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“Sente i suoni per la prima volta”: un commento meditato al video che ha commosso l’web

Tra le inutilità cervellotiche che mi hanno sempre affascinato c’è l’idea che ciascuno di noi viva paesaggi diversi, costruiti dai suoi sensi, che sono solo suoi e che nessun altro può immaginare.
Cominciò a mettermela in testa un tizio di terza media mentre andavamo in gita ed eravamo seduti in pullman da ore e ore. Io facevo la prima: lui voleva chiaramente fare colpo sulle ragazze grandi, ma a me non importava e comunque ero lì lo stesso, chissà perché. Quante stupidaggini diceva, il tizio di terza. Roba tipo: ma se io chiamo blu quello che tu chiami rosso? E viceversa? O se tu vedi verde dove io vedo nero? Che ne sai? Che ne sapremo mai? (Beh, faceva la terza media, dai). Insisteva sul tema dandosi arie da grande filosofo.
Finché una delle ragazze di terza non gli ha risposto, suppergiù, che poteva anche essere, ma che la cosa davvero bella allora era che il tramonto era emozionante sia per lui che lo vedeva rosso sia per lei che lo vedeva blu. E a me questo parve finalmente interessante. Dalla percezione al significato: la costruzione di un paesaggio esterno e di uno interno, fatto anche di emozioni. Ognuno le sue, per quello che i sensi gli mostrano.
Poi finirono le medie, cominciò il liceo e qualche anno dopo scoprii che c’era gente che ci si era scannata (letteralmente, penso alle persecuzioni subite dai pitagorici): che su come i sensi diano accesso alla natura e su come dobbiamo interpretarli si discute da diverse decine di secoli e che c’è gente che ci ha scritto dei libri.
Tutto questo per dire che ho visto il video della quarantenne che piange di commozione per i suoni che sente dopo l’intervento di impianto cocleare e che mi sono incuriosita.

Non sono sorda, ma ho molti amici sordi. E conosco la complessità della sordità: ho imparato, mi hanno spiegato, ho faticosamente capito, che ci sono mille modi di essere sordo. Ci si può nascere, lo si può diventare, lo possono essere altri familiari tuoi, puoi essere il primo sordo nella storia della tua famiglia, puoi essere sordo solo di qui o solo di là, puoi esserlo tanto o poco, puoi diventarlo di botto o un po’ alla volta. Ma anche se sei sordo sei comunque una persona, incasinata e unica come ciascuno di noi è incasinato e unico: puoi essere molto bravo a imparare le lingue o puoi essere una schiappa, puoi essere una scheggia in matematica o avere talento artistico, puoi essere distratto, casinaro, precisino, timido, esuberante, emotivo, espressivo, introverso o come cavolo ti viene da essere in qualunque circostanza della tua vita. I modi che scegli per comunicare dipendono da questo, come dall’ambiente in cui sei cresciuto, da quanto te ne sei liberato se è stato necessario farlo, da come ti sei abituato per mille ragioni ad avere a che fare con gli altri, dall’immagine di te che cerchi di dare e da quella che ti rimandano, da come è fatto chi ti circonda e chi ti vuole bene. E quanto più sei lasciato libero di scegliere e di trovare la tua strada tanto più, in genere, sei felice e capace di far felici gli altri.
Quindi ci sono sordi orgogliosi di essere sordi: si sentono una minoranza, in termini numerici, ma non si sentono disabili né tantomeno deficitari. E ci sono sordi che boh. Come io sono miope. Boh. Manco tanto. C’è di peggio. Sono così e basta. Ci sto dentro, sono diventata grande e ho adattato la mia vita anche agli occhiali. Sordi che prima di essere sordi sono persone, lavoratori, amici, figli, parenti, fidanzati, collezionisti di farfalle e tifosi di cricket.
Ci sono sordi che preferivano non essere sordi. E che magari se ci pensano si arrabbiano anche.
Ci sono i familiari delle persone sorde. Che, lì per lì, alla diagnosi, per giorni, settimane, mesi o anni, si sono dannati alla ricerca della cosa migliore da fare e che hanno sempre addosso la sensazione che qualcosa avrebbe potuto girare meglio.

E poi ci sono i medici. Che (giustamente) considerano le disabilità sensoriali malattie da curare. Come gli oculisti che sono capitati a me, e a cui sono tanto grata.
Oggi la scienza può fare per la sordità due o tre cose che un tempo erano davvero fantascienza. Può misurare il difetto uditivo con grande precisione e costruire protesi perfette per quell’orecchio lì di quella persona lì: sono amplificatori che si infilano nell’orecchio, a volte minuscoli, che si vedono addosso alle persone sorde con un residuo uditivo (e che desiderano portare la protesi. Le due condizioni devono coesistere). L’esempio classico è quello della nonna. Ma tante persone più giovani di lei portano la protesi e ne hanno la stessa rispettosa dipendenza che abbiamo noi miopi dagli occhiali. Non compensa tutto, certo, ma anche i miei occhiali lasciano un bel po’ di campo visivo scoperto.
In secondo luogo c’è l’impianto cocleare, che si inserisce con un intervento chirurgico raffinato e complicato, e che porta gli stimoli acustici direttamente al cervello. L’intervento a cui si sarebbe sottoposta la tipa del video che ha commosso l’web è questo.
Sull’impianto cocleare, sembra incredibile e chi non ha mai avuto a che fare con la questione ci resta un po’ così, c’è gente che litiga forte. Ma tipo i pitagorici di cui sopra, giuro. Polemiche e litigi pazzeschi.
Io non ho le competenze e quindi non mi butto nella mischia. Non è della neuroprotesi che voglio parlare. Non voglio dire quanto funzioni, quanto non funzioni come e perché, nel caso. Non lo so. Chiaro?
Anche perché avendo un’età più vicina ai quaranta che ai venti, ed essendo abituata a circondarmi di persone più o meno della mia età, sordi compresi, non conosco nessuno che abbia un impianto cocleare. Sono solo vent’anni che si fa l’intervento e oggi, per una ragione molto chiara che la scienza riferisce alla plasticità neuronale (la capacità del cervello di abituarsi alle novità), si prescrive solo ai bambini piccoli. O si dovrebbe prescrivere (alcune mie amiche ben sopra i dodici anni se lo sentono proporre di continuo, ma temo che questa sia un’altra storia). O si prescrive agli adulti in casi molto particolari*. O insomma. Ci sono pro e contro, rischi e vantaggi, percentuali di successo e definizioni di successo che cambiano. Ma siccome, dicevo, non voglio finire in una polemica che non so gestire, ho scritto qui giusto il necessario e ora mi defilo, per tornare alla questione del video.

Il video della quarantenne americana, dicevo.
Ho chiesto agli amici.
Valentina Foa, sorda dalla nascita, mi spiega da anni (e con alterni successi) che cosa significhi non sentirci un tubo da sempre ed essersi fatti adulti così, adulti e possibilmente anche felici. Loredana Bava, invece, è nata in una famiglia di sordi, per cui della sordità ha sempre saputo un sacco di cose, poi ha cominciato a diventare sorda anche lei: oggi porta le protesi e lavora tra gli udenti. Francesco Pavani è un neuroscienziato che studia i meccanismi neurali della percezione, i sensi, il cervello plastico e soprattutto la sordità.

Valentina, a proposito del video, mi scrive: Ipotesi più probabile: in fase pre-impianto ci sarà stato un allenamento logopedico di discriminazione di suoni e parole, memorizzando (a giudicare dalla didascalia del video) solo 7 parole, già diverse fra di loro, che è un processo mnemonico abbastanza semplice. Insomma anch’io con la pedana vibrante (a livello di percezione tattile), intuisco che “bubu” è più morbido rispetto a “kiki”. Nel mio caso, chiunque potrebbe pensare a un miracolo senza sapere che per me il compito di discriminazione di due sole parole, così diverse fra di loro, è solo un risultato percettivo semplice. Diverso discorso – per me – il caso di “mattina”,  “Matteo”, “patata”.
So che cosa intende: quando chiacchieriamo lei mi legge le labbra ma se non scandisco bene le parole finisco per doverle ripetere tre volte, quattro volte, cinque, e poi rassegnarmi a scriverle in aria con la dattilologia (ma l’avreste pensato che, sul labiale, Matteo e patata si assomigliano?). Già, perché pur avendo molti amici sordi io non so usare la Lingua dei Segni, e devono sempre essere loro a sforzarsi per includere me. Shame on me, è vero.
Ma insomma, Valentina ci ha preso: la tizia del video ha cominciato la logopedia a 2 anni (quindi presto: bravi tutti). E comunque ha una malattia complessa, una sindrome rara che la sta rendendo anche cieca, e quindi una motivazione molto più forte di quella di Valentina a fare l’impianto.
Continua, Vale: Reazioni di stupore-shock-miracolooooo! sono sempre soggettive. Anch’io faccio “oooh” da quando mio marito mi mise sotto il divano una cassa home theatre, e il divano vibrava tutto: mai avrei immaginato che si dovesse sentire il rumore del bicchiere appoggiato sul tavolo, perché, come informazione visiva, mi era sempre bastata. E invece. Stupore!
Se siete udenti e siete andati a ballare con una persona sorda almeno una volta nella vita capirete che cosa dev’essere successo a Valentina quando, attraverso le vibrazioni del divano, ha sentito per la prima volta il rumore del bicchiere. E ha capito che esiste, quel suono. Anche se non lo ha sentito come lo sentite voi, almeno non dando al verbo sentire lo stesso esatto significato. 

Dietro a ogni storia di impianto, di protesi, di logopedia… c’è sempre un gran lavoro da fare, altro che miracolo! C’è da adattarsi a qualcosa mai sperimentato prima: mi vengono in mente le vicissitudini di Virgil Adamson (il cieco di Oliver Sacks). Ma pensiamo a neogenitori udenti di figli che hanno appena ricevuto la diagnosi di sordità: che cosa vedranno in questo video?
Ecco: ognuno fa le sue scelte e sarebbe giusto che venisse messo nelle migliori condizioni per farle, possibilmente senza un’onda emotiva che travolge l’web al grido di miracolo! E chissà se la libertà di scelta del neogenitore di cui parla Valentina, oggi, è stata rispettata.
Io ho quasi l’età di quella persona e molti sono sorpresi del fatto che, nonostante il notevole progresso medico, rifiuti di farmi operare. Per ora, per me, no! Non lo voglio!
Ma per i miei ipotetici figli sordi non prendo impegni: valuterò al momento tutte le variabili del caso, proprio perché la sordità è diversa di persona in persona.
Se vi stupite leggendo che Valentina non si sottoporrebbe mai a un intervento capace di farla diventare udente, nemmeno se fossimo certi che funziona benissimo, è perché il suo panorama sensoriale, interno ed esterno, si è costruito (a fatica, ma la fatica l’ha fatta lei) con i sensi che ha. Così come il suo carattere e la sua personalità. Sarebbe un’altra persona se non fosse nata sorda. E adesso l’idea di ricominciare a costruire se stessa e i suoi panorami, di farlo da zero, grazie a un oggetto che non sapremo mai se le fa sentire davvero un quartetto di Haydn come lo sento io, beh, è un’idea che non le piace per niente.
Mentre per i figli è un altro discorso. Non perché siano piezz’e core, ma perché nascono oggi e sono persone diverse in mondi diversi da quello che abbiamo vissuto noi.

Valentina non ha mai sentito e non sente un tubo, dice lei: non è minimamente paragonabile a un miope che può, domani, tornare a vedere come quando era bambino.
Loredana invece un po’ ci sente, e ci ha sempre sentito (un po’, più o meno, dipende di quale orecchio si parla e di quale momento della sua vita): Il fatto che dopo l’impianto si riesca a sentire quello che prima si riusciva solo a vedere, sicuramente è un gran passo, ammesso che si riesca a decifrare quel suono anche in un contesto “normale” , nel bel mezzo dei continui rumori circostanti.
Cioè.
Ogni volta che provi delle protesi nuove è entusiasmante, un’ondata di positività ti pervade, e il miracolo, in quell’istante, sembra essere accaduto davvero!
Poi ti accorgi che è solo un’amplificazione di quanto già prima sentivi. Tutto arriva forte, ma non per questo chiaro e decifrabile.
Con il tempo alcuni di quei rumori amplificati, diventano suoni che impari a codificare e riconoscere, specie se ascoltati in luoghi a te noti, abituali… altri invece si uniranno a quell’assordante rumore amplificato.
E quella musica che tanto ascolto a casa, in un pub stracolmo per me diventa solo rumore.
Cioè: sentire di più è per lei un successo, un ovvio successo. Ma solo se significa anche capire di più, e non è detto che succeda: perché a ogni suono nuovo devi poter assegnare una cosa che lo può aver provocato, altrimenti è confusione e forse anche paura. È il lavoro che diceva Valentina prima, impegnativo e non sempre efficace. E dipende dai contesti: a casa la musica è bella, in un pub dove tutti parlano ad alta voce è solo un gran fastidio. 

Infine Francesco. È una mail lunga e chiara. Non contiene esperienze personali né epifanie come quelle proposte da Valentina e Loredana, ma contiene l’occhio dello scienziato ed è molto bella. Per cui ve la riporto per intero:

Ciao Silvia

Ho visto il video adesso.
Non ho mai assistito ad una attivazione di impianto, ma mi è stato detto più volte che è un momento molto intenso — e ci mancherebbe altro che non fosse così. Una paziente con cui parlavo qualche settimana fa descriveva la sorpresa di scoprire che molti degli eventi che aveva sempre e solo visto (una goccia che cade in un lavello) avevano anche un suono. Oppure lo stupore di scoprire che se cammini sulle foglie secche fanno rumore, o ancora i rumori degli uccelli.
Quanto a riconoscere immediatamente i suoni come linguistici, o anche arrivare a riconoscere la struttura del linguaggio parlato a sufficienza da comprenderlo, non escludo sia possibile. Anche in una persona sorda dalla nascita. Naturalmente hai ragione a dire che il video non mostra nulla di tutto questo, nel senso che non ci aiuta a capire quanto veramente la paziente comprenda di quanto viene detto. E comunque anche comprendesse quella conversazione rimarrebbe una conversazione ben circoscritta a pochi vocaboli molto noti (i giorni della settimana). Molto più utile sarebbe, per lei e per chiunque guardi il video, sapere come sará la sua comprensione di parole e frasi fra 6-12 mesi.
Trattandosi di una persona diventata sorda precocemente, rimasta sorda molti anni e impiantata in etá adulta, probabilmente avrá una prestazione di ascolto piuttosto scarsa. Ma la variabilitá è grande (nel bene e nel male) e potrebbe anche essere che le sue capacitá risultino sorprendenti. Predittori di un buon recupero sono le competenze linguistiche che la paziente aveva pre-impianto (ovvero quanto bene aveva appreso la sua prima lingua, parlata o segnata), le sue potenzialitá cognitive (attenzione, memoria), la motivazione e la possibilitá di svolgere addestramenti intensivi, eventuali residui acustici pre-impianto… Tutte cose che ovviamente non si colgono dal video.
E poi il video non dice nulla circa il fatto che la paziente abbia un solo impianto (molto probabile) o due. Come giá sai con un solo impianto non si localizzano i suoni, quindi farebbe molta fatica a discriminare fra segnale e rumore. In altre parole, anche qualora le sue abilitá linguistiche diventassero soprendentemente buone mi aspetterei un decadimento ogni qual volta incontri delle situazioni rumorose. Anche minimamente rumorose o di riverbero.
Insomma: non penso sia una bufala, ma è un video nel quale ognuno può vedere quello che vuole. Vuoi vederci il miracolo post-impianto, puoi. Vuoi vederci lo sconvolgimento di una vita e la perdita di un’identitá sorda, puoi… Il tutto, ahimè, senza apprezzare la complessitá di questa storia.
Ciao
Francesco
* Mi correggono: oggi, sempre più spesso, si propone ad adulti che abbiano perso l’udito in età postlinguale, cioè che siano cresciuti sentendoci e che abbiano imparato a parlare, e che poi da adolescenti o da ragazzi abbiano progressivamente perso l’udito. In questi pazienti, se molto determinati, l’impianto ha percentuali di successo maggiori che negli altri adulti (parlo di adulti, eh) perché c’è una memoria uditiva su cui basare le nuove esperienze dopo l’impianto. Si tratta comunque di percentuali di successo e di casi che impongono attenzioni particolari e… no, avevo detto che non saremmo entrati nel tecnico.
 

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Nuovi stereotipi europei: frasario per una settimana in Europa

Quelli dell’est ci faranno le scarpe. Hanno già cominciato.

Quelli del nord ti chiedono candidi Quanto guadagni? E anche se tu la spari grossa, e aumenti le tue entrate di un 20-30%, la loro reazione è più o meno: And how can you be still alive?
Vendicarsi riferendo loro la temperatura di Roma in this moment.
Tiè: schiatta svedese, schiatta. Tiè. Perepè. Peppepè. Risparmio sui maglioni, tiè.

Quelli del sud siamo noi.

I francesi parlano poco. Almeno con noi del sud.

Uno dell’est trova normale chiederti se sia vero che Umberto Eco non usa la mail. E perché ne vada tanto orgoglioso.
Uno dell’est ti può chiedere se si dica Vàttimo o Vattìmo.
Uno dell’est legge i giornali in russo e in diverse altre lingue. Oltre alla sua.

I greci hanno una nazionalità sorprendente. Tipo belga. E quando parlano di our president non ti devi sorprendere se dicono che è italian. Stanno parlando di Elio Di Rupo e tu dovresti anche sapere chi è. Dissimula lo stupore.

Nei posti dell’Europa-che-conta la terza lingua è l’italiano. Quasi tutti parlano italiano. Attenzione in ascensore.

Chi parla italiano o ha un familiare italiano o è sposato con un italiano o è italiano e lavora all’estero perché gli stipendi sono il triplo, il quadruplo, il boh dei nostri.
Sorridere e silenziare i pensieri. Soprattutto in risposta a chi ti dice: italians are everywhere!
Consolarsi pensando che abbiamo conquistato anche il Belgio, o la Grecia, o il Belgio. Quella cosa lì, insomma.

In Estonia sono estoni, Latvia è Lettonia e Lithuania è Lituania. Sono tre paesi diversi e se li confondi fai brutta figura. Evitare di fare i burloni scambiando le capitali e di scusarsi ridendo.

Se un francese fa lo snob, ripetersi mentalmente MarineLePenMarineLePenMarineLePenMarineLePenMarineLePen.
Non sono mica messi tanto meglio di noi, eh.
Consolarsi con poco.

Chi abita in centro Europa si sposta in treno e può pendolare tra due capitali.
Parigi, Bruxelles, Londra: sono viaggi più brevi di certi Pisa – Roma.
Già, ma vuoi mettere il clima?

Quelli dell’est hanno studiato in America. Gente seria.

Quelli del nord parlano l’inglese meglio degli inglesi. Gente seria.

Stupire il mondo spiegando che, sebbene italiana, parli quattro lingue oltre alla tua. Tiè, gente seria.
Spiegare che, un tempo, in Italia la scuola era una cosa seria.
Sorvolare sul fatto che tutte e quattro le lingue le parli male.

Comunque all’estero non usano le serrande né il bidet.
E poi si mangia così così.
Non c’è bisogno di ripeterselo.
Infatti ogni piatto ha almeno dieci ingredienti.

Attenzione al coriandolo.
Quelli dell’est, quelli del nord e persino i francesi hanno cominciato a metterlo da tutte le parti.
Spiegare, sorridendo, che alla maggior parte degli italiani il coriandolo fa schifo.
Green bedbug: descriverne così il sapore in attesa di traduzioni migliori.
Punaise per i francofoni.
Aspettarsi le seguenti reazioni:
In my country there are no green bedbug!
Oh, I love coriander!
Oh, je l’adore!
Rispondere allargando le braccia: I come from the south.

La birra è sempre buona.

 

 

A proposito di scuola. Professori bravi e bravi studenti: un aneddoto

Sentite questa.
Qualche giorno fa mi sono trovata a moderare un incontro tra scienziati e studenti delle superiori. Lo faccio spesso e ormai so riconoscere certe situazioni. Tipo: la prima domanda dalla platea è quasi sempre un disastro di domanda, ma io non mi devo preoccupare. Perché quasi sempre si tratta di quello un po’ troppo incoraggiato dal professore, quello che deve fare bella figura a tutti i costi, quello un po’ sfacciato o non del tutto sincero. Non importa: ci vuole tempo per carburare un dibattito ed è normalissimo che sia così.
Solo che la prima domanda, qualche giorno fa, sembrava roba da dibattito politico di serie zeta, il classico intervento che comincia con il fatidico la mia più che una domanda è una provocazione…. Ma con contenuti da bar. Un ragazzotto in bomber con la testa china su un foglietto stava recitando più o meno tanto la gente vota sempre gli stessi politici e tutti poi rubano e quindi è inutile pensare di costruire una società collaborativa e giusta se poi si sa che le cose vanno così, e comunque la scienza sta nei laboratori: noi non possiamo fare niente.
Al di là del significato di quelle parole, il ragazzotto leggeva con un terribile accento e una prosodia mortifera, per cui dopo i primi sette secondi il resto della platea aveva cominciato a rumoreggiare. Era andato avanti un paio di minuti: gli scienziati gelati, e io in mezzo all’aula che mi chiedevo se non intervenire.
Gli scienziati per fortuna non si sono scomposti, sono stati brillanti e saggi, e hanno risposto in maniera sensata.
Solo che…
Nel frattempo, il vicino del ragazzotto col bomber ha alzato la mano. Panico.

Mi avvicino. Gli dico ciao, che cosa vuoi chiedere? E lui glielo devo dire ora? Dico sì, sarebbe meglio: sto raccogliendo le domande, siete tanti, voglio evitare che vi sovrapponiate… allora, dai, più o meno, che cosa vuoi chiedere?
Risposta: non lo so.
Come non lo sai?!
Eh… non l’ho ancora letto.
Ferma. A parte che sarebbe meglio che non leggessi, che andassi a braccio, perché sennò diventa difficile seguirti… Tanto, più o meno, almeno più o meno, saprai che cosa…
Insiste: no, non lo so. Non l’ho ancora letto.
Insisto anch’io: scusa, ma non l’hai scritto tu?!
Lui: no.
Il professore, accanto a lui e a quello del bomber, gongola e mi guarda orgoglioso.
Dico: professore, però questi incontri sono per i ragazzi e dovrebbero stimolare…
Lui mi guarda come quello che la sa lunga e mi fa: lo so, lo so… ma li lasci leggere, sono bravi ragazzi…
Torno sul ragazzo, dico senti, leggiti questa domanda in silenzio, sicuramente conterrà qualche spunto: fatti un’idea tua e tra cinque minuti torno.
Faccio per allontanarmi ma il professore mi afferra per un braccio. Mi guarda serio negli occhi e bisbiglia senti, non crederai mica che qui dentro ci siano tanti altri professori che preparano le domande per i propri alunni la sera prima, eh?!
Gulp.
Finisce che do la parola al ragazzo: lui non legge ma ripete a pappagallo e il senso è, di nuovo, noi ragazzi senza speranze in un mondo per cui è inutile farsi sotto…
Il professore, lì accanto, è molto contento dell’esegesi pubblica del suo pensiero.

La terza mano alzata è quella di un altro professore, stessa scuola. Vado lì e spiego devo dare la priorità ai ragazzi, le domande dei professori le terrei per la fine… in genere, quando si rendono conto, si scusano e mi dicono ma certo, sicuro, ascoltiamo i ragazzi… Invece questo è seccato. E tutte le volte che do la parola a uno studente, mi richiama con la mano e mi dice c’ero prima io.
A un certo punto lo faccio parlare.
Ed ecco cinque minuti cinque di intervento in cui riesce a inanellare una serie di stupidaggini di cui mi rendo conto persino io (meraviglioso l’attacco: come tutti sanno, l’energia elettrica è la fonte di energia più pulita che esiste…), tronfio, con una mano in tasca, in giacca e cravatta, per concludere con la politica non aiuta il cittadino e queste belle cose che ci avete detto sulla gestione dell’energia sono favole perché tanto è tutto inutile.
In effetti, lui non aveva preparato le domande per i ragazzi la sera prima. Così ha compensato la sua negligenza con un piccolo comizio.

Gli studenti di quella scuola? Loro sono intervenuti solo 45′ minuti dopo, quando hanno preso coraggio, e hanno fatto (effettuato ha detto una ragazza che si è presentata cognome-nome) belle domande, spontanee e curiose. Ma la migliore di tutte è arrivata fuori tempo massimo. Ho concesso trenta secondi al ragazzino con la cresta solo perché era di quel gruppetto lì: mi sembrava giusto risarcire in qualche modo studenti così scoraggiati. E finalmente ci siamo sentiti chiedere: ma se sviluppiamo nuove tecnologie, quelli che adesso producono le vecchie rimarranno senza lavoro? Oppure dovranno adattarsi al cambiamento e imparare a fare cose nuove? E se non ci riescono?
Caro. Bravo. Tesoro di ragazzino. Dicci: da dove l’hai tirato fuori un pensiero così onesto e complesso? E poi, ti prego, raccontaci che cosa ha fatto il tuo professore ieri sera

Dimenticatevi la dolce euchessina: qui, se non strilli, non ottieni niente

Ho male a un piede. Sono anni che mi fa male, quel piede. Un tormento al mattino, una rogna per tutto il giorno.
Mi faccio coraggio e vado da uno che mi dice tranquilla, semmai lo operiamo: però prima o poi dovresti fare una risonanza magnetica, anche solo al metatarso. Tranquilla un cavolo. Passano due mesi, stringo i denti e finalmente ci riesco: vado dal dottore a chiedere l’impegnativa. Dico: niente, eh, sto benone, davvero, niente, solo che mi fa un po’ male un piede, un pochino, perciò mi servirebbe una risonanza magnetica del metatarso, giusto del metatarso...
Passo a ritirarla e vi trovo scritto rmn piede per grave limitazione funzionale.
Grave?! Ohibò. Mi sento in dovere di zoppicare. Ci sono cose molto più gravi, a questo mondo. E in fondo, io…
Ma ha ragione lui: bisogna fare così. Sennò chi me la fa, una risonanza del metatarso, a me che sto in piedi e cammino e non dico nemmeno ahi?
A Lucca si dice chi un piange un puppa.
Il principio va applicato con determinazione anche agli affari di lavoro.

Tipo*: sto lavorando a una cosa che si prepara in due tappe**. La prima dipende quasi solo da me, per la seconda ho bisogno di spazi e compagnia, roba che va prenotata e non posso farlo io***. Siccome non piango abbastanza, sono settimane che accumulo lavoro di fase 2 e non basteranno le prossime settimane per smaltirlo. E quando lo smaltirò sarà troppo tardi. In questo, sentirsi dire che bello lavorare con te che non ti lamenti e non ti incazzi mai… non va preso come un complimento, ma come l’ammissione di una beffa operata ai tuoi danni.
Lo stesso vale probabilmente per i pagamenti. C’è modo e modo di piangere e urlare, ma il sistema non voglio rompere i coglioni, in fondo lo sanno, sanno dove trovarmi e prima o poi si faranno vivi non serve a niente. Io mi sento elegantissima, ma è un’eleganza che confina molto da vicino con la stupidità. Passi in un attimo dal sentirti in pace con te stessa e il mondo, al pesante sospetto che il mondo ti stia prendendo per il culo. Adesso son troppi, eh.
Infine, e sorprendentemente, chi un piange un puppa anche per sganciare la grana. Sono cose che mi succedono solo da quando abito a Roma. Ma vi giuro che succedono: ho chiesto un preventivo a una ditta (una sola, per il momento) per un piccolo lavoro di ristrutturazione in casa, una cosa per cui ho messo in conto di spendere qualche migliaio di euro. Il tipo è venuto, ha fatto tutte le sue cose per bene, ci siamo anche piaciuti. E poi puf, niente. Sono passata dal suo negozio quattro o cinque volte, ho telefonato, ho proposto soluzioni tipo me lo lasci nella cassetta delle lettere… Ma niente, è passato un mese e niente. Devo piangere anche per pagare.

Non so se questo abbia a che fare con la solita questione del paese dove si va avanti più con la fedeltà che con il talento, con la storia per cui non si bada più a necessità e risultati nell’operare le scelte, ma ci si affida a criteri che vanno dall’amicizia personale al così me lo tolgo dalle balle. Non so se l’antico adagio lucchese sia da leggere con ironia, come la descrizione di un popolo indolente e sprecone, lassista e privo di slanci, tra cui emerge chi strilla di più, anche a costo di farsi fregare. Ma vi assicuro che non ho nessuna grave limitazione funzionale nella deambulazione: non striscio per terra, ma la risonanza mi serve davvero. E vi assicuro anche che, in tutto questo, la cosa che mi rompe di più è l’aver pensato proprio a un proverbio lucchese****.

*Proprio ieri sono stata ammonita: non si deve parlare male della gente per cui si lavora! Non ne parlo male: noto la mia incapacità di adattarmi al sistema. Ma non penso che il mio sarebbe migliore. Cioè, sì, lo penso, ma non lo dico ad alta voce. Meglio?
**Sono due tappe che si realizzano in posti e con tecniche diverse. Non posso dire di più. Ma è facile, dai.
***Facile anche questa: devo andare a pietire di poter cominciare la fase 2 del lavoro. Dio quanto vorrei poter raccontare come funziona…
**** Per alcune fonti, il proverbio sarebbe addirittura di area labronica. Non pensiamoci, su.

 

Non sono una signora! Mi indigno, e scrivo ad Augias

Mi fanno uscire dai gangheri. Quando sono lì, nei miei luminosi panni professionali, e mi chiamano signorina mi fanno letteralmente uscire dai gangheri. E allora ieri, dopo aver letto la rubrica delle lettere di Augias, ho aperto la mail e gli ho scritto:

“gentile corrado augias,
ho letto la sua risposta al lettore che parlava di una baruffa televisiva sul sangue di san gennaro, avvenuta durante la trasmissione televisiva cosmo (si trattava di barbara serra che ha posto una domanda a un altro giornalista). e mi sono quasi offesa.
lei definisce barbara serra ragazza e il suo interlocutore collega. mentre, in realtà, sono colleghi entrambi.
perché questa differenza?
sa che per noi giovani professioniste della comunicazione essere chiamate ragazza,signorina e anche signora è offensivo? sa che noi ci dobbiamo dare molto da fare, molto più dei nostri colleghi maschi, per affermare che siamo brave sul lavoro e che, anche se ci mettiamo il nostro visino grazioso e il nostro corpicino garbato, siamo lì perché sappiamo fare bene quel mestiere?
ed è soprattutto lavorando nei media italiani che dobbiamo farci valere, perché il sospetto che lavoriamo per meriti diversi da quelli professionali aleggia su qualsiasi donna si avvicini alle porte della rai.
barbara serra è giornalista di al jazeera, è indiscutibilmente una giornalista, ha la fortuna di essere cresciuta professionalmente in inghilterra. ed è nata nel 1974, quindi ha la non più tenera età di 37 anni.
questo la rende una collega sua e, per fortuna, anche mia.
cordiali saluti,
silvia bencivelli
(inviata di cosmo, collega di barbara, classe 1977)”

Beh, Augias mi ha risposto (gentile, non ci speravo proprio, però leggete qui):

“Gentile silvia non vedo quel programma non so di chi si parlava – so solo che la domanda era diciamo impropria e tanto più impropria se non si trattava di una ‘ragazza’ ma di una collega. Mi dispiace se ho offeso qualcuno ma insomma che diamine … ci siamo capiti.
Cordialmente Corrado Augias”.

Ci siamo capiti.

Contromail:

“grazie per avermi risposto.
sa, sul tema sono sensibile… quando lavoro per la tivvù mi capita di essere identificata più con il mio faccino pulito che con le domande che faccio.
ammetto che in quel caso la domanda poteva essere un po’ superficiale e forse non molto professionale.
ma (e mi scusi se l’impertinenza) se il lettore avesse parlato di un conduttore lei è sicuro che lo avrebbe poi chiamato ragazzo?
tra l’altro, non avendo visto il programma, perché doveva pensare che la conduttrice fosse giovane?
segnaccio per la nostra tivvù, non trova?
(le assicuro che a chi chiama me signorina in ambiente di lavoro do risposte molto peggiori di quella che è capitata a lei).
grazie ancora,
silvia”

Vabbè, ora basta. Tanto non si cava il sangue dalle rape. 

Intanto una collega mi consola e scrive:
“Brava Silvia, ma rassegnati e sappilo. In Italia alla gerontocrazia si somma il maschilismo. Le donne che lavorano passano dall’essere considerate “giovani, carine e ingenue ragazze” a “zitelle inacidite”, oppure “signore che lavorano per hobby” , a seconda che mettano su famiglia oppure no”. 

E un sanguigno ospite di Radio3 scienza, maschio anziano, mi dice che per molti maschi anziani in effetti è così: le donne devono essere decorative, sennò son fastidiose. “Come le zanzare”, mi dice.

Ci siamo capiti. Bzzzzz… 

Cronache sudamericane – 2: Il mio Bsas horror tour

Primo giorno a Buenos Aires: Victor, che mi ospita per questa settimana, prende la macchina e mi porta verso nord (credo che sia nord, non mettiamoci a discutere). Si perde per le strade intorno al Parco Zoologico, poi imbocca una tangenziale, fa un po’ di giri sotto al sole del pomeriggio estivo. Poi mi dice: Ti porto all’Esma.
L’Esma: la scuola di meccanica della marina militare, cioè il centro di formazione degli ufficiali della marina argentina, che durante la dittatura militare fu trasformata nel più grande centro di detenzione e tortura degli avversari politici. L’ho letto, ho studiato. Cinquemila persone sono passate da qui, in catene, e la maggior parte di loro è scomparsa nel nulla.
Il governo Kirchner ha dato tutti i suoi edifici ad associazioni e fondazioni per la conservazione della memoria. Ma Victor ci passa accanto e non mi fa fermare: oggi, dentro questi edifici non c’è ancora niente, mi dice. Poi arriviamo al casino degli ufficiali, ci affacciamo e troviamo che qualcuno c’è: un signore coi baffi, piccolo e paffuto, una guida, con le chiavi in mano, pronta a chiudere baracca e a tornare a casa. Alza le spalle. Solo perché è italiana, spiega a Victor indicandomi. Rimette le chiavi in tasca e comincia così il nostro horror tour.

È la peggior versione che uno si possa immaginare di una casa di Barbablù in mattoni e parquet, quella dove il mostro viveva la sua vita agiata custodendo in uno sgabuzzino i cadaveri delle mogli. All’Esma abitava Rubén Jacinto Chamorro con la famigliola, e un sacco di altra gente: si vedono ancora la cucina, le stanze con la carta da parati e la moquette come andava negli anni settanta, le masserizie borghesi e le finestre sul giardino con i giochi dei bimbi. Accanto, separate da un tramezzo, le stanze dove venivano trascinati i prigionieri legati e poi venivano torturati. La scala coi gradini sbrecciati dalle catene vicino alla sala per le conferenze: gli ammenicoli di una vita ordinata e i dormitori per gli ufficiali e, sopra, le soffitte dove si tenevano i prigionieri incappuciati per giorni, prima di buttarli (vivi) nel Rio de la Plata. Ci sono anche le stanze doveva facevano partorire le prigioniere incinte prima di ucciderle e di prelevarne i figli al primo vagito, come bottini di guerra.
La guida ha gli occhi lucidi, ogni tanto alza un indice e spiega: qui tutti sapevano e tutti facevano finta di niente. Se tutti hanno la coscienza almeno un po’ sporca, nessuno denuncia.
Nella sala parto dell’edificio ci racconta di aver portato in visita un ragazzo, una volta, che voleva soltanto vedere quella stanza e nient’altro. Era nato lì, sua madre era desaparecida e lui era stato poi ritrovato dalla nonna. Per due ore il ragazzo è rimasto a piangere accucciato sul pavimento. Quanti anni aveva? Faccio io, anche se mi immagino la risposta. Trentadue, trentatré. Era nato nell’estate del 1977, tipo.

Poi le modifiche fatte all’edificio perché non corrispondesse alle testimonianze dei sopravvissuti, le impronte delle catene sui muri e delle manette lungo i corrimano. Le manate disperate sulle pareti, i segni delle dita sudicie che si aggrappano a ogni spigolo. E poi i tramezzi ammuffiti e qualche disegno di speranza sui muri.
La guida, la voce acuta, li chiama los chicos, i ragazzi. Qualcuno è sopravvissuto, ci dice leggendone ad alta voce le testimonianze. Ogni tanto sentiamo un aereo che ci passa sulla testa e le nostre voci si fermano, sospese. Poi ricominciamo a camminare, passando più volte dalle stanze delle torture agli appartamenti con la moquette maron e le pareti grigiastre, sempre con quel puzzo di edificio vecchio e umido che avevano certe stanze in disuso delle mie scuole da bambina.
Il dettaglio fuori luogo: ognivolta che ci spostiamo da una stanza alla successiva, Victor e la guida mi aprono la porta e mi fanno passare avanti. Che strana galanteria.
Poi rimontiamo in macchina. Victor mi vuole portare al monumento per le vittime della dittatura e là indica i nomi uno a uno: ne conosce almeno cinquanta, tra i settemila che sono lì. C’è anche un Benci, davanti al Rio de la Plata.

Tutto questo, però, sulle mie tre guide non è descritto. Allora, a sera, uscendo coi ragazzi della mia età di Buenos Aires provo a parlarne. Una prima volta mi va male. Forse anch’io farei così: è roba vecchia, di quando eravamo in fasce, ed è roba che descrive il momento peggiore del paese dove vivo. Vai su Youtube, dai, metti un videoclip. La seconda mi va meglio e parliamo a lungo del nostro coetaneo aggrappato al pavimento della stanza dove era nato. Ma i miei interlocutori non sono netti come me nel sostenere che sia stato sacrosanto strapparlo dalla vita di menzogne che gli avevano costruito intorno, una vita in cui l’hanno obbligato ad amare gli assassini dei suoi genitori e a chiamarli mamma e papà. All’Esma non ci sono mai stati, ma nemmeno io alle Fosse Ardeatine, del resto. O forse è solo che ognuno si fa i suoi horror tour lontano da casa, chissà. Torniamo su Youtube, dai.

(Hai fatto le foto, sbé? Sì, le ho fatte. Sono dentro alla macchina fotografica che mi hanno rubato. Ma tranquilli: mi sta passando, sì).

Cronache sudamericane – 1: come mi rubarono la macchina fotografica

Non sono la prima e non sarò di certo nemmeno l’ultima. Ma quando mi han rubato la macchina fotografica, strappandomela dal collo, in una strada d’accesso al quartiere di San Telmo mi sono sentita proprio stupida. E poi mi sono spaventata, cavolo. Mi sono scoperta vulnerabile, io che cammino spavalda verso una cervecita solitaria nel caldo tramonto di Buenos Aires. Perché a me piace proprio camminare da sola per le città che non conosco. Trotterello, penso, canticchio, osservo, faccio programmi, programmi, programmi. E fotografo, fotografo, fotografo.

Cretina. Se fotografi si vede che hai una macchina fotografica. Poi la puoi anche mettere in una borsina a tracolla di stoffa colorata, un portaocchiali praticamente, che il tuo babbo ti ha detto essere furbissima perché nessuno si immagina che possa contenere una macchina fotografica. Però se la prendi e la rimetti a posto di continuo, per fotografare qualsiasi bischerata ti capiti accanto, l’immaginazione non serve proprio. Così due ragazzini senza fantasia han preso a seguirmi. Erano strade un po’ inculate, a dire il vero, e a un certo punto sono rimasta sola, sola questi due alle spalle. E fotografavo, fotografavo, fotografavo.

Scema. Me ne sono anche accorta, ma ho pensato che fossero due ragazzini veri, di quelli che tirano calci ai tappini per strada, quasi una compagnia piacevole. E l’ultimo lacerto di istinto materno è rimasto lì. Lì quando mi hanno accostato dicendosi qualcosa, quando d’istinto ho schiacciato la borsina della macchina fotografica tra braccio e torace, e quando ho sentito la mano di uno dei due che ne afferrava il fondo e me lo strappava via.
Un istante prima avevo pensato:
1. mi conviene tenere lo zaino dietro (che chiunque può aprire mentre faccio foto) o davanti (dove possono strapparmelo con facilità)?
2. mi conviene tenere la camera nello zaino (così se mi rubano lo zaino si prendono anche quella) o tenerla a tracolla (così me la prendono in un attimo)?
Forse l’unica cosa che mi sarebbe convenuta davvero era evitare le stradine inculate.
Nel giro di mezzo secondo mi sono trovata a correre come una disperata, con gli zoccoli e lo zaino ballonzolante sulla schiena, su un acciottolato in salita. Ho fatto due isolati alla Abebe Bikila, praticamente a piedi nudi, mentre i ragazzini sgusciavano tra le macchine e filavano come il vento. Intanto urlavo e urlavo (chissà che cosa e chissà in che lingua) e qualcuno ha anche provato a bloccarli tirando una pedata uno dei due. Poi un tipo inglese mi ha fermato, mi ha calmato e mi ha accompagnato da un poliziotto.

Deficiente. Ho aspettato un’ora per fare denuncia in un commissariato da film di Almodovar, con una grossa pala cigolante sul soffitto, un poliziotto indolente e una torma di gente con bambini in attesa serafica sotto alle foto dei poliziotti caduti in servizio. Mentre guardavo il ciccione in divisa, mi sono anche ricordata che a me la polizia argentina faceva un po’ paura, almeno teoricamente. Ma ero troppo presa dalla necessità di fare una faccia normale, come se fossi abituata a passare del tempo nei commissariati sudamericani.
Poi, a sera, due ragazzi argentini m’han detto che sono anche stata fortunata, perché la polizia non mi ha chiesto niente (intendendo soldi, presumo). E soprattutto una dei due mi ha raccontato che a lei avevano appena rubato uno smartphone mentre stava telefonando, proprio lì, nello stesso quartiere. Ah: esaminando attentamente la questione ci sono altre ragioni per cui posso dirmi fortunata. Tipo: i ragazzini non mi han preso lo zaino, i ragazzini non mi hanno fatto cadere e non mi sono fatta male, nella macchina fotografica c’erano le foto di tre giorni soltanto di vacanza. Intanto loro la mia macchinetta la butteranno via, perché è vecchia, ammaccata e non ha il caricabatterie. Che culo, eh.

Il giorno dopo ne ho comprato un’altra. Uguale alla vecchia, solo di un altro colore (l’unico che c’era) e con uno zoom un po’ più potente. Ho fatto come quei proprietari di cani che si prendono un cucciolo nuovo dopo la dipartita del vecchio Fido, il più simile possibile a lui. Sempre meglio di quelli che, morto un cane, non ne vogliono più perché si soffre troppo. Beh, ho sofferto, ma adesso ho uno zoom 5 x, con una macchinetta microscopica che si infila anche in un portaocchiali.

Fiocco rosa e fiocco azzurro, da Elton e Gianna

Benvenuti Penelope e Zac. E in bocca al lupo: questo pianeta avrà bisogno anche di voi. Complimenti ai vostri genitori, che vi hanno desiderato e aspettato tanto. E una raccomandazione per tutti: attenzione alle parole. Sarà una mia vecchia e inutile fissazione, prendetemi come la vecchia zia guastafeste che nota ad alta voce le croste sebacee tra i capellini radi o la puzza che esce dal pannolone. Ma ci tengo alle parole, anche perché ci lavoro tutti i giorni. E vorrei riflettere su quelle, non sul merito delle cose. Perché forse non lo sapete ancora, ma siete entrambi nati da genitori attempati e le parole con cui le vostre storie sono state raccontate sono molto diverse.

Della mamma di Penelope si è detto che era troppo vecchia per fare figli. Che a 54 anni la maternità è un atto di egoismo (che poi non capisco che alternative ci sarebbero, alla maternità come atto di egoismo: come fa a essere generosità? Nei confronti di chi?). Che è contronatura: a 54 anni chissà come ha fatto a restare incinta. Ci si è preoccupati di dire anche che quando tu, Penelope, avrai sedici anni e sarai nel pieno dell’adolescenza, lei ne avrà settanta. E non potrà capirti (invece se ne avesse cinquanta ti ruberebbe l’eyeliner viola, probabilmente). Poi si è notato, tra la malizia e il disappunto, che di tuo padre non si sa niente. Tra gli omosessuali c’è stato chi ha detto che tua madre avrebbe dovuto finalmente dichiararsi lesbica, per onestà verso se stessa, verso di te e verso gli altri. Infine, ma questo lo hanno detto un po’ tutti, è stato notato che con un altro conto in banca a disposizione tu saresti rimasta nel mondo delle idee. (Oh, non preoccuparti: in tanti l’hanno invece festeggiata, la tua mamma: vedi che cos’hanno fatto i contradaioli dell’Oca. Ma qui la cosa non c’entra).

Poi è arrivato Zac. Il tuo babbo, Zac, di anni ne ha 63. Anche lui ha un sacco di soldi e questo è stato notato. Però nessuno ha detto che è troppo vecchio per essere un buon padre. Del resto, di uomini che diventano padri a più di sessant’anni ce ne sono tanti: la biologia lo permette e tutti sappiamo come è fatto il mondo. Quello che la biologia non permette è di farlo con un altro uomo (per esempio, con l’altro tuo babbo). Ma anche questo non è stato fatto notare: è chiaro che sei nato grazie all’ovodonazione e a un utero in affitto (per l’adozione i babbi erano entrambi troppo in là negli anni), ma se qualcuno lo dicesse sarebbe davvero politicamente scorretto. Ti immagini? Non si può proprio più usare la parola contronatura per un omosessuale maschio. Femmina sì, ma maschio… dai. E poi. Anche eterossessuali molto maschi, molto ricchi e molto giovani avevano già usato il sistema per farsi un figlio da soli. Per non parlare del trasparentissimo Ricky Martin, che in questo modo di bambini se ne è fatti addirittura due. Tutti contronatura, tecnicamente. Ma pazienza. Va detto che i tuoi babbi sono sposati e non ne hanno mai fatto mistero. Per cui gli omosessuali ti hanno festeggiato: il tuo babbo, quello famoso, è sempre stato un apripista, una bandiera. E tu lo sei diventato subito: la bandiera del diritto alla paternità dei maschi omosessuali. E poi sei stato fortunato: nessuno ti ha detto che quando sarai in seconda elementare tuo padre festeggerà i settanta anni della sua prostata. Anzi, fortunatissimo: non crescerai in Italia, dove la tua amica Penelope è stata accolta come sopra.

Ma insomma, tutti e due. Rimboccatevi le maniche perché qui c’è da aggiustare anche questo: moralismi, ipocrisie, cattiverie gratuite e ficcanasaggini. Un lavorone, come dicono gli idraulici a Pisa. Intanto auguri a tutti e due, di una vita normale e possibilmente noiosetta.

Viva viva Sant’Alburga! Una proposta per sopravvivere al Natale

Alburga era una principessa sassone, nata da qualche parte vicino all’isola di Wight molto prima dell’arrivo di Bob Dylan, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Joan Baez e compagnia cantante. Suo padre si chiamava qualcosa come Ealhmund e suo fratello Egberto era re (una storiaccia: lo era diventato dopo la morte violenta di Cynewulfo e quella naturale di Beorthric, e non si riesce bene a ricostruire come). Tra l’altro il fratello Egberto sarebbe presto passato alla storia come quello che, sconfitto Beornwulfo re della Mercia e sottomessi i northumbriani, divenne il primo sovrano di Inghilterra, o di qualcosa che le somigliava. Ma Alburga intanto andava sposa a Wolstano, conte di Wiltshire (dove si trova Stonehenge, per intenderci), un tale che probabilmente si portava addosso un bel po’ di problemi irrisolti con le figure genitoriali. Tant’è che, perso il padre in guerra, Wolstano il sentimentale restaurò la vecchia chiesa di Wilton e vi fece stabilire una comunità di frati incaricati di pregare per l’amato babbo, e solo per lui. Poi anche Wolstano morì e Alburga, fino ad allora sorella o moglie o poco altro per le cronache del tempo, ebbe un’idea. Cacciò da Wilton tutti quei puzzolenti fratacchioni mercenari e li sostituì con un gruppo di amiche sue. Creò una specie di comune al femminile dove si ritirò fino alla fine dei suoi giorni. E ogni sera era l’anima della festa. Non solo: morì il 25 dicembre di un anno di poco successivo all’800 d.C. e dopo qualche tempo qualcuno la canonizzò, facendone Sant’Alburga. Doppio Bingo, vecchia Al! E allora buona festa di Sant’Alburga a tutti.

La ricorrenza di Sant’Alburga è la mia modesta proposta per dare un senso al 25 dicembre di festa forzata. Per tutti quelli che non capiscono perché celebrare la melensa storia di un bambino nato al freddo di una grotta da un padre poco presente e in là con gli anni e da una madre minorenne (dettaglio morboso nonché del tutto inverosimile, minorenne e illibata). E che non capiscono soprattutto perché sia necessario farlo in compagnia del fidanzato di un parente del fidanzato di un parente, uno con cui, in condizioni normali, scambieresti solo parole di odio al semaforo. Pensare a Sant’Alburga mi mette allegria e restituisce a quel pandoro al cioccolato il valore di un dolce delle feste, diverso dall’indigesto malloppo che mi è sempre sembrato di mangiare. Scommetto che funzionerà anche per voi.

Viva viva Sant’Alburga!

(Ma è vera, la storia di Sant’Alburga? diranno i più scettici tra voi. Beh, sì. O almeno è così che viene raccontata dall’agiografia. Non si parla di feste tutte le sere, è vero. Ma il resto è descritto più o meno così).

E allora vado: pensavo fosse una puntata, invece era un viaggio

Dev’essere un periodo così. Roma va a fuoco dopo la fiducia al Governo, e io sono al manicomio: cioè, all’ex manicomio di Roma, per farmi un’idea su una puntata che medito da un po’. Poi l’Italia si imbianca di neve e Trenitalia paralizza il paese, ma io sono dal direttore di Radiotre, con i colleghi atipici, a far presente che dalle nostre parti, neve o non neve, serpeggia il malessere. Mi si è anche rotto il telefono fisso. Sono fuori dal mondo. Fa freddo e non ho voglia di uscire. Finisce che la domenica non leggo nemmeno i giornali. E poi ho un problema: mi camaleontizzo coi libri che leggo. Cambio abitudini e idee, a seconda di quel che ho sul comodino. Che poi sul comodino ho cose arrivate lì sempre per motivi strani, percorsi tortuosi, per cui entro ed esco in fissa a ciclo continuo a seconda di eventi esterni che a volte mi prendono la mano per mesi. Col risultato che stavolta ho fatto un biglietto aereo per Buenos Aires.

Dieci anni fa lessi un libro sulla Cambogia e gli Khmer rossi e finii a mangiare riso in bianco tutti i giorni (ma solo a pranzo, eh. Non sono così matta). Stavolta la storia è un po’ più lunga. Un giorno, a settembre, mi chiama Romeo Bassoli: è a spasso per Roma, mi dice, un genetista argentino che quasi trent’anni fa cominciò a collaborare con le Madri di Plaza de Mayo per trovare un sistema per identificare le identità dei desaparecidos e dei loro figli. Perché non lo intervisti, mi fa. Sì perché molti desaparecidos, scopro, erano ragazze incinte: venivano rapite e tenute in prigione fino al termine della gravidanza. Come fabbriche di bambini, le si faceva partorire e poi via, uccise e fatte sparire come gli altri. I bambini erano un bottino di guerra, come tutto quello che veniva rubato nelle case dei trentamila desaparecidos, e come oggetti e denaro venivano spartiti tra i militari. Così gli hijos, i figli, sono cresciuti nelle famiglie degli assassini dei propri genitori, costretti ad amare gli assassini dei propri genitori e a ignorare la propria identità. Contatto il genetista, ci provo, mi richiama alle undici di sera mentre sono a cena con un amico al Pigneto e, nel mio improbabile itagnol, gli do il primo appuntamento. Non ci credo nemmeno molto. Invece ne esce una puntata molto bella, che finisce anche sulla home page del sito dell’associazione delle Abuelas. Cavolo, che responsabilità. E che fico, avere la sensazione di fare un lavoro che ha un’utilità sociale e culturale e che può persino parlare di ingiustizia e di diritti umani, e volare sopra l’oceano andando e tornando da questa e dall’altra parte del pianeta.

E poi quando fai una puntata così, ti vien voglia di saperne di più. Allora leggi il libro della tizia che racconta come ha scoperto di essere una hija, una figlia di desaparecidos, grazie al coraggio di un gruppo di vecchiette che continuano a farsi chiamare abuelas, nonne, anche se i nipoti non li hanno mai conosciuti. Poi scopri che ha la tua età precisa precisa e fa ancora più impressione. Lei è la nipote 78, oggi siamo a 102 (centodue restituiti alle nonne, si intende). Intanto ti guardi i film, ti leggi un altro libro, le storie si intrecciano: ne scrivi anche tu. Allora fuori succeda quel che succeda: non ho comprato il giornale neanche oggi. Tanto io vado. Vado laggiù e ci vado sempre grazie a lui, il genetista, che mi ha invitato, anche per continuare a chiacchierare e a raccontare. E poi laggiù è estate. Non sarò fuori dal mondo, sarò dall’altra parte del mondo, in maniche corte e sandali, e avrò una macchina fotografica e il mio bellissimo registratore.