Archivio mensile:ottobre 2010

L’esercito del surf: dov’è finita la “mia” generazione?

Sabato sera, dopo cena a San Lorenzo: son lì appoggiata a una macchina che parlo con mio fratello. Lui si incazza, come sempre, con i grandi vecchi della politica italiana: sempre i soliti, sempre lì. Io, come sempre, lo metto in guardia dagli entusiasmi ma sostanzialmente gli do ragione. Certo, chiamare giovane gente della nostra età… E poi a me la parola giovane ha sempre insospettito: tu sei giovane vuol dire quasi sempre adesso ti frego, e in particolare tu sei giovane e hai tutta la vita davanti vuol dire quasi sempre col cavolo che ti faccio fare quello che io facevo alla tua età e col cavolo che ti pago una briciola in più di adesso.

Anche usata per se stessi, non mi ha mai convinto: noi siamo giovani mi sembra che si possa tradurre con guardami, guardami (e sii indulgente). Ma insomma. Diciamo che a mio fratello piacciono le nuove leve del partito che, tutti e due, votiamo non senza un certo malessere. A lui piacciono proprio, io riconosco il loro talento ma non riesco a non cacare dubbi. I giovani… E le politiche dei giovani? Non dovrebbe essere che i problemi del paese sono i problemi del paese: le pensioni, la scuola, il lavoro? A che serve dire che ci sono i problemi dei giovani, i problemi giovanili? Non sono, o dovrebbero essere i problemi di tutti? Le pensioni non ci interessano? Sono politiche senili? E la riforma Gelmini: ce ne freghiamo perché si tratta di questioni infantili? Se quelli come me prendono due lire, non fanno figli e non spendono un soldo per viaggi, libri, cinema e ristoranti è un problema davvero solo loro? Ma va bene: ho capito che cosa si dice quando si dice che i grandi vecchi di cui sopra non conoscono i problemi di noi giovani. Finché qualcuno, mio fratello stesso probabilmente, non tira fuori addirittura la parola generazione.

Urca, generazione. Che cos’è una generazione? Quando penso ai colleghi con posizioni contrattuali simili alla mia, quelli con cui dialogo e scambio malumori, quelli maltrattati dalla Rai al pari di me, che cosa hanno in comune tra loro? L’età, forse, ma mica tanto: abbiamo tra i ventotto e i quarantacinque anni. Non gli obiettivi, non la storia, non le aspettative (comunque, per tutti, bassine). E poi, guardiamoci: siamo diffidenti gli uni con gli altri, sappiamo bene che se uno di noi conquista un metro di privilegi (quelli che un tempo si chiamavano diritti) sarà a spese dei suoi simili, non a spese dell’azienda o dei dipendenti, e di certo non ce lo verrà a dire. Non siamo gente che scende in piazza per difendersi, perché quello che dobbiamo difendere è diverso per tutti. E il mors tua vita mea ce lo abbiamo scolpito nel retro del cervello.

Quando le politiche del lavoro cambiavano, eravamo troppo piccoli per accorgerci di quel che ci stavano combinando. E quello che ci stavano combinando era soprattutto che ci stavano impedendo di essere generazione: di essere un fronte comune di persone più o meno simili, capaci di lottare per quello che non va. Non ci resta che essere giovani, ciascun per sé. Facendo finta, come forse fa mio fratello, di non sapere che ci stanno di nuovo fregando.

Mi inviti o no? Conferenze-non-conferenze e Inviti-non-inviti

Fine agosto. Mi arriva una mail curiosa, con cui mi si invita a un misterioso evento di cui non si cita la data né la sede. Il tono è giovane, pure troppo. Diciamo giovanile. E beh. Sto lavorando: anche se ai piedi ho gli anfibi blu e i calzini con le ranocchie e sopra indosso una felpa con cappuccio che mi dà dodici anni, anche adesso, sto lavorando: non importa fare i simpatici con la prima mail. Decidiamolo tra un po’ di darci del tu, per favore: la prima mail è come il primo appuntamento, serve per prendere le misure. E poi magari ce lo diamo alla seconda, del tu.

Ma questa mail mi dà del tu subito e mi dice, con entusiasmo, di avere per le mani una roba fighissima, un evento rivoluzionario che vorrebbe far coordinare a me. Mi incuriosisco. Apro gli allegati e scopro che gli invitati sono tra i più importanti scienziati e politici della ricerca del nostro paese. Cavolo, ci sono tutti. Tutti. Vabbè, mi hai dato del tu senza permesso, ma mi proponi una roba interessante e sei perdonato. Rispondo, gentile e professionale: grazie dell’invito, sembra una roba interessante, fatemi però capire luogo, data e orario e possibilmente anche se è previsto un gettone di presenza. No, ovviamente il gettone non c’è: ma l’hai visto il parterre di invitati, silvia? Dovresti esser tu a pagare per andarci. In fondo, ti stiamo chiedendo una moderazione di due ore di conferenza-non-conferenza sul tema più vago del mondo, senza orari e senza cattedra, ma con ospiti davvero stravip. Seguono orari, dettagli logistici, un numero di cellulare.

Prima di chiamare, mi viene un dubbio. E telefono a qualcuno di quei nomi stravip. Buonasera sono silvia bencivelli e ho letto il suo nome nella lista dei partecipanti a… La risposta, nel 90% dei casi è una cosa tipo: non ne sapevo niente, forse ho ricevuto una mail, aspetti che sento la segretaria, l’ufficio stampa non ricorda… Solo uno risponde di conoscere, di sapere e di avere davvero intenzione di andarci. Allora telefono al numero in calce alla mail. Convenevoli. La spiegazione del come e del perché nasca l’evento si fa un po’ meno misteriosa. Il ragazzo è volenteroso. Anche onesto: abbiamo l’endorsement del tal politico di area governativa, mi dice, a pagare sono questi e questi altri. Ma quando dico di aver fatto un giro di telefonate mi risponde: ah, forse non sono stato chiaro, scusa, ma non tutti sono ancora confermati. Ah. Lo tormento di domande e poi tormento di telefonate un po’ di altra gente. Qualcuno, persino, si incazza. Io non so. Mi sembra una roba un po’ inutile, fatta da gente entusiasta per cose che a me non entusiasmano più. Quasi preferisco i bamboccioni, mi dico tra una telefonata e l’altra, a questi che devono essere giovani per forza e dicono di voler mettere insieme le loro idee per il paese. E poi si dimenticano di fare una telefonata a questa gente.

Finché la telefonata che si dimenticano di fare non è quella per me. Ci siamo salutati un mese fa, con io che, sfiancata, accetto di partecipare. Ho contrattato una partecipazione di quattro ore tutto compreso e mi sono rassegnata a perdere un altro sabato mattina (tra l’altro, proprio in quei giorni riceverò la visita di due amiche, e vaffanculo mi tocca mollarle in giro per quattro ore). Ma poi non sento più niente. Due giorni prima vado sul sito dell’evento e scopro che al posto del mio nome c’è quello di un collega senior (ma non era una roba per supergiovani?). E, non nascondendo un certo sollievo, mando due righe all’organizzazione chiedendo spiegazioni. Scuse, scuse, scuse: si sono dimenticati di avvertirmi che hanno cambiato idea.
Beh, cialtroni. Cialtroni. Ma non mi lamento: vado in giro con le mie amiche e mi compro gli anfibi blu di cui sopra. In fondo, un mese prima dell’evento si erano dimenticati di chiedere la presenza del 90% delle persone il cui nome era nella lista. Non mi devo sorprendere se lasciano a me la sorpresa di scoprire con solo un giorno di anticipo che il mio, di nome, in quella lista non c’è più.

Tutti al congresso, la settimana prossima

“Gentile silvia, saremmo interessati alla sua opera di addetto stampa di congressi scientifici per un congresso che si apre la settimana prossima”. Quando?! La settimana prossima? Rileggo la mail, apro gli allegati: scopro che il congresso è persino interessante. Rileggo la mail di nuovo e, sì, si tratta di soldini, ma anche della settimana prossima.
“Gentile organizzazione del congresso, ricevo volentieri la vostra mail. Ma forse ho capito male: la settimana prossima? Immagino che a questo punto il lavoro sia stato già almeno impostato: che cosa vi aspettate da me? E che tipo di contratto prevedete?”. Silenzio. Sto aspettando. Chissà che cosa ho sbagliato. Accidenti, erano soldini. Forse.

Mezz’ora dopo.

“Buongiorno silvia, chiamo dalla XXX comunicazione: stiamo seguendo un congresso sponsorizzato da una grande farmaceutica che si terrà la settimana prossima. Ho ancora tre posti per giornalisti: ti va di andare tre giorni in una bella città europea, tutto spesato?”. No, non è lo stesso congresso. Il tempismo è simile ma non credo che questi abbiano un addetto stampa recuperato all’ultimo tuffo. Questi sono macchine da guerra. Infatti il meccanismo che mi ha coinvolto è il seguente: la farmaceutica ha chiesto un certo numero di giornalisti, l’agenzia non ci è ancora arrivata e a me propongono di andare a fare un giro, tutto spesato. Non ci andrò: non posso mollare la redazione da un giorno all’altro. E soprattutto non mi va di andare a farmi un giro pagata da una farmaceutica. Non mi va. Faccio la giornalista scientifica, sono giovane, vorrei costruirmi una carriera pulita, senza cadere in quei meccanismi tentatori fatti di lusinghe e cene di lusso. Quei meccanismi per cui poi ti senti un po’ in dovere di restituire il favore, facendo un servizio o qualcosa di simile. Così finisci almeno per buttare l’occhio al congresso, qualche minuto, e torni a casa con qualcosa da raccontare ai tuoi colleghi che non sono solo storie di mostre e centri storici. E però poi i colleghi lo sanno, che quel servizio lì è nato in quel modo lì. Anche tu lo sai. Quindi meglio non farsi tentare.

Comunque. Poi uno finisce sempre per pensarci. Accidenti. Con le due lire che guadagno è sempre più difficile rinunciare all’opportunità di un giretto tutto spesato. Il problema di noi freelance malpagati è che diventiamo corruttibili (cioè: questo è il problema di voi pubblico, il problema di noi freelance è che non ci facciamo giretti per il mondo se non per lavoro. Uno dei problemi, va). Ma corruttibili con poco. Con la promessa di tre giorni in una bella città europea. Con un buffet o una cena di gala. Ma io tengo duro. Tengo duro. Piuttosto mi sposto per cause perse, amici immaginari, festival sfigati: dormo a casa degli organizzatori, pranzo coi ragazzini volontari in pizzeria, mi convinco che ci si diverta di più così. Solo che adesso voglio togliermi uno sfizio, uno sfizio economico. Nelle prossime settimane cercherò di capire quanto esce sui giornali quel congresso della grande farmaceutica. Chissà se finirò per scoprire che anche i colleghi grandi, quelli interni, regolarmente assunti, benpagati, chissà se anche loro sono corruttibili e in quella bella città europea, loro, ci sono andati davvero.

Tre hurra per il Nobel!

In regia, col computer aperto sul sito della Nobel Foundation. C’è il countodown: mancano un paio di minuti all’annuncio. Ma sono le 11.30, sta cominciando Radio3 mondo: la regia serve a loro e il computer anche. E me ne devo andare. Me ne devo andare, uffa. Corro in redazione. Oh, a me questa roba mi emoziona: sta uscendo il Nobel per la medicina e sono curiosa. Arrivo in redazione, apro il computer. Sono ancora in tempo. Intanto il countdown, un secondo alla volta, arriva a zero. E ancora niente. Uffa! Come niente? Aspetta… Fermi! L’annuncio è arrivato! Marco e Rossella si piazzano alle mie spalle. Apro piano il video con la proclamazione, come si apre piano un pacchetto misterioso: si vede un tizio con il viso da cartone animato che parla che non si capisce nulla. Riuffa. Aspettiamo, prima o poi dirà qualcosa in inglese. Ed ecco che… Ma sì, l’inseminazione in vitro! A me scappa un yuppi! Alzo le braccia come se avessi fatto goal. Eddai, eddai! Che bel Nobel! Chissà che cosa hanno pensato quelli delle redazioni accanto, se ci hanno sentito.

Che bel Nobel, sì. Assegnato a una persona sola, uno che quasi sessant’anni fa cominciò a studiare la possibilità di far incontrare cellula uovo e spermatozoo in vitro, cioè fuori dal corpo della donna. Col risultato di restituire alle coppie infertili la speranza di avere figli propri: wow. Sono nati così Louise Brown nel 1978 e altre quattro milioni di persone, tra cui i bambini di qualche amico mio. Ma non è che fosse una novità, all’epoca, l’incontro tra cellula uovo e spermatozoo in vitro: lo era solo con le cellule umane, che, a differenza di quelle dei conigli, proprio non volevano saperne di accoppiarsi sotto lo sguardo dei biologi. Poi scopro qualche ora dopo che è proprio questo che fa incazzare i cattolici. O meglio, il pretesto, per la Chiesa cattolica, per dirsi indignati del Nobel: il fatto che una tecnica fino a quel momento riservata ai veterinari approdasse alle cliniche ginecologiche. E permettesse a certe donne di riprodursi come facevano le coniglie: non nel senso di fare decine di bimbi, ma attraverso un passaggio in laboratorio. Il pensiero va alla legge 40 e ad altri amici, a quelli che per diverse ragioni dovranno andare all’estero per avere accesso a una tecnica medica che nel resto del mondo è un sacrosanto diritto. E allora sono almeno due i punti a favore di questo Nobel: aver coperto di ridicolo il nostro paese, le nostre leggi insensate e il Vaticano che le ha dettate, beh, stavolta non lo trovo imbarazzante, lo trovo liberatorio. Come uno yuppi! gridato davanti allo schermo del computer.

E poi ho una terza ragione per essere contenta di questo Nobel (per ora, eh). Perché, sarà un bias tutto mio, ma tra i premiati per la disciplina che conosco meglio vedo teorici del razzismo, cialtroni e venditori di terapie discutibili. E nel 2008 ho visto lo scopritore del virus del papillomavirus (quello del tumore della cervice uterina) laurearsi Nobel e dopo pochi mesi essere coperto, forse suo malgrado, dallo scandalo: una grande farmaceutica potrebbe aver pagato i membri della commissione per far vincere proprio lui, in modo che la stampa si occupasse estesamente anche del suo vaccino, peraltro non ancora del tutto accettato dalla comunità scientifica. Un terzo yuppi! per quel che vale. Da adesso, quando dirò eh, ma è stato dato anche un Nobel, eh… per dire che si tratta di una roba importante, da adesso sarò un po’ più convinta di quel che sto dicendo.

(Noto tra l’altro che proprio oggi è andato a morire l’uomo più prolifico del mondo: 210 figli in 92 anni. Che gran colpo di teatro, morire proprio oggi. Si è conquistato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo facendo una delle cose più facili del mondo)