Archivio mensile:ottobre 2012

Radames: discolpati! (E tu, scienziato, impara a difenderti)

(Questo post sarà scritto omettendo nomi propri di persona, di animale e di città, di medicina, di malattia e di cosa pericolosa, in ossequio al decreto antidiffamazione del quale non ho capito il testo, le successive modifiche e le probabili aggiunte, ma che mi piace tanto tanto. E di cui non parlerei male per niente al mondo, ma proprio niente).

Qualche giorno fa mi chiama una collega di quelle brave. Mi fa: devo scrivere un articolo per un piccolo giornale online di pregio, e mi servirebbe uno specialista di una malattia rara che si cura con un farmaco costosissimo intorno al quale di recente è nato un grave scandalo. Mi sai consigliare un nome?
Dico: aspetta, lascia che chiami la mia consulente per fatti di questo tipo. La quale consulente è una parente stretta, di professione medico, che qui chiameremo col nome in codice mamma (quoziente di affidabilità 10/10).
Chiamo l’agente mamma e ripeto il quesito: Mi sai consigliare un nome?
Lei prende il telefono e cerca una collega fidata che si occupa precisamente di quella malattia. La trova. E apriti cielo.
Il grave scandalo, le spiega lei molto arrabbiata, è per metà un gran casino giornalistico che ha coinvolto alcuni colleghi fidati e di sicura onestà, sbattuti sulle prime pagine dei giornali per errore, per associazioni improprie, vittime di fraintendimenti di vario ordine e grado su come funzionino le cose in medicina quando si tratta di farmaci costosissimi e di malattie rare. Sarebbe potuto capitare anche a me, le dice, e se non mi è capitato è per un caso. Oppure è solo questione di tempo.
Vai, penso io: ecco un altro scienziato che parla di fraintendimenti e di distanze lessicali e di sarebbe potuto capitare anche a me.
L’agente mamma insiste, ragionevole: benissimo, allora se parli con la brava giornalista del piccolo giornale serissimo avrai modo di spiegare la vostra posizione e di provare a cambiare la lettura della stampa generalista che… Lei, invece, si arrabbia ancora di più e chiosa: non ci penso nemmeno, non voglio che il mio nome sia associato a questa vicenda. Comprensibile, dice l’agente mamma salutandola. Io storco la bocca, e penso: fatti loro.

Scena 2: interno giorno. Altro collega, altra situazione. Si parte lancia in resta alla costruzione di un pezzo di denuncia sullo scandalo di cui sopra. Mi guardo i piedi. L’agente mamma non starebbe zitta, io invece sì perché penso: in fondo il collega è bravo e c’è comunque molto da indagare ed è uno scandalo vero e forse sono solo fatti suoi e…
Un istante. Ci ripenso, allungo la mano, gli tocco la spalla e lo avverto: mi ha chiamato un giornale serissimo tempo fa, proprio per questa vicenda. Ho indagato (ometto il nome in codice del mio agente: non mi prenderebbe sul serio) e ho capito che ci sono finiti in mezzo tanti che forse non c’entrano molto. Attento alle querele. Lui mi dice: ok, grazie.

Scena 3: esterno giorno. Sono in giro con un’amica che insegna una cosa che non ha niente a che fare con la medicina, in un’università diversa da quella dei due protagonisti della prima scena. Le racconto il mio lavoro strano e il mio recente imbarazzo, la mia difficoltà di capire come comportarmi coi colleghi non-scientifici, quali siano fatti miei e quali fatti loro, quanto infilarmi nelle storie che stanno costruendo se mi chiedono un parere o se me le raccontano soltanto. E lei ha un sobbalzo: ha riconosciuto la vicenda. Qualche giorno prima, mi dice, ha ricevuto una mail da un collega della sua università, medico, che lei non conosce, ed era una mail di quelle collettive destinata ai colleghi dell’università. L’autore spiegava, con tanto di allegati, come fosse stato coinvolto impropriamente in un grosso scandalo finito sui giornali con grande vergogna. Lui non c’entra, spiega, ma come altri è finito sbattuto in prima pagina per i fraintendimenti che blablabla… A chi l’ha spedita, scusa? Per quanto ne so, ai colleghi universitari. Ah.

Ora. In due settimane ne ho sentite almeno due di cose così. E ho avuto un’unica, istintiva, reazione. Ma perché non vi difendete? Cacchio, scienziati: difendetevi.
A volte non è nemmeno vero che ci sia qualcuno che vuole accusarvi a tutti i costi. Semplicemente, a volte capita di fare errori. E allora difendetevi, no?
(Tra l’altro, dalla sentenza del processo dell’Aquila, noi giornalisti scientifici siamo visti dai colleghi non-scientifici come miopi difensori della scienza a tutti i costi, fautori di una categoria lontana e impenetrabile, che solo noi siamo rimasti a proteggere. Un po’ ci siamo rotti le scatole, a dirla tutta. Almeno dateci una mano).
Provate a pensare a quando siete voi il nostro pubblico. A quanto è difficile farsi un’opinione complessa in presenza di una sola campana. Perciò se la seconda campana è la vostra, e vi sembra che nessuno la ascolti, forse potreste almeno fare uno sforzo, buttare giù il rospo, e parlare coi giornalisti quando sono loro a cercarvi.
Se non per dovere di comunicazione, almeno per evitare di finire al centro di un tiro al piccione.

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Processo dell’Aquila: perché credo che non ci sia niente da festeggiare

Il titolo esatto di questo post dovrebbe essere perché sono ventiquattro ore che provo una terribile vergogna per il mio paese, per i miei colleghi, per quello che sento dire. Vergogna mista a un terribile senso di impotenza. È una sentenza umiliante per tutti gli italiani, eppure vedo gente festeggiare. Mentre la mia minoranza d’elezione, quella dei giornalisti scientifici, si indigna e si affanna a precisare. E non serve a niente, a niente. Ho la sensazione, sempre di più, di vivere in un paese fermo al Medioevo: irrazionalità, furia degli elementi, forconi e falò. Il mondo, lo sapete il mondo? Il mondo ci ride dietro. Che vergogna. Che vergogna. Ma sarebbe troppo lungo.

Non mi interessa, oggi, definirlo processo alla scienza o agli scienziati o alla comunicazione della scienza o boh. Non mi interessa, oggi, dire che è una occasione per riflettere sul rapporto tra scienza e politica, scienza e cittadini, scienza e rischio… Il nostro paese non ci ha mai fatto mancare queste opportunità e farlo all’indomani di una sentenza per omicidio colposo plurimo, questa sentenza in particolare, mi sembra cinico, snob, inutile. O comunque, oggi non mi interessa.

Oggi mi interessa che riusciamo a fare chiarezza, davvero, su un processo animato da un senso di vendetta imbarazzante e baro, che probabilmente ha obnubilato anche l’umana pietà e il comprensibile dolore. Sembriamo quello che tira una freccia al vento per farlo sanguinare. Il suo dolore è anche il mio, sapere che i bambini dormono sul letto del Sand Creek: ma a che serve tirare frecce al vento?

Oggi, quindi, proverò solo a elencare qualche punto della vicenda.
(Per altri chiarimenti rimando al blog di Marco Cattaneo, a Oggiscienza, al blog di Leonardo Tondelli sull’Unità, a Pietro Greco su Scienza in rete e agli articoli di Nicola Nosengo su Nature e al suo commento su Scienza in rete).

  1. Non è un processo a Bertolaso. Bertolaso in questa fase non c’è, non è tra gli imputati. Forse oggi lo abbiamo capito, ma mi ricordo bene che qualche mese fa ho dovuto insistere per convincerne colleghi, i miei colleghi migliori, convinti che adesso a Bertolaso facciamo un culo così. Perché l’intercettazione in cui Bertolaso apparecchiava la riunione della Commissione Grandi Rischi (Cgr) che è finita sotto processo è uscita quando eravamo ancora lì con la storia del Salaria Sporting Village e delle ripassatine. Ma sono due cose diverse. Un paese in cui i giornalisti di sinistra (e vorrei potermi sentire di sinistra anch’io, cazzo), dicevo, i giornalisti di sinistra, i miei amici, si fanno idee di questo tipo e lavorano in questo modo è un paese che mi fa paura.
  2. Tra gli imputati c’è chi, invece, quella mattina lì ha partecipato alla riunione. Punto. Compreso l’allora direttore del Centro nazionale terremoti (uno scienziato a capo di un organo tecnico, non un politico) che accompagnava il suo capo, l’allora presidente dell’Ingv Enzo Boschi, ma che della Cgr non faceva parte. A me un paese che butta dentro un processo uno che, di fatto, non c’entra niente, è un paese che fa molta paura. Penso che un giorno potrebbe toccare anche a me.
    Ah: a processo non ci sono, invece, i politici che quella mattina, in quella stanza, c’erano e ci dovevano essere, e avevano responsabilità ben maggiori dei tecnici. E perché?
  3. La storia dei ricchi gettoni è imbarazzante. Se domani mi propongono di far parte di una Commissione per la valutazione dei rischi connessi alla comunicazione della scienza fatta un po’ come cazzo ci pare, beh, a me sembra normale avere un gettone. A voi no? Prendereste un rischio (e un lavoro) gratis? Nella fattispecie, però, vi dirò con sorpresa, non tutti gli imputati sono stati pagati per essere stati lì (diciamo che per quanto ne so io non sono stati pagati, ma non posso escludere che qualcuno lo sia stato). Un paese che strilla alla casta senza prima informarsi, che tira fuori storie di ricchi gettoni ogni tre passi, è un paese che a me fa paura, o forse, ed è peggio, noia.
  4. Uno dei perni della vicenda è un’intervista che il vicecapo di Bertolaso rilasciò a una televisione locale e in cui sosteneva la famosa teoria dello scarico dell’energia, teoria priva di senso scientifico secondo le conoscenze attuali (e che dunque, oggi, nessuno scienziato sosterrebbe con quelle parole). La teoria dice che uno sciame sismico prolungato scaricherebbe l’energia e impedirebbe una botta maggiore. Cazzate. Tipo come quando ti dicono piangi e scaricati, vedrai che passa. Cazzate, se uno piange piange. Poi potrebbe smettere di piangere o avere una ragione per continuare a farlo, o addirittura buttarsi da un balcone.
    Però l’idea di Bertolaso, come si evince dalle intercettazioni, era di usarla per convincere la popolazione che non ci fossero rischi. Peraltro, in quel periodo c’era un certo Gianpaolo Giuliani che stava seminando il panico per la profezia (sbagliata, no?) dell’arrivo di un terremoto a Sulmona. Quindi fu impapocchiata, male, una specie di risposta in cui i cittadini avrebbero dovuto credere alla scienza chiunque gliela presentasse.
    Però c’è un particolare.
    L’intervista fu registrata prima della riunione della Cgr e mandata in onda dopo. La situazione me la immagino: venga stamani, così facciamo prima, tanto immagino che saprete che cosa verrà detto… Succede, succede immagino molte volte. Solo che quello che fu detto in quella intervista non sarebbe stato sottoscritto da molti dei partecipanti alla riunione. E questi ne erano del tutto ignari. Allora perché incolparli?
    Un pasticcio colossale. Ma mi spiegate perché a farne le spese devono essere persone (non sto parlando del gruppo dei sette, ma dei singoli imputati) che di quella intervista ne sapevano quanto noi? Persone a cui quelle parole sono state messe in bocca per disattenzione. Neanche la disattenzione è un omicidio, ma a chi proprio non c’entra niente che colpa vogliamo dare? Un paese che confonde gli imbroglioni e gli imbrogliati è un paese che mi fa una grande paura.
  5. Chi ha ascoltato quella intervista, si è detto, è stato impropriamente rassicurato. Mi spiegate però come si fa a dire che è per quella intervista trasmessa sulla tivvù locale che ha deciso di tornare a casa proprio quella notte in quelle case? Davvero basta sentire le cose in tivvù? Davvero? Questo paese mi fa paura davvero.*
  6. Il verbale della Cgr fu redatto dopo, dopo il terremoto. Si è detto che è un verbale sciatto. Sono comparse versioni varie della cosa. Sicuramente un pasticcio colossale anche quello. Mi viene da dare ragione a chi, però, dice, che occhei: non bisognava farlo dopo, è una inadempienza grave. Ma proprio perché è stato fatto dopo come si fa a dire che è stato quello a convincere la gente di cui al punto 5? Un paese che imposta un processo con almeno due confusioni tra i prima e i dopo mi fa un po’ paura, a voi no?
  7. Non sono di quelli che pensano che la scienza debba essere l’unico sistema di conoscenza del mondo (mi piacerebbe molto che lo fosse, ma so di non poterlo imporre a tutti). Sono però profondamente convinta che in certi casi sia davvero il migliore. Se mi chiedo perché ogni mese mi vengono le mestruazioni, sarò mica malata o impura? Credo che la risposta della scienza sia migliore di qualsiasi altra risposta mistica, religiosa o di buon senso che l’umanità si sia mai data.
    Una sentenza come quella dell’Aquila, e le cronache che stanno seguendo, porta un sacco di brava gente (a quelli in malafede non voglio nemmeno pensare) a credere che invece possa essere considerata uno dei fattori in ballo, opinabile quanto gli altri. E che l’opinione di uno scienziato, su fatti tipo terremoti e mestruazioni, sia paragonabile a quella di un mago, di un Paperoga con le sue invenzioni da garage o di un aruspice in saio che scruta il volo dei piccioni. No. Non è così. È per questo che il resto del mondo occidentale ci ride dietro.
    Altra conseguenza: ma secondo voi, domani, i sismologi (anche considerando tutto quello che ha detto e fatto loro Grillo, quel Grillo che oggi nei sondaggi viaggia verso il 20% di preferenze alle prossime elezioni) accetteranno di andare in tivvù a spiegare che cosa sta succedendo sul Pollino o in Emilia e in tutti i posti che, proprio adesso, stanno tremando come matti?
    Scusate, avevo detto che oggi la teoria non mi interessava. È solo che volevo concludere con la cosa che mi fa più paura di tutte: che la brava gente, che si trova dall’una e dall’altra parte, oggi abbia rinunciato a parlarsi e ad ascoltarsi. Un paese che deve per forza avere un colpevole, che impugna il forcone e convince la brava gente a uno schieramento manicheo contro altra brava gente, è un paese che mi fa una enorme paura.

Per questo credo che non ci sia niente, ma proprio niente, di cui essere felici.

 

*Mi hanno fatto giustamente notare che questa frase potrebbe essere fraintesa e letta come un’accusa di pecoronaggine che proprio non volevo muovere. La modifico così, a posteriori, qui in calce: “Mi spiegate però come si fa a sostenere che è per quella intervista trasmessa sulla tivvù locale che ha deciso di tornare a casa proprio quella notte in quelle case? Davvero basta sentire le cose in tivvù? Davvero non ci sono mille altre ragioni perché uno pensi: basta, da stasera voglio tornare nel mio letto? Davvero vogliamo dirci che, tra le mille cose che saranno successe, e con prove abbastanza opinabili, almeno in parte, sia stata solo l’intervista letta sul giornale o sentita in tv a convincere una persona a rientrare? Davvero stiamo sostenendo che la tv possa fare tanto?”.

A proposito di scuola. Professori bravi e bravi studenti: un aneddoto

Sentite questa.
Qualche giorno fa mi sono trovata a moderare un incontro tra scienziati e studenti delle superiori. Lo faccio spesso e ormai so riconoscere certe situazioni. Tipo: la prima domanda dalla platea è quasi sempre un disastro di domanda, ma io non mi devo preoccupare. Perché quasi sempre si tratta di quello un po’ troppo incoraggiato dal professore, quello che deve fare bella figura a tutti i costi, quello un po’ sfacciato o non del tutto sincero. Non importa: ci vuole tempo per carburare un dibattito ed è normalissimo che sia così.
Solo che la prima domanda, qualche giorno fa, sembrava roba da dibattito politico di serie zeta, il classico intervento che comincia con il fatidico la mia più che una domanda è una provocazione…. Ma con contenuti da bar. Un ragazzotto in bomber con la testa china su un foglietto stava recitando più o meno tanto la gente vota sempre gli stessi politici e tutti poi rubano e quindi è inutile pensare di costruire una società collaborativa e giusta se poi si sa che le cose vanno così, e comunque la scienza sta nei laboratori: noi non possiamo fare niente.
Al di là del significato di quelle parole, il ragazzotto leggeva con un terribile accento e una prosodia mortifera, per cui dopo i primi sette secondi il resto della platea aveva cominciato a rumoreggiare. Era andato avanti un paio di minuti: gli scienziati gelati, e io in mezzo all’aula che mi chiedevo se non intervenire.
Gli scienziati per fortuna non si sono scomposti, sono stati brillanti e saggi, e hanno risposto in maniera sensata.
Solo che…
Nel frattempo, il vicino del ragazzotto col bomber ha alzato la mano. Panico.

Mi avvicino. Gli dico ciao, che cosa vuoi chiedere? E lui glielo devo dire ora? Dico sì, sarebbe meglio: sto raccogliendo le domande, siete tanti, voglio evitare che vi sovrapponiate… allora, dai, più o meno, che cosa vuoi chiedere?
Risposta: non lo so.
Come non lo sai?!
Eh… non l’ho ancora letto.
Ferma. A parte che sarebbe meglio che non leggessi, che andassi a braccio, perché sennò diventa difficile seguirti… Tanto, più o meno, almeno più o meno, saprai che cosa…
Insiste: no, non lo so. Non l’ho ancora letto.
Insisto anch’io: scusa, ma non l’hai scritto tu?!
Lui: no.
Il professore, accanto a lui e a quello del bomber, gongola e mi guarda orgoglioso.
Dico: professore, però questi incontri sono per i ragazzi e dovrebbero stimolare…
Lui mi guarda come quello che la sa lunga e mi fa: lo so, lo so… ma li lasci leggere, sono bravi ragazzi…
Torno sul ragazzo, dico senti, leggiti questa domanda in silenzio, sicuramente conterrà qualche spunto: fatti un’idea tua e tra cinque minuti torno.
Faccio per allontanarmi ma il professore mi afferra per un braccio. Mi guarda serio negli occhi e bisbiglia senti, non crederai mica che qui dentro ci siano tanti altri professori che preparano le domande per i propri alunni la sera prima, eh?!
Gulp.
Finisce che do la parola al ragazzo: lui non legge ma ripete a pappagallo e il senso è, di nuovo, noi ragazzi senza speranze in un mondo per cui è inutile farsi sotto…
Il professore, lì accanto, è molto contento dell’esegesi pubblica del suo pensiero.

La terza mano alzata è quella di un altro professore, stessa scuola. Vado lì e spiego devo dare la priorità ai ragazzi, le domande dei professori le terrei per la fine… in genere, quando si rendono conto, si scusano e mi dicono ma certo, sicuro, ascoltiamo i ragazzi… Invece questo è seccato. E tutte le volte che do la parola a uno studente, mi richiama con la mano e mi dice c’ero prima io.
A un certo punto lo faccio parlare.
Ed ecco cinque minuti cinque di intervento in cui riesce a inanellare una serie di stupidaggini di cui mi rendo conto persino io (meraviglioso l’attacco: come tutti sanno, l’energia elettrica è la fonte di energia più pulita che esiste…), tronfio, con una mano in tasca, in giacca e cravatta, per concludere con la politica non aiuta il cittadino e queste belle cose che ci avete detto sulla gestione dell’energia sono favole perché tanto è tutto inutile.
In effetti, lui non aveva preparato le domande per i ragazzi la sera prima. Così ha compensato la sua negligenza con un piccolo comizio.

Gli studenti di quella scuola? Loro sono intervenuti solo 45′ minuti dopo, quando hanno preso coraggio, e hanno fatto (effettuato ha detto una ragazza che si è presentata cognome-nome) belle domande, spontanee e curiose. Ma la migliore di tutte è arrivata fuori tempo massimo. Ho concesso trenta secondi al ragazzino con la cresta solo perché era di quel gruppetto lì: mi sembrava giusto risarcire in qualche modo studenti così scoraggiati. E finalmente ci siamo sentiti chiedere: ma se sviluppiamo nuove tecnologie, quelli che adesso producono le vecchie rimarranno senza lavoro? Oppure dovranno adattarsi al cambiamento e imparare a fare cose nuove? E se non ci riescono?
Caro. Bravo. Tesoro di ragazzino. Dicci: da dove l’hai tirato fuori un pensiero così onesto e complesso? E poi, ti prego, raccontaci che cosa ha fatto il tuo professore ieri sera

Studia in Italia e girerai il mondo

Mi sembra di una gravità inaudita. Manganellare un ragazzo di quindici anni, spintonarlo, aggredirlo con caschi e scudi. Soprattutto mi sembra grave perché uno studente in corteo è in piazza per dire la sua, e dovremmo esserne felici, dovremmo incoraggiarlo: hai un’idea, accidenti, che bello. Chi è l’adulto tra il poliziotto e il liceale? Chi è pagato dallo stato per proteggere l’altro? Può darsi che il liceale avesse tirato un uovo marcio, buttato a terra un motorino, gridato qualcosa della cui ingenuità si pentirà già a sedici anni. A tirargli il ceffone che si merita, o a trovare forme alternative di rieducazione più consone a una famiglia del ventunesimo secolo, ci penseranno i suoi genitori. Ma adesso come faremo a convincerlo che votare è un dovere, pagare le tasse è un dovere, rispettare i pensieri, le opinioni e i motorini degli altri è un dovere, e costruire una collettività matura, o almeno provarci, è un cazzo di dovere? E come facciamo a crederci noi? L’avessimo visto succedere in Russia, o a Cuba, o in Cina: studenti in corteo aggrediti dalla polizia, ci sono feriti. Che cosa staremmo dicendo, adesso?

Ma più in generale, che cosa stiamo facendo ai nostri studenti? Sono stata ad assistere a un concorso internazionale per squadre di studenti universitari: il compito era quello di costruire un prototipo di casa ad altissima efficienza energetica, la migliore possibile, con un po’ di altri benefit. I ragazzi ci hanno lavorato due anni, hanno saltato vacanze e rimandato esami: hanno preparato la tesi di laurea facendo calcoli su calcoli per la casetta portabandiera del proprio paese. Poi l’hanno tirata su, in mezzo ad altre casette di altre squadre di studenti di altri paesi del mondo. Ed è cominciata la gara.
Primi sono arrivati i francesi, gli invidiati e odiati francesi. Chiedo a uno di loro: dimmi la verità, perché siete primi? E lui, la voce dell’innocenza, i capelli impiastricciati di gel, risponde icastico: perché siamo tanti studenti, ci hanno dato un sacco di soldi, ci hanno dato fiducia, il prototipo che vedi sarà costruito davvero, i privati che hanno investito su di noi si aspettano un ritorno economico e nessuno ha mai pensato che stessimo giocando.
Gli italiani arrivano terzi, e festeggiano come se avessero vinto la Coppa del mondo. Chiedo a uno di loro, stessa voce dell’innocenza, stessi occhi verdi, ma la faccia sudata e allegra, un incisivo rotto e niente gel: perché siete arrivati terzi? Risposta: perché siamo bravi, accidenti, e abbiamo lavorato bene. Siamo la metà dei francesi, abbiamo avuto meno di un terzo dei loro finanziamenti, la nostra casetta è bellissima ma non sarà mai abitata. Questo è un terzo posto che vale più del loro primo. E giù di canti e balli.

Non sapevano, i due, che io stavo ponendo loro la stessa domanda. Ma sapevano, i due, che cosa aveva fatto davvero la differenza: l’investimento in soldi ma soprattutto in fiducia e in progettualità. Il fatto che noi uno studente che va in giro per il mondo a presentare i suoi progetti lo trattiamo da ragazzino che gioca, mentre, qualche chilometro più in là c’è chi lo prende molto sul serio e fa un quarto investimento: quello su di lui.