Archivio mensile:dicembre 2011

L’inverno sta finendo e un anno (fiscale) se ne va. Ecco come è andata.

Il 2011 finisce domani. Questo il bilancio del mio anno di attività da free lance:
1. Quest’anno si festeggiano 32 fatture! Sono tante, sono più di quante non ne abbia fatte in un anno. Brava, sbe. Abbiamo lavorato sodo.
2. Di queste 32, 28 sono state pagate! Brava, sbe. Ma le altre? Niente, le altre no. Che cosa devo fare? Andargli a dormire sul pianerottolo? Di queste quattro, una è per un cliente che manco risponde più alle mail. Uno su trentadue: poteva andarmi peggio.
3. Trentadue fatture non significa trentadue clienti (per fortuna). Ci sono i clienti ricchi e quelli poveri. Quelli poveri sono di più, ma quelli ricchi, che sono solo due, coprono i due terzi di tutte le entrate. Come dire: non sono una monocliente ma quasi. Se fossi monocliente mi direi falsa partita Iva. Quel quasi mi permette di sentirmi una piccola Marcegaglia di me stessa, un po’ meno fragile di tanti colleghi spersi tra i flutti della libera professione.
4. L’anno prossimo, già a gennaio, dovrò fare una, due, tre… Almeno sei o sette fatture per prestazioni effettuate nel 2011. Wow. Sollievo. Regola: si fattura il più possibile a ridosso del pagamento, per evitare di pagare le tasse in anticipo e di versare l’Iva su pagamenti non ancora (o mai) avvenuti. (Perciò un grazie speciale ai tizi delle quattro fatture di cui al punto 2).
5. Non navigo nell’oro, ma sono viva e mi sono appena comprata un paio di scarpe. Questo non basta a farmi sentire serena rispetto alla politica dei rimborsi: in due mesi, ho anticipato un paio di migliaia di euro per andare a fare servizi in giro per il mondo. Mi verranno restituiti (spero, e spero per intero) l’anno prossimo.
Un paio di migliaia di euro, e tutte le volte c’è da spiegare che io li pago netti (presente quando compri un biglietto del treno?) ma che se me li fanno mettere in fattura loro me li danno lordi, e ci devo pagare le tasse e la pensione. A parte l’assurdità della cosa (pagare la pensione sull’acquisto di un biglietto del treno?! O ho capito male?), nessuno ci guadagna e io ci rimetto. Sono già in ansia. Dall’anno prossimo mi dico che non anticiperò più una lira a nessuno. Ma non ci credo neanche se lo vedo.
6. L’anno prossimo non mi schioderò da Roma per meno di x euro. No. Non posso continuare a farmi sballottare per il paese in cambio di una pizza e un paio di stringhe. A trentadue fatture e trentaquattro anni, la piccola Marcegaglia della comunicazione della scienza ha deciso di investire. Investire in idee e tempo. Però, visto che con le idee e col tempo non ci si mangia, le sue prestazioni continuerà a darle via, ma aumentandone il prezzo. Ce la farà?
7. Quest’anno ho rischiato di perdere il più grande dei piccoli clienti (non per colpa mia). Un bello spaghetto, ma poi l’emergenza è rientrata. Io ci metto tutto il mio ottimismo, la mia forza e il mio megalomanico spirito di inziativa. Ma non dimentichiamoci che il 2012 che sta per iniziare potrebbe non essere così allegro.

Quindi.
Primo proposito per l’anno nuovo: smettere l’assurda competizione con me stessa per cui ogni anno devo aver fatto più fatture del precedente.
Secondo proposito: non farmi fregare.
Terzo: divertirmi come mi sono divertita finora. In barba alla crisi, ai matusa e al governo.
Daje marcegà.

Il colpevole siamo noi. Noi, quei fighetti di lavoratori intellettuali

Oh, accipicchiolina. Qualcuno se n’è accorto. Complimenti. Certo, non è successo dalle nostre parti (prendiamoci tutto il tempo per pensare: in fin dei conti, sono solo vent’anni che abbiamo inventato lo stage di lavoro), ma qualcuno se n’è accorto. Il lavoro intellettuale non retribuito è roba da fighetti. E quando i fighetti cresceranno (con tutta calma) il lavoro intellettuale non sarà più un lavoro. Sarà un hobby: una roba oziosa per gente pingue e rilassata, in una società che non dà più valore alla cultura, all’informazione e a tutte queste cose qui. Una società dove non sono affatto felice di vivere e che non sarei felice di sapere in costruzione nemmeno se di mestiere facessi il falegname e campassi di scaffali e cassetti. Oh.

Mi spiego. Dice che lo stage non pagato in posti tipo musei, istituti culturali (ma anche nei luoghi dell’informazione, ce li metto io) seleziona gli stagisti sulla base di un parametro del tutto svincolato dalla competenza e dalle capacità: il portafogli di babbo e mamma. Se ti puoi permettere uno stage non pagato, evidentemente, c’è qualcuno che paga per te. E siccome non è l’azienda, giocoforza sono i tuoi genitori. Lo dicono in Inghilterra, e in Inghilterra pare che se ne stia parlando parecchio. Eh, son lavoroni (come dicono gli idraulici pisani).
Qua, invece, lasciamo perdere gli stage dei neolaureati, che sono del tutto irrilevanti rispetto all’entità del problema. Conosco una persona, mia coetanea, che lavora da mesi in una grande azienda culturale senza contratto. Aspetta. E non sa nemmeno che forma avrà, se ce l’avrà, il suo futuro contratto. Intanto lavora, perché il mercato là fuori non è migliore (anche se migliore di zero sarebbe facile) e perché se se ne va non è detto che la richiamino, e chissà quanta gente è pronta a prendere il suo posto. Ha ragione. Intanto ti ripete che si è fatta, e continua a farsi, un culo così per il lavoro che sa e che ama fare. Ma anche che non ha alternative.

Ne dubito. In fondo, siamo due fighette, io e lei e tutti gli amici nostri.
Ci siamo fatti un culo così: è vero. Tra l’orgoglio nostro e la santa severità dei nostri genitori, la maggior parte della gente che conosco e che fa il mio lavoro è gente in gamba. Ma guardiamoci: siamo tutti figli di papà. Tutti con qualche rete di sostegno che, ancora per i prossimi, toh, vent’anni, è pronta a sostenerci, incoraggiarci e a lasciarci inseguire il lavoro dei nostri sogni. Qualcuno ha ricevuto in regalo una casa, qualcuno affitta quella di nonna, qualcuno prende un contributo mensile dai genitori, o  una tantum, e c’è chi si fa regalare il computer, la macchina, le vacanze: c’è chi magari al momento non prende un soldino da mamma, ma da qualche parte del suo cervello ha la confortante certezza che non finirà mai sotto a un ponte. Però, un attimo, che fine hanno fatto i nostri compagni di classe? La figlia dell’infermiere, il figlio dell’operaio della Piaggio, o quello all’ultimo banco con quattro fratelli?

Se il nostro sta diventando un mestiere da fighetti è soprattutto colpa nostra. I nostri compagni di classe li abbiamo sgambettati noi, accettando di lavorare per quattro soldi o anche per niente. Perché noi possiamo permettercelo anche a trentacinque anni, ma loro non potevano permetterselo nemmeno dieci anni fa, e così hanno semplicemente scelto strade meno creative e, almeno apparentemente, meno rischiose. Adesso forse siamo tutti ugualmente felici o infelici, ma intanto il mercato del lavoro intellettuale lo abbiamo sputtanato noi, perché siamo noi che facciamo il mercato. E magari la figlia dell’infermiere e il figlio di quello della Piaggio potevano dare a questo mondo un contributo che noi non siamo nemmeno in grado di immaginare.

Ma la responsabilità di noi fighetti primi della classe per meriti genitoriali non finisce qua. Perché se il lavoro intellettuale si deteriora e comincia a vivere su un gioco al ribasso, chi ci dice che continuerà a produrre cosine di pregio e spessore? Eh: non è che pagare tanto ti garantisca un buon prodotto, ma di sicuro pagare poco ti mette ad alto rischio schifezza. E quella schifezza la beviamo noi e se la bevono anche quei due che erano seduti ai banchi in fondo, e che di certo non si meritavano dei compagni di classe egoisti e irragionevoli come noi.
Allora l’alternativa, semplicemente, è darci un taglio e declinare l’offerta, provando a pensare per un attimo come si sarebbero comportati i sanguigni genitori dei nostri compagni di classe se per fare le notti in ospedale o per stare in catena di montaggio avessero offerto loro zero lire. Perché, insomma, ci pregiamo di fare un lavoro intellettuale ma poi non sappiamo nemmeno ricordarci che il nostro è e deve essere un lavoro, un lavoro come tutti gli altri che costruiscono il mondo. E il lavoro si paga, sennò è un hobby.

Tipi umani da giornalista scientifica / 7: l’Amico, l’Amico dell’amico, l’Amico dell’amico dell’amico

L’Amico, diceva quello, è una cosa che più ce n’è meglio è. Più ce n’è, dice, meglio è. Sì. Da GS, mi permetto di dubitare.
L’Amico del GS è uno che a un certo punto ha un’idea, o sta facendo una cosa di beneficenza, o vuole lanciare una cosa bella e giusta, o ha l’occasione della sua vita. Ha bisogno di una mano. E chiama il GS. Come Amico.
Non importa che sia scienziato (in quel caso rientra nel tipo scienziato volenteroso, con l’aggravante dell’amicizia). L’importante è che sia Amico. Che te la chieda (la mano) da Amico, dando per scontato che tu lo farai in Amicizia. Oppure che chiederai a un collega, Amico (quindi Amico di Amico), di farlo per te.
Non è per essere cinici, ma l’Amico è uno che non si chiede mai che cosa potrebbe venirne al GS, da quel favore. E il GS è profondamente in imbarazzo: povero Cristo, non può mica mandare a quel paese l’Amico, né può fare la figura del venale spiegando che se fa la cosa in Amicizia perde tempo e denaro. In fondo non gli stanno chiedendo una manifestazione di Amicizia da camminata sui carboni ardenti. Però la richiesta di una mano è l’inizio della fine. Da quel momento per il GS saranno tentativi di evitamento alle soglie della paranoia, sensi di colpa, tiramolla e patimenti.

Premesso che agli amici si vuole sempre bene. E che gli amici degli amici sono amici. E che persino gli amici degli amici degli amici sono amici. Ma premesso anche che con sei gradi di separazione uno finisce per trovarsi Amico di chiunque. Ci vorrebbe una bella pubblicità progresso.
Tipo: se è un Amico, non puoi chiederglielo.
Perché è un Amico, ma fa il giornalista scientifico freelance (GSFL): quella che per te è una mano per lui è un lavoro non pagato. Sì, d’accordo: tu lo fai per beneficenza ed è una cosa che alla fine migliora il mondo. Ma il GS è pieno di amici e non può sposare le cause di tutti.

Poi il GS non sa dire di no e alla fine capitola sempre. Soprattutto se l’Amico fa una di quelle cose sleali tipo raccontare l’idea a un altro Amico o Parente. Il GS capitola. Il GS è un buono.
Solo che intanto, caro Amico, dentro di sé ti odia. Anzi: ti odicchia. Ti odicchia e ti stimicchia nello stesso tempo. Perché sei uno pieno di iniziativa e stai organizzando una cosa bella e lo stai facendo con le tue forze per promuovere un’idea di mondo buona e giusta. Ma che%$%£”ç=*: tu sei liberissimo di decidere come investire il tuo tempo libero, il tuo. Sul tempo libero degli altri non dovresti avere nessuna pretesa. Figuriamoci poi con il tempo non-libero di un poraccio che vive vendendo i prodotti del proprio, ehm, intelletto.
Onestamente: nella maggior parte dei casi gli stai facendo perdere un sacco di tempo con una cosa organizzata alla buona (almeno fidati, che diamine). E soprattutto gli stai ricordando che il tuo lavoro assomiglia troppo a un hobby per essere preso sul serio.

E allora una precisazione: il lavoro di GS assomiglia tanto a un hobby, ma non lo è. Trattasi di lavoro. Se il GS, con l’Amicizia che nutri per lui, facesse l’idraulico e tu avessi un tubo rotto, gli chiederesti di aggiustartelo gratis o aspetteresti, semmai, che fosse lui a dirti ma non ti preoccupare, ci mancherebbe altro, ci ho messi due minuti e non ho dovuto usare pezzi di ricambio… no che non devi pagarmi! eh? Pensaci un attimo.
Il GS è un buono, è un curioso, e poi ti vuole bene. Probabilmente, sapendo che si tratta di una causa generosa che sposi con tutto il tuo slancio, non ti chiederà un soldo. Ma almeno, tu che sei Amico, prova a prenderlo sul serio. Non cominciare subito col dare per scontato che una prestazione da GS non valga il becco di un quattrino. Almeno tu, dai. Ci pensa già il resto del mondo a maltrattare la categoria dei GS.
Che bello avere tanti Amici che ti stimano. Ma come era quella storia dei patti chiari?

Tipi umani da giornalista scientifica / 6: il collega che “Io di Scienza Non Ne Ho Mai Capito un Tubo”

Il collega ISNNHMCT è un tipo simpatico. Simpatico davvero. A cena è sempre quello che fa ridere tutti. Ma per il GS, che invece è un secchione, probabilmente un disadattato, recuperato alla vita da un caso fortuito e irragionevolmente benevolo, il ISNNHMCT è soprattutto terribilmente deprimente.
Perché l’ISNNHMCT dà la misura di quanto il mestiere di Giornalista Scientifico in questo paese sia considerato ozioso e periferico, roba da gente bislacca che non ha niente di più importante da fare che insistere con parole astruse e di scarsa sostanza, tipo Watt o magnitudo, o che ti fa tante storie quando qualcuno confonde una sclerosi con un’altra. Che sarà mai. Il GS probabilmente viene letto solo da qualche astrofilo strampalato e ha come pubblico pensionati e ragazzini: è un giornalista decorativo per gente decorativa. Mentre le cose serie, quelle di cui scrivono e leggono gli adulti, stanno altrove.

Ora, per mia fortuna non mi è capitato di frequentare tanti ISNNHMCT (anche perché i GS tendono a stare tra loro, a parlare nella loro lingua, e si annusano a distanza), per quanto forse vederne di persona uno o due al mese possa far bene. Mi è anche capitato di incontrare ISNNHMCT che pronunciavano la frase fatidica con un’ammirevole umiltà: Guarda, se mi dici Fiom ti posso snocciolare tutti i segretari generali dal dopoguerra a oggi. Ma di scienza non ne ho mai capito un tubo. Mi fido di te. Ma avverto la loro presenza in un sacco di occasioni e tutte le volte che ho avuto a che fare con un ISNNHMCT me ne sono venuta via con i seguenti pensieri.
1. Perché se si dice giornalista economico o giornalista sportivo chiunque capisce subito di che cosa si stia parlando mentre un giornalista scientifico viene visto come un raro animale esotico calamita di tante curiosità? (Avete presente le domande che seguono alla confessione ebbene sì, faccio il GS? Dalle lesioni del menisco al nucleare di quarta generazione, sembra che debba avere una risposta sicura per tutto. Un parere oracolare ma anche una posizione curiosa, su cui vengo forzata a discutere, mentre magari sono lì solo per ordinare una chiara media). Potrò, prima o poi, dire di che cosa campo usando solo due parole e non venti frasi?

2. Perché gli ISNNHMCT dicono ad alta voce di non capire un tubo di scienza, però poi ne usano a manciate? Non se ne rendono conto, forse? Se a me capita di infilare un piede in una definizione economica, poniamo, o in una questione da legulei, la prima cosa che faccio è alzare il telefono e cercare in tutti i modi di non dire stronzate. Prima riconosco il tranello, poi mi faccio aiutare e cerco in tutti i modi di evitarlo. E allora perché mi capita di trovare in mezzo a lavori giornalistici interessanti espressioni come sindrome da Dna interrotto o una plastica che contiene i-dro-car-bu-ri? O la famosa topica del codice genetico, che si eviterebbe semplicemente andando su Wikipedia a leggere le prime due righe della definizione? Sarà legato al fatto che ricevo davvero poche telefonate di colleghi che mi chiedono un parere o un aiuto? E allora come possiamo aiutare l’ISNNHMCT a capire che di scienza ce n’è dappertutto, e che va trattata quasi con la stessa cautela dello sport o degli spettacoli?

3. Forse il problema è la scienza, non il GS e il suo amico ISNNHMCT. Potremmo parlarne tre ore, o anche tre giorni. Ma forse il problema è che qui, mentre nessuno si permetterebbe mai di confondere un calcio d’angolo con un calcio di rigore, qui si può andare in giro sorridendo a dire allegramente che a matematica, a scuola, non ho mai preso più di quattro. Come se fosse un vanto. Non so, ma credo che abiti da queste parti anche la nostra propensione a credere di più a un santone che a uno scienziato. A usare l’espressione medicina ufficiale come un insulto, ortodossia scientifica come un’offesa. A non riconoscere le regole. A voler infilare la scienza nel letto di Procuste del buon senso o, peggio, del senso comune fino a dire che, insomma, una sperimentazione potremmo anche lasciargliela fare. Che poi è lo stesso argomento di chi diceva di Berlusconi e la magistratura: non lo lasciano lavorare in pace… Solo che il ISNNHMCT a volte è un ottimo giornalista, a volte anche un maestro. E ci si rimane un po’ così a sentirgli dire certe cose.
Il ISNNHMCT è ovunque ed è un tipo così eterogeneo che è difficile dipingerne un ritratto preciso. Però io so che se davanti a uno scienziato mi presento dicendo: sono una GS, anzi, una scientista, una materialista razionalista ultraortodossa più di te: non preoccuparti è perché lui è stato traumatizzato dall’incontro con ISNNHMCT convinti di potergli fare un’intervista come la si fa a un politico o a un industriale, magari sparando lì Watt, magnitudo e sclerosi a caso, e concludendo sornioni: sa… la scienza non è mai stata nel mio codice genetico…


*L’ISNNHMCT non si autodefinisce esattamente con queste parole, ma noi siamo personcine educate. Eh. Tubo

Alla Cop17 di Durban e la storia che mi è scivolata accanto

Come quando andate via da una festa un attimo prima che succeda qualcosa di cui tutti parleranno per anni. Presente?
Ero lì, ero andata fino in Sudafrica apposta. In Sudafrica: una giornata intera di viaggio. Ma sono ripartita prima che succedesse il gran finale emozionante e liberatorio. E adesso mi rode un po’.
Riassunto: in Sudafrica, a Durban per la precisione, si è tenuto in questi giorni il megacongresso delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. In Italia se ne parla poco, ma è una roba importante. Per intenderci, sono quelli del protocollo di Kyoto, che scade nel 2012. Sono lì, i delegati di 194 paesi (l’Europa ci va unita e conta uno), e discutono per giorni e notti e notti e giorni degli impegni che potrebbero (o dovrebbero, o potrebbero dovere, o dovrebbero potere) prendere per limitare il riscaldamento globale.

La sensazione è quella di essere finiti in un enorme gioco di ruolo. Gente vestita come le fotografie delle enciclopedie di quando eravamo piccoli, nella sezione Popoli del mondo. Gente che protesta in gruppetti di cinque o sei, a volte cinquanta: età media venticinque. Gente che passa frettolosa, in completo di grisaglia: età media cinquanta (e insomma a un’italiana fa comunque impressione). Altri che discutono fitti a tavola: asiatici, africani, visi pallidi. Tante donne: cioè, più o meno la metà, come dovrebbe essere normale, ma non puoi non notarlo. Gente che la incroci nei corridoi venti volte e venti volte ti dice che non ha tempo per te. Gente che mangia a tutte le ore, a tutte le ore. Gente che non dorme da giorni, e si vede, e si sente. Gente che digita frettolosamente su una tastiera, seduta per terra come i ragazzini. Gente che ti dice tutto e il contrario di tutto, e soprattutto gente che ti dice che non può dire.

Poi, la riunione conclusiva che a questo giro è durata fino alle cinque del mattino di due (due) giorni dopo di quando era cominciata.
Perché i paesi ricchi hanno la responsabilità maggiore nei cambiamenti climatici, quindi i paesi in via di sviluppo non vogliono pagarne il prezzo rischiando di rallentare il loro recente sviluppo industriale per rispettare regole decise da altri allo scopo di limitare danni fatti da altri. Però ci sono anche i poveri che stanno andando sott’acqua, le agguerrite isolette del Pacifico, che spingono per ricordare a tutti che l’economia non può essere il peggior nemico dell’ecologia. Poi ci sono i ricchi buoni (l’Europa, pare) e i ricchi cattivi (gli Stati Uniti, e vabbè, e poi Canada, Giappone e Russia). Strane alleanze, strane rivalità (tipo quella tra due isole che io manco so piazzare su un mappamondo). Lo scacchiere è complicato, le regole macchinose e i documenti incomprensibili. E poi non ti dicono (quasi) nulla.
Di seguito, una raccolta di frasi raccolte a telecamera spenta. Così capite perché io non abbia capito molto di quel che stava succedendo mentre la storia prendeva la rincorsa e poi mi passava beffarda accanto.

“Il vero problema è che qui non si capisce che proprio il riscaldamento globale sarà causa di conflitti gravissimi tra paesi poveri (diciamo così…) e paesi ricchi: migrazioni, guerre per l’acqua, malattie… E che succederà a breve, brevissimo. Tipo… Starai mica registrando?!”.
“Domani non esce niente sui giornali italiani, niente”.
“La verità è che da qui non verrà fuori niente. Niente di importante. La sensazione è la solita: un enorme Risiko che però poi si sgonfierà. Oh, la telecamera è spenta, vero?!”.
“Io riparto, tanto il mio l’ho fatto. Adesso sta ai politici. Che poi si sa che non succederà niente. Gli altri anni c’era più fermento: a Bali eravamo tutti felici, si sentiva nell’aria qualcosa di positivo. Adesso, qui, il clima è così mogio… Aspetta: la telecamera è accesa?!”.
“What?! Mi vuoi morto?! No che non ripeto tutto con la telecamera accesa!”.
“Senti, lascia solo la parte di intervista dove parlo di quello che è di mia stretta competenza. Taglia, ti prego, quando ti dico che questo è un carrozzone…”.
“Los italianos?! Ah, non aprono la bocca! Nelle trattative non aprono la bocca. E per fortuna. Tanto fanno tutto gli altri europei”.
“The italians? Al Parlamento europeo ci sono i buoni e i cattivi, vale per tutti i paesi. Certo che il sospetto di corruzione, o meglio: il sospetto che si portino avanti interessi di gruppi finanziari e industriali… Insomma, succede da tutte le parti, eh. Soprattutto nei paesi grandi. Intendo: anche in Svezia potrebbe succedere…”. La telecamera era spenta, comunque.
“Quello? Quello è un delegato di xxx… A noi di yyy ci odia…”.
“Gli unici che ci credono davvero sono quelli dei paesi poveri…”.

Sono partita prima del risultato finale: per la precisione, mentre là dentro ci si abbracciava sudati alla fine di un’estenuante trattativa, io ciondolavo tra i dutyfree dell’aeroporto di Dubai. Però prima della partenza ho fatto in tempo a farmi un amico importante (nella foto, il ministro dell’ambiente del sultanato dell’Oman, e vedeste che biglietto da visita) e non sono caduta in tentazione di fronte al mustbuy della Cop17 (foto accanto, un capino che in questo torrido dicembre romano mi avrebbe sicuramente fatto fare una certa figura).