Tipi umani da giornalista scientifica / 10: lo Scienziato Segnalatore

Un attimo di distrazione, una giornata di sole, una punta di ottimismo, una notte serena di sonno ininterrotto. E d’un tratto mi trovo a sognare di fare un mestiere normale in un’Italia normale. Normale, è tutto normale Silvia, sta’ tranquilla.
Poi per fortuna arriva lui: lo Scienziato Segnalatore.
Pronto a ricordarmi lo sfascio del mio paese e dei miei mulini a vento. Pronto a inviarmi un link a youtube o a repubblica.it (la statistica è impietosa), o a raccontarmi che cosa è passato ieri sera al Tg. Pronto a darmi la sveglia e a farmi la domanda delle domande: com’è che tu ti fai un mazzo così e intanto il grande quotidiano e la grande rete televisiva dicono così grandi cazzate? Cioè: ma questi tuoi colleghi hanno fatto scienza alle elementari?!
Risposta tra me e me: se lo sapessi davvero avrei già cambiato mestiere e paese. E poi io sono vittima di questa roba: non puoi chiedermi di fare la vendicatrice mascherata, gratis, e col solito rischio del sansebastianismo di cui, si sa, io morrò ma lieta in core.
Risposta ad alta voce: vedi… il problema è complesso… da una parte c’è una questione di tradizioni giornalistiche per cui in Italia… dall’altra c’è il mercato, che è completamente saltato per cui se paghi sempre meno non è che la qualità di quello che leggi… e comunque…

Rumore di unghie sullo specchio.
Seguito a parlare:
1. non è un problema solo italiano, sai. Vedi la storia di Le Nouvel Observateur e gli Ogm velenosi, eh: quella era università francese e stampa francese! Oppure la panzana delle amanti di Georges Simenon: oh, quello era un giornale svizzero!
La mia memoria è piena di aneddoti così. Posso citare Einstein (giornali americani e inglesi, roba che scotta!), l’autismo (addirittura riviste scientifiche!) e una lunga serie di panzane uscite all’estero.
Obiettivo: stordire l’interlocutore.
Proseguo:
2. anche la questione di mercato: un modello di business per l’informazione web non c’è praticamente da nessuna parte e questo ha cambiato le cose in tutto il nostro settore e in tutto il mondo. Ma dappertutto, eh: per esempio ho un collega brasiliano…
Il collega brasiliano esiste davvero: come è successo a colleghi italiani, è stato licenziato da un giornale in ristrutturazione e adesso fa il freelance senza averlo mai scelto. Intanto il giornale vivacchia con la metà dei giornalisti che aveva prima. Chissà che fine faranno, e che fine faremo. Ma che c’entra?
Vado avanti, sempre meno convincente:
3. comunque dobbiamo capire anche che in fondo non è un errore così grave: l’unità di misura è sbagliata, è vero, la malattia di cui parla ha un nome diverso, giusto, la foto è presa da un sito che parla di tutt’altro, corretto, il titolo dice l’esatto contrario… ma in fondo… Cioè: i problemi della scienza in Italia sono ben più gravi…
Intanto anch’io mi gratto l’orticaria.
Checcazzo: ai miei studenti correggo anche gli accenti acuti e quelli gravi. Qui leggo su un quotidiano nazionale da decine di migliaia di click a pagina una roba che nemmeno in quarta elementare. Mi affido al benaltrismo (Dio che brutta parola) e ci do di cerchiobottismo (terribile, davvero).
Ma ho bisogno di mettere a posto le cose: o meglio, di fissare un po’ di punti generici e di defilarmi con il solito la questione è assai complessa.
Quindi passo alla più confusa delle mie argomentazioni. Quella che è vera, eh, ma qui non c’entra proprio niente. È un’argomentazione ad incasinandum, serve a confondere le acque, è la strategia della seppia.
E dice così:
4. del resto anche voi scienziati… cioè non è che potete pensare di instaurare un buon dialogo con la società se non scendete dal vostro pero e non provate a discutere, a farvi meno presuntuosi, ad ammettere l’esistenza di altre forme di conoscenza delle cose, se non provate a usare altri lessici e soprattutto se non cominciate a riconoscere la nostra professionalità di comunicatori della scienza, almeno voi, accidenti, e non solo quando si tratta di segnalare gli errori dei nostri colleghi. E poi tanti di questi errori nascono dai vostri, i vostri, colleghi, quelli che hanno interessi personali meschini e pensano di usare i giornalisti a loro beneficio: non è che la comunità scientifica sia fatta solo di stinchi di santo, vedi gli altri tipi umani da giornalista scientifica nel menù a tendina qui accanto…
Che è anche una cosa vera, su cui la mia comunità spesso si trova a dover discutere seriamente.
Ma ieri sera al telegiornale hanno confuso due malattie diverse e intervistato un famoso ciarlatano, mentre sul prestigioso quotidiano è ricomparsa la fantasiosa automobile che sfida le aziende petrolifere e soprattutto la termodinamica.
Ha ragione lui: è inaccettabile che succeda. Dai. Non cambierà la temperie scientifica di questo paese, ma è cialtrone. E verso i cialtroni non si deve avere nessuna pietà.

Accidenti, Scienziato Segnalatore.
Io faccio un bel mestiere, ma ci avviluppiamo sempre sulle solite domande.
Tipo ci sono quelli che dicono che per fare il giornalista scientifico è bene avere una laurea scientifica (ma Romeo Bassoli non si era mai laureato, e comunque aveva studiato lettere), quelli che dicono che per parlare di scienza non importa sapere la scienza (e intendono: la tabellina del dieci, la logica minima, la differenza tra una causa e un effetto o tra un esperimento e una teoria, mica parlano delle basi della meccanica quantistica o della genetica molecolare). Quelli che dicono che gli scienziati dovrebbero stare al loro posto e quelli che dicono che benvengano gli scienziati. Quelli che generalizzano: gli scienziati non sanno comunicare! E quelli che difendono il campo: ognuno faccia il suo mestiere e poi la comunicazione non si improvvisa!
Per me, molto più semplicemente, se uno fa il giornalista deve seguire un kit di regole di base che valgono per qualsiasi cosa stia affrontando. La verifica delle fonti, per esempio, la verifica di quello che si sta scrivendo, un paio di telefonate di sicurezza, la gestione corretta delle parole, l’onestà, la domanda in più, l’umiltà di studiarsi un po’ la cosa. La responsabilità.
Lo ammetto: anche a me è capitato e capita di scrivere di cose di cui non so niente. Per questo tengo in tasca il kit di cui sopra, e spero che mi basti. Quantomeno, cerco di evitare di fare figuracce.
Perché la mia paura peggiore sei proprio tu, Scienziato Segnalatore. E la tua prossima mail a uno qualunque dei miei colleghi. Quella che un giorno a venire conterrà il seguente testo: hai visto che cosa ha scritto la Bencivelli?! Ma è possibile che in questo paese escano articoli come quello?

* A scanso di equivoci: questo è l’unico tipo umano di cui parlo bene. Non sono diventata improvvisamente buona: è che davvero questo tipo di scienziato mi piace. Se poi oltre a scrivere a me scrivesse ai direttori dei giornali, direi che è quasi la nostra salvezza nella catastrofe.

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4 pensieri su “Tipi umani da giornalista scientifica / 10: lo Scienziato Segnalatore

  1. Verissimo. Anch’io faccio spesso il segnalatore (quindi grazie) e più spesso subisco. A noi (segnalatori o non) ci chiedono poi conto dello scoop/bufala e non è facile rispondere. Diversamente da un giornalista scientifico, noi ricercatori a) non sappiamo esprimerci bene; b) non siamo considerati obiettivi, quindi non siamo credibili.
    Guarda quest’ultimo esempio (scaffale Terremoti) del 2 gennaio:
    1) rivista scientifica (Seism. Res. Letters) titola: Prevalence of Earthquake Lights Associated with Rift Environments
    2) Nature riporta: Earthquake lights linked to rift zones (già salta la Prevalence)
    3) Repubblica Scienza (chettelodicaffa’) titola a grandi caratteri: Svelato il mistero delle luci prima dei terremoti (con tanto di foto di una bella aurora boreale, tanto per), con richiamo al noto (?) fatto che da 9 mesi (!) prima del terremoto dell’Aquila si vedessero le suddette luci.
    Appunto.

  2. Cara Silvia (posso? non ci conosciamo, vabbe’, mi perdoni), hai ragione. Sia sul “anche voi scienziati”, sia sullo scrivere ai direttori dei giornaloni. Noi (alcuni di noi) ai direttori dei giornaloni scriviamo e a volte capita anche pubblichino (beh, se sei un notissimo professore/presidente di ente di ricerca/rettore di grande università, ecc. ecc. aiuta), il problema è che il clamore (il rumore, in senso tecnico) provocato dai ciarlatani è assai superiore. E forse, alle orecchie abbastanza diseducate del pubblico (vogliamo dirlo che la cultura scientifica e non nel nostro Paese è IL problema?), anche più piacevole.

    Sul mestiere di comunicatore della scienza, hai ragione, forse non serve né la laurea scientifica (ma Romeo aveva 30 anni di giornalismo scientifico o forse più nella sporta), né è sbagliato che ci si dedichi uno scienziato (ma allora lo deve fare come si deve, vedere alla voce Leopoldo Bennacchio).

  3. Io da aspirante scienziata ho smesso di rodermi il fegato, un po’ perché ho capito anch’io che tutto il mondo è paese, un po’ perché di qua e di là, di su e di giù, si leggono strafalcioni che neanche alle elementari… ma che dico, neanche col buonsenso! Tipo Feltri che pensa che negli USA e in Canada siano a -50°C e che siccome suo cugino a Canicattì ha la stufa accesa a settembre allora il riscaldamento globale è tutto un complotto dei comunisti. Repubblica e altri ventordici giornali annunciano che su Titano c’è la plastica, non mi ricordo quale testata aveva scambiato Luigi Berlinguer con Enrico Berlinguer e gli aveva fatto gli auguri di buon compleanno, Pippo Baudo parla alla c***o delle Fosse Ardeatine, al tg invece di Milosevic sparano un “presidente Milutinovic”, ma ricordo anche i candidati alle primarie del PD che si rivolsero in diretta tv a Marchionne chiamandolo “ingegnere”.
    Forse tanto vale riderci su e nel caso stare più attenti quando si va in edicola a comprare il giornale, chissà magari col tempo le persone si stuferanno di spendere soldi in patacche.

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