Archivio mensile:dicembre 2012

Invettiva di fine anno: il worst of di questo dicembre, per salutare il 2013

Che tristezza i bilanci di fine anno, che tristezza le graduatorie sui migliori dieci xxx dell’anno.
Che tristezza arrivare a fine dicembre e accorgersi che se uno ci avesse pensato da gennaio le cose adesso sarebbero facili e brillanti e forse un po’ meno tristi. E allora ecco il mio worst-of di dicembre, con quello che mi ricordo. Tema: alcune cose che mi hanno fatto sogghignare ma che se fossi una persona seria avrei preso come segnali di una profonda decadenza dei costumi, che, insieme alla scomparsa di RLM, mi fanno desiderare un 2013 un po’ meno cazzaro (nella serena consapevolezza che non potrà mai andare così).
Oppure: cose su cui avrei dovuto scrivere post intelligenti ma che mi sono rimaste lì.

1. è un gruppo fortissimo, sono bravissimi, tutti, tutti bravissimi, sono tutti dei numeri primi.
Giuro. Sentita un paio di giorni fa da un collega giornalista, in un ambiente serio. Un numero primo del giornalismo.
Pensate al contrario: La solitudine dei numeri uno. Oppure la congettura di Goldbach che diventa: ogni numero pari maggiore di due è uguale a due. E attenzione: quanti sono i numeri primi?
Memorabile.

2. serve avere sei dita? risposta: dal punto di vista evolutivo umano sì.
Frammento di una conversazione sugli alieni. Lui è stato visitato dagli alieni di notte: anni dopo ha ripercorso l’episodio con una specialista, con cui ha riflettutto anche su una pregressa esperienza premorte, ha capito di essere stato rapito dagli alieni e di avere il bisogno (e anche la missione) di raccontarlo. Del resto, è successo a tanti, anche se non ne parliamo: è la paura del diverso che ci fa tacere certe cose, la negazione dell’esistenza della diversità. L’altro gli chiede: perché, come sono fatti gli alieni? Lui spiega: gli occhi coperti da una membrana, grandissimi, che occupano quasi tutta la faccia. E la faccia è inespressiva. Poi hanno sei dita, su mani e piedi: sono esadattili completi.
Ma avere sei dita è segno di progresso evolutivo. E poi questi alieni parlavano in italiano, ragazzi.
Lui e l’altro sono giornalisti. Ho origliato, non avrei dovuto. Ma come facevo?

3. mi sai consigliare un esperto che possa spiegare perché questa famosa forma di inquinamento (inesistente, ma che non nomino per evitare i soliti disastri polemici con i complottardi) dà il cancro?
Mumble mumble.
Questi sono i miei colleghi migliori: quelli che chiedono. Mi mettono in difficoltà, perché non è facile spiegare che la famosa forma di inquinamento è una mezza bufala, e che cosa significhi mezza qui: poi si deve parlare di numeri ed è sempre un casino (0.5 casi di cancro attesi all’anno ma in un anno si ammala una persona intera: oh santo cielo, è il doppio! …). Però mi aiutano a capire il mondo al di fuori della mia bolla di scienziati e giornalisti scientifici, quelli del tipo siamo-tutti-d’accordo, e soprattutto mi confortano: sulle cose che non mastico affatto anch’io potrò chiedere.
Solo che poi vado in farmacia. E vedo un totem di cartone verde che pubblicizza un sistema per difendersi dalla famosa forma di inquinamento di cui sopra. Il farmacista me ne parla diffusamente, io chiedo come faccia a essere certo che funzioni e lui risponde: bella domanda… Allora accende uno schermo piccolo, incastrato nel totem, e fa partire una registrazione televisiva. Ed ecco il famoso programma di inchiesta che denuncia la colpevole omissione di informazione scientifica (e l’omertà, certamente, anche, da parte della scienza ufficiale) sulla famosa forma di inquinamento.
Alla fine della clip: comprate l’acchiappacitrulli qui esposto, che per soli 3265467154 euro vi salverà. E intanto fuori code di macchine ferme a motore acceso, l’altra farmacista in pausa sigaretta sul marciapiede, bambini nei passeggini a quaranta centimetri da terra.
Nel caso, se leggete che la famosa forma di inquinamento di cui sopra è un “possibile cancerogeno” secondo l’Oms, sappiate che lo è anche il caffè.

Se me ne verranno in mente altre, entro il 2012, le troverete qui sotto. Ora mi stanno chiamando gli alieni: devo proprio andare a combattere le forze del male.
Buon 2013 a tutti.

(L’immagine in homepage è un simpatico gioco di parole: worst, wurst… chiaro, no?).

Annunci

Sulla psichiatra e l’assassino: una sentenza che fraintende la scienza? Di nuovo?

Stavolta è toccato a una psichiatra francese. Dicono: avresti dovuto capire che il tuo paziente era pericoloso, che avrebbe potuto fare del male agli altri, e quindi avresti dovuto tenerlo lontano dal resto del mondo. Avresti dovuto, ma siccome non l’hai fatto e siccome il tuo paziente poi ha ucciso, la responsabile di quell’omicidio sei tu.

Dico stavolta perché in passato è toccato anche a psichiatri italiani. Toccò anche allo stesso Basaglia*. Successe perché il dieci giugno del 1972, quarant’anni fa, un suo paziente quarantatreenne uccise entrambi i genitori: prima la madre e poi il padre che era stato richiamato dalle urla della moglie. Dopo l’omicidio il figlio era rimasto in mutande sul ballatoio di casa ad aspettare l’arrivo di polizia e croce rossa. I giornali dell’epoca non risparmiarono parole roboanti sulla follia omicida e foto di gradini macchiati di sangue, e a leggerli adesso fanno quasi sorridere.
L’omicida aveva una lunga storia di ospedalizzazioni ripetute e per tre volte era stato ricoverato all’ospedale San Giovanni di Trieste di cui Basaglia era primario. L’ultima dimissione era avvenuta il 13 febbraio dello stesso anno, su sollecitazione dei genitori, ed era stata possibile in base all’articolo 66 della allora legge sui manicomi che prevedeva la possibilità di consegnare alla famiglia, “in via di esperimento”, il paziente che mostrava segni di miglioramento. Erano gli anni in cui si discuteva in maniera sempre più concreta di come chiudere definitivamente i manicomi e di come affrontare la malattia mentale all’interno di una riforma della sanità che sarebbe stata disegnata di lì a pochi anni. Basaglia era il capofila di questa riflessione e il più attivo nelle sperimentazioni di misure alternative alla istituzionalizzazione dei pazienti (cioè alla reclusione in manicomio). In seguito al delitto, Basaglia fu accusato di duplice omicidio colposo per l’imprudenza e la negligenza mostrata nell’affidare il malato alle cure di una madre analfabeta (che non avrebbe potuto quindi seguire le terapie prescritte al figlio) e di un padre etilista.

Prendete questa storia e tiratene fuori gli elementi chiave.
Lo scienziato che tratta una materia sfuggente, complessa, delicata (in questo caso la salute e la malattia mentale, che non hanno confini poi tanto netti). Lui tratta la materia, ma a noi interessa soprattutto il rischio per la collettività che discende dall’esistenza di quella materia, esistenza contro la quale non possiamo nulla: c’è e basta. L’attribuzione allo stesso scienziato, da parte della magistratura e/o del senso comune, e magari a posteriori, del dovere e del potere di prendere decisioni pesanti, costose per qualcuno o per tutti (in questo caso quella di limitare la libertà di una persona, ma un giorno quella persona potremmo essere noi) sulla base di una valutazione precisa di quel rischio (vogliamo una risposta chiara!).
Un morto, o anche più morti. E i morti sono morti: umana pietà.
I morti discendono dalla materializzazione di quel rischio.
La ricerca di un colpevole. Un colpevole materiale che non può essere arrestato (in questo caso, il paziente psichiatrico, giudicato incapace di intendere e di volere). E di conseguenza la ricerca di un colpevole del mancato allarme di quanto quel colpevole materiale fosse realmente pericoloso. Quindi, l’attribuzione della colpa allo scienziato.
La difesa da parte dello scienziato: quel pericolo non può essere quantificato e comunque non è presente solo in quella condizione (in questo caso si può dire che a uccidere sono soprattutto i sani di mente, e che semmai i malati sono più spesso vittime di violenza). E poi c’è il fattore tempo: quanto tempo deve passare dal parere dello scienziato al fatto che causa la morte di qualcuno?
La levata di scudi da parte della comunità scientifica internazionale e l’insistenza nel chiedere di notare che si stanno confondendo i ruoli, o perlomeno fraintendendo i compiti, le possibilità, e anche le parole. Rischio, pericolo, probabilità, normalità. L’interpretazione, da parte della gente, di questa levata di scudi come di una difesa di categoria: voi scienziati vi difendete sempre a vicenda. Qualcuno che fa notare come anche un’informazione chiara su un rischio dovrebbe essere corredata da un’indicazione su come agire perché quel rischio non porti ad altre morti (nel caso della psichiatra francese, attenti a non legare ogni condizioni di schizofrenia alla pericolosità di un individuo). La gente, i media, i giornalisti che fanno i giustizieri, gli scienziati che (è un’opinione mia personale maturata in anni di riflessione e vicinanza a una categoria per cui nutro affetto e stima) effettivamente sono un po’ coglioni.

Non vi ricorda qualcosa?
Non avete pensato anche voi al dibattito italiano sulla gestione del rischio terremoto? Con la sequenza sismica nella parte della diagnosi di malattia mentale (sono più i terremoti non preceduti da sequenza e la maggior parte delle sequenze non esita in terremoto, però la nostra percezione del rischio non ha molto di razionale), con il terremoto nella parte dell’omicidio impunibile, con l’allarme generalizzato, le tendopoli, l’evacuazione delle città nella parte dell’internamento perpetuo del malato. Con l’irrazionalità e la paura della gente, del tutto comprensibili, i giornalisti che non danno l’impressione di averci pensato molto, i blog presi d’assalto (guardate questo blog su Le monde, che ha definito la sentenza coraggiosa, e guardate i commenti). Con una persona che passerà i prossimi anni tra studi di avvocati e aule di tribunale, piuttosto che a fare il suo lavoro in ospedale, e i suoi colleghi che da oggi si comporteranno sicuramente in modo molto meno aperto nei confronti del resto della società.
Con quelli che fanno il mio mestiere che si sentono un po’ troppo potenti e si compiacciono un po’ troppo di saper prendere le difese della gente anche quando la gente non andrebbe difesa: andrebbe educata e ascoltata, e soprattutto rispettata. Tutta la gente, però.

Il processo a Basaglia si concluse nel novembre del 1975 con l’assoluzione a formula piena. Altri processi simili si sono poi conclusi nello stesso modo (forse il principio è che basta trovare un colpevole sul momento, qualcuno da dare in pasto alla gente arrabbiata, che tanto poi dimentica, e in un secondo momento aggiustiamo il tiro). La psichiatra francese aspetta la sentenza di appello: intanto tutto sommato le è andata benino con un anno di condanna, sospesa in via condizionale, e 8500 euro di risarcimento ai figli della vittima del paziente.
Io qui sono contenta solo di una cosa: che questa volta sia successo in Francia.

 

*Questa storia la conosco perché sulla comunicazione della malattia mentale nella cronaca nera ci ho fatto la tesi di master.

La politica e gli Ogm: lettera di un giovane biotecnologo deluso dal suo candidato

Nei giorni scorsi ho ricevuto una lettera interessante.
La pubblico qui dopo aver avuto il permesso del suo autore, perché mi sembra che racconti molto di come molti di noi, gente più o meno di scienza, si confrontano con la politica. O meglio, con la politica delle campagne elettorali, quella delle promesse e delle speranze.
Avevamo appena chiuso l’abbuffata di entusiasmi e complimenti per essere riusciti, noi manipolo di giornalisti scientifici e scienziati riunitisi allegramente su Facebook come un gruppo vacanze, a far rispondere i candidati alle primarie del centrosinistra su temi di scienza. E ci stavamo chiedendo qualcuno cambierà il suo voto dopo queste risposte? Quando un giovane (classe 1988, quindi giovane davvero) biotecnologo in forze all’università di Milano si è accorto di essere rimasto sinceramente deluso dalla risposta di Matteo Renzi alla domanda sugli Ogm.
Mi scrive Federico: riesci a far avere a Renzi la lettera in allegato? Dico: ci provo, ma adesso mi sa che i due candidati sono abbastanza impegnati col ballottaggio… Ma posso leggere?
Ed ecco (un po’ tagliato) quello che Federico ha scritto a Matteo.

Caro Matteo,
mi chiamo Federico Baglioni, sono un giovane biotecnologo e sono tra i primi firmatari delle sei domande di scienza pubblicate su Le Scienze. Ho sempre provato una grande stima e una forte simpatia per quanto sta cercando di fare nel Suo progetto politico. Proprio per questo sono qui a scriverLe questa lettera che vuole essere propositiva, perché ho fiducia in Lei e ho la forte speranza che possa riflettere sui contenuti di questa lettera e magari rispondermi personalmente.
Ho letto la Sua risposta alla domanda sugli OGM e sono rimasto, come tanti purtroppo, tremendamente deluso. Deluso perché, in modo eguale alle risposte di tutti gli altri candidati (a parte Bersani), la Sua sembra non essere frutto di una riflessione personale, ma semplice copia-incolla delle solite frasi che circolano su internet, buttate là per evitare di scontentare la massa in vista delle imminenti elezioni. Queste frasi, mi spiace dirlo, sono proprio un esempio del vecchio modo di fare politica.

Cito: Se è vero che molti dei prodotti agricoli che finiscono nelle nostre tavole sono varietà figlie di incroci e selezioni avvenute nei secoli, e che la ricerca in campo agroalimentare è comunque un fattore positivo e una strada da perseguire, altra cosa è aprire l’Italia a produzioni transgeniche che non hanno nulla a che fare con la qualità e la forza economica dei nostri prodotti agricoli.
In questa frase si annidano almeno due errori:
1. Innanzitutto la realtà. Ci sarebbe da dire che molti prodotti agricoli che finiscono sulle  nostre tavole hanno origine da modifiche genetiche ottenute per mutagenesi, tecnica non OGM, ma tutt’altro che antica. Si tratta di una tecnica che ha meno di un secolo, decisamente invasiva, i cui prodotti però fanno parte, nell’immaginario collettivo, della “tradizionale agricoltura fondata sulla naturalità”.
Inoltre non si cita il fatto che l’Italia è fortemente dipendente dall’estero di derrate OGM (4 Mt all’anno di soia transgenica secondo dati FAO, 90% soia importata): mangimi che sono fondamentali per mettere sul mercato gran parte dei prodotti tipici che il mondo ci invidia (tipo il parmigiano, ndr).
2. Il secondo errore invece riguarda un fraintendimento comune riguardo gli OGM, riproposto in altri punti del testo (Va scelta quindi la via dell’eccellenza, della salvaguardia delle nostre eccellenze agroalimentari e della sicurezza alimentare. O ancora necessità di non mettere a repentaglio l’immagine e la sostanza del nostro made in Italy). Non si capisce, infatti, perché, visto che un organismo geneticamente modificato è tale solo per la tecnica con cui è ottenuto e non per le sue caratteristiche (inserite, tolte o modificate che siano), esso debba essere sinonimo di scarsa qualità, contrapposto all’eccellenza italiana (oltretutto, è proprio grazie agli OGM che gran parte dei prodotti di qualità sono disponibili al consumatore). Non si capisce nemmeno perché gli OGM debbano essere in contrasto con la sicurezza alimentare visto che a) gli studi confermano la sicurezza degli OGM almeno al pari delle colture convenzionali, che, al contrario, non richiedono pressoché alcun controllo, b) molti OGM vengono creati proprio per diminuire composti tossici e allergeni (come fumonisine per il mais-Bt  o altri prodotti non ancora commerciabili per costi più burocratici che scientifici).

Ci tengo a precisare che il mio scopo non è trasformare l’Italia in un immenso campo OGM, né obbligare nessuno a coltivarli, ma che siano la qualità, la sicurezza, la bontà del singolo prodotto a venir valutate e non l’essere OGM o meno.
Il “Far West” che Lei paventa è quello della contaminazione tra colture OGM e non OGM, che qualitativamente non influenza alcuna caratteristica sulla bontà del prodotto, né compromette la scelta (visto che le contaminazioni tradizionali tollerate sono di gran lunga superiori allo 0,9%). Ma il vero Far West è quello per cui, per decisioni che non hanno fondamenti scientifici, ma che seguono i “pruriti” di associazioni, movimenti e una popolazione con sempre meno cultura scientifica, gli OGM non si possono produrre, non si possono coltivare, ma si possono (e devono) importare. Il Far West è quello per cui è possibile, come accaduto un mese fa, far bruciare campi sperimentali pubblici italiani (come all’Università della Tuscia) in nome di qualche legge nata male, il tutto sotto silenzio.

Caro Matteo, spero che legga con molta attenzione questa lettera perché ci tengo molto. So che ha delle qualità diverse da tutti i politici che si son presentati negli ultimi anni.
Se Lei vuole davvero cambiare l’Italia, e io sono con lei, deve farlo iniziando a dire le cose come stanno, senza cedere a facili slogan, che fanno molta presa, ma che non fanno che inabissare il vascello Italia. Se Lei, come dice, vuole fare dell’Italia un paese che torni a prosperare, sradicando le barriere ideologiche e i poteri forti che attanagliano il paese, lo deve fare a partire da queste sfide. Sono sfide che comportano fatica, anche una certa impopolarità. Io credo in Lei e per questo Le ho scritto questa lettera. Tanti di noi dal mondo della ricerca e della scienza che hanno visto in Lei un futuro hanno ora paura che fosse solo un abbaglio. Dimostri, rispondendo, dialogando e discutendo, che questo pensiero è errato. Dimostri che lei ha le carte per avere un pensiero controcorrente, non solo per sembrare diverso, ma per esserlo davvero alla luce dei fatti e della verità.
L’Italia ne ha bisogno.

Cordiali Saluti,
Federico Baglioni
Fedebiotech.wordpress.com