Archivio mensile:aprile 2013

Lost in Finestraccio – Io freelance, tu postino: il compromesso della raccomandata

Il mio purgatorio è un ufficio postale.
Non uno qualsiasi. Quello di Finestraccio*.
Per carità, è un ufficio postale come tanti, sebbene afflitto da lavori in corso dalla durata indefinibile. Non è nemmeno troppo affollato. Ha l’unico difetto di trovarsi a un’ora di mezzi pubblici da casa mia.
Per la precisione. Per andare a Finestraccio esco di casa, faccio duecento metri, prendo (se passa, quando passa) un trenino a righe gialle, scendo a Torbangla**, attraverso una strada a quattro corsie, prendo (se passa, quando passa) un autobus a tre cifre, scendo davanti alle poste ed è fatta.
Quasi sempre.
Quando non avvengono fatti misteriosissimi ed affascinanti tipo la nipote che ritira la raccomandata del nonno con la carta di identità della nonna o il tizio che viene a prendere un pacco per il figlio, senza delega né documento, e si giustifica dicendo sa, mio figlio sta facendo la scuola per diventare finanziere…
Comunque a un certo punto e in qualche modo riesco a ritirare la mia raccomandata e a tornare alla fermata, per prendere l’autobus a tre cifre e fare il percorso inverso in direzione casa mia.
Nella busta, ho l’ennesima certificazione di pagamento 2012.

Maporcadiunapalettaladra… L’anno scorso ho emesso una trentina di fatture: alcuni clienti (ne bastano cinque per rovinarmi la vita tra marzo e maggio) invece di mandarmi la certificazione per posta elettronica ritengono più appropriato farmi una costosa inutilissima raccomandata con una costosa e inutilissima ricevuta di ritorno. E non pensano, ingenui, che non posso essere sempre a casa a pescare al volo le raccomandate che mi piovono addosso. La maggior parte, direi quasi tutte, le devo andare a recuperare a Finestraccio.
Mi trovo l’avviso di giacenza, smadonno con tutto il mio cuore, sbraito che stavolta la lascerò lì, quella raccomandata.
E poi faccio esperimenti su me stessa.
Riuscirò a resistere fino all’ultimo giorno per il ritiro? No, perché intanto posso sperare che un’eventuale altra raccomandata mi arrivi in questo intervallo di tempo e mi eviti un secondo giro a Finestraccio.
Ma la risposta è no. Non posso passare le giornate con l’avviso di giacenza di una raccomandata che occhieggia verso me, incastrato dietro al vetro della vetrinetta dei piatti in sala, o che mi fa continuamente cucù dal mezzo del libro che sto leggendo.
Ed ecco che quest’anno ho già all’attivo quattro viaggi a Finestraccio. Consapevole che ad agosto cominceranno ad arrivare le raccomandate dei controlli dell’Agenzia delle Entrate e saranno altri passaggi da Torbangla in su e in giù.
Una volta sull’autobus a tre cifre ci ho pranzato: mi sono portata la gavetta con il riso freddo e mi sono arrangiata così. Altre volte semplicemente osservo la gente e origlio: sul trenino par d’essere all’Onu, da tante nazionalità si incontrano. E poi leggo, telefono, scrivo mail. E mi rodo il fegato, dio quanto me lo rodo…

Stamani però ho beccato il postino.
L’ho ghermito lungo le scale. E gli ho fatto una filippica infinita sulla mia angosciante situazione.
Lui non ha colpa. Mi dice che la colpa è delle privatizzazioni. Capisco di avere di fronte un uomo di sinistra. Un uomo gentile, anche.
Dico siccome hanno privatizzato anche me, adesso ricevo valanghe di certificazioni di pagamento (ridicole, sa…) (e la maggior parte da parte di enti pubblici, si renda conto…) che mi costringono a perdere intere mattinate di lavoro per andare a Finestraccio
Faccio anche un calcolo: se mi pagano cento euro lorde per un lavoro di una giornata, ho guadagnato tipo cinquanta euro, cioè diciamo cinque euro puliti all’ora (wow). Ma se poi perdo una mattinata per andare a Finestraccio a recuperare la certificazione fiscale che blablabla (è un uomo di sinistra, ma è un dipendente e non si rende conto che sto un po’ annaspando) alla fine è come se guadagnassi tre euro e mezzo all’ora (l’ho stordito), e si rende conto lei di che razza di sistema sia?
Si rende conto.
Mi dice che però non può lasciare le mie raccomandate ai vicini.
Nemmeno scrivere sull’avviso di giacenza il nome del mittente? Sa, almeno posso mandare una mail e chiedere che la certificazione me la mandino in formato elettronico, così io posso cliccare semplicemente “inoltra” alla commercialista. Lo so che lei fa il postino, ma capisce che siamo nel 2013…
Non si può.
C’è la privacy.
Ora. (Omissis).
Ma mi spiegate perché le cose che faccio (e per cui vengo pagata, in genere) avvengono in enormi sale conferenze aperte al pubblico e vengono tutte buttate su internet, in streaming, foto, bacheche pubbliche di facebook… E poi la certificazione del pagamento deve essere coperta da tanta privacy da impedire persino a me di sapere quando e come mi arriva?
Il postino è un uomo di sinistra. Capisce i problemi dei lavoratori, anche quelli autonomi a partita Iva.
Mi spiega che l’Italia ha preso una brutta direzione. Lo ascolto con aria affranta.
Mi chiede ma lei di che cosa si occupa, se posso permettermi? Alzo la testa, tiro indietro i capelli e dico, con voce grave, di scienza. E in quel momento esatto mi accorgo di avere addosso la mia felpa zebrata col cappuccio e ai piedi le babbucce blu.
Il postino mi guarda perplesso.
Poi tira fuori un’agendina di carta, fa la sua battuta: come vede io uso solo dispositivi elettronici…
E compie il gesto più umano che possa immaginare.
Mi dà il suo numero di telefono.

Signori colleghi: ho il numero del postino del mio quartiere.
Mai più Finestraccio, mai più riso freddo sul 495, 638 o 742.
Siete interessati? Volete anche voi il numero del vostro postino?
Il mio servizio a domicilio di appostamento, stanamento e convincimento (per intenerimento) del postino costa 100 euro al giorno (Iva esclusa).
Però a questo punto le certificazioni di pagamento siete pregati di mandarmele per posta elettronica.

 

*Nome di fantasia
** Nome di fantasia non mia, che deriva dall’etnia più rappresentata tra le tante che vivono nel quartiere

Piccolo glossario di parole prese dalla scienza e usate per vendere altro, o prese da altro e usate per vendere non-scienza

Radioattività: e sai cosa bevi. Il mio segreto contro i sette segni del tempo? La Radioattività! E poi una bella cucchiaiata di Sciroppo di Torio e Radio: un ricostituente per il grande e il piccino. E così via.
Un secolo fa radioattività era una parola da marketing: ci vendevi prodotti di bellezza e panzane tonificanti per i convalescenti. Anche se dentro c’erano solo glicerina e zucchero. Del resto, conteneva la parola attività e poi era stata appena scoperta: dio quanto ci piaceva, un secolo fa, sentire dire che potevamo spalmare la pelle di radioattività.
Se ancora oggi andate in certi stabilimenti termali con fuori le mattonelle originali dei primi del Novecento, scoprirete che proponevano entusiasmanti acque radioattive. In quel caso era vero. Ma attenzione, abitanti del ventunesimo secolo: si trattava (e si tratta) di radioattività naturale. E allora se ieri ci piaceva un casino, oggi ci sembra appena appena accettabile. Perché oggi radioattività è diventata una parolaccia mentre naturale è un passepartout per consumatori on-off e quindi, come si dice dalle mie parti, poggio e buca fan pari. È radioattività, sì, ma è naturale, allora va bene. Bah.

Naturale: sarebbero naturali anche l’amanita falloide e la cacca dei cani, questo non significa che facciano bene o che possano essere impunemente diffusi nel nostro ambiente (il nostro, intendo: un’amanita falloide nel bosco va benissimo: è casa sua. Nel mio piatto no). Sono artificiali, invece, gli occhiali, ma io sono così contenta di averli sul naso. Quando lo dico alle mie amiche a caccia di prodotti naturali mi rispondono che loro parlano in linea generale e che sono una sofista, e finiscono per comprare l’equivalente moderno del dentifricio radioattivo. Mi consolo pensando che probabilmente, come nel caso del dentifricio di cui sopra, si tratta di normalissimi e ipercontrollati prodotti commerciali, solo un po’ più cari. La differenza è il prezzo di quella parola.
Biologico (o bio, o bio-): è una parola strana. A me, per anni ha fatto pensare a un laboratorio con gente in camice bianco, che studia. Un posto da biologi, appunto. Adesso biologiche sono le carote. Niente più libri e banconi, ma terra. Quand’è che biologico è diventato sinonimo di terra e di buono da mangiare? E lo sanno, le mie amiche che comprano le carote biologiche del supermercato, che sono biologi anche i ricercatori di Milano a cui hanno rubato i topolini usati per la ricerca, al grido ottuso e medievale di no alla sperimentazione sugli animali? Con biologico ti fanno comprare anche i chicchi d’uva confezionati uno per uno: ti dicono biologico e paghi il doppio, anche se hai letto sul giornale di quante e quali truffe si facciano dietro questa parola, anche se fino a un paio di anni fa non avevi mai visto uno spot della verdura in tv, e anche se tuo nonno nell’orto ci spruzzava il verderame*, eccome.
Ecologico: ah, con questa ci vendi persino le automobili.
Organico: è un inglesismo che sta diventando di moda. Gli inglesi usano organic come noi usiamo biologico riferito al cibo. Peccato che organico (parola ricca di significati vari) per un chimico sia composto del carbonio, quindi noi e la lattuga, ma anche il petrolio, il metano, il catrame. Basta mettersi d’accordo. Per esempio, con l’organico, detto proprio così elle-apostrofo-organico, si intende la frazione dei rifiuti urbani che può andare al compostaggio.
Chilometrozero: la cosa interessante è che è vero, ci sono prodotti che puoi comprare dal contadino dietro l’angolo: sono buoni, hai risparmiato un sacco di carburante ed è una cosa bella. Poi però dovresti anche appurarti che il rifiuto che produci dopo aver mangiato quel prodotto sia smaltito altrettanto a chilometrizero. Troppo facile guardare solo alla produzione e non allo smaltimento. Se l’organico il tuo comune lo smaltisce a trecento chilometri da casa tua, col cavolo che puoi continuare a chiamare la tua bistecca chilometrizero: la dovrai chiamare chilometrizeropiùtrecento, sennò non vale.
Staminali: pochi anni fa, fumo negli occhi. Terrore. Scienziati-Frankenstein e così via. Oggi le mie amiche comprano le creme di bellezza alle cellule staminali di bambù. Vabbè: sono cento anni almeno che compriamo creme di bellezza con etichette fantasiose e abbiamo capito che la cosmetica ci fa innamorare e disamorare delle parole in tempi veloci. Ma le mie amiche sono contrarie agli Ogm, e allora perché pensano di inserire, tra le loro, cellule di bambù? E poi che cosa dovrebbero fare quelle staminali? Far crescere l’erba sulla faccia**?

Ci sono le parole che si usano soprattutto per i bimbi (officina, che sa di scienza in cui metti le mani, quasi un gioco), quelle che piacciono a chi si sente smart (gli avverbi in –mente, soprattutto se davvero di mente si parla). E ci sono quelle smart come smart.
Ci sono quelle per la politica. Partecipato, condiviso, dal basso, social. Siccome politica ci piace poco e sempre di meno, facciamo come per l’acqua, radioattiva sì ma naturale: poggio e buca. Non solo: possiamo mettere queste parole dietro ad altre, dall’agricoltura all’informatica, e chissà. Mi chiedo quanto manchi alla proposta di una radioattività partecipata oppure alla chimica organica dal basso. Le possibilità sono tante e lo sappiamo che la moda, gira e rigira, ogni vent’anni ci propone le zampe di elefante.
Ci sono le parole che tra gli scienziati significano che sei un figo: le parole in nano-, per dire, perché se fai ricerca nano- sei davvero al passo coi tempi.
Le stesse parole possono invece essere allo stadio del fumo negli occhi (cfr. staminali qualche anno fa) per gli amanti del naturale. E nano– è in cima alla lista, come il terribile nanoinquinamento che è legato alle scie (attenzione) chimiche. Già, perché se devi vendere una cosa ricordati che la biologia è buona mentre la chimica è cattiva. Almeno per ora.
Poi ci sono le parole che servono per vendere stupidaggini, non carote, creme o iniziative politiche (che magari sono davvero ottime carote, creme e iniziative politiche, al di là dello slogan). La parola ufficiale riferita alla scienza, per esempio, è sempre seguita da una panzana. Potete stare tranquilli. Semplicemente è il sistema per farvi credere che esista una scienza indipendente che sta dalla vostra parte, dalla parte della gente e non della kasta. Ma la scienza è una sola e sta da una parte sola: tutto il resto semplicemente non dovrebbe mettersi l’etichetta di scienza addosso.
Infine, con mio grande scorno ho appena scoperto che ci sono persone che si definiscono scienziato freelance. No, perché freelance è una parola a cui sono affezionata: la uso per definirmi, mi ci identifico. Ma uno scienziato freelance non mi torna. Certo, uno scienziato può lavorare per diversi istituti nel corso della sua vita, può cambiare settore di studi, oggi è abbastanza normale che non abbia un contratto a tempo indeterminato e che si sposti. Ma in ogni modo deve vivere nella comunità scientifica, confrontarsi con gli altri, scrivere e leggere ed essere riconosciuto con parametri propri della sua disciplina. Non sarà che stanno usando freelance come indipendente, che riferito a un mestiere tipo il mio tanto tanto può andare, ma riferito alla scienza un po’ meno? Non sarà che mi hanno appena rubato una parola? Anzi: non sarà che in un colpo me ne hanno rubate due?

 

* I miei nonni hanno sempre abitato in città e l’orto non ce lo hanno mai avuto: per come li ho visti io, hanno sempre fatto la spesa al supermercato. Se avete notizie dettagliate sui vostri nonni contadini e sui loro orti (come un tempo o di una volta), sono pronta a correggere.
** Omaggio al poeta.

Uno scienziato con zero pubblicazioni è come un gentiluomo livornese

Questo è un blog.
E non fa di me un’autorità in niente, un’esperta di niente, una scienziata di niente.
È un blog, cioè uno spazio in cui scrivo quello che mi pare quando mi pare.
Se io qui mi mettessi a scrivere le mie opinioni su un certo trattamento neurochirurgico o le mie idee su come rivoluzionare la terapia di alcune malattie rare, o peggio* sulla ricerca in fisica dell’atmosfera, su come trattare rifiuti o su come rieducare i bambini viziati, questo comunque non farebbe di me un’esperta, né tantomeno una neurochirurga, una genetista, una fisica dell’atmosfera, un’esperta in rifiuti o una pedagogista.
Eppure sono giorni, settimane, mesi, che come un’ossessione trovo interviste più o meno strombazzate a gente che ha un blog come me, a volte nemmeno, e la stessa mia autorità a parlare di questo e quello. Autorità che spesso è costruita sulla base del ranking di Google e del cosiddetto effetto San Matteo: più ti intervistano, più sarai intervistato, non serve nemmeno che tu ti sbatta a scrivere di domenica pomeriggio, saranno loro a telefonarti.
E quando fai notare al giornalista che l’esperto in questione non ha nemmeno una pubblicazione scientifica, diventi tu quello che getta discredito o che è legato a vecchi schemi o che non ha capito l’importanza della cosa.
Dev’essere uno dei regali del grillismo: il blog, la rete, la democrazia dal basso e uno vale uno, anche se uno è davvero un ricercatore e l’altro solo nei weekend di pioggia. Oppure può darsi che sia semplicemente l’umana propensione a credere autorevole quello che ci dice ciò che vogliamo sentirci dire, magari con qualche bella parola e qualche sonante accusa a un altro indefinito e lontano come una casta.

Il punto è che quando uno è scienziato (vale anche per le scienze morbide e molto morbide e per tutto quello che ha ambizione di avere un metodo che si chiami scientifico) per poter parlare deve avere almeno i seguenti requisiti:
1. una laurea in una disciplina sensatamente collegabile a quella di cui vogliamo parlare.
Qui se ne potrebbe discutere a lungo: in linea di massima ci sono lauree più versatili, come quelle in matematica, fisica o in filosofia, e lauree meno versatili, come quella in geologia o in psicologia. Ci sono brillantissimi esempi di fisici prestati alla biologia o alle neuroscienze o alle scienze della terra. Adesso non mi vengono in mente esempi contrari, ci penserò. Ma per capire il perché dei possibili sincretismi si passi al punto 2.
2. un’attività scientifica con tutti i crismi, riconosciuta dalla comunità nel tempo.
Ora: anche gli scienziati sono uomini ed è ovviamente possibile che si inciampi in quello che sta sulle balle° a tutti per ragioni varie, ma resta un bravo ricercatore. In linea di massima, però, proprio per la natura collettiva dell’impresa scientifica se uno è bravo si sa. E se uno è una scarpa o un furfante si sa. Se uno si definisce qualcosologo è abbastanza importante che gli altri qualcosologi lo sappiano. Se gli altri qualcosologi non sanno nemmeno che esiste, è molto probabile che quello sia esperto di qualcosologia quanto lo sono io.
3. un numero ragionevole di pubblicazioni scientifiche.
Che cos’è ragionevole? Dipende dalla disciplina, dal settore e dall’età del ricercatore.
Lo so, non è sempre vero che chi ha tante pubblicazioni è tanto bravo, perché conosco brave mogli i cui bravi mariti regalano firme su firme sugli articoli di ricerca senza che questo le renda anche brave scienziate**. So anche che il numero di citazioni degli articoli non è necessariamente indice di successo, perché potrebbero anche citarti come a dire guardate quante cazzate ha scritto questo qui e l’indice di citazioni si impenna.
Ma state certi che se uno ha zero pubblicazioni non è uno scienziato autorevole. A volte ho difficoltà a definirlo anche solo scienziato***. Voglio dire: sicuri che basti una laurea scientifica per diventare scienziato? Uno che ha il diploma di cucina ma apre scatolette è un cuoco?
Io sono medico e iscritta all’ordine dei medici, ma se cercate sui motori di ricerca trovate un solo articolo (due, se il motore è generoso): vi prego, non venitemi a cercare come esperta di sanità.

Eppure ho visto gente intervistata come esperto che di pubblicazioni ne aveva zero, ma zero zero. Gente che probabilmente dopo la laurea si è messa a fare altro (come me) o ha campicchiato in un modo diverso dal campicchiare previsto dalla gavetta dello scienziato.
Per carità, magari si tratta di persone intelligenti e colte e magari hanno fatto una bella riflessione, ma lì se non sono loro ad avvertirci (guarda, io non sono proprio un esperto di questa roba anche se dieci anni fa ci ho fatto la tesina per la laurea triennale), e se magari sono proprio loro a cercarci (personalmente o con un bel libro, una bella intervista a un collega, un bello spazio pubblico arrivato chissà come, o con un gran bel blog con le lucine), potrebbero essere i giornalisti a evitarli. E a capire che una bella riflessione fatta da un signor chiunque è davvero una gran bella cosa. Ma deve restare solo sul suo blog.

*dico peggio perché in fondo una laurea in medicina ce l’ho. Di fisica dell’atmosfera, rifiuti e bambini viziati non so proprio niente.
** prima che mi accusiate di maschilismo, sappiate che è solo un esempio che non esclude la possibilità contraria.
*** il titolo si riferisce a un simpatico modo di dire pisano riferito all’impossibilità del verificarsi di due eventi nello stesso momento. Non me ne vogliano gli amici livornesi, oppure si consolino pensando che lo si trova scritto persino nel Borzacchini universale.
° questa l’ho dovuta cambiare oggi (lunedì) perché avevo scritto una parolaccia e la mia mamma mi ha rimproverato. Perché su un blog puoi scrivere quello che ti pare fino a che non interviene la mamma.