricordava nel cognome. E lo stesso accadeva in tv: uno scienziato dei tanti, per il fronte del Sì, e a rappresentare il No (o l’astensione) sempre lo stesso. Litigi, dibattiti animati, e l’immagine di una scienza spaccata a metà, anche se così non era.

Ero appena arrivata a Roma dalla provincia, e mi guardavo intorno con stupore. C’era Roma, ma Roma era tappezzata di manifesti enormi con enormi foto di feti spacciati per embrioni. Il gioco si faceva pesante e, come abbiamo visto anche in questi anni, pesante per noi che trattiamo di scienza significa emotivo, pieno di immagini e lacrime, e di bambini esposti insieme a una corriva esaltazione dello spirito italiano, sentimentale per natura, e gridato e confuso e impossibile da governare lucidamente.
Forse perché dieci anni sono passati anche per me, e non sono più la pivelletta entusiasta di un tempo, adesso mi sembra che lacrime, forconi e fiaccole siano sempre più frequenti nel nostro dibattito. E che gli argomenti della scienza trovino sempre maggiore difficoltà a emergere nel coro di lai e lamenti da cui siamo circondati. Ma forse mi sbaglio. Risentiamoci tra dieci anni.

L’eredità di Stamina in una parola: “compassionevole”. Ma che c’entra la “compassione”?

Non voglio più parlare di Stamina.
Ma ho ancora un tormento: da quando è cominciata tutta questa vicenda mi chiedo da dove siano saltate fuori le cure compassionevoli.
Ora: io non ricordo di aver sentito usare questa espressione nei miei anni di studio all’università. C’erano le cure palliative, quelle sì. Ma la compassione nei miei libri di testo non c’era.
È un parola che viene da un ambito semantico del tutto diverso dalla scienza, anzi: da quello più distante che c’è, cioè dalla religione. Perché nel giro di un anno o due (o voi ricordate diversamente?) è entrata nel nostro vocabolario accostata alla parola cure?

Neanche il famoso decreto Turco-Fazio del 5 dicembre 2006, chiamato in causa nella vicenda pur essendo stato superato da un regolamento europeo successivo, decreto che in questi mesi è stato sulla bocca di tutti e che tutti hanno detto definire chiaramente le cure compassionevoli, usa questa parola: fate pure control-F e cercate comp… vedrete che non c’è. E nemmeno in quello del 2003. C’è competente, non compassione.
Allora cosa dicono questi decreti? Quello del 2003 parla di farmaco usato al di fuori della sperimentazione clinica, che sembrerà tanto arido, ma è quello che è. Invece il decreto del 2006 si riferisce specificatamente alle terapie geniche e cellulari somatiche, definite per la loro composizione e non per l’obiettivo con cui vengono somministrate.
Non mi pare proprio che parlino di farmaci (tantomeno di non-farmaci) dati per compassione. Sbaglio?
E poi dovete dirmi che cosa c’entri la compassione nel dare un farmaco al di fuori di una sperimentazione clinica: si tratta di un tentativo, semmai. O meglio di un atto medico da perseguire con tutte le precauzioni del caso perché il paziente non diventi una cavia: e un atto medico da discutere con lui. Non un atto di compassione (univoco!) da parte di un medico buono nei confronti di un povero malato: che idea abbiamo del medico e del paziente, scusate?
Tra l’altro, la cura compassionevole così come emerge dai decreti citati sopra non è nemmeno rivolta necessariamente a un malato terminale, così come non sono terminali molti dei pazienti coinvolti nella vicenda Stamina.

Preda di questi tormenti semantici, mi è venuto un dubbio. Vuoi vedere che…
Così sono andata a cercare se la parola compassione fosse stata impiegata, per dirne uno, dal Papa.
Ma no. Nemmeno il Papa l’ha usata.
Ecco le sue parole all’Angelus famoso, quello successivo all’incontro con una piccola paziente di fronte alle telecamere delle Iene:

«Prima di venire in piazza ho incontrato una bambina di un anno e mezzo. Si chiama Noemi: ha una malattia gravissima, il suo papà e la sua mamma pregano e chiedono al Signore la salute di questa bella bambina… sorrideva poveretta. Facciamo un atto di amore. Noi non la conosciamo ma è una bambina battezzata: è una di noi. Facciamo un atto d’amore per lei: in silenzio chiediamo al Signore che l’aiuti in questo momento e le dia la salute».

Mi ha poi confortato leggere nel libro in uscita per la Codice sul caso Stamina* che anche Paolo Bianco ha lo stesso scetticismo sulla novità della parola compassione usata parlando di farmaci. Lo esprime in una parentesi: «le “terapie compassionevoli” divenute una specifica categoria di terapia, come la terapia chirurgica o la chemioterapia».
Eh, è vero: non solo cura compassionevole, ma qui abbiamo introdotto anche la terapia compassionevole, che mi sembra persino più ambigua. Perché la cura non è necessariamente un atto medico mentre la terapia sì (con qualche eccezione sul fronte psiche).

Alla fine ho scoperto che cure compassionevoli è una traduzione disinvolta dell’espressione inglese compassionate cure. Non è una cattiva traduzione**: è un’importazione recente, probabilmente. Ma era necessaria? A chi, era necessaria? In italiano avevamo davvero bisogno di parlare di compassione insieme a malattia?
Oggi ho il sospetto che sia stata una di quelle operazioni lessicali volte a marcare la distanza tra due parti che nella realtà non esistono: quella dei malati (bisognosi di una compassione somministrata dall’alto o da un’aula di tribunale) e quella dei non-malati (tra cui la medicina ufficiale, che ha i suoi metodi spietati e di compassione nemmeno una briciola).
Una parola usata artatamente per colorare di umanità la terapia Stamina e la sua somministrazione per scopi compassionevoli e intanto disumanizzare chi ne negava l’efficacia.
Non so se il caso mediatico Stamina sia davvero concluso. Credo di sì, e anzi per me la temperie ha cominciato a cambiare circa un paio di mesi fa. Temo che la parola compassione resterà invece a lungo tra noi, e non mi sembra una bella notizia. Per questo, oggi, se potessi, mi alzerei un attimo sulla sedia e inviterei tutti a non usarla più.

 

*Non è ancora uscito. Io l’ho avuto in anteprima perché l’ho valutato per la recensione. Si fa così.
** Che poi a noi piace prendere le parole dall’inglese, anche a costo di inventare cose inesistenti o di cadere nel ridicolo, come quando traduciamo evidence con evidenza invece che con prova. E siccome l’evidenza (cioè l’apparenza) può essere opposta a quello che la scienza, coi suoi strumenti, prova, traducendo male Evidence based medicine siamo riusciti per anni a dire l’esatto contrario di quello che volevamo.
Come l’elettronico varco attivo di certe zone di Roma, che non significa (come a lungo ho creduto) passaggio aperto, quindi passa pure, ma controllo aperto su questo passaggio qui. E quindi multa se lo attraversi.

Venti piccoli indiani e dieci anni di statistiche sulla ricerca italiana

Sui banchi della prima liceo eravamo trenta. In quinta, venti.
(Sì, era una scuola selettiva: sezione A, tedesco. Capite).
Dicevo: eravamo venti selezionati studenti di un liceo scientifico di una città universitaria del centro Italia con novantamila abitanti e tre prestigiose università, più centri di ricerca, istituti, roba grossa.
Oggi, di noi venti e probabilmente anche di noi trenta, solo una lavora in un’università pubblica come ricercatrice. Con un contratto a termine.
Ce ne sarebbe stata un’altra, ma un anno fa ha perso l’ultimo concorso ed esaurito l’ultima borsa di studio, così ha lasciato il suo dipartimento e, non senza soffrire, ha cambiato lavoro. Ce n’è poi uno che lavora in un’associazione no-profit di ricerca, in un’altra città, ma è un’altra cosa.
Certo: non eravamo una classe di geni (quelli erano nella classe di sotto), nonostante i nostri tre sessantisti* e nonostante la maggioranza di noi, con la commissione esterna, abbia lasciato il liceo con un voto tra 50 e 60.
E certo, questa non è una statistica. È una cena di classe diciannove anni dopo la maturità.
Però.

Ero lì che pensavo alla cena di classe, e (gulp!) ai diciannove anni, quando ho letto che la ricerca italiana non è poi così male. Accidenti, dai.
Allora, tutta allegra, ho chiesto alla mia unica ex compagna di classe ancora all’università se avesse visto la notizia: insomma, eh, una bella notizia.
La sua risposta, icastica: sì l’avevo vista ma in realtà io non sono affetta dalla sindrome di Scopus, e dell’H index me ne frega il giusto visto che sono in un vicolo cieco e non mi serve a un fico secco.
Ha un contratto a termine, dicevo. E il termine è molto vicino.
La mia amica ha continuato: e poi vedo due grossi bias nella lettura di quella statistica.
Il primo è che a occhio non considera i non-strutturati come me, che pubblicano valanghe di articoli ma che per questi indicatori sono invisibili.
Un esempio veloce? Nel 2011 ho spopolato con gli articoli e in tanti ho messo almeno uno strutturato (questa non l’ho capita, ndr): se ce ne sono, metti, altri 3 come me, e ci sono, lo strutturato di riferimento risulta aver pubblicato 4x una paccata di articoli. E quindi poi io, Silvia, che non sono tanto pratica della cosa, leggo la statistica di Nature e trovo che i nostri ricercatori sono pochi ma molto efficienti.
Ah: lei dice non-strutturati, perché nel suo ambito disciplinare si dice così: del resto, qui i dati mettono insieme ambiti disciplinari diversi, quindi anche lessici, numeri e consuetudini diverse, ma credo che ci possiamo capire.
Non solo, prosegue. È sempre questione di denominatori. L’investimento è basso per forza perché (anche ammettendo che strutture, attrezzature e laboratori siano uguali tra l’Italia e gli altri paesi europei, poniamo) qui invece di ricercatori contrattualizzati a tempo determinato abbiamo un esercito di borsisti, assegnisti, cococo che non hanno quasi contributi previdenziali, tfr, tredicesima… e quindi costano molto meno. Cioè: un ricercatore td costa circa 50k euro/ anno: una come me e i miei tanti colleghi tra i 21 e i 30-35k (di più non l’ho proprio mai sentito).
Quindi abbassiamo il parametro spesa (al denominatore quando si dice che facciamo buona ricerca per quel poco che spendiamo) semplicemente abbassando, nei fatti, il numero di quelli che consideriamo ricercatori: non è un artificio retorico, perchè li paghiamo di meno.
Il secondo bias (con cautela, eh…) è più difficile. Sono i malcostumi italiani: l’articolo di gruppo, con tanti autori che si scambiano i favori e le firme, e soprattutto l’autocitazione, la citazione degli amici e degli amici degli amici… Che fanno crescere le citazioni per articolo, indipendentemente dal fatto che l’articolo sia buono o meno. Sono abitudini che stanno andando a sparire, come no: mi dice lei con poca convinzione.
Comunque, conclude scoraggiata, non sono un’esperta, quindi queste cose prendile un po’ così. Se avessi un altro compagno del liceo oggi all’università, potrei chiedere a un’altra campana, e invece non ce l’ho.

Poi ho letto che in effetti l’interpretazione di quella brevissima su Nature, e della sua fonte originale, è un po’ più complessa, anche se sì: i nostri scienziati producono ricerca di buona qualità con poche risorse. Ora, soprattutto, le poche risorse mi sembrano una pessima notizia. E che i nostri riescano a farli valere (indipendentemente dall’ambito disciplinare?) mi sembra una cosa di cui andare orgogliosi, certo. Ma è un po’ come quando mi dicono che noi possiamo fare tutto con poco tanto gli italiani hanno l’arte di arrangiarsi e io, tra me e me, penso: arte una sega.
Infine, ho letto che la ricerca italiana ha il solito problema: i ricercatori sarebbero anche bravi ma quell’italica arte di arrangiarsi la portano quasi sempre all’estero. Ed eccoci a preoccuparci di nuovo di che fine farà la ricerca italiana.

E infatti, mi sembrava. Sono dieci anni che faccio questo lavoro: ogni anno arrivano statistiche su come vanno la ricerca e l’università italiana e mi pare che portino sempre più o meno cattive notizie. Sono anche dieci anni che vedo i miei compagni del liceo cambiare lavoro e gli amici allontanarsi dalla ricerca e dall’università italiana, che non faranno statistica ma fanno impressione.
Dopo dieci anni così, ha senso salutare con entusiasmo una statistica che sembra fatta per dire: persino l’Italia, fatti tutti i calcoli così e cosà, aggregando tutto e poi normalizzando per questo e per quello, diviso per meno meno, persino l’Italia batte XXX? E salutarla dicendo che, fatti tutti i calcoli così e cosà, aggregando tutto e poi normalizzando per questo e per quello, diviso per meno meno, l’Italia addirittura batte XXX? Ha senso davvero se tutti gli indicatori in dieci anni di statistiche, comunque calcolati, con poche variazioni tra l’una e l’altra, non portano buone notizie da un po’, volerne vedere a tutti i costi una ottima in un rapporto scritto da altri con altre intenzioni? Anche perché ci sono le peculiarità italiane, dicevamo.
O il mio dubbio è il solito disfattismo da menagrami, per giunta nel giorno più triste dell’anno?
Non so.
La mia amica ha il contratto ancora per qualche mese. Poi boh. Dovrò spicciarmi a chiederglielo perché lei è l’ultima piccola indiana. Potrebbe succedere che alla prossima statistica interpretata da tutti, lì per lì, con un inusitato ottimismo, anche lei avrà cambiato lavoro.

(Lo so, non c’entra niente, ma tutto questo mi ricorda il peggior nuotatore del mondo (anche qui), quello che, per i mezzi che aveva e per il contesto in cui viveva, era da Olimpiadi. Però faceva i 50 metri in 1′ 57″ che più o meno è quanto ci metterei io domani se avessi voglia di cercare una piscina vicina a casa.
Adesso lui è addirittura l’allenatore della nazionale di nuoto della Guinea equatoriale. È di sicuro un bel risultato, anche se la nazionale di nuoto della Guinea equatoriale non ha partecipato alle ultime Olimpiadi. Un bel risultato, anche se dipende dal fatto che in Guinea equatoriale il nuoto non lo pratica nessuno.
Lo so. Il paragone non tiene: nella nostra ricerca i sistemi di valutazione non funzionano con la precisione dei cronometri. Ma comunque qui da noi vengono accolti sempre con un po’ di irritazione, sempre. Chissà perché.
E poi, vabbè, qui i ricercatori capaci ci sono davvero e non mancano, come i nuotatori in Guinea equatoriale: semmai sono come bravi nuotatori che non hanno le piscine, tipo la mia amica del liceo. Ma se non hai la piscina, per quanto tu sia bravo, come ti alleni?).

 

* era il 1995: i voti erano in sessantesimi, non in centesimi.

Oggi al Senato: la scienza incontra la politica e viceversa. Prove di dialogo, riuscite

(Scrivo questo post dopo aver consegnato un articolo serio che racconta la stessa cosa).

Stamani a Roma è successa una di quelle cose che in altri paesi è del tutto normale, cioè un gruppo di scienziati è entrato al Senato con una presentazione in Power Point e ha parlato di scienza. Invece da noi questo fa notizia, perché è la prima volta e suona strano, e comunque c’è sempre qualcuno che critica perché non è così che il paese cambia.
Forse, forse è vero. Intanto ci siamo trovati lì, in un centinaio di persone invitate dalla Commissione Sanità, tutte evidentemente abbastanza nuove dei cerimoniali della politica da sorridere delle cravatte intorno al collo dei colleghi maschi, e a farci fotografie con sfondo boiserie di nascosto dai serissimi commessi.
C’erano i politici (Giorgio Napolitano e Piero Grasso, per dirne due a caso), gli scienziati (biomedici e fisici), gli scienziati-e-politici (Elena Cattaneo, promotrice della giornata), giuristi-economisti-filosofi (ma non chiamateli umanisti: lì anche chi parlava di diritto si è riferito alle scienze giuridiche), e un allegro manipolo di giornalisti scientifici abbastanza divertiti e quasi emozionati, come una scolaresca cresciutella.
Siamo stati insieme dalle 09.00 (per i più eccitati, come la sottoscritta) alle 15.00 (per i più testardi, come la sottoscritta). E, onestamente, la sottoscritta si è divertita un sacco.

Va bene, a dirla tutta alcune delle presentazioni dei nostri scienziati sono state noiose, ma noiose, noiose come solo uno scienziato italiano sa essere in pubblico. E alcune erano anche mal impostate, roba da chiedersi se i nostri scienziati non abbiano amici normali a cui sottoporre le proprie relazioni prima di andare a parlare di fronte a una platea di non-scienziati. Però si capivano tutte ed erano tutte presentate con entusiasmo e passione. È poi vero che lo scienziato italiano ha l’inelegante tendenza a chiedere soldi per sé, per quel che fa, e a proporre la propria ricerca con accanto il piattino, ma lo trovo abbastanza comprensibile e non credo di poterlo biasimare.
Insomma, alla fine si capiva: ragazzi, si capiva perché fossimo lì.
Tra gli scienziati c’è stato chi ha concluso lanciando appelli precisi alla politica (mi pare di capire che questi scienziati italiani chiedano regole di reclutamento, controllo, valutazione, e finanziamento della ricerca chiare e in linea con gli standard internazionali, mi pare). C’è stato chi ha raccontato che cosa succede a casa propria e chi è partito dall’ABC delle proprie ricerche. A volte forse qualcuno ha interpretato male la propria missione. In generale, hanno funzionato. Cioè: Napolitano ha ascoltato con attenzione (e non si è distratto come la solita sottoscritta, continuamente a mandare sms e a postare cose sui social network per raccontare agli amici omamma che emozione!). E che ascoltasse Napolitano, con gli altri politici, era il reale obiettivo del gioco.

Ora, dicevo: non so davvero se questo cambi il paese. Possiamo divertirci con tutti i nostri sofismi sull’allocazione delle risorse e sulla miopia di certi sistemi italiani, sempre avviluppati sulla loro dialettica barocca. Ma mi pare che, se il tentativo, di questo e dei prossimi simili incontri, è quello di inaugurare un sistema per cui lo scienziato racconta al politico che cosa sta facendo coi soldi pubblici e quali sono le idee che ci stanno dietro, il tentativo possa riuscire. O che comunque vada incoraggiato.
Aspettate, mi pare di sentirli i soliti gufi: staremo a vedere che cosa cambia davvero... Eccerto che staremo a vedere: è il nostro mestiere. Di sicuro, però, non me la sentirò più tanto di dire che nei palazzi della politica non ascoltano la scienza. Qualcuno ha ascoltato, qualcuno ascolterà, qualcuno (tra gli scienziati) dovrà chiedersi come farsi ascoltare e poi anche capire, qualcun’altro dovrà scoprire come trasformare questo dialogo in qualcosa di buono per tutti. Ma ci si proverà. Parola di Napolitano, “questo sforzo continuerà per l’accanimento personale di qualcuno, un accanimento che ci fa molto bene…”. E questo qualcuno era probabilmente Elena Cattaneo, protagonista della giornata e ben sorridente dall’inizio alla fine.
Io, intanto, ho maturato un’opinione sorprendentemente buona del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che le ha cantate chiare e giuste, mentre noi ci guardavamo stupefatti e ci scrivevamo sms dal seguente contenuto: ma davvero è berlusconiana? risposta: no, adesso è alfaniana... contropensiero: beh, sticazzi. Brava.
E riecco i gufi: sì ma poi, nei fatti… perché è facile compiacere platee come la vostra… Forse è vero. Intanto di fronte a duecento orecchie quelle parole le ha dette, e belle forti. Cioè: pensavo peggio, davvero pensavo peggio. Poi uno si ricorda di un paio di vicende intorno al caso Stamina e anche del fatto che alfaniana?! Beh, sticazzi: qui è stata brava! della Lorenzin ce lo eravamo già detti.

Infine. Dopo la sei-ore-sei (senza manco un bicchiere d’acqua: lo dico per chi è già pronto a chiamarci kasta!1!), la Cattaneo ci ha portato a vedere il Senato e il suo banchino in prima fila, coi tasti per votare e tutta la geometria complicata della sala. Bene, ci ha detto che il Senato italiano è organizzato benissimo, sono tutti efficienti, puntuali, precisi, rispettosi delle regole, attenti alle esigenze di tutti. E quindi: sono dovuta venire a Roma per trovare la Svizzera!
Magari domani tornerò a essere la solita rompicoglioni lagnosa di sempre, ma oggi pomeriggio me ne sono venuta a casa un po’ più allegra. E ho aspettato l’autobus insieme ai turisti stranieri, sotto al sole tiepido e col cappotto aperto, senza sentirmi in difetto perché sono nata, vivo e lavoro in questo disgraziato paese qui.

(nella foto sotto due partecipanti all’incontro di stamani, fotografate da un terzo, all’insaputa dei commessi del Senato. Le altre foto sono tutte più o meno così, ma con meno giovanile sfacciataggine, perché non ci avevano ancora rimproverato per l’infrazione al protocollo).

 

Perché non sono voluta andare alle Iene a parlare di Stamina

Dopo la pubblicazione delle dieci domande alle Iene*, scritte da sei giornalisti scientifici (me compresa) su blog e giornali online, le Iene hanno cominciato a propormi un’intervista.
Ora, in realtà due giorni dopo la pubblicazione di quelle domande c’è stata la conferenza stampa della Stamina Foundation: in quella occasione ho preso la parola e ho posto alcune domande a presidente e vicepresidente della fondazione. Come è mio vezzo, mi sono addentrata nel tecnico e ho chiesto cose molto dettagliate dal punto di vista scientifico (tipo un’immunoistochimica, sai mai) o clinico (tipo una precisazione su alcune malattie che erano state elencate tra le curabili con il metodo Stamina), ma non ritenendo di aver ricevuto risposte soddisfacenti, e onestamente senza aver capito bene quale altro tipo di risposte avrei invece potuto ricevere, l’ho chiusa lì. Ho anche pensato che fosse arrivato il momento di smettere di dare credito, quantomeno scientifico, a una storia che di scientifico non ha più molto. Ho pensato che forse adesso è ora che se ne occupino i colleghi della cronaca, o della giudiziaria. E quindi non ne ho scritto.
Perciò la coincidenza temporale tra le dieci domande e la figura della furbetta in conferenza stampa non mi permette di ricostruire il trigger che ha scatenato le Iene a proporre un’intervista proprio a me.

Proprio a me, nel senso che non voglio fare la finta modesta: ho scritto un’articolessa di tutto rispetto per le Scienze di ottobre, poi (poco prima delle dieci domande) ho pubblicato un altro infinito articolo di riflessione su Strade online, con cui ha fatto un paio di decine di migliaia di contatti in una settimana (e il giornale era nuovo nuovo). Però in tanti altri se ne sono occupati e in tanti lo hanno fatto davvero molto bene.
Qui vi precedo: sì, hanno anche sentito gli scienziati ma, insomma, ecco, i nostri scienziati sono stati un po’ presi nel sacco (omissis) e poi non c’è niente di male se si invitano i giornalisti scientifici che in fondo di mestiere osservano la scienza in questo mondo, e sono anche parecchio più bravi in tv.

Comunque sia andata, e qualunque sia stata la motivazione per pescare proprio me tra i tanti, dopo un mese di telefonate con le Iene, di mail e di discussioni, ho deciso di dire loro di no. Non andrò da loro a raccontare perché penso che la vicenda Stamina sia una storia ben diversa da quella passata in tv, cioè una storia di malati traditi dal sistema sanitario nazionale e di una terapia miracolosa che potrebbe guarire tutti se solo il ministro accettasse di pagarla con le nostre tasse.
Attenzione: telefonate, mail e discussioni con le Iene sono state tutte cordiali e persino amichevoli. In un certo senso, siamo quasi colleghi. E so bene anch’io come funzionano certe cose e persino su che cosa si basino certe scelte (per esempio, quelle legate a un’ospitata in tv: non prendiamoci in giro).

Ho scelto di dire loro di no per una serie di ragioni che voglio elencare qui prima della puntata di stasera, che è l’ultima della serie delle Iene.
Intanto questa: è l’ultima della serie. Mi sono chiesta se, andando, non avrei dato loro modo di parlare anche stasera di Stamina. Perché non condivido affatto il modo con cui lo hanno fatto e non avrei proprio voluto essere la pedina che permette loro di avere qualche motivo per tornare sul tema. Mi spiego: se stasera non ci sarà niente su Stamina mi prenderò il mio momento di presunzione e penserò che un po’ è anche merito mio. Il mio successo, qui, sta nel silenzio. E vediamo.
Del resto, come ho scritto in un secondo articolo su Strade, il mio proverbiale ottimismo è tornato a galla e mi ha portato a pensare che, forse, la questione sia davvero agli sgoccioli. Almeno dal punto di vista mediatico (e anche un po’ grazie al fatto che questa è l’ultima puntata della serie delle Iene). Adesso davvero se ne occupino i colleghi della cronaca, e lo facciano in caso di notizie per i loro denti, come questa.
Poi, proprio all’ultima puntata avrei forse permesso alle Iene di dire “vedete, ascoltiamo tutte le campane!”, con me nel ruolo della campana.
Ma io, come ho già detto e ridetto, non credo che esistano due campane, di certo non su temi in cui esiste chi ha competenza e chi, semplicemente, non ce l’ha.

Infine una questione un po’ più meschina, ma dal mio punto di vista molto importante.
Io sono una freelance: non sono nemmeno iscritta all’ordine dei giornalisti, non ho nessuna copertura legale e sono consapevole di avere una propensione pericolosa a comportarmi da Giovanna d’Arco. Perché espormi tanto?
Alcune mie colleghe (donne, e anche qui non facciamo i finti tonti) hanno ricevuto insulti, offese e persino qualche spintone: tutti noi che ci siamo occupati della vicenda ci siamo sentiti chiamare venduti, siamo stati accusati di crudeltà, insensibilità, ottusità, e ci siamo sentiti augurare brutti mali, anche a suon di grida in faccia. Perché dovrei rischiare, oltre a tutto questo, anche una querela? O perché dovrei rischiare un montaggio non proprio del tutto rispettoso del mio pensiero?

Per qualche attimo mi sono poi ricordata che il pubblico, il pubblico potrebbe anche avere qualcosa dalle mie parole. Che non sono snob, io: sono stata educata a pensare al rispetto di tutti i pubblici. Sono una democratica, diamine. Mi hanno anche insegnato a prendermi la reponsabilità delle mie azioni e io di azioni qui ne ho fatte, eccome.
Per cui in certi momenti ho anche vacillato e sono anche stata lì per pensare: va bene, vado e parlo onestamente, dopo aver studiato un po’ come farmi capire. E mi è toccato sentirmi dire: ah, ma capisco che sia lusinghiero andare in tv di fronte a milioni di persone a far vedere quanto sei carina e quanto sai parlare bene… Come se non avessi già messo la faccia in tv e sperimentato di conseguenza stalker e persecutori di vario ordine e grado: proprio una bella soddisfazione, sì.
Solo che se lo fai per lavoro, e hai i tuoi margini di creatività e il sapore di una crescita professionale, lo stalker lo consideri un effetto collaterale trascurabile e sai che tutti i lavori ne hanno. Insomma: pazienza, vi farò ridere raccontandoveli una sera che ceneremo insieme. Ma se ti ci trovi per aver risposto in maniera incauta, in un momento di difficoltà, dopo una telefonata da un’ora con una Iena, capisci che invece di fare la Giovanna d’Arco stai di nuovo facendo il San Sebastiano.
E allora no che non ci sto più.

 

* No, mai ricevuto risposta. E sì: anche questo ha influito sulla mia scelta.

Va’ avanti tu che a me viene da ridere: chi è che deve difendere la scienza?

Che poi una si trova a fare la giustiziera della notte.
E sono tutti lì, gente simpatica ma mai conosciuta di persona, a incitarti e a dirti: pensaci tu, vedi che cretinata, diglielo che cos’è un xxx! Tutti, tanti, via mail o sui social network.
Si riferiscono ad articoli un po’ zoppicanti, a roba che passa in tv priva di qualsiasi logica, a blog fuffari ma molto ben incorniciati. Tutto materiale giornalistico che tratta la scienza con la canna da pesca, un po’ a distanza e con un vago senso di livore: la scienza, che roba strana.
A volte gli autori, i giornalisti, sono anche amici miei, per cui mi imbarazzo pure.
A volte fanno errori persino in buona fede: unità di misura scazzate, parole confuse che trasferiscono interi ambiti lessicali su ambiti della ricerca diversi da quelli originari con effetti grotteschi, logiche che saltano, non sequitur ingenui… Su quelli in malafede, c’è poco da dire: esempi presi per dimostrare tesi strampalate, incomprensibili endorsement a comprensibili ciarlatani, fonti minoritarie e scienziati da garage…
E io lì, col vezzo di fare la ritrosa e a far notare ai miei scientisti* che non mi si può chiedere di parlare male dei colleghi. E che comunque anche gli scienziati hanno le loro sante colpe in tutta questa confusione (argomento che serve a sollevare la polvere mentre scappo). Poi ci sono le volte in cui decido che sì, sannamoadivertì, e cominciano le giostre.

Perché non è tutto uguale, santo cielo. Perché non ci sono due opinioni con pari dignità su tutto. Perché il mondo è pieno di ciarlatani che non vedono l’ora di dire la loro, e se di mestiere il mondo lo racconti devi saperlo e ti devi tutelare. Perché la storia delle due campane è una stronzata. Perché dopo vent’anni mi avete rotto le balle con la solite panzane: non sono più qui a occupare licei, non ci credo più, non credo più a chi ha la verità in mano, né a quelli che denunciano gli intrecci di potere, tantomeno a quelli che hanno visto la luce, a chi usa la parola servo e a chi usa la parola naturale, a quelli che siamo tanti e a quelli che tu così mi metti nei guai.
Il più delle volte lo terrei per me. Banalmente, perché sono una freelance senza nessun tipo di copertura e in un momento di fragilità professionale niente male.
Ma coraggio, dai, e cominciano le giostre.

Poi le giostre si fermano e io mi ritrovo con un sacco di nemici.
Ho scritto mail, ho lanciato appelli, ho fatto le pulci, ho indossato la penna rossa e impugnato la matita blu. Mi sono anche divertita e ho trovato gente interessante per la strada. Ma insomma. Ho anche perso un sacco di tempo con mail e telefonate private, di chiarimento e di spiegazione, mi sono dovuta difendere, per la seconda volta nella mia vita (la prima era un recupero crediti) ho dovuto chiamare un avvocato. Ho anche passato qualche notte a guardare il soffitto.
E lo so di non aver fatto la vendicatrice mascherata, non mi maschero nemmeno e tutti i miei recapiti sono facilissimi da trovare (pure troppo): mi assumo la responsabilità delle mie azioni. Ho ritagliato qualche ora al giorno (a volte nemmeno) per provare a raddrizzare le cose: ho solo fatto notare a un prepotente che la logica serve, eh, un pochino, e che, come diceva quello, è ora che si mettono a studiare. E lo so che, nel merito, io e i miei amici scientisti* abbiamo pure ragione. Lo sento anche un po’ come un dovere: in fondo, se faccio quella che parla di scienza è anche giusto che alzi il dito per difendere il mio mestiere, e il mio povero mercato.

Ma adesso ditemi. Amici scientisti. Voi farete lo stesso quando a sparare la panzana sarà il vostro collega scienziato?
Mi difenderete da lui dicendomi, chiaramente, è un corrotto e non fidarti del bollino di quell’istituto di ricerca o ha una cattedra ma non ne sa una mazza? Lo direte anche al mio collega in buona fede, ma un po’ meno smaliziato di me? O continuerete a lamentarvi con me, come se io di mestiere facessi il questurino?
E mi difenderete mandando voi una sana lettera di protesta al caporedattore se qualcuno l’ha sparata grossa e intanto se la sta prendendo con me?
Ci sarete alle mie spalle, porca vacca, o mi manderete avanti solo perché tu le cose le sai cantare chiaro? Sarebbe il mio mestiere, cantare chiaro, se solo mi pagassero per farlo. Solo che non posso farmi carico delle storture del mondo. Non ne ho nemmeno l’autorità.

Io ho un blog, col mio nome, una grafica spartana: me lo gestisco da me. Faccio qualche centinaia di contatti al giorno e un centinaio se non scrivo niente per lunghi periodi. Quando la imbrocco vado sui mille: un buon post può essere letto da tremila persone (ho fatto il record con un post da circa seimila contatti in due giorni e mezzo), ma i numeri sono questi. Piccini. E i miei lettori siete voi. Che non pagate, come è giusto che sia.
Mi diverto un sacco, lo ammetto. E mi dà anche il senso di un’utilità del mio lavoro di watchdog che ultimamente stavo perdendo, anche se lavoro non è.
Però non giochiamo al kamikaze.
Che quell’articolo di cui sopra fosse pieno di cazzate, o che quel servizio fosse strumentale a una tesi che non ha più dignità, lo abbiamo visto tutti.
Quindi adesso poche storie: siamo alleati o no? Avete voglia di provare a fare qualcosa di più che mettere un like su Facebook?
Cominciate col ripetere il mantra non dirò mai più che “i giornalisti sono ignoranti e sparano cazzate”, e mi darò da fare perché la comunicazione cambi rispettando i ruoli di ciascuno ma col contributo di tutti, compreso il mio. E quello della Bencivelli, che è una freelance notoriamente appartenente alla fascia alta dei morti di fame e niente di più.

Ciao,
la vostra (suo malgrado) capobranco**

 

*Prima che vi incazziate, sto prendendo in prestito la parola che usano gli altri per noi (voi, anzi), e lo faccio con (auto)ironia. Chiaro?
** Definzione non mia, ovviamente. È l’autoironia di cui al punto *.

Per fare tutto, ci vuole un neurone. Tra Sergio Endrigo e Jim Watson, domani in Tv

Non c’è pace quaggiù:


Dice: Può capitare di pensare che la doppia elica del Dna sia stata pubblicata nel 1974 invece che nel 1953. Può capitare.
Va bene: sono ventuno anni di differenza e in ventun’anni la biologia ha fatto un sacco di altre cose. E quei due il Nobel lo hanno preso nel 1962, quindi che quella fosse una scoperta grossa lo si era realizzato da un po’, nel 1974. Ma può capitare. (E comunque Crick era inglese, non americano).
E poniamo che nemmeno su Wikipedia ci sia qualcosa sul tema.

Però allora uno dice: Endrigo cantava nel 1973, mentre la doppia elica (vedi al punto 1) è stata scoperta (ma scoperta o pubblicata?) nel 1974 (dicevamo che può capitare). Allora Endrigo ha potuto cantare che per fare un fiore basta il seme perché non erano arrivati gli aridi manichini del sapere a rovinare la poesia del seme. Il che significa, penso io, che si sta sostenendo che dopo Watson e Crick le cose siano cambiate tra semi e fiori.
Ma che cosa c’entra la struttura della doppia elica con la brevettazione delle specie vegetali?

Poco, o niente: un pomeriggio su Facebook e arrivano un sacco di amici a spiegarti che ci sono posti dove si brevetta la specie di pianta indipendentemente dal Dna, che le brevettazioni e le registrazioni delle piante (che poi la questione legale è complicatissima, ma insomma) avvengono dagli anni Trenta, e che Endrigo è del ’33. Che (questo lo copincollo): “brevetti (o registri) un genotipo cioè una nuova combinazione di geni che dà origine a un fenotipo che sia Distinguibile dagli altri, Uniforme e Stabile (acronimo DUS)”. Stop.
Puoi anche dire: eh, vabbè, ma senza gli studi degli anni cinquanta (ci siamo confusi, ma tenete duro) non si sarebbe arrivati all’ingegneria genetica di oggi. Ed è vero. Ma allora perché non prendersela con l’inventore del microscopio o con qualche altro perfido scienziato alle prese con la manipolazione della natura ma anche, per dire, con Lavoisier e Avogadro? Perché poi questa roba si accumula, eh, e nel tempo si scoprono sempre cose nuove e pe-ri-co-lo-si-ssi-me.

Comunque, poniamo che tutto il problema della proprietà delle specie viventi sia cominciato da Watson e Crick: Endrigo, dopo di loro, e oggi, dovrebbe cantare che per fare un seme ci vuole un brevetto. E siccome il brevetto è male*, Watson e Crick hanno inaugurato una china pericolosa.
Ora, a me Watson sta anche antipatico, e poi c’è tutta la storia della Franklin che non mi va giù, ma qui mi fermo. Che cosa stiamo cercando di sostenere? Oh, niente di esplicito. Tra le righe, sembra però di capire che gli scienziati hanno permesso lo sviluppo di un sistema di mercato malvagio.

Dice: Vabbè, su, ma continua a leggere. Negli anni settanta… settemila, l’un per cento, settantasei, cinquantatré…
Anche qui, mi aiutano i blog e mi aiuta Facebook: “Il post di Report è una serie di non sequitur. Prima c’erano tante ditte sementiere, oggi molte meno. So what? Prima c’erano tanti produttori di motori, oggi molti meno. I brevetti non c’entrano un fico, c’entrano la complessità le economie di scala, e via discorrendo”.
E poi, geniale: “La canzone di Sergio Endrigo era protetta dal diritto d’autore. Negli anni ’30 solo l’1% delle canzoni era protetto da diritti d’autore, oggi il 56% dei diritti d’autore sono in mano alle prime 3 Major, il 78% sono di proprietá dei primi dieci distributori e di queste il 54% vendono musica orrenda che inquina le nostre giovani generazioni”. Giusto. “E nel 1975 Modugno può cantare “piange il telefono” in italiano perché a Meucci non era ancora stato riconosciuto il brevetto dell’invenzione del telefono. Data la tua sagacia potrai obiettare: ma c’era il brevetto di Bell del 1876. Sì, però quello era su territorio USA e la SIP era ancora dello Stato Italiano, prima di essere svenduta agli amici degli amici”**.

Se tutto questo sia sostenibile o no, non lo so. Io ho sempre la bandierina della scienza in mano, e finisco anche per sentirmi un po’ ridicola.
Solo che qui è sbagliato persino il testo della canzone di Sergio Endrigo.
E (porcavacca mi cade tutto il sillogismo) anche l’anno! Lalbum Ci vuole un fiore è stato pubblicato nell’ottobre del 1974. Adesso come la mettiamo con Watson e Crick?

 

AGGIORNAMENTO: un giorno dopo la pubblicazione di questo e altri post e soprattutto dopo la pubblicazione su Facebook di quel testo con relativo thread di allegre bisbocce, la redazione di Report ha pubblicato quello che segue (e che non commenterò):

 

* È male, evidentemente, tranne che se lo si cerca di ottenere rubando dati e fotografie altrui.
** Sono battute, si capisce, vero?

(Grazie ad Andrea Cossu per le segnalazioni)