Archivio mensile:agosto 2010

Trent’anni senza Franco Basaglia, tre senza Franco Carlini

Oggi davanti al microfono mi sono emozionata. Era da tanto che non mi succedeva ed è stato imbarazzante. Mi si è strozzata la gola a metà delle prime frasi e mi sono fatta fuori mezzo litro d’acqua in mezz’ora. Saranno anche stati gli stravizi del sabato sera e la stanchezza del lunedi mattina, sarà che era tanto che non conducevo. O sarà che stavolta, più delle altre, in tanti mi hanno fatto sapere che mi avrebbero ascoltato e non sono riuscita a fare quello che faccio sempre: fregarmene e non pensare a nient’altro se non al microfono. Comunque è andata: erano due bei temi e in fondo anche le interviste, modestamente, non erano affatto male. E poi di strozzarsi capita a tutti, oh. Forse capitava anche a Franco Carlini quando era al microfono, fino a quel 30 agosto di tre anni fa.

Anzi, a Franco capitava di sicuro, ma non per l’emozione. Perché aveva fumato troppo. E poi Franco strascicava le parole e aveva il vezzo di una erre quasi moscia, che infilava in un intercalare che a noi fa ancora ridere: un fòòòvse dal sapore deliziosamente snob. La conduzione di Franco, ci dicevamo, è sporca (nel senso di poco puntigliosa e secchiona, come invece tende a essere la mia, che dopo un po’ stucca). Ma aveva un che di caldo e rilassante che alla fine gli concedevi tutto: i pasticci nell’annuncio di un ospite, gli impappinamenti, i rientri distratti. Perché Franco, si sentiva proprio, si stava divertendo un sacco. Si divertiva, si incuriosiva per davvero, e quando faceva le domande le faceva in modo onestamente spontaneo. Perché il trucco è lì: divertirsi. Io mi diverto quando scopro cose nuove, ficco il naso in qualche bega, e posso fare l’impertinente. Altri si divertono quando sanno che la mamma li ascolta (i miei genitori anche stavolta hanno sbagliato orario, giorno o settimana, e mi risentiranno in streaming, fòòòvse: se a volte durante la diretta mi emoziono ancora, non posso proprio dare la colpa a loro). C’è anche chi si diverte a far sentire quanto ha studiato. E poi c’è chi si diverte perché la radio è divertente e basta, chiunque l’ascolti e di qualsiasi cosa si parli. Forse per Franco le cose stavano così. Comunque io mi divertivo con lui, mi divertivo e basta.

Poi ho preparato la puntata per domani, ho preso la bicicletta e sono tornata a casa. Due osservazioni che non c’entrano niente: Roma si sta di nuovo riempiendo di macchine. Le odio, le odio, le odio. Se smetterò di andare al lavoro in bici sarà per loro e non perché sarà arrivato il freddo. Perché mi fanno paura e puzzano. E poi: ho deciso di sbrinare il frigorifero. Non è un argomento da blog serio, capisco: magari, visto il titolo, avrei potuto concludere dicendo due cose colte su Basaglia e i basagliani, che mi stanno sempre simpatici come mi stanno simpatici tutti i vecchi fricchettoni intelligenti. Visto che nel titolo ce lo avevo voluto mettere, eh. Oppure qualcosa su Gheddafi e le 500 ragazze immagine del Corano. Ma lo sbrinamento del frigorifero è un’altra di quelle cose che sollevano ricordi nostalgici, più o meno come salutare un amico on air. Non so se ci sia uno stile per farlo. Io mi sono commossa di nuovo, ma alla fine quella Nutella di due anni fa sono riuscita a buttarla via.

Annunci

Agosto, esperto mio non ti conosco

Ognuno, con l’estate, ha i suoi problemi. Bruno Martino la odiava per questioni sentimentali. Il mio è un contenzioso puramente professionale. Perché se di lavoro passi il tuo tempo al telefono a cercare qualcuno in grado di parlarti, con competenza, di una cavolo di questione ambientale di un paese lontano, o anche di una cavolo di questione qualsiasi in Italia, in agosto non troverai nessuno. Il paese è chiuso, il cervello anche: sono tutti in ferie. E se ti viene in mente di rivolgerti a un ufficio stampa, le cose possono anche peggiorare.

“Pronto, buongiorno: mi chiamo silvia bencivelli, chiamo dalla redazione di radio3 scienza perché dovremmo parlare di questo in trasmissione e voi siete l’ente pubblico di riferimento sulla faccenda”. “Eh, ma il direttore generale è in ferie”. “Sì, ma noi domani ne parliamo comunque e forse è bene che lo sappiate, perché per ora siamo riusciti solo a contattare l’associazione ambientalista che criticherà nel dettaglio il vostro operato: magari, se non c’è il direttore generale, potete passarci un tecnico in grado di rispondere”. “Guarda silvia, faccio un giro di telefonate e ti richiamo”.
“Pronto, buongiorno: mi chiamo silvia bencivelli, chiamo dalla redazione di radio3 scienza ed è la seconda volta che telefono. Si tratta della trasmissione di domani in cui parleremo di…”. “Ah, sì, ciao, ti stavo per chiamare. Qui non c’è nessuno, mi dispiace. Ho parlato col Grande Capo dei Capi e ci siamo detti: perché non sentite il ministero? In fondo, per voi dovrebbe andare bene lo stesso…”. “Beh, insomma. E per voi? Ci lasciate parlare con l’ambientalista da solo, in diretta, senza controparte? E poi il ministero nella persona di chi, scusa?”. “Senti il dottor Pinco Pallino: ti do il numero della segretaria. Sempre che non sia in ferie anche lei. Mi dispiace, ma fino a settembre, sai, qui non c’è nessuno. Comunque Pinco Pallino me lo ricordo in gamba. Vedrai che viene una bella puntata”.

Poi ci sono le preclusioni astagionali, quelle dello scienziato che proprio, con te, non ci vuole parlare. Anche a costo di farti dire cazzate sul suo lavoro. E intanto si consuma nel livore…
“Pronto, buongiorno: mi chiamo silvia bencivelli, chiamo dalla redazione di radio3 scienza perché dovremmo parlare di questo in trasmissione e lì da voi lavora il professor Scienziatone, che ha appena pubblicato…”. “Eh… ma Scienziatone non voleva pubblicare quei dati: è stato un errore di uno del suo gruppo. Non sappiamo nemmeno di chi, perché Scienziatone non ce ne ha mai voluto parlare…”. “Bene, allora domani in trasmissione può correggere il tiro e spiegare che cosa dicano davvero quei dati, che intanto sono stati pubblicati da tutti i giornali…”. “No, scherziamo?! Da quando sono usciti quei dati Scienziatone non vuole più parlare coi giornalisti!”. “Mi scusi, ma non è mica colpa dei giornalisti se un suo collaboratore ha fatto uscire i dati. Che cosa avrebbero dovuto fare, i giornalisti? Ignorarli? E comunque, adesso che sono stati letti da mezza Italia, Scienziatone farebbe bene a spiegarli e a spiegarsi”. “Guardi, no. Posso anche provare a insistere, e dire che voi domani in trasmissione leggerete di nuovo i dati e li commenterete come hanno fatto altri trecento giornalisti fino a oggi e che se lui non interviene farete gli stessi errori. Ma Scienziatone non accetterà nemmeno stavolta, ne sono sicuro. E poi non è nemmeno detto che risponda al cellulare: sa, è così infastidito dai seccatori…”.

Poi esci di redazione e vai a trovare un’amica in ospedale, reparto di psichiatria. Sta bene, ti dice, a parte l’impaccio nei movimenti, i crampi, il sovrappeso, la noia. Lunedi mi devono far uscire, ti dice: è un mese che mi tengono chiusa qua dentro. Non ha nemmeno un computer con sé e non può tenere niente in stanza, salvo un lunghissimo romanzo prestatole dalla mamma. “Qui l’unica cosa buona è l’aria condizionata”, ripete, con lo sguardo un po’ perso. Un’unica cosa buona nel suo agosto, mentre io ho fatto tanta fatica a trovare un’unica cosa cattiva nel mio…

Mamma Gianna e il diritto di farsi i fatti propri

Mentre la mia casella di posta si riempie di comunicati stampa sui drammi di fine estate (“Italiani sempre più grassi al rientro dalle vacanze: la soluzione è la dieta ipnotica“) e sui problemi che affliggono il paese (“Perché si rimane single? La soluzione in un nuovo studio”, con tanto di assaggio di corso di seduzione), continuo a inciampare in commenti sulla gravidanza di Gianna Nannini e a essere coinvolta in accese discussioni ad alta voce. E non posso sottrarmi dal pensarci un po’ su. I problemi del paese possono aspettare, credo, almeno finché non avrò messo in ordine i pensieri.

Il primo commento che sento è: “quando questo bambino avrà dieci anni, sua madre avrà l’età che ha tua madre adesso”. Beh, a parte che dovreste anche sentire mia madre, allora. Ma a me l’obiezione pare profondamente ipocrita, comunque. Quando è un uomo a fare un figlio a cinquant’anni o più, nessuno se ne preoccupa troppo. Anzi, spesso ci si sghignazza: sono le classiche storie della badante dell’est o dell’allieva o della giovane collega, cadute ai piedi del mitologico maschio italiano veryaffascinante, quello sempreprestante che si dà da fare anche in là con l’età. Perché una signora altrettanto sempreprestante dovrebbe essere un mostro? Perché dovremmo pensare che un babbo anziano sia meno peggio di una mamma anziana?
E poi che ne sappiamo noi della rete di affetti che tirerà su questo bambino? Magari avrà fratelli, fratellastri, cuginetti, zii, zii biologici e zii acquisiti, amici, amici della mamma e, avendo un sacco di soldi (perché la cosa cambia, eccome se cambia), avrà babysitter o domestici a cui potrebbe voler bene per tutta la vita. E probabilmente avrà anche un altro genitore, di cui a noi non dovrebbe interessare molto.
Del resto, il mondo cambia e le famiglie anche. Ecco l’esempio più banale del mondo: io ho avuto quattro nonni cinquantenni che mi hanno portato in vacanza, mi hanno nutrito e coccolato, e anche due bisnonne tra i settanta e gli ottanta, una delle quali passava tutti i pomeriggi con me quando tornavo dall’asilo. Adesso una delle nonne è ancora lì, che mi prepara il pranzo quando torno dalle vacanze e si guarda le foto sul computer insieme a me. Ma se dovessi avere un figlio adesso, a lui toccherebbero due nonni sopra i sessanta e un’unica bisnonna di ottant’anni suonati, per quanto ancora in gamba: è un problema? Forse è un peccato, d’accordo, ma non sarebbe il primo e nemmeno l’ultimo bambino in questa situazione e nessuno sottolineerebbe la cosa, incontrandomi in città mentre spingo il passeggino.
Poi non sopporto la curiosità morbosa intorno alla questione fisica: a cinquantaquattro anni, ecco, insomma, non è che… dai, fa un po’ effetto… silvia, su… non è che il corpo di una donna è già vecchio? Oddio, a che cosa state pensando? Ma perché? Ma insomma. Ecco. Mi fate diventare moralista.
E comunque va bene: sarà stata un’inseminazione artificiale. Allora? Perché: a trent’anni non può essere altrettanto necessaria, un’inseminazione artificiale? Si tratta di una procedura medica: si fa quando serve.

Però, mettendo insieme i pezzi, mi accorgo che le obiezioni hanno un unico problema di fondo: quel secondo, probabile, genitore su cui io glisso e che invece tutti quanti vorrebbero sapere chi sia.
E allora capisco la responsabilità del personaggio pubblico, che con la trasparenza dei suoi comportamenti, diffusi ma poco accettati nel nostro paese, può migliorare la situazione di tanti e contribuire a rendere l’Italia un posto un po’ meno barbaro e sessuofobo. Capisco che certe cose sembrerebbero tanto meno anomale se tutti alzassero la mano e dicessero, semplicemente: anch’io, a volte, sempre, per scelta, per caso, per boh, perché è così e basta.
Ma ci sono degli spazi di privacy che devono essere rispettati per tutti, che siano personaggi pubblici, semipubblici o del tutto sconosciuti. Non credo che sia giusto decidere per gli altri che cosa dovrebbero o non dovrebbero dire di sé, quando e a chi. E anzi: credo che sia necessario ribadirlo tanto più se si sta trattando di personaggi pubblici, di quelli su cui si scrivono editoriali su editoriali sulle scelte in fatto di vacanze o di maternità, quando il loro mestiere magari è cantare, scrivere o recitare e non certo dare lezioni di vita.

Nemmeno il mio lo sarebbe, a dire il vero. Per cui adesso torno a risolvere i problemi del pianeta. E poi, siccome sono anch’io parte dei meccanismi dell’informazione, e ci sguazzo e ci vivacchio e mi diverto un sacco, mi metto a preparare una morbosissima puntata sul vero sesso di Caster Semenya. Posso?

Senza veli: ecco perché l’agenzia delle entrate non si fida di me

Ti accorgi di essere rientrata a Roma quando l’impiegata delle poste ti dà del tu. Ti accorgi di essere una libera professionista di un certo spessore mentre ti allunga un plico dell’agenzia delle entrate. E ti accorgi di essere in un mondo ben bislacco quando leggi che, come Scajola, dovrai andare a spiegare con quali soldi ti sei comprata casa. Nel tuo caso, il problema è che con quelle due lire che guadagni potresti, al più, comprarti una roulotte tra dieci anni. E loro lo sanno. Allora com’è che hai un tetto sopra la testa e magari pure un terrazzino con vista binario?
Ebbene sì: mia insaputa, quei due simpatici signori che chiamo babbo e mamma hanno comprato una casa per me nella città dove vivo e lavoro da sei anni. E io ci sono andata ad abitare. Per questo, a settembre, dovrò andare all’ufficio controlli dell’agenzia delle entrate con tutti i documenti del caso e spiegare come diavolo sia stato possibile. Nel frattempo, sarò chiamata a dare dettagli in merito alle mie numerose imbarcazioni da diporto, a vela o a motore e alle navi di stazza superiore alle 50 tonnellate, specificando dove le tengo e chi le gestisce quando non solco i mari. A cavalli da corsa o da equitazione, con i nomi dei cavalli e dei relativi fantini (Furicavallodellwest e Miominipony, cavalcati da Acetosella e Margottaceppaia, pensavo. Mi sembrano nomi carini per cavalli e fantini, no?). E anche ad aeromobili tipo aerei da turismo, elicotteri, alianti e ultraleggeri, di quelli con cui comunemente plano dall’Esquilino su piazza Mazzini quando vado alla radio.

Già, la radio. Perché oggi sono tornata in Rai. Aspetto ancora il pagamento per l’ultimo contratto, chiuso ai primi di luglio, e comincio a sospettare che l’agenzia delle entrate abbia ragione: con le due lire che insisto a volermi far dare non mi merito proprio un tetto sopra la testa e un terrazzo con vista binario.
E così, come per l’agenzia delle entrate, ho deciso per la disclosure anche qui. Ecco come funziona il mio lavoro alla radio ed ecco perché non mi comprerò mai una casa (e nemmeno una roulotte) finché continuo a lavorare in via Asiago.
A Radio Rai, quelli come me lavorano nove mesi all’anno con un contratto da consulenti esterni a partita Iva. Siamo pagati a cottimo, per numero di puntate, grazie a un contratto che dice che noi offriamo la nostra opera di consulenza per una certa trasmissione e per un certo periodo ben definito, che nel mio caso non è mai superiore a quattro mesi e mezzo (quindi ho due contratti all’anno). Come se avessimo stabilito insieme la sua durata e come se, finito quel periodo, la nostra opera smettesse di essere utile per ragioni editoriali. Ah, beh, certo: come se avessimo anche contrattato insieme il compenso, cosa che ovviamente non succede mai. Un libero professionista normale, poniamo un idraulico, vi dice quanto tempo impiegherà a fare quel lavoro, a farlo tutto, e quanto vi chiederà di essere pagato: noi no, noi aspettiamo una telefonata in cui ci si dice che il prossimo contratto va da lunedì prossimo al 31 dicembre, poi la trasmissione continuerà senza di noi, e che il compenso stabilito è xxx e non si discute (xxx… vabbé la disclosure, ma io lavoro per un compenso così basso che mi vergogno a dirlo. E non farei nemmeno bene al resto della mia attività liberoprofessionale, no?). Il risultato? Lavoro lì da cinque anni e ho visto abbassare il mio compenso tre volte, senza che potessi farci niente, e nel frattempo le mie mansioni sono ovviamente cresciute. Tra l’altro, a noi ogni puntata viene pagata nello stesso modo, sia il 7 ottobre o il 25 dicembre, un giovedì d’autunno o una domenica di maggio, sia che siamo in tre in redazione o da soli, a fare tutto, conduzione compresa.
Durante i giorni del contratto, noi esterni siamo in Rai dal mattino alla sera, o al pomeriggio (ultimamente abbiamo imparato a farci valere, ognuno coi suoi orari), anche se non abbiamo un badge e ogni volta dobbiamo fermarci all’ingresso per farci identificare e per farci dare un pass della durata di cinque minuti, che ci consente tutti gli ingressi che vogliamo ma solo nei successivi cinque minuti, appunto. Poi dobbiamo farcene stampare un altro… (funziona così: c’è Gianni, in divisa, al suo posto dietro al banco, che mi vede e mi chiede: allora Silvié, tutto bene? E mi fa anche piacere. Mi stampa il pass di carta, me lo allunga sorridendo e mi dice: a dopo! Fine dell’identificazione). A casa, di pass come quelli, ne abbiamo centinaia e centinaia: almeno uno al giorno per ogni giorno di ogni contratto, tutte le volte che Gianni ci ha identificato. Ovviamente, in quanto liberi professionisti, non abbiamo malattie e ferie, per non parlare di altri incredibili privilegi come la gravidanza o le feste comandate. Non abbiamo nemmeno il sussidio di disoccupazione o analoghi della cassa integrazione (e non siamo giornalisti professionisti, quasi mai, per varie ragioni che racconterò in un prossimo post): così, ovviamente, nei tre mesi che non siamo in Rai ci inventiamo mille altri lavoretti per sopravvivere. E intanto aspettiamo quella telefonata che potrebbe anche non arrivare mai.

E allora perché lo facciamo? Credo che sia perché quello alla radio è un lavoro bellissimo: per la maggior parte di noi è proprio il lavoro più bello che c’è. E lo sappiamo fare bene e con soddisfazione nostra, dei nostri curatori e, speriamo, anche degli ascoltatori. Certo, dal fare un bel mestiere, qualificato e ricercato, al potersi permettere una casa a Roma ce ne corre. Per fortuna c’è chi la compra a nostra insaputa, come hanno fatto i due simpatici signori di cui sopra. E magari mentre la comprano hanno la speranza che quelli come noi, un giorno, saranno davvero libero professionisti, liberi di dire di no a un compenso inferiore a quello della donna delle pulizie di tua nonna e liberi di ammettere che un lavoro bellissimo non si paga da sé. Ti accorgi allora, dopo aver salutato l’impiegata delle poste, andando via col plico dell’agenzia delle entrate sotto al braccio e pronta a chiamare incredula i soliti due simpatici signori, che non sei un libero professionista di un certo spessore, ma sei uno dei tanti, che ogni giorno, come tanti, si trova a chiedersi quanto valga il puro piacere di fare un lavoro bellissimo.

(nel prossimo post, la risposta alla domanda: basta lagne: se è davvero così come ci racconti, allora com’è che ti mantieni?)

Mia nonna, Saakashvili e il Brucaliffo

mia nonna è senese, sua nipote no. e la cosa a mia nonna non va molto giù.
per cui ogni tanto attacca con una lezione di senesità. l’altro giorno, a pranzo, l’ha presa larga e ha cominciato così: “la mi’ sorella m’ha detto che la sua amica che abita in via gobetti riesce a prendere canale3 e invece qui, codesto televisore costì, accidenti, un lo piglia”.
che cos’è canale3, di grazia, nonna? il canale tivvù di siena (cavolo, silvia, che cosa volevi che fosse?) “e per un senese è importante, perché il palio non è mica solo la corsa che vi fa vedere a voi la rai, quei due giorni all’anno, così come le contrade: son cose importanti, che voi un potete mica capire”. tipo? cioè: son come quartieri, no?, nonna, no?! “ennò, no che un son come quartieri. tipo: nella torre, la mi’ contrada, ci sono, come dappertutto, i ragazzi che vanno bene a scuola e quelli che vanno male. solo che tra contradaioli ci si aiuta e quelli che vanno bene, magari i più grandi, danno una mano agli altri, come se facessero ripetizioni gratis, voglio dire. voglio dire che è un sistema di appoggio reciproco importante, solidale. tipo: c’è uno malato che ha bisogno di cure costose, ecco, la contrada fa una colletta e tutti si mobilitano per aiutare la famiglia. voglio dire che voi qui, a pisa, non potete capire quanto sia importante l’appartenenza a una contrada, tipo la torre, la mia. eh, ci s’aiuta tra contradaioli della torre. poi, è logico, a quelli dell’oca un si regala nulla, anzi”.
è logico?!
“sì, eh. se i ragazzi dell’oca vogliono le ripetizioni di quelli della torre eh, devan pagare, eh”.
logico.
mi viene in mente un’altra lezione di senesità (ma accidenti quante ripetizioni a pagamento mi servirebbero), quando scoppiò a ridere e gridò: “e te vai in giro per siena a chiedere indicazioni a quelli del (poniamo) verme?! e magari chiedi ai contradaioli del verme di indicarti dov’è (poniamo) l’elefante?! ahahahahahahahahahahhah…”. mia nonna, nata nella torre.
e poi mi viene in mente l’arrivo a tblisi di tre settimane fa, di notte, quando la giovane guida georgiana, percorrendo la george w. bush avenue, ci spiegava che c’è un pezzo di georgia, adesso politicamente in turchia, un po’ lontana dalla georgia, a dire il vero, abitato da (poniamo) pincopallineti, e chiamato (poniamo) pincopallonia, che però è georgia, di fatto, insomma, un pezzo di georgia ectopico e inconsapevole di essere georgia, dove si parla il pincopallonio, che prima o poi tornerà a essere georgia. beh. e alla ovvia domanda “perché dici che è georgia, se è politicamente turca e culturalmente pincopallica e per di più è anche parecchio lontana da qui?”, rispondeva “perché cinque secoli fa i turchi ce l’hanno sottratta, ma prima era nostra”.
cinque secoli fa?!
ma cinque secoli fa i miei antenati dov’erano? vabbè, nonna, d’accordo, quelli che ti competono erano tutti a siena, nella torre, tutti, ne sono certa. ma mica tutti stavano nella repubblica di siena, a godersi il rinascimento e altre meraviglie. per quanto ne so io, oggi, posso vantare diversi antenati villici, sudditi del duca di ferrara, dei gonzaga o dei bentivoglio, e altri che vivevano sulle montagne vicino alle terre degli asburgo e si racconta persino di antenati che stavano nei paesi bassi, forse sotto il dominio spagnolo, e chissà se erano amici di erasmo. ma me ne mancheranno altri mille, di antenati, e non mi è mai venuto in mente di stare a seguire le loro complicate peregrinazioni per l’europa (oddio, complicate. scommetto che per la maggior parte di loro si tratta di venti chilometri per secolo, al massimo, come aveva calcolato un amico mio per i suoi trisavoli. me lo sento nel sangue, ecco). cinque secoli fa?!
poi, siccome ognuno ha i suoi riferimenti culturali, mi viene in mente anche il brucaliffo di alice nel paese delle meraviglie: cosa essere tu? io? di certo non sono il posto dove sono nata, visto che non ci ho mai rimesso piede. non sono nemmeno il posto dove sono cresciuta, perché sono almeno due (anche se fondamentalmente son pisana, come dice mia nonna con una sottile, amara, ironia). non sono nessun posto, insomma. e non riesco proprio a capire la gente che dà tanta importanza alla terra.
ho trentatré anni e non riesco ancora a rispondere alla domanda “che lavoro fai?”, figuriamoci alla domanda “di dove sei?”. in genere dico toscana, a un toscano dico pisana, all’estero esclamo velocemente italy e rimango lì, a testa bassa, ad aspettare la solita umiliante battuta su silvia-silvio, per sfizio a volte ho anche risposto europe.
mia nonna lo sa come rispondere, e trova normale che certi contradaioli si divertano a sperdere per il centro di siena i poveri turisti pisani. io forse me lo sono dimenticato, ma non mi sembra una grossa sfortuna. o sono io che ancora non ho capito?

Sono tornata dalle vacanze. O almeno ci ho provato

eccomi, eccomi.
mi aspettavate un paio di giorni fa, scommetto. solo che la paperogaviaggi ha veramente dato il meglio di sé e, non contenta delle 24 ore del viaggio di andata, ci ha proposto un ritorno di quasi tre giorni. quindi eccomi a roma da tre ore, alla seconda lavatrice (ancora da stendere), con un frigorifero pieno soltanto di alcolici e due bancomat inutilizzabili causa smarrimento codici (ho settantaquattro dollars contanti e due carte di credito. dopo tutto l’antiamericanismo sfoggiato in georgia, adesso sopravvivo solo grazie allo ziotom).
insomma, è andata così.
alle due del mattino ci siamo svegliati: eravamo a yerevan, capitale dell’armenia, pronti a partire con un volo per vienna delle 05.40 e da lì per roma. l’alberghetto, dal nome whitehouse (ma nemmeno in armenia?!), ci ha fatto pagare 4 euro per una maniglia rotta, ce ne siamo andati inveendo nella notte, convinti di (poter riuscire a) lasciare il caucaso nel giro di poche ore. il caucaso e la sua polvere, il suo maledetto kachapuri (variante ipercalorica della focaccia di recco) e i tremila monasteri con cui avevamo nutrito lo spirito fino all’indigestione nei giorni precedenti.
invece arriviamo in aeroporto e, increduli, leggiamo che il nostro volo è stato cancellato. solo il nostro.
all’ufficio della austrian airlines (aperto dalle 00.00 alle 08.00) prendono il nome di uno di noi, lo scrivono a penna su un foglietto, e ci rimandano indietro promettendoci notizie entro le 10.00 del mattino stesso.
torniamo alla whitehouse, la coda tra le gambe, e ci rimettiamo a letto.
alle 10.00 scendiamo nella hall.
scopriamo che i nostri bagagli se li è portati via l’autista del pulmino che ci aveva portato in aeroporto nella notte. e che, ovviamente, nessuna notizia è arrivata dall’aeroporto di yerevan. finché ci dicono che fino alle 18.00 ciccia: non ci sarà verso di partire.
indiavolati e al grido di “vuoi che non ci sia un volo per l’europa prima delle 18.00?!” torniamo in aeroporto, mentre il pulmino coi bagagli viene recuperato. ed è lì, in aeroporto, che scopriamo ancora una volta la necessità di un esercizio di relativismo culturale che a noi occidentali antioccidentali non riesce mai abbastanza. non ci sono voli per l’europa, no, né prima delle 18.00 né dopo, almeno fino alle 22.00. il cartellone delle partenze è un susseguirsi di moscow, moscow, novosibirsk, minsk, moscow… fino al giorno dopo. perché l’europa è lontana, dall’altra parte della luna, come dice il poeta.
sicché telefonate, incazzature, occhi dolci, la nostra guida che si fa in diciotto, e finalmente, come già due settimana prima, ci riproteggono in un albergo in centro città (due settimane prima la città era fiumicino, qui yerevan. stiamo migliorando, comunque).
il resto del pomeriggio passa tra musei di corsa e sms spaesati, finché la capogruppo non ci dice che sarà impossibile partire il giorno dopo. si rimane a yerevan due notti, non una soltanto.
a meno che…
di corsa all’ufficio della austrian airlines, quello di città, che per l’occasione fa un orario normale, di tipo europeo. gli armeni maschi sudano, sudano e puzzano, noi resistiamo, ci incazziamo, pretendiamo, parliamo di diritti del viaggiatore e di avvocati. e alla fine, con gran dignità, ci rassegnamo.
partiremo il giorno dopo, di sera, con un pulmino che ci porterà a tblisi e da lì partiremo verso le cinque del mattino.
anche il giorno dopo (cioè ieri) passa gironzolando per yerevan, che ormai conosciamo meglio di roma. un’amena città postsovietica, con una certa personalità. facciamo persino un po’ di shopping, in un negozio di moda europea.
e alle sei, eccoci giù, in un’altra hall, i bagagli pronti e un pulmino a motore acceso che ci aspetta per portarci in aeroporto.
in aeroporto a tblisi, intendo, a sei ore di distanza, almeno, compreso un passaggio alla frontiera.
si parte e l’atmosfera è allegra. non foss’altro per dar fastidio a quei compagni di viaggio musoni che hanno preso malissimo il ritardo. cominciamo anche a goderci il panorama: giallo. giallo con mucche. ecco un paesino, tre case. poi il niente, e di nuovo giallo per altri dieci minuti. tre mucche, una collina gialla, una casa di pietra. niente. silenzio e giallo.
finchè.
puzza di bruciato.
qualcuno ridacchia: dai, non è possibile.
l’autista mette in folle, rallenta e accosta.
l’autobus si ferma e non riparte più. non ripartirà più.

siamo in un paesino nel niente: intorno è tutto giallo. ci sono mucche, qualche contadina e una specie di bar. nel giro di dieci minuti diventiamo le celebrità del villaggio e la gente comincia a uscire dalle case per venirci a conoscere. ci invitano a casa di una certa aida, che ieri ha festeggiato il matrimonio del figlio. moquette e cocomero, cognac e cuscini bianchi del matrimonio. ci ingozzano, ci fanno cantare, qualcuno comincia a ballare. come al solito, ci chiedono di esibirci in italiano vero di toto cutugno, che ormai anche i più resistenti di noi hanno imparato a memoria. si batte le mani, si mangia uno yogurt dalla densità irregolare, formaggio salato e aranciata del discount. chi si alza viene invitato a sedersi di nuovo, la stanza si riempie. nei momenti migliori, siamo una decina dei nostri e una ventina dei loro, su tre sofà e un paio di poltrone. e balliamo e cantiamo.
fuori l’autista giura di poter cambiare la cinghia da solo. intanto si fa buio.
sono passate due ore: di balli e cognac non ne possiamo più. ci hanno anche mostrato come si munge una mucca caucasica e offerto il latte fresco tiepido e schiumoso, rigorosamente non pastorizzato.
finalmente giunge voce dell’arrivo di un altro autobus, che sostituirà il primo.
ma le voci si accavallano. la nostra interprete (una ragazza del villaggio che parla un inglese ragionevole, sempresialodata) ci dice che l’autista non ha il passaporto, e nemmeno quello che sta arrivando probabilmente ce l’ha. come faremo a passare la frontiera con la georgia? l’agenzia, per telefono, ci rassicura e ci dice il contrario. intanto è sempre più tardi e noi siamo nel nulla, nel giallo che è diventato nero, in un posto sempre più freddo con le mucche che forse ci sono ancora ma non si vedono più. arriva il secondo pulmino. pronti a ripartire, un po’ seccati, scopriamo che è davvero piccolo. non ci sono posti per tutti. la bolognese si sdraia per terra, in un corridoio di trenta centimetri tra i piedi di chi è riuscito a sedersi. gli altri si siedono, più o meno. siamo stipati nel pulmino, ma non si parte. qual è il problema? nell’attesa di capirlo (“ma questo cazzo di passport ce l’avete o no?! do you have it? and your friend?! che cazzo ciavete da ridè unlosounlo…”: la capogruppo è fiorentina), io e un altro, fortunamente più che sovrappeso, veniamo investiti da una macchina in retromarcia, che ci spinge con violenza verso il nostro pulmino. non ci facciamo quasi niente, ma come cazzo è che l’unica macchina in questo paesino di merda (trascrizione testuale dei miei pensieri) si mette a fare retromarcia proprio verso di me?
è buio pesto: l’unico vantaggio della situazione è che si può pisciare accanto al pulmino.
ma non si parte.
si continua a stare fermi mentre gli autisti confabulano.
salta fuori che non hanno il passaporto per davvero è che c’è un certo capo che glielo sta portando da yerevan. da yerevan?! e… se la macchina del capo avesse un buco nella gomma?
pochi ridono, molti si incazzano, la bolognese, rimproverata dall’armeno per essersi sdraiata per terra comincia a urlare: “ma te che non zai il passaporto che cazzo dizi a me che non mi posso sdraiare per terra, soccmel!”. ridiamo, quasi tutti.
l’autista, quello nuovo, sale sul pulmino e ci ridice, per l’ennesima volta, che tra dieci minuti partiremo. perché deve arrivare il passport, passport, e senza non si parte.
poi, boh, gli richiedo: “you, passport?!” e lui mi mostra… il passaporto.
mavaffanculova…
da dietro si alza un urlo di guerra: “e allora parti, bastardo, stiamo perdendo l’aereo!”.
lui ride e dice: “me passport! ghieva no passport!”, dove ghieva è l’altro autista, quello del primo pulmino della cinghia rotta. e noi, ovviamente, proponiamo al nuovo autista di lasciare ghieva lì. tanto ormai ha fatto amicizia con tutti, anche con quello della retromarcia, e poi nel buio si è trovato bene.
noi dobbiamo andare, cazzo. ghieva resti lì.
poi, nel giro di dieci misteriosissimi secondi, succede. arriva una macchina alle nostre spalle (dev’essere quella del capo, che non ha un buco nella gomma), si apre la portiera, ghieva prende il suo passport e partiamo.
aspé: che cavolo ci fa ghieva sul pulmino?! dove lo mettiamo? la bolognese si è adagiata sui bagagli, a un metro e mezzo da terra, là in fondo, e ghieva si accomoda accanto a noi.
qualcuno propone di buttarlo di fuori.
ma finalmente partiamo.
nel silenzio, comincio a canticchiare tra me e me: la macchina del capo ha un buco nella gomma.
tre file dietro, un po’ più forte: la macchina del capo ha un buco nella gomma. e accanto: la macchina del capo ha un buco nella gomma.
dopo cinque secondi, tutto il pulmino: ripariamola con la cin-go-mma!
e per i successivi venti minuti, a squarciagola, vecchietti compresi, squaderniamo un repertorio di canzoni irritanti che va da tre piccoli porcellin a questo piccolo grande amore, con tanto di schiocchi di dita e di voci soliste.
l’autista risponde e a metà della canzone del sole accendendo il suo lettore mp3 di canzoni russe.
per un po’ continuiamo strenuamente a cantare mareneromareneromarene, poi decidiamo che siamo capaci anche di cantare in russo. e così, per una decina di canzoni almeno, ci accodiamo al cantante dell’mp3 dell’autista e continuiamo a fare casino. quello ci sta odiando, ma odiando, ma odiando.
poi frontiera di notte, solita scenata degli italiani imploranti che sono tanto in ritardo ma tanto simpatici (siamo sempre pronti a cantare totocutugno, per chi ce lo chiede) e insomma, finalmente l’aeroporto, il checkin, il gate. e tutto comincia a sapere d’europa…