Archivio mensile:giugno 2013

Vuoi entrare nel mercato? Prima pulisciti i piedi: decalogo per un’aspirante penna della scienza

1. No.
Se non è previsto un compenso non lo devi fare*.
Facile.

2. Le seguenti valute sono fuori circolazione:
visibilità, esperienza, gavetta, curriculum, soddisfazione, vetrina, partecipazione-a-un-progetto…
Il lavoro va retribuito in denaro, sennò è un hobby.
Facile anche questa.

3. La giovane età non è un’attenuante: una cosa è uno stage (e per esserlo davvero deve essere di pochi mesi, un paio o tre, e deve permettere di imparare cose utili e spendibili) un’altra cosa è vivere nella condizione lavoratore + giovane-età. In questo secondo caso, se non ti stanno pagando ti stanno fregando. E però anche tu ci stai mettendo del tuo. Dai, su.
Che cosa significa giovane? Dalle nostre parti si diventa maggiorenni a diciotto anni e a venticinque anni si può essere eletti in Parlamento**.
Quando uno è pieno di titoli di studio e di stage nel cv, lavora, paga le tasse, vota… ma che cavolo aspetta a diventare grande?
Semmai, se proprio sei in dubbio, dai un colpo di telefono al tuo amico inglese, quello del campeggio all’Elba l’anno scorso: lui viene pagato per fare quello che fa? Ecco.

4. che male fai a lavorare gratis? Sono fatti tuoi, dici?!
Errore!
Sono fatti di tutti. Immagina questa situazione (reale, solo un po’ schematizzata):
– drrrriiiiin! Gentile professionista-di-una-certa-esperienza: le andrebbe di scrivere per noi quei suoi bellissimi e curatissimi articoli in cambio di due lire?
– No, mi dispiace: io ho due figli e del mio lavoro ci vivo, mica lo faccio per divertirmi.
– drrrriiiiin! Gentile studentessa del secondo anno di uno dei tanti master: le andrebbe di scrivere per noi quei suoi articoli che nessuno ha mai visto (il suo numero lo abbiamo trovato da un amico di un amico a cui forse lei aveva chiesto… boh, vabbè) per una lira soltanto?
– Certo!
– drrrriiiiin! Gentile professionista-di-una-certa-esperienza: ci scriva un po’ quello che le pare, noi gli articoli li paghiamo una lira. Ricicli pure cose che ha fatto per altri, ecco. Più di una lira non possiamo pagarla perché ormai il nostro tariffario è questo.
Adesso pensa: quale sarà la qualità di quello che viene pubblicato? Chi glielo dice ai lettori che metà degli articoli che leggono sono una palestra per sedicenti giovani e l’altra metà sono articoli scritti con la mano sinistra? Ci stupiamo, adesso, di trovare errori negli articoli che parlano di scienza?
Poi.
Che fine avrà fatto la professionalità di quella di una certa esperienza? Quanta roba dovrà produrre, la poveraccia, per continuare a garantirsi entrate dignitose per sé e la sua famiglia? E che ne sarà del mercato dell’informazione scientifica? Quello in cui vorresti vivere anche tu, quando ti sentirai in diritto di chiamarti adulto? Sì, proprio quello.

5. Oh, certo. Scusa, hai ragione: ho alzato la voce e non avrei dovuto.
Ma considera che quando uno partecipa a un progetto, se si prende i rischi si deve anche prendere i benefici. Cioè: lavorare gratis va benissimo se uno sta partecipando all’investimento e quindi se si presume che parteciperà agli utili, se e quando arriveranno. Altrimenti prendersi i rischi senza avere il bello del lavoro imprenditoriale, cioè la progettazione e il governo dell’idea, e poi nemmeno gli utili… Beh, è facile anche questa, no?
Se ti chiedono di lavorare gratis per un’impresa commerciale (un sito internet, un giornale, un’iniziativa… che vivono di pubblicità, magari) oppure anche un ente che fa investimenti (e che magari paga tutti gli altri, dal tipografo al camionista, dal magazzinere al grafico) devi pretendere di essere pagato.
Se ti chiedono di farlo per un’impresa in cui non girano soldi per niente ma davvero per niente, deve essere davvero una cosa in cui credi. Tipo i bambini poveri del primo asterisco, sì. E allora bravo: hai la mia stima.

6. Come dici? Tu in realtà fai un altro mestiere?!
Peggio!
Ma scusa: noi che facciamo i giornalisti veniamo a fare il tuo lavoro, magari male, e a fare dumping? Sì, guarda, oggi ho voglia di venire in laboratorio a spipettare un po’: no, non importa che mi paghiate, tanto vivo di altro… Sì, non mi servono finanziamenti, lasciate pure perdere: per me è un hobby…
E poi, nel caso, eh, sommessamente: ma non ti viene in mente che se c’è gente che lo fa di mestiere è perché è un mestiere?
Certo: vanno benissimo, e anzi ci piacciono un sacco, gli scienziati blogger, quelli da festival, quelli che scrivono… Sono i nostri migliori amici: ma che c’entra?
Se in tutto il mondo esiste gente che di mestiere fa comunicazione della scienza o giornalismo scientifico o entrambe le cose (sostanzialmente, pe’ campà) è perché si tratta, appunto, di una competenza diversa, che richiede un impegno costante e attento, preparazione, contatti, formazione… un mestiere, insomma.

7. Sì, lo so. Non sembra. Ma perché questo è un paese strano e ingrato.
In realtà, quelli come noi fanno uno dei tanti lavori che servono a tenere in piedi il paese: siamo quelli che impostano il dibattito scientifico, lo permettono, lo facilitano. Quelli che favoriscono il dialogo tra parti diverse della società, che hanno un sacco di amici scienziati ma poi sanno anche che non è che dalle loro labbra escano soltanto verità assolute, e che anche la signora Pina, che ha paura delle carote malvagie e coltiva la belladonna sul terrazzo convinta che sia biologica, e quindi buona, ha la sua voce e il diritto di usarla.
Siamo quelli che sanno un po’ di tutto e un po’ di niente, che magari hanno bisogno di andare su Wikipedia per ripassare un meccanismo cellulare perso nella memoria o una cavolo di strana unità di misura ormai dismessa, ma che con la stessa facilità si muovono poi sulla fisica e sull’attualità.
Siamo quelli che non sbagliano i congiuntivi (quasi mai, ecco) e che in più sanno rispettare le norme redazionali dei giornali per cui scrivono. Siamo quelli che parlano in pubblico e gestiscono una conferenza con centinaia di persone e un istante dopo si sciroppano un libro da trecento pagine sull’epistemologia dell’insettino rosa perché devono scrivere una recensione da dodici o da ottanta righe entro le otto di stasera. E poi magari devono anche rimediare agli errori del collega che-di-scienza-mammamia-guarda perché sennò perdiamo un sacco di amici scienziati permalosissimi.
Eh, siamo tutto questo ma siamo anche un sacco di altre cose. Siamo diversi tra noi, perché siamo versatili e ci adattiamo al mercato. E il mercato c’è: è per questo che esistiamo.
Ma dobbiamo recuperare un po’ del nostro orgoglio, che è uno degli strumenti di lavoro più importanti che abbiamo, e se quel mercato ce lo mandate a remengo, tra giovani-aspiranti-qualcosa ed editori-rapaci, abbiamo il triste sospetto che saranno guai. Per tutti.

8. Certo che capita davvero di sentirsi proporre lavori gratis. Certo, anche a me che ho una certa età ed esperienza.
Funziona così:
a. Sei giovane: Bene! Avrai bisogno di farti le ossa: ecco per te una splendida opportunità di guadagnare visibilità!
b. Sei anziano e arrivato: Grazie! Ci piacerebbe tanto avere la tua firma, e poi del resto mica avrai bisogno di essere pagato, tu, che sei così famoso…
c. Sei metà e metà: Allora sarai interessato al nostro progetto… Oppure capirai che siamo un ente senza fini di lucro… E comunque si tratta di una cosa a cui tutti partecipano gratis… E così via. L’avevo descritta in un vecchio post.

9. Sì, capita anche di sentirsi promettere soldi e di non riceverli mai.
A volte uno si fida, e alla lunga gli va bene. A volte si finisce per dover telefonare a un avvocato.
Pensa te che cosa succederebbe se pretendessi di non pagare il tuo idraulico. Ecco: io sto aspettando 40 euro da quasi un anno, da un giornale grosso, ma grosso eh.
Ovviamente ho smesso di scrivere per lui, e ovviamente per 40 euro non chiamerò un avvocato: ma capisci che la vita si fa complicata così…

10. Stupito?
No, guarda. Non ce l’ho con te. È solo che penso che sia necessario riflettere su quello che sta accadendo al mercato della cultura in questo paese. E se hai deciso di entrarci, sei più che benvenuto. Quelli come noi non sono mai troppi. Purché si comportino con coscienza e tengano sempre in mente che la battaglia per la la propria dignità di lavoratore è anche la battaglia per la dignità dei colleghi e soprattutto per quella del nostro lavoro, tutto.
Se ci tieni, se ti piace, se pensi che sia importante, bello e giusto, allora devi anche difenderlo.

(Come? Avevo detto decalogo e poi ho sbarellato di brutto? Beh, succede. Del resto lo sapevi fin dall’inizio: qui, quello giovane dei due sei tu).

 

*valgono come eccezioni le richieste della mamma (purché la mamma non abbia tendenze tiranniche o megalomaniche), le cose fatte per vera beneficenza che viene dal cuore (bambini poveri e così via: si riconoscono perché davvero non circola una lira), gli investimenti (tipo scrivere un libro).
(questa è un’aggiunta posteriore): Quando si parla delle eccezioni, un po’ di amici miei e io citiamo il caso Festival della scienza di Genova. Noi ci andiamo ogni anno, gratis, come si va a fare Natale in famiglia: ci rivediamo, che bello, stiamo insieme, scambiamo le idee, ceniamo insieme e così via. In cambio di una moderazione o due, abbiamo viaggio, vitto e alloggio, feste comprese. Più o meno come tornare a casa. Ma soprattutto, mentre siamo lì promuoviamo la nostra professione in un evento grande, con grande visibilità (l’evento) che per noi è un po’ tipo un Pride.
Io non ho saltato un’edizione, ci sono andata tutti gli anni per ragioni diverse. E non mi sono mai pentita.
Queste bandiere (i Pride) sono altri esempi di cose che, ok, è vero, si fanno gratis.
** va bene, alla Camera, mentre in Senato ci vogliono quarant’anni. Ma Senato ha la stessa origine di senile, vuol dire roba da vecchi: abbiamo scollinato, è chiaro, no?

“Non è lavoro gratis: è una nuova idea di imprenditoria”. Il mio strano carteggio sull’editoria che non ti paga

Qualche giorno fa un estratto del mio libro è stato pubblicato da Linkiesta.
Si tratta di un paio di cartelle in cui provo a spiegare che lavorare a pagamento non è solo una bella cosa per il proprio conto in banca ma è anche un atto di responsabilità verso la professione, e che dovremmo ricordarcelo soprattutto noi lavoratori sedicenti intellettuali o della cultura o dell’informazione o fate voi.
La solita zuppa.
Più o meno come successe tempo fa, quando pubblicai i testi originari sul blog, ho ricevuto un sacco di mail private (e in effetti non sono sicura di aver risposto a tutti). Tante.
C’è chi dice soltanto lavoro gratis e allora? E chi dice parole sante (ah sì? a me sembravano banalità). Chi dice scrivo gratis ma per me è un secondo mestiere, praticamente un hobby (e allora grazie da parte di tutti noi che vorremmo camparci) e chi dice ci stanno rubando il futuro e poi mi racconta la sua storia.
Poi arriva uno con una mail in cui leggo più o meno chiedo ai miei collaboratori di lavorare gratis: ho provato a spiegare loro che possono trarne un guadagno comunque, da altre cose, ma loro non sono contenti e, come te, insistono a voler essere pagati.
Pofferbacco, che richieste.
Ma forse sono io che ho capito male, mi dico.
Giornalismo partecipativo, imprenditoria diffusa. Rileggiamo.

Chi mi scrive è un giornalista: si è fatto il mazzo in giovane età e dice di avere ben chiaro il principio (si riferisce al volontariato) per cui si lavora gratis solo se tutti lavorano gratis.
Adesso ha aperto una serie di giornali online ma non può pagare i collaboratori.
Sui siti internet la cosa viene descritta così:
L’attività parte a budget zero, senza investimenti in denaro, ma con l’apporto di tempo ed idee dei suoi collaboratori. È una testata regolarmente registrata in tribunale, non beneficia per ora di finanziamenti pubblici. Le risorse per l’attività derivano dalle attività accessorie (Relazioni e comunicazioni, formazione) e dalla pubblicità, che segue gli standard tradizionali in uso nei principali giornali online.
Nella mail mi dice che è un modo per liberarsi dall’editore-sfruttatore e per trarre beneficio dal proprio lavoro senza compromettere la propria libertà.
In un altro sito si parla di giornalismo di comunità. E si invitano i lettori a mandare i propri pezzi in redazione.
In tutti i siti c’è una pagina per la raccolta pubblicitaria, come del resto si capisce dal testo qui sopra.
E comunque, va riconosciuto che in questi giornali è scritto nero su bianco. Mentre in molte testate, anche grandi, compaiono articoli scritti per compenso zero e non viene detto, perpetrando quella che per me, diventa quasi una truffa verso il lettore.

Ma torniamo al mio corrispondente.
Forse racconta di una cosa diversa da quella che faccio io. Del resto, non è nemmeno la prima volta che sento parlare di crowdjournalism.
Nel caso rispondo avanzando dubbi sul concetto di imprenditoria diffusa: per me, imprenditore è chi accetta i rischi di un’impresa e gode dei suoi eventuali benefici, mentre i suoi lavoratori non guadagnano altrettanto ma non si prendono nemmeno i rischi. Per cui l’imprenditore li paga sempre e sempre uguale (beh, insomma: a grandi linee) e tutto il resto è suo. Così l’avevo capita, io. È la vecchia storia del rischio imprenditoriale, che non può essere scaricato sui lavoratori a meno che tu non li faccia entrare in società e non li renda partecipi anche degli eventuali utili. E quindi a meno che non trasformi anche loro in imprenditori.
Qui, dico io, da come la capisco, sembra un classico pagamento in visibilità.

No, mi corregge lui. Non ci siamo capiti. Noi non ci mettiamo capitali, ma lavoro: cioè noi che mandiamo avanti la baracca ci mettiamo il nostro sudore. Il reddito ci arriva da attività parallele legate al sito. E la mia proposta è di lavorare tra pari, in un sistema in cui tutti mettono lavoro e ciascuno beneficia delle attività di cui sopra. Usciamo dallo schema padrone – lavoratore.
Mumble mumble… Medito. E rispondo: quelli come me non sono in uno schema padrone – lavoratore, sono in uno schema cliente – fornitore. E il cliente paga.
No no, insiste paziente. Qui, con il lavoro di tutti, tutti guadagnano opportunità. Nessuno guadagna direttamente dal sito.
Solo che i suoi collaboratori non l’hanno capita come non la capisco io.
In generale, io so che quando propongo a qualcuno di lavorare a una mia idea, l’idea resta mia e lui lo pago. E sono ancora ferma qui.
Ma il mio corrispondente è gentile e sembra molto sicuro della sua proposta.
Dice che si tratta di allargare gli orizzonti e di provare a pensarci.
Voi che ne dite?

 

A Roma, per parlare di scienza a #italy4science, e non soltanto: cronaca del giorno dopo

Centocinquanta, forse duecento persone sedute in platea. Quattro relatori, cinque o sei organizzatori, forse una decina. Due poliziotti in borghese. E un contestatore piccino picciò, con l’aria da secchione, un sacco di fogli in mano e l’aria più innocua del mondo.
Mi avevano detto che alle iniziative della Giornata nazionale per la corretta informazione scientifica ci sarebbero stati disordini. Che i sedicenti animalisti avrebbero fatto il diavolo a quattro, e proprio a Roma dove la disinformazione scientifica è stata usata per la propaganda delle destre in questa fiacca campagna elettorale per il sindaco. Che ci sarebbe stato da usare la frusta. Poi mi avevano detto anche: non verrà nessuno, sabato pomeriggio, a Roma… Anch’io avevo un po’ temuto. Avevo avvertito i relatori di rinunciare alle proprie camicie migliori e di prepararsi al lancio di vernice. E avevo suggerito agli organizzatori di cammellare le famiglie, fratelli, nonni e genitori: di portare tutti lì in platea, come a un pranzo di Natale.
Invece sono state tre ore e mezza faticose, sì, ma anche istruttive e persino divertenti. Soprattutto perché i relatori sono stati eccellenti e perché il pubblico li ha davvero ascoltati a bocca aperta.

E anch’io mi sono bevuta d’un fiato l’intervento di Paolo Bianco sul caso Stamina e sulle sue battaglie: lui, che di mestiere fa il professore universitario, ha fatto un lavoro di indagine che in un paese normale dovrebbero fare i giornalisti investigativi, magari insieme ai giornalisti scientifici. Rabbia, invidia, ammirazione: una sensazione così, la mia. Insieme alla curiosità per i dettagli di un presunto metodo terapeutico che, per il poco che si sa, è tutto, tutto, scientificamente sbagliato. E per quello che nasconde di interessi commerciali, che dire cinismo è poco.
Mi sono goduta la riflessione di Vittorio Colizzi, che ha esordito ricordando a tutti che, oltre al caso Stamina, in molti casi le panzane scientifiche nascono in seno alla scienza stessa. Eh, cari miei. E pensare che a volte, con certi scienziati (soprattutto delle scienze dure, come se la fusione fredda me la fossi inventata io) a dire certe cose scivoli nella Lesa Maestà e finisci di dialogare, stop, zero, non ti permettere, tu che hai abbandonato la purezza della scienza per il, puah, giornalismo.
Poi il calcolo delle morti da Ogm alimentari (zero, secondo la letteratura scientifica globale mondiale totale) in confronto a quelle da parassiti e germi che si trovano nei cibi (ennemila all’anno), nelle slide di Luca Bucchini e Calvin &Hobbes. Belle, proprio belle.
Per finire con la previsione dei terremoti, che ormai io so a memoria, ma che ha scatenato anche stavolta un inconsueto interesse in grandi e piccini, anche perché l’intervento di Alessandro Amato era anche una riffa con in palio alcune copie di un libro americano sull’imprevedibilità dei terremoti, messe in palio nel corso del pomeriggio. Alla fine, il nostro sismologo si è trovato persino ad autografarle e una signora ha voluto farsi la foto con lui. Forse abbiamo creato un mostro.
Il nostro contestatore, che è stato il primo a fare le domande inaugurando il dibattito, si è invece concentrato sulla sperimentazione animale di Vittorio Colizzi.

È partito con: nel 1999 un articolo su The journal of… dimostra che i topi da laboratorio… nel 90% dei casi la sensibilità dell’esperimento… come anche Smith and Spencer nel 2004… una pubblicazione posteriore sugli Annals… L’ho un po’ fermato, ho impedito agli altri ragazzi di ridere, l’ho ringraziato per la precisione dei suoi riferimenti e ho lasciato la parola al professore.
Poi il dibattito è andato avanti. Finché a un certo punto, il tempo stava per finire, ho proposto a tutti quelli che volevano chiedere qualcosa ai relatori di avvicinarsi alla cattedra e alle prime file di posti, che erano vuote. Ho detto una cosa tipo mettetevi in fila qui. E loro si sono letteralmente messi in fila lì (cfr documentazione fotografica allegata): erano tanti, ordinati, e sembravano in fila per la comunione.
Parte il primo, un professore di liceo. Il secondo, uno studente di biotecnologie. Il terzo (sì: erano tutti maschi tranne l’ultimissima), un disegnatore di fumetti. Il quarto, un signore curioso. E il quinto, a sbucargli da dietro le spalle, chi era?
Il contestatore.
Che a quel punto è stato declassato a semplice rompipalle.
Prende il microfono e inizia, timido: vorrei rispondere al professore… Ennò, lo fermo: qui si fanno le domande. E poi, dai, Alberto, non lo vedi quanti siete a voler fare le domande ai nostri quattro? Non è che possiamo concentrarci solo sulla sperimentazione animale… Così lui (a questo punto nuovamente declassato, stavolta a ragazzino educato ma un po’ chiacchierone) si è scusato e ha scelto di procedere, effettivamente, con una breve domanda. Sempre la solita: non si può evitare la sperimentazione animale? Risposta: ci piacerebbe tanto. Avanti il prossimo.
E fine delle contestazioni romane.

Al momento dei saluti, ho avuto l’opportunità di fare una carrambata autentica, che per noi che ci occupiamo di scienza & cultura figuriamoci: ho assegnato l’ultima copia del libro sui terremoti al bambino Alessandro, di seconda elementare, che è stato buono buono per tre ore e mezza ad ascoltare il dibattito e che (così dice il padre, ma andrebbe verificata) nei giorni precedenti a scuola aveva studiato scienze della terra. Il bambino Alessandro è venuto alla cattedra a prendere il suo libro di fronte a tutti, ed era effettivamente molto emozionato. Ah, un bambino emozionato. A sera il suo babbo ci ha mandato una foto di bambino emozionato + libro per ringraziarci. Carramba, che idea.

È stato anche molto divertente sentire il racconto dei ragazzi che prima di presentarsi all’incontro sono stati al flash mob in piazza di Spagna. Tutti col camice e coi cartelli, in tante lingue, sulla difesa della ricerca scientifica. Fatte foto e finito il flash mob, hanno preso i cartelli e se ne sono andati verso la metro. Solo che così facendo, senza accorgersene, in un istante, sono passati da assembramento innocuo a manifestazione non organizzata (a loro, nolenti, è toccato l’upgrade, altro che contestatori). E la Digos li ha fermati: prego i documenti, a tutti, a un gruppo di studenti universitari che più buoni non ce n’è.
E così sono arrivati tardi in aula: per fortuna il Sergio custode dell’aula magna e i due poliziotti in borghese grossi come armadi avevano da subito riconosciuto in me una specie di capo e si erano rivolti direttamente e soltanto a me, che invece in quel momento volevo solo far provare i power point e non vedevo l’ora di conoscere i veri organizzatori dell’evento. Quando sono arrivati freschi di schedatura qualcuno (…) era persino in giacca e cravatta. E tutto è andato per il verso giusto. Bravi, bravi a tutti quanti.

Adesso la parentesi professionale. Come ho avuto modo di dire, brevemente, aprendo l’incontro romano, il senso della mia (della nostra, di chi tra i giornalisti scientifici del mio giro è intervenuto) era anche quello di far capire che la corretta informazione scientifica in un paese normale dovrebbe partire dalla professionalità e dagli spazi di chi fa il nostro mestiere. Di chi si occupa tutti i giorni del dialogo tra scienza e società, attraverso il suo lavoro (lavoro!) nei giornali, nei media di massa, nei musei, coi libri e negli eventi di tutti i tipi.
Perché è bello e sano il professore universitario che si prende un sabato pomeriggio per raccontare le sue ricerche e rispondere alle domande di Antonio e Nicola. Ma poi, nei giorni, ci vuole gente come noi, che sappia costruire un dialogo corretto e onesto sulla scienza, o su tutto quello che un po’ di scienza contiene, che è tanto e che spesso non viene nemmeno lontanamente riconosciuto.
Da parte dei miei colleghi ci sono state critiche sensate all’impostazione, effettivamente un po’ dilettantesca, di questa giornata. E li capisco: gli organizzatori non conoscevano gli eventi pubblici normali, forse non sapevano nemmeno che esistessero i giornalisti scientifici, hanno creduto di inventare l’acqua calda e hanno anche fatto un po’ di pasticci, non ultimo pensare di poter insegnare alla gente qual è la verità.
Però dopo ieri, dopo averli visti in faccia, nervosi, eccitati e allegri, come potevo essere io dieci (quindici) anni fa di fronte a un’impresa tanto grande messa su con le mie mani inesperte, mi è venuto da pensare che forse un po’ dovremmo darci da fare noi. Noi, intendo, che di mestiere pensiamo, o dovremmo pensare, proprio a trovare il modo di far circolare le idee della scienza in maniera sana. Un lavoro immane, ma anche un immane privilegio e, diosanto, una sfida meravigliosa.
Anche questo blog era nato un po’ così, come del resto (quasi) tutto il mio lavoro.
Dopo aver conosciuto Andrea, Cecilia, Francesco e i loro compagni, ho un po’ di forza in più per portarlo avanti.

La scienza salvata dai ragazzini*: sabato 8, in tutta Italia, a parlare di equivoci e di informazione

Un paio di mesi fa, mi scrive Federico Baglioni.
Federico è uno studente di biotecnologie che non conosco di persona, ma che ho visto darsi da fare in occasioni politiche recenti, sempre comportandosi in maniera intelligente e garbata. È un ragazzino, mi sono detta, ma io non ho pregiudizi verso i ragazzini, soprattutto se sono del tipo di Federico. Che poi è un ragazzino di ventiquattro anni (e mezzo) e ormai si è laureato: forse potrei anche smettere di chiamarlo così.
Ma insomma, mi scrive Federico.
L’avevo visto in tv i giorni precedenti: era uno di quelli a cui il raptus degli animalisti aveva devastato il laboratorio. E siccome Federico è un tipo in gamba, si era fatto avanti di persona per raccontare che cosa fosse successo, quale fosse l’equivoco di un (sedicente) animalismo che ostacola la ricerca medica, raccontando il senso del suo (futuro) lavoro, anche la sua (attuale) frustrazione e la sua (viva) speranza.
Bene, bravo Federico. Ma adesso che vuole?

Federico e un altro manipolo di ragazzini volenterosi hanno messo su una cosa in grande: una serie di conferenze aperte al pubblico che si terranno in contemporanea in molte città italiane, questo sabato pomeriggio 8 giugno.
Si sono parlati nelle aule universitarie, nelle biblioteche, per i corridoi. Ma soprattutto attraverso i social network. E a colpi di post su Facebook hanno deciso di dare il loro contributo contro le bufale che proprio su Facebook trovano il loro terreno più fertile.
Dalle cellule staminali buone per tutti gli usi, ma che gli scienziati cattivi al soldo delle multinazionali del farmaco tengono nascoste provocando la morte di tanti bambini.
All’Hiv che non esiste e che è un’invenzione (indovinate un po’) delle multinazionali del farmaco di cui sopra.
Dai terremoti che si possono prevedere (o perlomeno dei quali si può fornire una non-rassicurazione contingente e giù con i sofismi), basta dar retta ai ricercatori fuori dal coro.
Alla sperimentazione animale, chiamata artatamente vivisezione, che sarebbe del tutto inutile alla ricerca. E così via.
Vabbè, la giornata l’hanno pomposamente intitolata Italia unita per la corretta informazione scientifica, ma sono studenti e non titolisti.

Sabato sarò a moderare l’evento romano. Saranno tre ore di discussione accesa: i quattro relatori sono personaggi di spessore e racconteranno cose interessanti. Ci troverete nell’aula magna di Patologia generale al Policlinico, mentre il programma lo potete leggere sulla apposita pagina web.
In contemporanea Daniela Ovadia sarà impegnata a quello milanese e Beatrice Mautino in quello torinese.
Lo scrivo così per esteso perché noi di Swim abbiamo riflettuto assai sulla nostra partecipazione all’evento. E alla fine abbiamo pensato che ok, andiamo.

Andiamo anche se, a tratti, i ragazzi hanno dimostrato di essere permeati dalla classica impostazione veteroaccademica del tipo siediti e ascolta la verità. Anche se giorni fa li abbiamo letti affermare con febbrile entusiasmo che esiste una verità e che la gente verrà ad ascoltarla per capire. E dove verrà? In un aula dell’università. Chi la dispenserà? Un professore universitario. E come? Con una lezione da un’ora.
Abbiamo aggiustato un po’ il tiro (e i ragazzi sembrano aver capito): abbiamo spiegato loro che non solo è sbagliato impostare un dialogo così, ma che soprattutto non funziona. Voglio dire: anch’io ho le mie idee di ferro ma se voglio convincerne il prossimo non lo invito certo a sedersi in un banchino e a stare zitto ad ascoltare. È anche una questione strategica. C’è gente che ci ha scritto dei libri: la comunicazione top – down suscita, nei più, cordiali vaffanculi.
Purtroppo, oltre la scuola c’è un mondo in cui le cose si negoziano: in cui esiste, sì, una verità fattuale, a volte, ma esistono opinioni che hanno pari dignità e che non devono essere screditate in partenza. Devono anzi essere rispettate.
Che fatica, lo so: è per questo che c’è gente che lo fa di mestiere.

E infatti andiamo anche se lo facciamo di mestiere. Il che significa che di moderazioni come questa ci dovremmo campare.
Stavolta andiamo gratis, ma sia chiaro che le cose gratis non funzionano e che con le cause non ci si mangia. Non so: a un certo punto mi è scappata la battuta con un paio di questi ragazzi (ho scritto una roba tipo: vi facciamo un bel regalo, eh) e uno si è offeso, come se tutto dovesse essere fatto col sacro fuoco. Poi però con l’amministratore di condominio chi ci faccio parlare? Vesta e le vestali?
Tranquilli, abbiamo fatto pace. Ma mi sembra giusto precisarlo: a volte è un regalo, ed è un bel regalo, più o meno l’equivalente di due bollette del telefono. Ai Federico d’Italia lo facciamo volentieri.
Dire che lo facciamo di mestiere significa anche insegnare all’accademico in erba che queste cose non si improvvisano: ci si pensa a lungo, ci si costruiscono intere professionalità. Sono le nostre professionalità, e siccome è su queste che poggia (o dovrebbe poggiare) la comunicazione della scienza in Italia, sarebbe bello vederle sempre rispettate.
Comunque questi ragazzi sono stati bravi, bravi davvero. Hanno messo su una cosa potente e hanno avuto risonanza. A questo punto, ci siamo dette, meglio esserci che non esserci, meglio capire quello che bolle nelle pentole dei nostri Federico e partecipare con loro alla costruzione di un dialogo vero.
Tanto più che Federico lo ha capito e sembra persino divertirsi ad avere a che fare con noi (ma è un tipo strano, Federico).

Infine andiamo anche se rischia di essere un casino.
Rischiamo di trovare fuori contromanifestazioni aggressive come a volte sono aggressivi i possessori delle verità. Perché se i nostri Federico hanno saputo mettere in discussione la loro, e confrontarsi con noi giornalisti scientifici che di mestiere smontiamo certezze, sappiamo bene che su certi fronti antiscientifici il dialogo non è permesso.
Sono come religiosi e quelli come me con le religioni sono sempre un po’ a disagio. O meglio: non riteniamo che abbia senso confrontarcisi perché per loro esistono dogmi mentre per noi, al più, teoremi.

Comunque andrò, andremo. Alla fine vi racconterò come è andata. Non so se riusciremo a cambiare qualcosa in questo mondo: intanto abbiamo discusso coi nostri Federico, li abbiamo conosciuti e apprezzati, e mi sembra già davvero molto.

 

* Sono stata rimproverata. Il fine riferimento letterario non si capisce e così c’è chi si è sentito insultato dall’epiteto di ragazzini. Il titolo, in realtà, richiama (inopportunamente: non c’entra proprio niente) una raccolta di poesie di Elsa Morante pubblicata nel 1968: Il mondo salvato dai ragazzini. Mi piaceva sottolineare lo slancio (e anche la giovane età, diobono, riconosciamo loro tutto il merito: sono studenti e hanno messo su una baracca che nemmeno un’intera università!) e mi piaceva la parola salvata in riferimento alla scienza, per gli obiettivi che la manifestazione si pone. Ed è anche per questo che nel testo ho giocato con la parola ragazzini, pur precisando, nella quarta riga, che sarebbe il caso di non chiamarli così per ragioni anagrafiche e molto concrete. Mi si perdoni l’imprudenza letteraria: del resto io comunico scienza e non letteratura…