Archivio mensile:settembre 2013

“Parla di scie chimiche su un grande quotidiano e vedi quello che succede”: qualche statistica buttata lì

Come ormai sanno un po’ tutti, la settimana passata è stata per me una settimana campale. Sono stata al centro di un grande esperimento sociale dal nome parla di scie chimiche su un grande quotidiano e vedi quello che succede, esperimento che oggi può essere analizzato sotto diversi aspetti e che ha dato alcuni risultati curiosi.

Riepilogo per chi leggerà questo post tra qualche settimana o per chi si è connesso oggi da Nibiru.
Lunedi 16 settembre lastampa.it ha pubblicato un mio articolo sulla cosiddetta teoria del complotto sulle scie chimiche, antica e famosa bufala per cui ci sarebbe un complotto globale per lo sterminio dell’umanità attraverso la dispersione di scie velenose nel gas di scarico degli aerei. L’articolo nasceva da un’intuizione di Roberto Giovannini, con cui collaboro per l’inserto Tuttogreen, e ha comportato un po’ di ricerche niente male, di quelle belle di quando fai il tuo lavoro con soddisfazione. L’intuizione era giusta, e oggi quell’articolo ha più di ventimila condivisioni su Facebook dal sito del giornale (il ché non so esattamente che cosa significhi, ma presumo che le letture semplici siano state molte molte di più).
Ne è seguita una gragnuola di mail di insulti, anche pesanti, da parte di fan delle scie chimiche offesissimi perché il mio articolo smontava la loro idea. Ora: non è che il mio articolo dicesse niente di molto nuovo e originale, però era pubblicato su un quotidiano nazionale (martedi è andato su carta, ma lunedi pomeriggio era già in homepage del sito e si guadagnava click su click) e quindi forse era pericoloso per la sua visibilità e (chissà) autorevolezza.
Sulla gragnuola di insulti ho scritto un secondo articolo, andato online e su carta sabato 21: su carta il mio pezzo era accompagnato da un editoriale di Eugenia Tognotti, storica della medicina all’università di Sassari ed editorialista raffinata. Così anche Eugenia Tognotti è stata vittima della seconda ondata di offese, che hanno trovato su Facebook il loro canale principale.
Ovviamente, i fan delle scie chimiche (da adesso sciachimisti) mi hanno subito bannato dalle loro pagine, così ho avuto notizie di seconda mano e fotografie delle schermate di certe bacheche in cui si parlava di me (e della incolpevole Tognotti) grazie allo zelo di alcuni che si sono messi prontamente dalla mia parte.
Le mail che mi sono arrivate le ho collezionate meticolosamente. Di seguito, un’analisi dei loro mittenti e del loro contenuto.

1. Il primo articolo mi ha fruttato trenta mail di insulti e qualche (onestamente poche) minaccia, tutte da parte di estranei.
Gli insulti erano anche pesanti, ma mai come quelli delle fotografie di cui sopra (quelli nelle bacheche Fb a cui non avevo accesso) dove il più significativo è stato puttanella da quattro soldi. In privato ho ricevuto un ammazzati (icastico), un idiota (pungente) e un po’ di auguri di malamorte. Un raffinato gioco di parole tra cultura e culo. Qualche cosa tipo insulto o vergogna per il genere (?) umano e cose così. Tanti mi hanno dato della venduta (ai cattivoni del complotto globale, si intende), ma sull’entità di questa corruttela non c’è stato accordo, visto che si andava con quello che ti danno una famiglia ci campa un mese a ti ci potrai pagare al massimo una cena in trattoria.
La minaccia migliore è stata quelli come te fanno una brutta fine, che mi ha fatto provare per un attimo il (per me) inconsueto brivido del giornalista pericoloso: io che tratto di scienza, in genere, vengo minacciata di querela dai cialtroni della … (omissis) o delle … (omissis) ma non mi ero mai sentita davvero in prima linea come i coraggiosi che scrivono di mafia o di finanza corrotta. Ci volevano le scie chimiche.
Tanti mi hanno scritto sotto pseudonimo. Per questo è difficile dire con esattezza quante fossero le femmine, ma una stima che mi pare ragionevole dice tre: tre femmine e ventisette – ventotto maschi (il calcolo non è ovvio perché non posso escludere che qualcuno mi abbia scritto due volte. Non sono così ossessiva da portare a fondo questo confronto). Quasi tutti maschi, quindi.
Un’ultima considerazione che mi pare interessante è questa: mi hanno scritto quasi tutti privatamente usando Facebook. Su Twitter, tanti retweet frettolosi ma simpatici e pochi pochi critici. Mentre le mail su Gmail sono state poche unità, e generalmente si è trattato di mail più civili e quasi ragionevoli: nessun vero insulto. Tanto che a una ho risposto, per pentirmene un attimo dopo quando mi sono arrivate valangate di contromail dallo stesso mittente con sempre le solite quattro prove e la solita pletora di punti esclamativi. Il mio sito internet non ha fatto il boom di contatti che ci si potrebbe aspettare dopo ventimila condivisioni su Fb, anzi: il profilo degli accessi è rimasto praticamente il solito. C’è stato chi ci è andato per prendere le mie foto (pubbliche: le metto qui apposta) e le ha montate in fotomontaggi grotteschi, ma si tratta di poca roba. In conclusione: gli sciachimisti della prima ora, quasi tutti maschi, mi hanno cercato su Facebook e non su Google, dove avrebbero potuto trovare la mia mail privata in tre rapidi passaggi.

2. Con il secondo articolo le cose sono andate in maniera decisamente più complessa. Per cominciare, è necessario dire che ho ricevuto un sacco di mail di sostegno: al momento sono 52 su Fb (di cui 49 da parte di maschi) e 22 su Gmail (di cui 20 da parte di maschi). Non sto contando parenti e amici in carne e ossa: quelli me li tengo per me.
Prima considerazione: bello, grazie a tutti, mi ha davvero risollevato l’umore e dato forza. Davvero, eh. Chissà se sono riuscita a rispondere a tutti.
Seconda: tanti maschi, ma forse perché nell’articolo dicevo di essere stata insultata in quanto donna e di aver ricevuto il solito, classico, epiteto di puttana. Mi piace pensare che ci siano maschi che si sentono offesi da questi comportamenti di alcuni loro simili e che cercano di scusarsi a nome della categoria. Uno, pubblicamente, me lo ha scritto: da uomo a donna imbarazzo per i soliti insulti sessisti e sessualizzati là dove la sessualità non c’entra nulla. Poi certo, a leggerla tutta si vede anche che è una questione che comunque scalda più i maschi delle femmine.
Tra le mail di sostegno, quella di uno che due ore dopo si sarebbe sposato e che era comprensibilmente frettoloso, ma anche bello allegro. Quella di uno che mi ha mandato un proverbio galiziano divertente. Quella di un ragazzo figlio di genitori stranieri, che mi diceva di capirmi benissimo perché di insulti lui ne ha ricevuti a tonnellate (e chissà se io capisco lui).
Terza considerazione: sono aumentati i contatti sul sito (di almeno 250 unità, direi a occhio) e le mail su Gmail. Tra chi mi ha mandato mail di solidarietà, la ricerca su Google va forte: mi piace pensare (e ho alcune prove) che molti di loro prima di mandarmi la solidarietà abbiano almeno voluto cercare di capire chi sono.
Ho continuato a ricevere mail negative, ma (sopresa) si sono fatte educate. Non sono mancate le mail tipo questa (che ho tagliato): sei solo una scema in cerca di fama. aggiungerei, infame (famainfame: audace calembour). Ma sono finalmente diventate minoranza. Sono arrivate tredici mail su Facebook di tono più normale (insomma) tutte, tutte, scritte da maschi. Un terzo di loro ha scritto sotto pseudonimo.
In cinque mi hanno scritto su Gmail: come sopra, le mail su Gmail hanno avuto un tono più cordiale, in media. Quasi tutti (non tutti) mi hanno mandato mail molto lunghe con le solite prove del complotto globale e qualcuno mi ha persino aggiunto la sua elegante solidarietà per gli insulti che ho ricevuto da altri.
Su Twitter abbiamo continuato a ridere e a scherzare e solo due tweet si sono mostrati critici (ma, essendo tweet pubblici, non offensivi).
Su Fb pubblico (sopra ho parlato delle mail che ho ricevuto via Fb, qui intendo bacheche varie) è stato creato un gruppo che è durato poche ore intitolato a me giornalaia, con insulti generici anche alla povera Tognotti. Ho poi ricevuto le solite foto di gente scatenata che continua a prendersela con me in pubblico, ma senza darmi l’accesso (è un pubblico meno uno, io) però anche tante, tante, testimonianze affettuose da parte di gente che non conosco che ha preso a passarsi la voce e a difendermi chiamandomi la Silvia. Infine, mi sono arrivate decine su decine di richieste di amicizia che, per prudenza, ho concesso solo a chi si è presentato va mail o attraverso commenti sensati ed educati sulla mia pagina Fb.

Non continuerò con questa contabilità, non sarò in grado di leggere tutto e di rispondere a tutti. Vi dico solo che mentre scrivevo questo post mi sono arrivate quattro mail via Fb (zero via Gmail e zero interazioni Twitter, ma io Twitter in effetti lo uso meno). Una da parte di un amico in carne e ossa (ma abbiamo detto che questi non contano: ne sono molto gelosa), due da parte di sciachimiste donna (attenzione) una delle quali molto competente in materia e molto seria e cortese, e una mail di un maschio che dice solo solidarietà. E mentre scrivevo questo periodo mi è arrivato altro.
L’esperimento sociale continuerà e la settimana campale ha l’aria di voler durare a lungo.
Ma io vi devo salutare: stasera ho una cena coi rettiliani e devo ancora finire un lavoro (terreno, niente di aereo o volante) che ho da giorni lasciato a metà.

(fotomontaggi venuti bene)

Dammi un microfono e un po’ di staminali: la mail di un collega su Stamina e la speranza

Un paio di giorni fa un amico, girando per radio locali durante un viaggio in macchina, sente una trasmissione sul caso Stamina. Stranito, mi chiama e mi fa ehi, ho sentito tutto un peana su Stamina, su quei cattivoni del ministero che vogliono bloccare la somministrazione delle terapie ai bambini malati e così via. Che dici: scriviamo alla redazione? È la radio a cui collabora un nostro comune amico, ed era proprio il giorno in cui anch’io, alla radio, avevo dovuto occupamri di Stamina. Ho l’indirizzo mail dell’amico e della redazione: prendo e gli scrivo.
È un amico (quello della radio, intendo): con parole che qui pubblicamente non posso scrivere, lo avverto che sulla vicenda c’è (quantomeno) da andare cauti.
Lui non c’entra, dice, o c’entra poco. Ma mi chiede se ci sia del materiale sul tema, da girare ai colleghi che probabilmente non sono tanto informati.
Materiale?! In rete si trovano articoli su articoli molto dettagliati, di tutti i gusti: da quelli a contenuto più scientifico a quelli più riflessivi, alle cronache, ai documenti ufficiali, più blog di grandi giornalisti scientifici, forum a cui partecipano grandi scienziati, podcast e così via. Da perdercisi. E non solo in italiano (1, 2, 3 qui ce n’è un pacco, 4, 5, 6, 7, 8 …). Ci sono tante analisi della vicenda, e un’estrema sintesi posso fartela anch’io, in due righe: trattasi di terapia senza basi scientifiche, che nessuno ha potuto analizzare per esplicita volontà di chi la vende, e che rischia di modificare le nostre regole sulle terapie avanzate, aprendo l’Italia a un commercio incontrollato in cui qualunque truffatore può arrivare a vendere robaccia. Trattasi anche di storia in cui a pagare per la presunta terapia si chiede che sia lo Stato. E questo, in tempi di crisi e di default dietro l’angolo, dovrebbe farci saltare tutti sulla sedia.

L’amico collega capisce, intuisce, ma non c’entra molto: intanto sollecita quelli della redazione giusta e la loro risposta (che qui riporto testualmente) è esemplare (il corsivo è mio):
Purtroppo su questo come su tanti altri temi si formano le fazioni (i pro e i contro) e questo fa perdere tempo:
noi non sappiamo chi ha ragione
ma loro (i malati) chiedono semplicemente la libertà di curarsi come vogliono.
Perché negare questa speranza di fronte a nessuna alternativa?”.
Eccoli. In due righe, hanno riassunto la confusione e la protervia di chi, oggi, pensa che occuparsi di temi di sanità pubblica sia come occuparsi di tanti altri temi, nei quali (purtroppo, ma purtroppo per chi?) ci si divide in due fazioni di pari dignità. E allora, siccome sono due fazioni di pari dignità tra cui il povero giornalista non sa capire chi abbia ragione (il congiuntivo è mio), si sceglie artatamente di confondere le acque parlando di sentimenti e di libertà.
Credo che per di più ci sia la buona fede, la sincera convinzione di fare del bene ai malati, sebbene sicuramente mescolata all’idea di trattare un tema che acchiappa e che fa contento il pubblico (idea su cui si fonda un bel po’ del giornalismo nostrano).
Ma credo anche che la buona fede non possa giustificare tanta superifcialità, che ai malati sicuramente non fa del bene e che comunque danneggia la nostra intera collettività.

Allora, di corsa, col telefonino, rispondo (solo al mio amico) così:
“Sarò una vecchia statalista, ma credo che non su ogni cosa esistano due posizioni contrapposte con pari dignità. E che, nel dubbio tra due fazioni, la cosa migliore da fare, soprattutto da professionisti dell’informazione, sia di chiedere pareri alle persone più competenti e disinteressate in materia.
Poi, proprio perché sono una vecchia statalista, penso che la libertà di curarsi non possa essere garantita a spese dello Stato: se credi che il tuo malessere autunnale sia curabile con il dente di pitone, prego, fa’ pure. Ma non pretendere che sia lo Stato a pagartelo. Tanto più che il nostro Ssn è sull’orlo del collasso, non ci sono soldi per i malati oncologici, per cui sono necessari criteri di spesa stringenti. Uno, il primo, dovrebbe essere “sapere che cosa si sta somministrando e perché”. Se questo ti pare cinico (perché dovrebbe? Ma vabbè) pensala così: daresti a tua figlia un intruglio che nessuna autorità pubblica abbia almeno analizzato? Le faresti fare da cavia? E lo daresti sulla base di quello che tu e tua moglie avete letto sul sito internet di uno che non ha manco una laurea in medicina, che è indagato da Guariniello per truffa, e che magari vi chiede 40k €? Forse sì, ma non vi sembrerebbe giusto che allora qualcuno vi aiutasse a capire se state davvero facendo la cosa migliore per lei?
Io, che un po’ di biologia la so, vi posso assicurare che questo commercio è pericoloso. E vi dico anche che inseguendo Stamina oggi, in questa maniera acritica, corriamo il rischio di cambiare le leggi di controllo sulle presunte terapie a base di staminali aprendo il mercato a truffatori dalla faccia presentabile e a chissà chi altro. Cerchiamo, noi che lavoriamo nell’informazione, di non renderci corresponsabili di questo pasticcio.
Ah: non mi paga Big Pharma. Non mi paga nessuno. Baci, Silvia”.
Secondo voi ha funzionato?

Il mio amico ha riletto questo post prima di pubblicarlo. Non è mia intenzione offendere nessuno, solo raccontare come funzionano queste cose viste dal di dentro. E viste con l’occhio di una che è costretta a pensarci parecchio, e talvolta a confrontarsi con colleghi molto lontani dalla cultura scientifica ma molto, troppo, vicini a un microfono.