Archivio mensile:dicembre 2010

Fiocco rosa e fiocco azzurro, da Elton e Gianna

Benvenuti Penelope e Zac. E in bocca al lupo: questo pianeta avrà bisogno anche di voi. Complimenti ai vostri genitori, che vi hanno desiderato e aspettato tanto. E una raccomandazione per tutti: attenzione alle parole. Sarà una mia vecchia e inutile fissazione, prendetemi come la vecchia zia guastafeste che nota ad alta voce le croste sebacee tra i capellini radi o la puzza che esce dal pannolone. Ma ci tengo alle parole, anche perché ci lavoro tutti i giorni. E vorrei riflettere su quelle, non sul merito delle cose. Perché forse non lo sapete ancora, ma siete entrambi nati da genitori attempati e le parole con cui le vostre storie sono state raccontate sono molto diverse.

Della mamma di Penelope si è detto che era troppo vecchia per fare figli. Che a 54 anni la maternità è un atto di egoismo (che poi non capisco che alternative ci sarebbero, alla maternità come atto di egoismo: come fa a essere generosità? Nei confronti di chi?). Che è contronatura: a 54 anni chissà come ha fatto a restare incinta. Ci si è preoccupati di dire anche che quando tu, Penelope, avrai sedici anni e sarai nel pieno dell’adolescenza, lei ne avrà settanta. E non potrà capirti (invece se ne avesse cinquanta ti ruberebbe l’eyeliner viola, probabilmente). Poi si è notato, tra la malizia e il disappunto, che di tuo padre non si sa niente. Tra gli omosessuali c’è stato chi ha detto che tua madre avrebbe dovuto finalmente dichiararsi lesbica, per onestà verso se stessa, verso di te e verso gli altri. Infine, ma questo lo hanno detto un po’ tutti, è stato notato che con un altro conto in banca a disposizione tu saresti rimasta nel mondo delle idee. (Oh, non preoccuparti: in tanti l’hanno invece festeggiata, la tua mamma: vedi che cos’hanno fatto i contradaioli dell’Oca. Ma qui la cosa non c’entra).

Poi è arrivato Zac. Il tuo babbo, Zac, di anni ne ha 63. Anche lui ha un sacco di soldi e questo è stato notato. Però nessuno ha detto che è troppo vecchio per essere un buon padre. Del resto, di uomini che diventano padri a più di sessant’anni ce ne sono tanti: la biologia lo permette e tutti sappiamo come è fatto il mondo. Quello che la biologia non permette è di farlo con un altro uomo (per esempio, con l’altro tuo babbo). Ma anche questo non è stato fatto notare: è chiaro che sei nato grazie all’ovodonazione e a un utero in affitto (per l’adozione i babbi erano entrambi troppo in là negli anni), ma se qualcuno lo dicesse sarebbe davvero politicamente scorretto. Ti immagini? Non si può proprio più usare la parola contronatura per un omosessuale maschio. Femmina sì, ma maschio… dai. E poi. Anche eterossessuali molto maschi, molto ricchi e molto giovani avevano già usato il sistema per farsi un figlio da soli. Per non parlare del trasparentissimo Ricky Martin, che in questo modo di bambini se ne è fatti addirittura due. Tutti contronatura, tecnicamente. Ma pazienza. Va detto che i tuoi babbi sono sposati e non ne hanno mai fatto mistero. Per cui gli omosessuali ti hanno festeggiato: il tuo babbo, quello famoso, è sempre stato un apripista, una bandiera. E tu lo sei diventato subito: la bandiera del diritto alla paternità dei maschi omosessuali. E poi sei stato fortunato: nessuno ti ha detto che quando sarai in seconda elementare tuo padre festeggerà i settanta anni della sua prostata. Anzi, fortunatissimo: non crescerai in Italia, dove la tua amica Penelope è stata accolta come sopra.

Ma insomma, tutti e due. Rimboccatevi le maniche perché qui c’è da aggiustare anche questo: moralismi, ipocrisie, cattiverie gratuite e ficcanasaggini. Un lavorone, come dicono gli idraulici a Pisa. Intanto auguri a tutti e due, di una vita normale e possibilmente noiosetta.

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Viva viva Sant’Alburga! Una proposta per sopravvivere al Natale

Alburga era una principessa sassone, nata da qualche parte vicino all’isola di Wight molto prima dell’arrivo di Bob Dylan, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Joan Baez e compagnia cantante. Suo padre si chiamava qualcosa come Ealhmund e suo fratello Egberto era re (una storiaccia: lo era diventato dopo la morte violenta di Cynewulfo e quella naturale di Beorthric, e non si riesce bene a ricostruire come). Tra l’altro il fratello Egberto sarebbe presto passato alla storia come quello che, sconfitto Beornwulfo re della Mercia e sottomessi i northumbriani, divenne il primo sovrano di Inghilterra, o di qualcosa che le somigliava. Ma Alburga intanto andava sposa a Wolstano, conte di Wiltshire (dove si trova Stonehenge, per intenderci), un tale che probabilmente si portava addosso un bel po’ di problemi irrisolti con le figure genitoriali. Tant’è che, perso il padre in guerra, Wolstano il sentimentale restaurò la vecchia chiesa di Wilton e vi fece stabilire una comunità di frati incaricati di pregare per l’amato babbo, e solo per lui. Poi anche Wolstano morì e Alburga, fino ad allora sorella o moglie o poco altro per le cronache del tempo, ebbe un’idea. Cacciò da Wilton tutti quei puzzolenti fratacchioni mercenari e li sostituì con un gruppo di amiche sue. Creò una specie di comune al femminile dove si ritirò fino alla fine dei suoi giorni. E ogni sera era l’anima della festa. Non solo: morì il 25 dicembre di un anno di poco successivo all’800 d.C. e dopo qualche tempo qualcuno la canonizzò, facendone Sant’Alburga. Doppio Bingo, vecchia Al! E allora buona festa di Sant’Alburga a tutti.

La ricorrenza di Sant’Alburga è la mia modesta proposta per dare un senso al 25 dicembre di festa forzata. Per tutti quelli che non capiscono perché celebrare la melensa storia di un bambino nato al freddo di una grotta da un padre poco presente e in là con gli anni e da una madre minorenne (dettaglio morboso nonché del tutto inverosimile, minorenne e illibata). E che non capiscono soprattutto perché sia necessario farlo in compagnia del fidanzato di un parente del fidanzato di un parente, uno con cui, in condizioni normali, scambieresti solo parole di odio al semaforo. Pensare a Sant’Alburga mi mette allegria e restituisce a quel pandoro al cioccolato il valore di un dolce delle feste, diverso dall’indigesto malloppo che mi è sempre sembrato di mangiare. Scommetto che funzionerà anche per voi.

Viva viva Sant’Alburga!

(Ma è vera, la storia di Sant’Alburga? diranno i più scettici tra voi. Beh, sì. O almeno è così che viene raccontata dall’agiografia. Non si parla di feste tutte le sere, è vero. Ma il resto è descritto più o meno così).

Non mi sono spiegata. Io, imprenditrice-di-me-stessa: non è mica fantascienza

Vivo col mio tempo e con la performance, come la tipa dello shampoo. Ma non ci sono nata: è la vita adulta che mi ha costretto. Ho cominciato a lavorare che c’erano già Internet, la telefonia mobile e l’euro. Non c’era più il posto fisso e nessuno mandava più cartoline. Avevamo tutti una laurea e un master. Nessuno di noi era sposato o aveva figli. Noi, tra le medie e i primi anni di liceo, avevamo visto l’esercito italiano andare in guerra. Mica come i nostri genitori, che riempivano le dispense se Gheddafi bombardava Lampedusa e fino ai quarant’anni hanno creduto al mito della pace eterna. Noi ci siamo assuefatti presto a un mondo diverso dal loro, un mondo un po’ meno facile. Ma era il nostro e andava bene lo stesso. Così come in fondo va quasi bene anche adesso, tra performance e shampoo. E non è vero che lottiamo per un comodo posto fisso. Per esempio, a me, del posto fisso, non me ne frega proprio niente.

Sono diventata libera professionista di un lavoro che non so spiegare con meno di venti parole. E adesso ho una vita professionale dinamica e stimolante. Se mi lamento è perché ho gravi difficoltà con la gestione della contabilità e spendo un sacco di tempo tra recupero crediti, riordino contabilità, telefonate alla commercialista, fax all’agenzia delle entrate… Se mi pagassero tutti al momento dell’emissione della fattura senza fare problemi o errori sarei una donna un po’ più felice. E romperei un po’ meno le scatole al mio babbo, che sembra avere una conoscenza innata di come si fa con la partita Iva ed è sempre lì a mettere le pezze ai guai.

Ma il problema non è nemmeno quello: è che la partita Iva non l’ho aperta per scelta e non ho mai capito perché il lavoro che svolgo, per esempio, per la Rai, sia un lavoro di consulenza esterna quando è chiaro a tutti, ed è evidente, che vado lì ogni mattina ed esco ogni pomeriggio dopo circa otto ore di lavoro o anche più. A volte (sempre più spesso) sono in conduzione, ma non ho la mensa, le ferie, la malattia. Anzi: nel mio contratto c’è scritto che per malattia, infortunio e gravidanza la Rai può considerare il contratto non più valido. Sana da contratto. E poi lavoro solo per nove mesi all’anno (gli altri tre non posso nemmeno avere il sussidio di disoccupazione), quando la trasmissione va in onda dodici mesi, sempre uguale, e la mia opera sarebbe più o meno sempre giustificata e necessaria. Ma sono lì da cinque anni e mezzo e lo so, si vede, che sono utile in quel posto lì a fare quella cosa lì: una cosa che non si può fare al telefono o da casa e che non richiede solo un’opera di saltuaria consulenza.

Però non voglio il posto fisso. A questo punto voglio essere trattata davvero da libera professionista. Voglio contrattare il compenso (invece in Rai lo abbassano di ufficio, a ogni rinnovo), stabilire tempi e modi della mia prestazione, permettermi di avere più clienti e di dedicare a tutti il giusto tempo di lavoro, dentro orari sani e ragionevoli. Se mi hanno introdotto nel mondo del lavoro come partita Iva, io ormai ci sono cresciuta e non sento il bisogno di tornare indietro. Mi innervosiscono gli sguardi pietosi delle generazioni più anziane, di quelli che dicono poverini. Poverini un tubo: ci hanno cambiato le leggi sul lavoro che eravamo ancora minorenni, ci hanno tirato su in una giungla di forme contrattuali fasulle, e adesso ci impediscono di essere quello che ci hanno sempre insegnato a essere. Cioè imprenditori di se stessi: gente che si costruisce una professionalità e va in giro a vendersi.

Mi sento come una pianta rampicante a cui hanno messo cento sostegni e vincoli. Di mio sarei cresciuta in un modo (pensando che il posto fisso statale sia lo sbocco naturale della vita, come ho sempre visto nei miei genitori), ma sono stata corretta per fare altro. Adesso sono un bellissimo pergolato che vorrebbe avere l’aria che gli avete promesso. E che vorrebbe cavarsela da solo: fare fiori, nuove radici e dare ombra in cambio di acqua quando non piove. Invece no: state ostacolando in ogni modo la mia serenità di pergola. Cioè mi avete costretto a imparare come si vive da imprenditori di un mestiere bellissimo, e poi mi trattate peggio dell’ultimo arrivato tra i vostri dipendenti. Non mi avevate detto che ero io, la tipa della performance e dello shampoo?

E allora vado: pensavo fosse una puntata, invece era un viaggio

Dev’essere un periodo così. Roma va a fuoco dopo la fiducia al Governo, e io sono al manicomio: cioè, all’ex manicomio di Roma, per farmi un’idea su una puntata che medito da un po’. Poi l’Italia si imbianca di neve e Trenitalia paralizza il paese, ma io sono dal direttore di Radiotre, con i colleghi atipici, a far presente che dalle nostre parti, neve o non neve, serpeggia il malessere. Mi si è anche rotto il telefono fisso. Sono fuori dal mondo. Fa freddo e non ho voglia di uscire. Finisce che la domenica non leggo nemmeno i giornali. E poi ho un problema: mi camaleontizzo coi libri che leggo. Cambio abitudini e idee, a seconda di quel che ho sul comodino. Che poi sul comodino ho cose arrivate lì sempre per motivi strani, percorsi tortuosi, per cui entro ed esco in fissa a ciclo continuo a seconda di eventi esterni che a volte mi prendono la mano per mesi. Col risultato che stavolta ho fatto un biglietto aereo per Buenos Aires.

Dieci anni fa lessi un libro sulla Cambogia e gli Khmer rossi e finii a mangiare riso in bianco tutti i giorni (ma solo a pranzo, eh. Non sono così matta). Stavolta la storia è un po’ più lunga. Un giorno, a settembre, mi chiama Romeo Bassoli: è a spasso per Roma, mi dice, un genetista argentino che quasi trent’anni fa cominciò a collaborare con le Madri di Plaza de Mayo per trovare un sistema per identificare le identità dei desaparecidos e dei loro figli. Perché non lo intervisti, mi fa. Sì perché molti desaparecidos, scopro, erano ragazze incinte: venivano rapite e tenute in prigione fino al termine della gravidanza. Come fabbriche di bambini, le si faceva partorire e poi via, uccise e fatte sparire come gli altri. I bambini erano un bottino di guerra, come tutto quello che veniva rubato nelle case dei trentamila desaparecidos, e come oggetti e denaro venivano spartiti tra i militari. Così gli hijos, i figli, sono cresciuti nelle famiglie degli assassini dei propri genitori, costretti ad amare gli assassini dei propri genitori e a ignorare la propria identità. Contatto il genetista, ci provo, mi richiama alle undici di sera mentre sono a cena con un amico al Pigneto e, nel mio improbabile itagnol, gli do il primo appuntamento. Non ci credo nemmeno molto. Invece ne esce una puntata molto bella, che finisce anche sulla home page del sito dell’associazione delle Abuelas. Cavolo, che responsabilità. E che fico, avere la sensazione di fare un lavoro che ha un’utilità sociale e culturale e che può persino parlare di ingiustizia e di diritti umani, e volare sopra l’oceano andando e tornando da questa e dall’altra parte del pianeta.

E poi quando fai una puntata così, ti vien voglia di saperne di più. Allora leggi il libro della tizia che racconta come ha scoperto di essere una hija, una figlia di desaparecidos, grazie al coraggio di un gruppo di vecchiette che continuano a farsi chiamare abuelas, nonne, anche se i nipoti non li hanno mai conosciuti. Poi scopri che ha la tua età precisa precisa e fa ancora più impressione. Lei è la nipote 78, oggi siamo a 102 (centodue restituiti alle nonne, si intende). Intanto ti guardi i film, ti leggi un altro libro, le storie si intrecciano: ne scrivi anche tu. Allora fuori succeda quel che succeda: non ho comprato il giornale neanche oggi. Tanto io vado. Vado laggiù e ci vado sempre grazie a lui, il genetista, che mi ha invitato, anche per continuare a chiacchierare e a raccontare. E poi laggiù è estate. Non sarò fuori dal mondo, sarò dall’altra parte del mondo, in maniche corte e sandali, e avrò una macchina fotografica e il mio bellissimo registratore.

Radio Atipica: la trasmissione è interrotta

Il post più veloce dell’west. Domani i dipendenti Rai sono in sciopero e anche noi, che non siamo dipendenti ma liberi professionisti per finta, di quelli a partita Iva con contratti che l’azienda può annullare in caso di malattia, infortunio, gravidanza, che vengono qui in Rai dalla mattina alla sera a fare quello che dovrebbe fare un dipendente e anche di più, anche noi insomma domani non lavoreremo.
Va bene, potrei dirla meglio. Ma il senso è che per la prima volta noi atipici di Radio3 abbiamo deciso di non coprire i buchi, domani, perché i buchi sono quelli dei nostri colleghi dipendenti in sciopero (fortunelli, con anche il diritto di sciopero, pensa te). Sarebbe come essere crumiri. Anche perché noi siamo d’accordo con le loro ragioni. Solo che l’unico modo che abbiamo per farci sentire è quello di non farci sentire: di applicare alla lettera un contratto che dice che siamo consulenti e lavoriamo comodamente seduti sulle nostre poltrone in salotto. Stavolta, se la radio sarà silenziosa, sarà merito nostro.
Ah: perché? Perché lavoriamo per cento euro lorde al giorno (su partita iva, diventano poco più della metà) per nove mesi all’anno, facciamo cose che valgono moltissimo in nome di un’azienda che non ce le riconosce, non abbiamo diritti, non abbiamo una faccia, non abbiamo nemmeno una fisionomia comune. Siamo atipici, ma provate a fare la radio senza di noi.

Ecco come abbiamo provato a manifestarci al mondo:

Se domani Radio3 Rai sarà muta sarà anche per colpa nostra.
Siamo gli atipici della rete, lavoratori più che precari, quasi sempre a partita Iva, sotto contratto per molti mesi all’anno in cambio di compensi ridicolmente bassi e in via di riduzione. Siamo redattori, conduttori, registi, autori: siamo l’anima della rete, quelli chiamati perché esperti di musica, di politica, di scienza o di letteratura.
Domani appoggeremo lo sciopero dei nostri colleghi dipendenti Rai contro il piano aziendale del direttore generale della Rai Mauro Masi (pur non avendo diritto di sciopero, insieme a tanti altri diritti come ferie, malattia, maternità). Significa che non faremo nulla di diverso da quello che prevedono formalmente i nostri contratti e non chineremo la testa al ricatto di un’azienda, la Rai, che ci fa lavorare come dipendenti da anni, e che finisce poi per utilizzarci come liberi professionisti in sostituzione dei colleghi in sciopero.

Linneo è venuto qui e mi ha rubato il lavoro

A me le classificazioni fanno girare la testa. Ne trovo sempre un’altra pronta a infrangere la regola secondo cui ho costruito la prima. Tipo: belli/brutti, che quasi sempre coincide con giovani/vecchi. Poi arrivano Catherine Deneuve e Sean Connery, e beh. O tipo: alti e bassi. C’è sempre qualcuno che sembra alto ma è basso o che sembra basso ma è alto. E qualcun’altro pronto a farlo notare. Ma poi, una donna alta un metro e sessantotto com’è? Per non parlare della classificazione simpatici/antipatici, scivolosissima. Meglio, allora, sicuramentesimpatici/sicuramentenonso. Tra i sicuramentesimpatici i ciclisti di città, tra i sicuramentenonso quelli che vanno in macchina, perché tra loro ci sono anche un sacco di amici miei, che non hanno mai fatto del male a una mosca, che di sicuro non parcheggiano sulla ciclabile, e che adesso sono sgomenti quanto me per la mattanza di biciclette sulle strade del nostro paese.

Però poi sono in metropolitana e occhieggio i titoli di tutti i giornali: “Marocchino arrestato”, e quello di certo è marocchino perché ha il passaporto che dice così. Subito sotto, altro caso, “tunisino in cella”. I giornali di sinistra aggiungono, nel catenaccio, “sospetti anche su due italiani”. Immagino che verrà fuori che si tratta di un “calabrese” e di un italiano (nato a nord del Rubicone). E un po’ mi infastidisco. Un bel po’.
Allora posso dire la mia, di classificazione? Scommetto che torna lo stesso. I cattivi sono maschi eterosessuali, generalmente tra i venti e i sessanta, coi capelli corti, senza barba e nessuno, nessuno, avrete notato, nessuno di loro porta gli occhiali. Ecco, si può generalizzare: i cattivi sono maschi senza barba che non portano gli occhiali. La mia prossima divisione del mondo sarà questa e mi sentirò in diritto di essere un po’ sospettosa verso chi attraversa il mondo sfacciatamente a testa alta, coi suoi dieci decimi esibiti con protervia. Attenzione: la faccenda riguarderà anche i familiari perché si sa che il vero lupo cattivo è quello che ha vissuto o vive sotto il tuo stesso tetto. (Purtroppo gli unici miei parenti che corrispondono alla descrizione del cattivo secondo la mia nuova classificazione hanno due mesi e tre anni, ma così va il mondo. Ho classificato e proverò a tenere il punto. Capito bimbi?!).