Archivio mensile:giugno 2012

Una vita da free lance: la domanda che i giovani colleghi non ti fanno

Cari studenti del Master in Comunicazione della Scienza della Sissa di Trieste (master da cui sono passata anch’io, dieci anni fa), sabato sono stata da voi per una lezione su me-e-quelli-come-me, cioè su che cosa fa e come sopravvive un free lance. Otto ore otto per raccontare cosa mette in tavola una sbandata velleitaria ogni giorno, sapendo che quella sbandata velleitaria sono io. Cioè: se avessi fatto il pediatra vi sarebbe bastato che dicessi faccio il pediatra e avreste capito subito. Le altre sette ore e cinquantanove minuti le avremmo passate al bar. E invece. Però era giusto provarci. Del resto, ho sempre pensato che a me sarebbe piaciuto che dieci anni fa lo raccontassero, mi sarebbe stato tutto molto più facile: si impara, per carità, ma certi abissi di irrequietezza elevati a vette di professionalità all’inizio spaventano un po’. Poi ci si fa il callo e si finisce per viverci in mezzo senza nessun senso di vertigine.

E’ stato bello vedervi alle prese con la scrittura di una fattura: ci sbatterete la testa altre mille volte (ve lo auguro) e altre mille volte vi dimenticherete l’allegato, la rivalsa Inps, l’Iban e così via. Poi diventerà routine. Anche tutte quelle mail a cui vi ho fatto rispondere: bravi per aver tenuto il punto, per aver capito che il nostro lavoro va difeso e che dobbiamo essere orgogliosi di vivere di parole e di idee.
Poi ci sono state le vostre domande. La mia preferita è stata: ma come si comincia? Che mi ha obbligato a non nascondermi dietro al solito dito: si comincia, e a volte si prosegue, con una collaborazione importante, più grossa delle altre, che sia da volano e che garantisca quelle due lire necessarie per campare al minimo. A essere onesti, temo che questo valga soprattutto per voi, che vi state affacciando al libero mercato dell’informazione nel momento peggiore della sua storia. Negli anni ho visto ridurre i compensi a parità di prestazione, per cui quello che tempo fa poteva garantirvi X euro, adesso ve ne porta in tasca X/2. E se X/2 non bastano bisogna lavorare il doppio. Per voi sarà più difficile di quanto non sia stato per noi che abbiamo otto o dieci anni di più, temo.

Però c’è una domanda che non mi avete fatto e che io invece mi faccio spesso. Che è: ma quanto si tira avanti così?
Forse è normale chiederselo solo un po’ di anni dopo aver cominciato, non all’inizio quando si è preda di paure ed entusiasmi.
Quanto si tira avanti: perché di questi introiti piccoli e sporadici, da recuperare a prezzo di grande fatica, insieme a lavori così frammentari e frenetici, e alle tante rotture di balle che questo lavoro si porta dietro, prima o poi potrei stufarmi.
Allora ho girato la domanda a una collega di otto o dieci anni più grande di me. Io potevo dire a voi come si comincia, lei potrà dire a me come si va avanti, ho pensato.
La sua risposta è stata più o meno questa: me lo chiedo anch’io, non ho mai smesso di chiedermelo. Consolante. Chissà tra otto anni che cosa risponderò io: forse la stessa cosa.
Intanto lei si è messa a fare anche la giovane ricercatrice, più altre mille cose, scrive, tiene corsi, e fa la free lance: mi sono sentita una cretina perché otto o dieci anni fa (ancora otto o dieci anni?! ciclicità casuali?! ndr) una mia amica mi propose di entrare in società con lei per mettere su una ditta di catering. Dissi di no per continuare a fare la giornalista. Adesso quando ricevo certe telefonate penso che potrei essere in cucina a preparare dei gran cous cous…
Ho deciso che aspetto di beccare un collega sedici o vent’anni più anziano di me e di fargli la stessa domanda. Quanto si dura così? Qualcuno dovrà pur avere una risposta.
Sono al computer da ore, ho caldo, sto facendo dieci cose insieme, e mi smazzo alcune telefonate e mail niente male. Ma ora quasi quasi mi metto a cercare la ricetta del cous cous…

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La porno addetta stampa e la scoperta dell’acqua calda: a chi servono certe non-notizie?

C’è una mia collega che è come la Croce Rossa. Parlarne male è così facile, che quasi quasi mi viene voglia di difenderla.
Insomma: è finita a fare quello che fa, con un posto di lavoro che ci sarebbe la fila (se si facessero concorsi, intendo), perché è stata raccomandata.
La sua difesa non è brillantissima. Dice: chi è che in Italia non è raccomandato? (Io, per esempio. Le uniche raccomandazioni che ho intercettato nella mia vita sono state quelle sul non prendere freddo e sul non fare cazzate, ndr). Persino gli scienziati lo sono, dice lei (beh, mica sempre. Intendo: conosco gente che si è fatta raccomandare per un posto di dottorato a quattro lire in un dipartimento universitario di nullafacenti in stile incubo-della-Gelmini. Credo che siano eccezioni, però, ndr).
Ma non è finita qua.
Lo sanno tutti da anni e lei non lo hai mai nascosto: la mia collega ha un passato di attrice e si è dedicata con profitto anche al porno soft. Qui ce la voglio a dire: chi è che in Italia non si è mai dedicato al porno soft?! E infatti si limita a rispondere: embè?! E io penso che abbia ragione. Io in passato ho giocato a calcetto, una volta mi sono rapata a zero e giro video demenziali con la gnoma production: embè?! Che c’entra con quello che faccio di lavoro?
Solo che, in questo clima di caccia alle streghe e in quest’epoca di processi al bunga-bunga, il combinato disposto di raccomandazione e porno soft forse fa un po’ più effetto del normale. Di sicuro più del calcetto.
Così oggi, dopo l’uscita dell’articolo di cui sopra (lo rilinko, via), articolo non particolarmente originale, la mia bacheca facebook si è scatenata.
Ed è per questo che quasi quasi mi è venuta voglia di difenderla. E’ stato un attimo.

Prima di oggi, nel mio ambiente ci si divideva su queste tre linee:
1. rovina la reputazione di chi fa il nostro mestiere. Ma insomma: noi ci facciamo un mazzo così per far passare l’idea della serietà nella comunicazione della scienza in Italia e poi ci vediamo scavalcati da una incompetente raccomandata, spiaggiatasi lì, in un posto nevralgico per il paese, dove toglie il lavoro a qualcuno di noi e soprattutto rende ridicoli i nostri sforzi: pensa a chi si trova davanti una ex pornostar (esagerati, ndr) se deve fare un’intervista sul terremoto!
2. va bene, va bene. Però basta parlarne male per via dei filmini osé. Se fosse un uomo?! Eh?! Quanti raccomandati ci sono tra gli uomini? Così si avvalora l’idea che una giovane e discreta che fa una carriera strabiliante deve averla per forza data via bene. Se fosse un uomo direste soltanto che è un incompetente.
3. che poi, incompetente. Quando la chiamo per cercare un numero di telefono me lo dà sempre al volo. Certo, i suoi comunicati… E certo, la comunicazione normale (quella al di fuori delle condizioni di emergenza)… Però conosco uffici stampa molto peggiori.
Insomma: vi ci voglio voi a fare un film porno, vi ci voglio.

Oggi, però, la pubblicazione di quell’articolo e dei seguenti ha reso la storia dell’addetta stampa pornosoft pubblica anche a chi non la conosceva.
Leggo i post dei miei amici facebook che non hanno a che fare con la scienza:
Certo se la nostra sicurezza sismica è affidata a gente simile (un laureato in scienze motore e una laureata in “scienze” … vabe qui mi fermo) non mi stupirei se la crosta terrestre andasse in frantumi 😀
E anche (questo è stato scritto proprio di fretta, eh):
…l’attrice nell classe dei precari…ed il prof di ginnastica che fa??…peccato che non sia un FILM col mitico Lino Banfi, Alvaro Vitali & CO…
Abitanti delle zone a rischio sismico…incorciate le dita…grattatevi i cabazizi…perchè se sperate in questa gente state freschi….
Allora mi è venuto da chiedermi: ma sarà vero che i precari dell’Ingv si sono divertiti a fare uscire, proprio oggi, questa notizia trita e ritrita per far finire la loro capo ufficio stampa nella lista dei cattivi? I precari?! Perché? E sarà vero che proprio oggi i giornalisti non-scientifici hanno appena scoperto il passato pornosoft della mia collega?
Se qualcuno avesse delle risposte, può farmele avere?
Ma soprattutto: a chi conviene fare tutto questo cancan sulla sismologia italiana con i terremotati dell’Emilia ancora lì a tirar su mattoni?
E’ possibile che per fare un po’ di scalpore pruriginoso si tiri fuori anche questa, coi rischi che comporta per l’immaginario dell’italiano medio pronto a trovare il complotto dietro a ogni sasso? E il genio inascoltato, e il professore isolato dalla comunità scientifica, e gli alieni, le trivellazioni, il prof. di ginnastica e ora persino le luci rosse: adesso vi ci voglio voi a far capire che è proprio vero che i terremoti non si possono prevedere.
Chi ve l’ha detto? Sonia Topazio? E giù di battute sulla tettonica a placche e sulle eruzioni vulcaniche.
Se non fosse pericoloso, sarebbe quasi noioso.

Fine della difesa.
Alla mensa dell’Università di Pisa lavorava uno che nel tempo libero faceva l’attore porno. Lo sapevano tutti, ma pare che questo non gli impedisse di scodellare gli zucchini con la maestria di un normale addetto mensa.
Comunque, sono d’accordo con voi: se fai il mio mestiere e lo fai con passione e senso del dovere, il calcetto e la gnoma production non compromettono poi molto la propria reputazione. Spero. Io, nel caso, ho già confessato.

Riepiloghiamo: ci sono tre appelli disperati per la ricerca pubblica. E tre figuracce internazionali.

Che giorni.
Ho bisogno di un riepilogo.
Abbiamo pareggiato con la Spagna, campione europeo e mondiale in carica, intanto Science pubblicava un pezzo imbarazzante sulla vicenda del piezoelettrico. Comincia così: il ministro della ricerca italiano ha ricevuto un appello firmato da 1000 scienziati che chiedono di non finanziare una ricerca coi soldi pubblici (trattasi di ricerca controversa, dice Science, sulla presunta energia pulita, cfr post precedente, ma sulla pulizia di chi la propone e dei suoi metodi ci sono troppi dubbi).
Un giorno dopo, cioè ieri, su un blog di Nature si parlava invece della distruzioni delle piantagioni sperimentali dell’università della Tuscia: ricerca pubblica sugli Ogm, finanziata dalle nostre tasse e gestita da uno che di mestiere fa il professore universitario, alla quale, per un oscurantismo che mi fa paura quanto quello dei roghi di libri, abbiamo deciso di rinunciare. Anche in questo caso ha circolato un appello, che chiedeva di non distruggere quello che la ricerca pubblica ha costruito. Questo secondo appello al momento non ha avuto nessun esito e le ruspe sono già al lavoro.
Terzo appello: per via della spending review (cfr post precedente), l’Inran che fa da anni ricerca in campo alimentare è a rischio chiusura. Si deve risparmiare, e allora tagliamo sulla ricerca. L’appello chiede di non tagliare oggi i soldi per la ricerca pubblica. Questo non mi risulta che sia già finito su un giornale straniero, ma ci scommetto: manca pochissimo.
C’è un filo rosso che lega i tre appelli: la richiesta di rispetto per i soldi pubblici e di lungimiranza nell’utilizzarli. Si potrebbero mettere insieme: non finanziate con i soldi pubblici una ricerca che ci copre di ridicolo nel mondo e non buttate al vento quelli già investiti, piuttosto continuate a finanziare quella che funziona e a farlo cercando di capire perché e come continuerà a esserci utile.
Diobò, che banalità. Sono giorni che apro Facebook e leggo sempre le stesse cose.
E mi va di lusso che da almeno una settimana non si sente più parlare di bufale sul terremoto o di geni inascoltati che lo avevano previsto.
Tanto la nostra immagine nel mondo è in mano ai Cassano e ai Di Natale: abbiamo pareggiato con la Spagna e chi se ne frega se nel mondo scientifico si ride di noi.

Vi presento gli scienziati “ufficiali”: un collage delle mail che ricevo in questi giorni

C’è una cosa che mi colpisce, in questi giorni di terremoto. Che mentre il giornalismo di inchiesta, quello di sinistra e quello alternativo danno sempre più voce ai sedicenti scienziati indipendenti da garage, ci sono gli scienziati veri che mi scrivono per raccontare una scienza ufficiale sempre più malmessa e maltrattata.
Credo che ci sia un legame tra come viene raccontata la scienza, sia per ignoranza o per malafede, e quello che succede alla scienza. Se nel nostro paese c’è chi dice, con tutta l’autorità conferita dalla fama di giornalista scomodo, “lasciatelo lavorare!” parlando del genio incompreso di turno che sostiene di avere una rivoluzionaria invenzione nel cassetto, che idea pretendiamo che abbiano della scienza politici e gente comune? Della scienza quella banale, quella che funziona sempre uguale da Palermo a Hong Kong, da Adelaide a San Francisco: quella che segue principi noiosissimi tipo la pubblicazione su una rivista scientifica e il confronto con i pari.
E allora vai di riduzione degli sprechi e di gestione creativa degli istituti. Se poi un giorno ci accorgeremo di essere rimasti al palo nella ricerca, tipo in campo energetico, biomedico, geologico e in tutta quell’altra roba che oggi ci farebbe un gran comodo, vorrà dire che ci rivolgeremo al Paperoga di turno. Avremo l’energia piezonucleare, il bioscanner e i misuratori di radon. Ditemelo prima, però, perché magari, nel frattempo, vorrei andare ad abitare in un paese normale.

Ciao Silvia,
ho dovuto temporaneamente sospendere la ricerca di case per i gattini perche’ entro venerdì potrebbero chiudere il nostro istituto con la scusa della spending review ed e’ partito il panico… hai visto che cosa ha fatto Balduzzi con gli enti ricerca del Ministero della Salute? Beh, ora tocca a noi: siamo tra i vigilati dal Ministero delle Politiche Agricole…
Ciao,
G. (Inran)

Ciao G., mi spieghi meglio? (non parlo dei gattini),
baci,
Silvia

E’ una lunga storia, ho un intero dossier raccolto in questi anni… In estrema sintesi:
– nel mondo degli enti di ricerca pubblica molti sono vigilati dal Miur, ma molti altri invece da Min Salute, Agricoltura, Ambiente, Sviluppo economico…
– questa spartizione ha avuto un senso solo per la lottizzazione delle poltrone (grande risorsa! ogni ente, piccolo o grande ha presidenti, DG, CdA…), mentre i ricercatori fanno ricerca a prescindere da chi li vigila, quindi potrebbero stare tranquillamente tutti sotto il Miur.
– ora Monti sta tagliando i fondi ai ministeri e i ministri si difendono dai tagli buttando a mare gli enti ricerca, che succhiano soldi senza produrre cose “vendibili”, con schemi che come al solito salvano le poltrone ma lasciano i giovani ricercatori precari in mezzo alla strada e mettono in mobilità i dipendenti, a prescindere, come al solito, da CV, ruoli, contributi e così via.
– siccome tutto ciò viene fatto senza neanche conoscere le attività, il ruolo e il senso della ricerca, abbiamo deciso perlomeno di far sapere cosa fa il nostro ente, e che rapporti ha con la ricerca nazionale e internazionale del settore. Non servira’ a molto, ma tant’è… all’Isfol invece stamattina hanno occupato l’istituto.
Ciao,
G.

Sento già il collega cinico che nota quanto sarebbe stato bello far conoscere la ricerca prima di vedersela tagliare sotto al sedere. Ma la comunicazione non è il nostro forte (e forse se escono fuori i Paperoga, forse, è anche un po’ per questo). Fine del cinismo, e dell’autocritica.
Andiamo avanti. Altro settore, altro problema (e nessun gattino).

Ciao cari,
ho girato la mail ai 635 firmatari (attuali) dell’appello.
Ce n’est qu’un debut…
Ciao,
E.

L’amico E. sta parlando dell’appello al Ministero della Ricerca sulle cosiddette reazioni piezonucleari, di cui in rete hanno scritto in tanti e su cui tanti hanno sollecitato risposte. La storia sarebbe spassosa, se non fosse che minaccia il funzionamento di un ente di ricerca pubblico finora impegnato in ricerche oneste e noiosamente ordinarie: i due protagonisti li trovate descritti qui e qui e vale proprio la pena dedicarvi dieci minuti. Che ridere. (Insomma).
Scrive, E., orgoglioso del successo del suo appello:

Tanta partecipazione ha avuto un primo importante effetto, quello di spezzare la cappa plumbea che si era creata all’Inrim e che è ben rappresentata dalle parole, degne di Kafka, di un collega che una settimana fa mi scriveva:
“paura, non ti immagini qui… ci chiudiamo nelle stanze, non parliamo al telefono, controlliamo chi passa… ma è vivere questo?”. Leggere queste parole è stato doloroso per chi, come me, ha sempre creduto nei valori della ricerca scientifica, primo fra tutti il fatto che questa deve essere svolta in un clima sereno e libero. Il dolore è stato ancora più forte pensando al valore scientifico dei colleghi dell’Inrim…

Questo post chiude le lezioni di giornalismo scientifico for dummies (le trovate on line qui, qui, qui e qui il compito conclusivo). Serve per darvi uno spunto di riflessione sulla scienza vera, su chi la fa e a che prezzo, e magari mostrarvi anche che chi ci crede sa combattere, e lo fa. Sono i compiti per le vacanze.

(Se poi vi interessano i gattini, scrivetemi e vi metto in contatto con G. L’appello di E. continuerete a trovarlo on line e vedremo che cosa succederà).

 

Qui invece vi presento un gattino