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Scienza iperproteica: quando la notizia arriva da oltreoceano

Dobbiamo parlare degli americani.
Quando una notizia nasce in America, nel giro di poche ore la riprendono i giornali di tutto il mondo.
E chi sono io, che scrivo in italiano e anche pochino, per decidere che no, prima di farla uscire nella mia lingua minoritaria, ne valuto il “reale peso scientifico”, indipendentemente da chi abbia dato la notizia e da chi l’abbia pubblicata? (come se esistesse poi una misura chiara, univoca ed eterna del “reale peso scientifico” e come se fosse facile stabilirla, per gli scienziati stessi, finché la notizia è sotto embargo).
Ma soprattutto: avete idea di che buca pazzesca prenderei, e di quanti femtosecondi durerebbe la mia residua carriera, se invece di darla insieme a tutti gli altri volessi aspettare quei venti giorni per concedere allo scienziato europeo il tempo di leggerla e rifletterci per bene, discuterla coi colleghi, decidere una linea di comportamento?
Quindi arriva la notizia americana, e io scrivo.
Del resto, faccio tutte le mie verifiche e so valutare la rivista che pubblica la ricerca o l’istituto da cui viene l’hype. Scrivo di scienza, mica scrivo di gossip, e mica da ieri.

Ma mentre scrivo, so già che poi, puntualmente, dopo quei venti giorni lì, arriverà lo scienziato amico mio a dirmi “bello il tuo articolo su quella roba, eh, poi lo so che è una cosa della Nasa (o è uscita su Science), ma sai che, insomma, non è che fosse poi una gran notizia perché qui in Europa…”.
E ha ragionicchia, ragionella, ragionuccia.
Dopo venti giorni sono buoni tutti, eh. Quindi nemmeno lui se la prende con me, e poi io mica scrivo di gossip, dicevo. Io scrivo di pubblicazioni scientifiche su riviste peer-reviewed o di lanci dati da istituzioni scientifiche serie.
Però forse c’è un problema interno alla scienza, di cui il mio lavoro è un (irrilevante) riflesso. Cioè la scienza americana ha dei megafoni potentissimi e a volte può permettersi di giocare pesante. A volte viene il sospetto che lo faccia per precedere l’analogo esperimento europeo, o (più comprensibilmente) per uscire sui giornali con tutta la sua potenza di fuoco approfittando di un periodo di calma piatta. Comunque lei sa come si fa a uscire in tutto il mondo e io, nel mio pezzettino di Europa, mi trovo come tutti con un press release un po’ tricky nei contenuti ma perfetto nei modi e nelle forme. E che cosa devo farne, se non scriverci su?
Lo scienziato europeo lo sa. Se non lo sa glielo spiego. Ma, accidenti, nel giro di un paio di mesi mi è successo ben quattro volte. Io e lui, che cosa possiamo farci?

Una volta gli americani hanno deciso che un criterio statistico vale quanto un’osservazione diretta, poi forse hanno aggiustato un po’ i conti, e la notizia è diventata “scoperti 750 esopianeti!”, quando a leggere per bene l’articolo si capiva che la parola “scoperta” era fortina. Lo scienziato europeo mi ha spiegato tutta la questione e la ragione della propria perplessità, ma intanto il press release americano veniva ripreso da mezzo mondo (poi, nel mio caso, il pezzo non è uscito per altre ragioni).
Un’altra volta gli americani hanno dichiarato di aver “visto finalmente” le onde gravitazionali. Tutto il mondo ha supertitolato a caratteri cubitali, e a ragione, perché si trattava di una grande notizia. Poi abbiamo capito che erano misure indirette, che comunque oggi vengono molto molto molto ridimensionate. Ma in quel momento dovevamo parlarne anche perché tutto il mondo ne stava scrivendo. E anche gli scienziati europei hanno subito risposto a tutte le interviste. Quello di cui non ci siamo resi conto è che il problema, adesso, si pone per qualsiasi altra futura notizia sul tema: provateci voi a scrivere di onde gravitazionali sui quotidiani per il prossimo anno o due.
Poi c’è stata una soglia di Co2 decisa in maniera arbitraria, ma capace di creare un notizione bomba. In quel caso la vedo come un modo per far arrivare sui giornali un argomento poco sexy, che senza soglia e giornata dei record è difficile da far passare. Ed è un espediente narrativo-giornalistico per me più che accettabile. Però gli scienziati europei, dopo i canonici venti giorni, hanno avuto da ridire. Col giornalista italiano, lì per lì, ma poi hanno riconosciuto che il primum movens è stato un istituzionalissimo press release firmato da una serissima istituzione scientifica americana. Il dito e la Luna: e anche loro hanno sospirato: “ah, gli americani…”.
Infine il caso della Luna, fuor di metafora. Bellissima notizia, firmata da tedeschi. Però uscita su Science, americano. Quindi ultravitaminizzata. I dati venivano presentati come riconducibili a un’unica interpretazione. E la cosa veniva data come “prova definitiva”. Anche qui, ovvio che noi italiani ne dobbiamo parlare e ovvio che la notizia c’è eccome, però anche qui, dopo venti giorni, ti trovi a dire che, insomma, di definitivo c’è solo la morte e comunque “beh, dai, sono americani…”.

Se non sono sicura che questo sia un problema (in realtà, credo che sia perfettamente nelle regole del gioco), di sicuro la soluzione, per me, c’è.
Ed è quella di scrivere articoli equilibrati in cui ci si fa guidare da quel meraviglioso tarlo della mente umana che è il dubbio. E in cui si usa quell’indispensabile strumento del giornalista che è la telefonata di verifica.
Vabbè, questa era facile.
Però gli scienziati europei?
Perché questo meccanismo finisce per creare degli al-lupo-al-lupo o per scatenare l’efetto noja, e non solo per promuovere la scienza americana a discapito di quella europea. L’informazione ha i suoi meccanismi e, se gli americani hanno imparato a dirigerli benissimo, bisognerebbe che gli altri imparassero a capirne le conseguenze.
Una notizia non è mai solo una notizia. E se ciascuna notizia non cambierà il mondo (e pazienza se succede di parlare di un esperimento che in realtà rispetto a quell’altro…), tutte insieme creano immaginari e idee della realtà. In seconda battuta creano dibattiti e agende politiche. Mica vorremmo raccontare in giro che la scienza è solo americana?

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Chi accusa chi di cosa? Una risposta ai tanti “il giornalismo scientifico in Italia non va”

Da un po’ di tempo in qua c’è la tendenza, diffusa soprattutto tra i giovani laureati in discipline scientifiche, a montare su uno sgabellino, alzare il ditino e dire che “non va!”. Il giornalismo scientifico, “non va!”. O la divulgazione scientifica. “Non va!”. O tutti e due: “non vanno!”. O l’uno, l’altra, insieme, mescolate e confuse, che poi, insomma… che differenza c’è?
La differenza, invece, c’è eccome. E chi il mestiere lo fa davvero la sente, ne discute, ci ragiona. C’è persino gente che ci ha scritto dei libri. Sgabellino e ditino o meno, c’è gente che sente le argomentazioni dei giovani laureati in discipline scientifiche di cui sopra e comincia a sospirare da lì.

In sintesi.
Per me, per esempio, la “divulgazione scientifica” è l’attività di chi, con una propensione esclusivamente didattica, parla di una scienza senza tempo e in maniera positiva. “Divulgazione” contiene la parola “volgo” e solo per questo fa pensare a qualcuno che ha deciso di elevarlo, questo volgo, spiegandogli “cose di scienza” tipo come è fatto il Sistema solare, che cos’è un echinoderma o perché i vulcani eruttano. Va benissimo, ma non è il mio mestiere, quasi mai. È un’attività diversa. In alcune declinazioni classiche è una cosa un po’ fané spesso intrapresa da anziani professori che decidono di rivolgersi a un pubblico tendenzialmente acritico e predisposto alla meraviglia. Ma oggi è tante altre cose e per esempio tanta editoria e tanti eventi dal vivo hanno quell’impronta lì (e anche un articolo sul giornale può essere divulgativo). Ottimo, bellissimo: una cosa a sé.
Il “giornalismo scientifico” è giornalismo. Quindi richiede di cercare le notizie partendo dalle fonti, di verificarle (cioè di metterle sempre in discussione!), di creare contesti (e quindi di conoscerli!), di facilitare il dialogo pubblico tra chi fa scienza e chi no. O per lo meno: non quel tipo preciso di scienza. E il pubblico non viene mai considerato prono e ben disposto. Il pubblico è anche depositario di una propria cultura, a volte ingenua (vale anche per il fisico quando si tratta di parlare di genetica o per il genetista quando si parla di Big Bang). Ma sicuramente da rispettare. Quindi da non “elevare” proprio a niente. Ed è soprattutto un pubblico che compra il giornale (o accende la radio o la tv) ma se si annoia gira pagina e se ne va.

Proprio perché il giornalismo scientifico è giornalismo, lo si fa seguendo i canoni e le regole del giornalismo. C’è poco da fare la rivoluzione. Se ogni giorno volete comprare il giornale con le ultime notizie (per quanto sia possibile su carta), dovete sapere che il giorno prima c’è una redazione che si riunisce più volte e che fino all’ultimo compone un giornale in cui si devono decidere le priorità con tempi rapidi. E alle cinque o alle sette del pomeriggio (a volte anche più tardi) una come me può ricevere una telefonata in cui le si chiede di scrivere una volta di fisica particellare e una volta di biologia molecolare.

No: un giornale non può avere un collaboratore esperto di fisica particellare e uno di biologia molecolare, e anzi preferisce qualcuno di abbastanza generalista come me. Semplicemente perché i due qui sopra scriverebbero tre articoli all’anno e non sopravvivrebbero. Non sarebbero giornalisti, e quindi probabilmente non saprebbero trovare la news il giorno prima, proporla nel modo giusto, cercare e acciuffare un esperto proprio di quella roba lì alla velocità della luce, intervistarlo nel modo giusto e poi scrivere un articolo in un’ora.

Sì, un’ora. Ovvio che con questi tempi possano scappare errori. Ma vi dico: l’unica volta che ho scritto una cazzata dal primo gennaio a oggi (grazie al cielo sono nata ossessiva e le cose le controllo duemilasettecentododici volte) è stato perché lo scienziato con cui parlavo si è confuso. La stupidaggine me l’ha detta lui. La responsabilità è comunque mia, perché la firma del pezzo è mia e sono io che non ho controllato (e invece bisogna mettere sempre in discussione tutto, anche il verbo dello scienziato di turno). Evidentemente, nemmeno gli scienziati sono immuni da errori.
Ovvio che a un giornalista che ha meno competenze scientifiche di me gli errori scappino più spesso. E qui nessuno nega che ci sia un problema. Ma è un problema di cui ci sentiamo vittime, non responsabili. Anche per questo sentir dire che “il giornalismo scientifico non va” ci dispiace in maniera particolare.
Perché tante volte vediamo articoli su cose di scienza che magari finiscono anche in prima pagina, o in terza, ma che sono stati scritti dai colleghi della cronaca o della politica: trattandosi magari di leggi o di referendum o di questioni giudiziarie, si preferisce far scrivere questi. E noi stiamo lì a guardare e a chiederci se e come avremmo potuto cavarcela. Ma vi assicuro che non è un problema italiano: un paio di settimane fa a un congresso di giornalisti medici a Coventry sono intervenuta per spiegare ai colleghi questa mia impressione e tutti, a partire dagli inglesi, hanno confermato che succede anche a loro. E forse non è nemmeno un problema. È semplicemente così.
Sicuramente vale lo stesso per altri settori specifici del giornalismo e le altre prime pagine dei quotidiani, di cui non sappiamo o non ci rendiamo conto: quando siamo lettori semplici e non competenti siamo sempre molto meno severi… Forse non ha proprio senso esserlo. Un collega anziano un giorno mi disse: “se lo scienziato vuole le ultime ricerche descritte precise precise, va su Nature non legge un quotidiano” (mentre quando legge di esteri o di economia si accontenta…).
Ah, è vero. Non ci sono (o sono pochissime) le redazioni scientifiche nei giornali, ormai. Ci sono però i collaboratori. Grazie per la cortese attenzione.

A questo punto il giovane laureato in discipline scientifiche decide di concionare sulle trasmissioni televisive in stile Iene. Ma no: quelle non le consideriamo giornalismo scientifico né divulgazione. Né ci paragoniamo a chi propala bufale catodiche o ai siti internet che diffondo terapie al limone. Esattamente come non vi si paragonano i colleghi giornalisti economici, o politici o quel che vi pare (anche loro sono vittime delle bufale, sì: vedete un po’ cosa gira sull’immigrazione, sull’euro e sui numeri delle elezioni). Cioè: ok, fanno schifo. Ma noi che cosa c’entriamo? Anzi: noi ci battiamo come leoni, e per senso di responsabilità, ma queste trasmissioni esistono a prescindere da tutto il giornalismo scientifico di questa terra ed esistono ovunque. E sapete perché? Perché la gente le guarda. Come la gente vota partiti che non ci piacciono. È la democrazia, babe, il libero mercato, e tutte queste cose qui che esistono perché l’umanità non ne ha ancora trovate di migliori.
E poi che la tv pubblica non proponga un’informazione scientifica di qualità lo riconosciamo anche noi. Saremmo anche pronti a metterci una pezza, ma semplicemente non siamo noi che la dirigenza delle tv cerca. Forse è anche giusto così, non lo so: forse a fare tv è bene che ci vada chi sa fare tv. Che poi significa (anche) fare ascolti e non gravare sulle casse pubbliche (una trasmissione televisiva costa e per rientrare nelle spese ci vuole pubblicità). Forse noi in tv non funzioneremmo: è molto plausibile. Ma che cosa faccio: mi incateno al cavallo della Rai?

Infine: l’annosa questione della laurea. Una laurea, lo dimostrano sgabellino e ditino, non è un vaccino contro la faciloneria. I miei maestri non erano nemmeno laureati: non lo era Romeo Bassoli, anche perché ai tempi in cui cominciò a lavorare lui a vent’anni si entrava nelle redazioni. Non lo sono tanti altri, bravissimi, più grandi di me. Ma se proprio volete titoli e gagliardetti, sappiate che molti di noi giovani del mestiere (giovani, si fa per dire) hanno lauree scientifiche e titoli post – laurea. E vengono da master in comunicazione della scienza che difendiamo con le unghie e coi denti, nonostante la gravissima flessione del mercato, perché servono anche a mostrare che un giornalismo scientifico di qualità è una cosa che si studia, si discute e si impara. E non si improvvisa. Come non si dovrebbe improvvisare niente. Tantomeno un atto di accusa generalizzato verso una categoria di professionisti che cerca di fare il proprio lavoro meglio che si può, nonostante i mesi passati a inseguire creditori, le richieste di lavoro non pagato, le denigrazioni, lo scarso riconoscimento e tutte le difficoltà che una (qualsiasi) libera professione propone nel 2014.

 

Addendum: in tutto questo, devo dire che trovo molto belle le possibilità di discussione e confronto che la rete e i social network ci offrono. Si comincia col bisticciare, si finisce per crescere tutti. Scienziati e giornalisti, come succede in questo post in cui la critica al cattivo giornalismo cominciava proprio da un articolo mio. Ma vale solo per gli scienziati e giornalisti che hanno l’umiltà e il senso di reponsabilità per esporsi in una discussione pubblica. A questo proposito ripropongo qui un vecchio schemino che riassume efficacemente la questione.

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Cronache da un mercato in estinzione: quando arriva lo statale a fare gratis il tuo lavoro

Dev’essere successo che a un certo punto della storia il costruttore di catapulte si è preso un pomeriggio per pensare ed è salito sul colle da cui si domina la città.
Ha guardato in basso, ha visto i tetti delle case e il fumo uscire dai comignoli, per strada un carretto trainato da un ciuco e un maiale alle prese con un cardo rosso e turchino*.
E ha pensato: ma vaffanculo.
Vaffanculo pace, vaffanculo guerra: vaffanculo costruttore di cannoni.
La catapulta non la compra più nessuno. Il prezzo della catapulta è crollato. Tutta la mia tecnologia e tutta la mia attrezzatura non servono più a niente.
Il mestiere del costruttore di catapulte era in estinzione. Il costruttore di catapulte doveva cambiare mestiere.
Prima o poi succederà anche a noi, se continueremo a farci pagare 50 euro a pezzo**.

Mentre ero lì a farmi travolgere dall’ottimismo e a cercare analogie e differenze tra il compagno costruttore di catapulte e noi (noi freelance ma anche noi comunicatori della scienza) mi sono trovata a parlare con alcuni colleghi di un caso non eccezionale in cui
– un tempo c’era il professionista A che faceva il lavoro B e veniva pagato il compenso $
– oggi c’è lo scienziato (statale) C che, insieme allo stagista di master D e al suo professore (statale) E, fa il lavoro B. E lo fa gratis. Tanto uno stipendio ce l’ha già.
Togliete A e soprattutto $.
Qui si avanzano diversi misteri.
Posta la buona fede di tutti, posto che lo scienziato (C) sia un prodigio capace di fare bene il proprio e l’altrui lavoro, e posto che nello specifico il professionista A non lo conosco, mi domando:
1. lo stagista di master (D) si chiede quale sia il mercato nel quale entrerà, se il lavoro con cui lo fanno esercitare non prevede uno scambio economico e nessuno viene pagato per farlo?
2. il suo professore (E) si chiede per quale mercato stia preparando il suo studente? E si chiede se questo mercato sopravviverà? Di conseguenza, si chiede se sopravviverà anche il suo corso all’università?
3. lo scienziato (C) si chiede se sopravviverà il mercato della comunicazione della scienza, se poco a poco lo si erode da tutte le parti, anche da parte amica? E si chiede quali siano le conseguenze della sofferenza di questo mercato?
Si chiede se non ci sia una ragione per cui esistono i professionisti del mestiere?
Ma soprattutto: si chiede a chi stia regalando il proprio lavoro?
Cioè: può anche avercelo già, uno stipendio, e noi siamo tutti contenti (oltre a essere convinti che se lo meriti tutto, sia chiaro, e anche di più). Ma una cosa è fare volontariato per i bambini poveri del Burkina Faso, una cosa è farlo per un’impresa commerciale che dal suo lavoro trarrà degli utili. E se non li trae è perché non funziona, non perché non voglia.
Si chiede quindi, lo scienziato (C), se non ci sia una differenza tra uno stipendio statale (pagato con le tasse di tutti) e un $ che transitava un tempo tra privato-cliente e privato-fornitore? Si chiede se sia giusto essere pagato dallo stato e poi lavorare (magari nel weekend, per carità) per un privato? Dice tanto lo stipendio ce l’ho già. Ma se qualcuno quello stipendio non ce l’ha, come nel caso di A, non è concorrenza sleale a spese della collettività?
4. l’editore si chiede… sì, l’editore si chiede come possa stare nelle spese e la risposta smettendo di pagare chi ci lavora è ovviamente quella più facile, per lui.

Lo scienziato volenteroso (il SV, come definito nella galleria dei tipi umani da giornalista scientifica) ha tanti pregi. E in genere è un amico, oltre a essere una persona stimata e stimabile. Ma spesso non conosce i meccanismi e la situazione del mercato della comunicazione della scienza. Io, in compenso, non conosco i dettagli della storia. Per questo l’ho raccontata al minimo: perché è paradigmatica di una tendenza che si osserva da tempo, e se anche non fosse proprio così ne descriverebbe comunque altre.
Vi basti sapere che l’ultima volta che ho cenato con uno scienziato del tipo SV, mentre ero lì che sproloquiavo di catapulte e di articoli da 50 euro, di pagamenti in ritardo e di prospettive di fame, lui mi ha guardato e, serio, ha confessato: se tu non mi avessi raccontato queste storie, non lo avrei proprio capito che quelli come me rischiano di mettere nei guai quelli come te.
Ho esclamato: Non solo quelli come me! Tutti! Tutta la comunicazione della scienza e, alla fine, l’intera società!
E mi sono fatta offrire la cena.

 

* Licenza pascoliana a modo mio.
** Non voglio nemmeno sentir dire o anche meno. Chiaro?

Dieci anni di legge 40: che cosa è cambiato per la comunicazione?

Domani la legge 40 compie dieci anni.
In questi dieci anni è stata smontata a colpi di sentenze, soprattutto nelle parti che riguardano la fecondazione assistita. La legge però mette il becco anche nella ricerca, vietando l’uso degli embrioni (da cui ricavare le cellule staminali embrionali, come si fa nel resto del mondo). E anche su questo siamo in attesa di una sentenza della Corte Costituzionale. Nel frattempo, vale la pena ricordare, c’è stato un bando pubblico per la ricerca sulle staminali che escludeva la ricerca sulle staminali embrionali (era il 2008) e un ricorso, a firma Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna, perso. Poi c’è stata la storia della riprogrammazione: i tentativi (riusciti e premiati con il Nobel 2012) di riportare la cellula adulta alla staminalità, e studi successivi (come quello uscito un mese fa su Nature e giù sospettato di essere una frode, per dire che vivacità la ricerca sul tema).

Ma la storia è importante anche dal punto di vista di chi si occupa di comunicazione. Perché le cose sono cambiate, da dieci anni a questa parte, e la vicenda Stamina ne è stata la peggiore dimostrazione.
Per esempio: la parola staminali, che dieci anni fa era associata alla famigerata biologia di Frankenstein, è diventata una parola marketing con cui vendere le creme antirughe. Le viene dato il sinonimo di rigenerante, o qualcosa così. Probabilmente è il risultato di un’operazione di cosmesi lessicale che deve molto alla nascita di tante Stamina interessate a venderci cose con l’etichetta di staminali, più subdole e capaci di sfuggire (nel bene e nel male) agli agoni di giornali e tv.
Per me, forse anche perché proprio dieci anni fa cominciavo a lavorare davvero, e scrivevo tanto per i giornali e altrettanto leggevo, ci fu un’epifania, che da allora si ripete stancamente più o meno ogni giorno, e che oggi mi annoia o deprime, ma di certo non mi stupisce più. Si stava cominciando a importare nella scienza l’idea della par condicio.
Fu un crescendo che culminò un anno dopo, in occasione del referendum che avrebbe dovuto abrogare la legge ma si fermò al palo del 25% dei votanti. Da quel momento, come nei talk show politici, quando si parla di scienza e c’è un conflitto aperto, si invoca la presenza delle due campane. Come se davvero ci fossero due campane. Ai tempi di quel referendum il risultato erano paginate sul tema in cui l’opinione dello scienziato di turno (che poi erano gli stessi di oggi, solo dieci anni più giovani) era messa a confronto con quella di un vescovo. O dell’unico scienziato per il No, che non era un vescovo ma lo ricordava nel cognome. E lo stesso accadeva in tv: uno scienziato dei tanti, per il fronte del Sì, e a rappresentare il No (o l’astensione) sempre lo stesso. Litigi, dibattiti animati, e l’immagine di una scienza spaccata a metà, anche se così non era.

Ero appena arrivata a Roma dalla provincia, e mi guardavo intorno con stupore. C’era Roma, ma Roma era tappezzata di manifesti enormi con enormi foto di feti spacciati per embrioni. Il gioco si faceva pesante e, come abbiamo visto anche in questi anni, pesante per noi che trattiamo di scienza significa emotivo, pieno di immagini e lacrime, e di bambini esposti insieme a una corriva esaltazione dello spirito italiano, sentimentale per natura, e gridato e confuso e impossibile da governare lucidamente.
Forse perché dieci anni sono passati anche per me, e non sono più la pivelletta entusiasta di un tempo, adesso mi sembra che lacrime, forconi e fiaccole siano sempre più frequenti nel nostro dibattito. E che gli argomenti della scienza trovino sempre maggiore difficoltà a emergere nel coro di lai e lamenti da cui siamo circondati. Ma forse mi sbaglio. Risentiamoci tra dieci anni.

Fare il medico al tempo di whatsApp: una storia vera, anzi quattro

Oggi ospito il racconto di un’amica, compagna di studi, che fa il medico.

Dicono che un tempo non fosse così, e in un certo senso qualche prova ce l’ho anche io che mi sono laureata in medicina poco più di dieci anni fa. Una su tutti, mio nonno, che adesso non c’è più, e che negli ultimi mesi della sua vita non mi riconosceva. Un giorno mi ha chiesto quale lavoro facessi. Gli ho risposto la dottoressa. Mi ha sorriso tutto contento e ha chiamato sua figlia per congratularsi.
Perché le cose siano cambiate non lo so, ma questi aneddoti, che riporto ovviamente con nomi di fantasia, riguardano persone della mia età o poco più anziane, di livello culturale (misurato in termini di titoli di studio) medio alto.

In molti ospedali dove ho lavorato ho partecipato a sperimentazioni cliniche su nuovi farmaci.
Dico nuovi farmaci perché si tratta di farmaci già in commercio in molti altri paesi europei. Premetto che queste sperimentazioni sono gratuite per il paziente e per il medico che conduce lo studio, almeno nel mio caso, sia in maniera diretta che indiretta (la casa farmaceutica in questione non mi ha pagato vacanze né congressi né un contratto di lavoro). E premetto che inoltre io, da paziente, non so se parteciperei, perché sono cose che richiedono un certo impegno (visite regolari e con termini ben precisi, prelievi frequenti…).
Quello che mi ha sempre sorpreso sono però le domande che mi hanno fatto le persone a cui ho proposto di partecipare alla sperimentazione.
La mia preferita è: È a base di staminali?
Risposta: No.
Controrisposta: Allora non mi interessa: voi fate solo le cose che vi danno soldi e che fanno guadagnare le case farmaceutiche.
Controrisposta che in un solo colpo divide la ricerca nella good company di Vannoni (perché a questo pensano i pazienti quando parlano delle staminali) e la bad company dei medici corrotti dalle case farmaceutiche.
Seguono altre domande sul tema privacy, del tipo: ma il mio numero di telefono e il mio nome poi a chi lo darà? perché sono stanca di quelli che mi telefonano per cercare di vendermi abbonamenti a riviste… e vorrei replicare che a me da anni cercano di propinarmi un robottino igienizzante per materassi senza che abbia dato il numero ad alcun medico che si occupa di sperimentazioni cliniche, ma rimango in silenzio.
C’è il sempreverde: insomma dovrei fare da cavia gratis, a cui non replico più, celebrando la morte del mio idealismo giovanile.
Per finire c’è l’altruista, che mi sta simpatico, e che dice più o meno: se partecipo è per aiutare gli altri. Lui la ricerca la vede come qualcosa che durerà anni e anni, darà risultati inutili per noi oggi ma forse fruibili per i nostri bisnipoti. Gli spiego che tra pochi mesi il farmaco sarà in commercio in Italia. E gli esiti nei suoi occhi sono contrastanti.

La nonna di un mio ex, Giorgio, biologo, viene ricoverata in ospedale per uno scompenso cardiaco in condizioni critiche. Viene trattata, tra l’altro, con diuretici endovena: in questi casi è una terapia indispensabile. Poi ha un attacco di gotta, evento doloroso che peraltro viene subito diagnosticato e trattato: la gotta non compromette la prognosi della signora che dopo breve degenza rientra a domicilio.
Giorgio si documenta, legge il foglietto illustrativo del diuretico in questione e scopre che può far aumentare l’acido urico. Le hanno fatto venire la gotta, dice con l’espressione di chi ha risolto un mistero. Perché voi medici non conoscete gli effetti collaterali dei farmaci: vi risulta troppo impegnativo studiare o è per colpa delle case farmaceutiche che vi spingono a usare questo farmaco? Ne so di più io semplicemente avendo letto un foglietto illustrativo e dopo la puntata di un anno fa di Elisir sullo scompenso cardiaco. Al limite leggendo un capitolo di farmacologia sui diuretici: molti non causano la gotta.
Io e Giorgio ci siamo lasciati per altro, anzi per altra, che solo oggi so di dover ringraziare.

Oggi vivo a Milano e nel fine settimana esco in gruppo con amici storici e altri che si sono aggregati nel tempo. Come quasi tutti ormai sono succube di WhatsApp nell’organizzazione della mia vita sociale: lo usiamo soprattutto per organizzare i sabato sera, vacanze ed altro.
Anna ci scrive che ha un problema, una dermatite (ovviamente autodiagnosticata) e chiede aiuto. Chiede aiuto a Giovanni e Martina che non sono medici, ma lavorano per una casa farmaceutica e che si occupano in particolare di psoriasi. In pratica chiede una consulenza medica (posso usare una pomata a base di cortisone o meglio un antistaminico? Devo prendere un antibiotico?). Mentre a me chiede se posso mettere una buona parola per anticiparle una visita con uno specialista di un ospedale dove lavora una mia amica.
Seguono commenti di Giovanni, che la incoraggia a usare tutto contemporaneamente. Rimango ferma per un po’ e rifletto se intervenire a livello scientifico nella discussione. Scrivo solo che non sono riuscita ad anticipare la visita.
Oggi conoscere un medico non serve più a niente, avrà pensato.
Io invece ho pensato a mio nonno, un uomo di altri tempi.

Tipi umani da giornalista scientifica / 10: lo Scienziato Segnalatore

Un attimo di distrazione, una giornata di sole, una punta di ottimismo, una notte serena di sonno ininterrotto. E d’un tratto mi trovo a sognare di fare un mestiere normale in un’Italia normale. Normale, è tutto normale Silvia, sta’ tranquilla.
Poi per fortuna arriva lui: lo Scienziato Segnalatore.
Pronto a ricordarmi lo sfascio del mio paese e dei miei mulini a vento. Pronto a inviarmi un link a youtube o a repubblica.it (la statistica è impietosa), o a raccontarmi che cosa è passato ieri sera al Tg. Pronto a darmi la sveglia e a farmi la domanda delle domande: com’è che tu ti fai un mazzo così e intanto il grande quotidiano e la grande rete televisiva dicono così grandi cazzate? Cioè: ma questi tuoi colleghi hanno fatto scienza alle elementari?!
Risposta tra me e me: se lo sapessi davvero avrei già cambiato mestiere e paese. E poi io sono vittima di questa roba: non puoi chiedermi di fare la vendicatrice mascherata, gratis, e col solito rischio del sansebastianismo di cui, si sa, io morrò ma lieta in core.
Risposta ad alta voce: vedi… il problema è complesso… da una parte c’è una questione di tradizioni giornalistiche per cui in Italia… dall’altra c’è il mercato, che è completamente saltato per cui se paghi sempre meno non è che la qualità di quello che leggi… e comunque…

Rumore di unghie sullo specchio.
Seguito a parlare:
1. non è un problema solo italiano, sai. Vedi la storia di Le Nouvel Observateur e gli Ogm velenosi, eh: quella era università francese e stampa francese! Oppure la panzana delle amanti di Georges Simenon: oh, quello era un giornale svizzero!
La mia memoria è piena di aneddoti così. Posso citare Einstein (giornali americani e inglesi, roba che scotta!), l’autismo (addirittura riviste scientifiche!) e una lunga serie di panzane uscite all’estero.
Obiettivo: stordire l’interlocutore.
Proseguo:
2. anche la questione di mercato: un modello di business per l’informazione web non c’è praticamente da nessuna parte e questo ha cambiato le cose in tutto il nostro settore e in tutto il mondo. Ma dappertutto, eh: per esempio ho un collega brasiliano…
Il collega brasiliano esiste davvero: come è successo a colleghi italiani, è stato licenziato da un giornale in ristrutturazione e adesso fa il freelance senza averlo mai scelto. Intanto il giornale vivacchia con la metà dei giornalisti che aveva prima. Chissà che fine faranno, e che fine faremo. Ma che c’entra?
Vado avanti, sempre meno convincente:
3. comunque dobbiamo capire anche che in fondo non è un errore così grave: l’unità di misura è sbagliata, è vero, la malattia di cui parla ha un nome diverso, giusto, la foto è presa da un sito che parla di tutt’altro, corretto, il titolo dice l’esatto contrario… ma in fondo… Cioè: i problemi della scienza in Italia sono ben più gravi…
Intanto anch’io mi gratto l’orticaria.
Checcazzo: ai miei studenti correggo anche gli accenti acuti e quelli gravi. Qui leggo su un quotidiano nazionale da decine di migliaia di click a pagina una roba che nemmeno in quarta elementare. Mi affido al benaltrismo (Dio che brutta parola) e ci do di cerchiobottismo (terribile, davvero).
Ma ho bisogno di mettere a posto le cose: o meglio, di fissare un po’ di punti generici e di defilarmi con il solito la questione è assai complessa.
Quindi passo alla più confusa delle mie argomentazioni. Quella che è vera, eh, ma qui non c’entra proprio niente. È un’argomentazione ad incasinandum, serve a confondere le acque, è la strategia della seppia.
E dice così:
4. del resto anche voi scienziati… cioè non è che potete pensare di instaurare un buon dialogo con la società se non scendete dal vostro pero e non provate a discutere, a farvi meno presuntuosi, ad ammettere l’esistenza di altre forme di conoscenza delle cose, se non provate a usare altri lessici e soprattutto se non cominciate a riconoscere la nostra professionalità di comunicatori della scienza, almeno voi, accidenti, e non solo quando si tratta di segnalare gli errori dei nostri colleghi. E poi tanti di questi errori nascono dai vostri, i vostri, colleghi, quelli che hanno interessi personali meschini e pensano di usare i giornalisti a loro beneficio: non è che la comunità scientifica sia fatta solo di stinchi di santo, vedi gli altri tipi umani da giornalista scientifica nel menù a tendina qui accanto…
Che è anche una cosa vera, su cui la mia comunità spesso si trova a dover discutere seriamente.
Ma ieri sera al telegiornale hanno confuso due malattie diverse e intervistato un famoso ciarlatano, mentre sul prestigioso quotidiano è ricomparsa la fantasiosa automobile che sfida le aziende petrolifere e soprattutto la termodinamica.
Ha ragione lui: è inaccettabile che succeda. Dai. Non cambierà la temperie scientifica di questo paese, ma è cialtrone. E verso i cialtroni non si deve avere nessuna pietà.

Accidenti, Scienziato Segnalatore.
Io faccio un bel mestiere, ma ci avviluppiamo sempre sulle solite domande.
Tipo ci sono quelli che dicono che per fare il giornalista scientifico è bene avere una laurea scientifica (ma Romeo Bassoli non si era mai laureato, e comunque aveva studiato lettere), quelli che dicono che per parlare di scienza non importa sapere la scienza (e intendono: la tabellina del dieci, la logica minima, la differenza tra una causa e un effetto o tra un esperimento e una teoria, mica parlano delle basi della meccanica quantistica o della genetica molecolare). Quelli che dicono che gli scienziati dovrebbero stare al loro posto e quelli che dicono che benvengano gli scienziati. Quelli che generalizzano: gli scienziati non sanno comunicare! E quelli che difendono il campo: ognuno faccia il suo mestiere e poi la comunicazione non si improvvisa!
Per me, molto più semplicemente, se uno fa il giornalista deve seguire un kit di regole di base che valgono per qualsiasi cosa stia affrontando. La verifica delle fonti, per esempio, la verifica di quello che si sta scrivendo, un paio di telefonate di sicurezza, la gestione corretta delle parole, l’onestà, la domanda in più, l’umiltà di studiarsi un po’ la cosa. La responsabilità.
Lo ammetto: anche a me è capitato e capita di scrivere di cose di cui non so niente. Per questo tengo in tasca il kit di cui sopra, e spero che mi basti. Quantomeno, cerco di evitare di fare figuracce.
Perché la mia paura peggiore sei proprio tu, Scienziato Segnalatore. E la tua prossima mail a uno qualunque dei miei colleghi. Quella che un giorno a venire conterrà il seguente testo: hai visto che cosa ha scritto la Bencivelli?! Ma è possibile che in questo paese escano articoli come quello?

* A scanso di equivoci: questo è l’unico tipo umano di cui parlo bene. Non sono diventata improvvisamente buona: è che davvero questo tipo di scienziato mi piace. Se poi oltre a scrivere a me scrivesse ai direttori dei giornali, direi che è quasi la nostra salvezza nella catastrofe.

Dalla parte di Romeo: sono una ragazza fortunata perché mi hanno regalato un maestro

La prima volta che ci siamo visti è stato all’orale dell’esame per l’ammissione al Master in comunicazione della scienza, a Trieste, undici anni fa.
Avevo fatto uno scritto così così e andavo all’orale allegra: per me, in quel momento, la comunicazionedellascienza rappresentava soprattutto una via di fuga dignitosa dalla medicina, ma chissà quante altre avrei potuto trovarne a cercare bene. Non avevo la minima idea di che cosa significasse davvero, e avevo addosso tutta la mia curiosità impertinente e sul volto la mia bella faccia di culo.
Mi sono seduta. Al tavolo a ferro di cavallo c’erano almeno sei o sette persone, forse otto.
Alla fine dello strano colloquio (l’ultimo film che hai visto, un libro di scienza che hai letto, perché qui hai scritto questo, che cosa vuoi fare da grande? eh…), la domanda delle cento pistole me l’ha fatta Romeo Bassoli.
L’ultima volta che sono venuto a Pisa ho letto una scritta sul muro della Normale. Diceva: “livornesi aploidi”. Me la commenta?
L’ho guardato. Sorrideva sotto la barba. E, boh, devo averlo capito.
Così ho risposto: È comunicazionedellascienza anche quella. Invece, a proposito di comunicazionedellatecnologia, sui muri di via Gori può trovarne una che dice “Wojtyla è un ologramma”.
Risate*. Fine dell’esame. Eccomi a imparare il mestiere, con Romeo.

Capirsi al volo. E che lusinga, capirsi al volo con lui.
Prima lezione: via quell’aria snob e cerca di divertirti.
Una volta abbiamo scritto una pagina sugli animali clonati, per un quotidiano con cui collaboravamo in maniera fissa. Un po’ di animali a testa, tra topolini, gattini, pecorelle e tori. A me non ricordo che cosa fosse toccato, a lui di sicuro anche il cavallo.
Mandiamo i pezzi in redazione e dopo poco ci chiamano chiedendoci le foto. Prepariamo anche le foto e un file a parte con le dida. Per la foto del cavallo clonato, per giocare, lui scrive clonallo.
E il giorno dopo sul giornale ecco che campeggia la foto di un clonallo!
Nessuno aveva cambiato la dida, nessuno aveva capito che era una battuta.
Poco dopo tocca a me un pezzo sui giapponesi che costruiscono animaletti robot per fare compagnia agli anziani. Scrivo un altro articolo pieno di animaletti: qui ci sono i soliti gattini ma anche le foche e non ricordo che cos’altro. Alla fine della lista, inserisco, per fare la spiritosa, un assurdo cane cantante.
Ma vi pare che i vecchi giapponesi si mettono in casa un alano che canta?
Trattenendo a stento le risate, lo mando a Romeo che deve passarlo prima di mandarlo in redazione.
E lui legge tutto ma non ci trova niente di strano. Non si accorge del cane cantante!
Oh, quanto ho riso. E quanti sguardi interrogativi e sorridenti mi ha mandato per tutta un’intera giornata. Scrivevo e ridevo, scrivevo e ridevo, e Romeo non capiva: scuoteva la testa e rideva anche lui.
E il giorno dopo, sul giornale, ecco lì il mio cane cantante!
Beh, lo so che non si dovrebbe fare. Ma ero giovane. E mi avevano detto che dovevo divertirmi, anche sul lavoro.

Ma poi ne combino una peggiore.
Quella volta non era per fare la spiritosa, giuro. Ma correggi e ricorreggi e adatta e rendi l’articolo il più aderente possibile alla richiesta [= a quello che il caposervizio ha capito del pezzo che tu gli hai proposto e di cui non ha una minima idea ma per il quale, proprio per via del fraintendimento di cui sopra, ti ha riservato con entusiasmo uno spazio in prima pagina] alla fine, scrivo una bufala. Una bufala bella e buona. Cioè: non è che la scrivo io, è che l’attacco viene un po’ modificato prima della pubblicazione e il titolo viene sparato senza pietà. Comunque alla fine la firma è la mia. La bufala è mia.
Non mi sono divertita per niente a vederla in pagina. Con un catenaccio e un sommario che dicevano assurdità, io che sono una scienziata di ferro, nonostante il richiamo del cane cantante.
Ero arrabbiata, piena di vergogna e di tensione.
Per di più, ci hanno chiamati da Radio2 Rai: un programma di intrattenimento aveva visto il mio pezzo e aveva deciso di parlarne in diretta nazionale. Andiamo bene.
Romeo… che faccio? La sua risposta, più o meno: sei in ballo, balla.
E ho ballato.
Da quella bufala è nato un libro tradotto in tre lingue.
E non ho mai ringraziato abbastanza Romeo e la sua lezione. La seconda lezione: che fai, ti tiri indietro?

La terza, la quarta, la quinta e la ennesima lezione le tengo per me.
Non saprei nemmeno riassumerle, temo. C’era quella: un po’ di human touch, mettici un po’ di human touch! C’erano i richiami delle lezioni precedenti, come quando entrò nella stanza dove scribacchiavamo noi giovani colleghi dicendoci che per l’8 settembre ci toccava il paginone. Io, sorpresa e ingenua: tutti a casa? scriviamo di storia, adesso? E la risposta: eh… no! il rientro dalle ferie e le malattie da stress! Ricordati la prima lezione: via quell’aria snob.
C’è stato tutto un pomeriggio nel suo ufficio a farsi raccontare l’ufficio stampa, per scriverne un capitolo del manuale di comunicazione della scienza: e da chi, se non da lui, copiare le idee? Ci sono state le lezioni di giochi di parole e quelle di metafore intelligenti, le lezioni di farsi furbo col sorriso e quelle, più importanti, di onestà e umanità.
Ne ho avute tante di lezioni, da allora.
Sono stata fortunata. L’ultima cosa a cui avrei pensato è di trovarmi a ripensare a quelle lezioni e a quelle scritte sui muri di Pisa, per raccontare qui, a voi, quanto sia stato bello imparare da Romeo.

 

* I teorici in questi casi parlano di comunicazione implicita della scienza. Noi non siamo teorici.

Come va a finire? La comunicazione della scienza al tempo della crisi

[Quello che segue è un post ad altissimo rischio banalità. Spero che si risollevi coi commenti dei lettori più generosi].

Chiunque faccia un mestiere a soffietto (tipo il mio, il freelance, il commerciante, oppure il traduttore, il semprevalido idraulico e chi più ne ha più ne metta) si trova spesso a chiedersi come vada avanti la storia. Che cosa ci sia nell’ultimo capitolo, che cosa ci aspetti là in fondo, come diavolo camperemo tra dieci o vent’anni, ma anche tra due.
Per la mia professione oggi le cose si stanno mettendo così.
Quello che un tempo era pagato X, e con X/2 (cioè il netto) ci compravi un biglietto andata/ritorno per un posto a trecento chilometri da casa o un bel paio di scarpe da pioggia, oggi è pagato tra 0,8X e (più spesso) X/2, e con X/4 oggi ci mangi una pizza. Una pizza dietro casa, e se piove pazienza.
Quello che un tempo era pagato bene, che chiedeva fatica e studio ma ti faceva sentire valorizzato per le tue competenze, oggi è pagato la metà secca, non importa il resto. E mentre sei lì, come un San Sebastiano su un palco, a ricevere dalla platea le frecciatine di quelli che La mia più che una domanda è una provocazione, e le solite stupidaggini di chi si sente più furbo perché si vede a occhio e non c’è bisogno di tanta scienza, che ha letto su internet una vaccata scambiata per verità, e critica noi della scienza ufficiale, ti risuona in testa sempre più forte: ma perché ho accettato questa moderazione ingrata? Almeno mi pagassero bene, bene come un paio di anni fa, i cretini li sopporterei meglio. E invece: tiratemi pure addosso, io lo faccio per passione.
Infine, tanti lavori che un paio di anni fa c’erano, spesso non ci sono proprio più. Se ci sono ancora, sono diventati volontariato: sposa la mia causa, sii buono, è per la collettività con varianti più o meno imbarazzanti. Ho appena ricevuto una mail che lo dice ancora prima di fare le presentazioni: gentile Silvia, visto il nostro budget limitato… e lì io già ci andavo gratis, perché sono buona ed è per la collettività.

Tecnicamente, si parla di vacche magre*.
Un paio di piccole consolazioni: succede sempre più spesso anche nei paesi che ci piace chiamare civili, come quelli anglosassoni, con strascichi importanti. E succede, pare, a tutti. O almeno a tutti gli amici miei, quelli bravi e onesti e soprattutto con cui posso confrontarmi. Ci incontriamo come carbonari in piccole mailing list e ci diamo appuntamento in malora o a remengo: anche tu vai in malora? ci vediamo là tra qualche giorno! Fa ridere, ma mica tanto.
Io ho sempre detto che noi della scienza siamo privilegiati. Perché abbiamo più mercato, siamo più versatili e riconoscibili dei nostri colleghi giornalisti generici: siamo specializzati, accidenti. Ma mi sto rendendo conto che forse noi soffriamo più degli altri lo scadimento della qualità dell’informazione, perché proprio sulla qualità punta chi è specializzato. Lo soffriamo anche psicologicamente, come il San Sebastiano di cui sopra. E allora (sentite con che strazio): come andrà a finire?

Tra le tante cause di tutto questo, quella che viene più spesso tirata in ballo è la mancanza di un modello di marketing per la roba web. Cioè: non si sa bene come far rendere la roba online, poi online c’è di tutto, e la gente non capisce il diverso valore di quello scritto (gratis) da chissachì in un sito di controinformazione e quello che invece è scritto da uno specializzato in quei temi e magari sano di mente. Perché dovrebbero coprirti d’oro per scrivere online?
Intanto i giornali di carta non sembrano passarsela bene, basta dare un’occhiata ai trend delle vendite, agli investimenti pubblicitari o ai compensi per i collaboratori: investire solo nella scrittura di carta sembra essere una pessima idea al momento (ditelo anche all’ordine dei giornalisti, se vi capita).
Le aziende radiotelevisive… vabbè.

Restano le istituzioni: le istituzioni scientifiche, nel mio caso, pubbliche e private. Mi chiedo se, visto il problema di cui sopra, per cui web pullula di cazzate pseudoscientifiche scambiate per informazioni serie, e visto che non si può chiedere al pubblico (no, non si può chiedere) di essere in grado di distinguere che cosa c’è di vero, mi chiedo se non correranno ai ripari.
Tipo facendoci lavorare, in tanti, e bene**: selezionandoci per le nostre competenze, chi ne ha, in comunicazione, in strategie di comunicazione, in comunicazione dei rischi, in comunicazione ai piccoli, in comunicazione in emergenza, in comunicazione web, in comunicazione della scienza ai non scienziati e così via. Costruendo uffici comunicazione all’altezza dell’impresa. E costruendo professionalità all’altezza dell’impresa.
Quindi forse, piano piano piano, ci sposteremo davvero sull’istituzionale (e ci sarà chi questionerà sulla nostra indipendenza).
Forse ci inventeremo qualche forma associativa capace davvero di promuovere il nostro ruolo e di difenderci (e quello questionerà sulle definizioni).
Forse arriverà una nuova tecnologia che cambierà di nuovo il panorama e i più bravi di noi si adatteranno ancora una volta (mentre qualcuno resterà al palo a questionare, tiè).
Non lo so.
Forse invece è solo una fase: se fai un mestiere a soffietto lo devi mettere nel conto che a volte soffi e a volte no. Non succederà niente di eclatante, a breve: semplicemente ricominceremo a soffiare. In fondo, me meschina, è quello che spero.

 

* Io resto col sospetto che a volte le vacche magre vengano messe a palizzata a nascondere quelle paffute. Ditemi pure che sto diventando paranoica.
** La comunicazione della scienza non è un lusso: è un settore strategico per lo sviluppo scientifico e culturale di un paese. Solo che a volte mi sa di essere nel paese sbagliato.

Scienziati-fino-a-un-certo-punto e Bacone che piange: ma io che cosa ci posso fare?

Disclaimer: Esco da un paio di settimane assai pesanti per via di un’inattesa popolarità conquistata parlando di £%&$**#. Siccome vorrei evitare di trovare altre minacce e insulti nelle mie caselle di posta, e siccome mi potrebbe capitare di accennare di nuovo a £%&$**#, da oggi in poi userò il seguente insieme convenzionale di segni grafici per riferirmi a £%&$**# senza dire £%&$**#: £%&$**#. Chiaro?

Ho notato uno strano fenomeno.
Ci sono scienziati, rigorissimi e molto bravi nel proprio ambito disciplinare, che perdono completamente la Trebisonda quando si tratta di argomenti distanti dai propri. Fino a comportarsi da non-scienziati.
Galileiani di ferro dentro casa, dubitabondi viaggiatori della realtà fuori dal portone.
Io li chiamo Scienziati fino a un certo punto: il loro punto.
Del tipo: esistono fisici che quando hanno il raffreddore si comportano come se Amedeo Avogadro non fosse mai nato. E che quando vanno al supermercato fanno acquisti tra i banchi ortofrutta guidati da principi salutistici mai provati, e mai messi in discussione. Esistono ovviamente anche biologi che leggono l’oroscopo e medici che non sono del tutto convinti che i terremoti non si possano prevedere.
Gli Scienziati fino a un certo punto sono prima di tutto esseri umani e di fronte a certe paure, come in tanti altri casi, non sono affatto diversi dalla signora Marisa del piano di sotto. Loro tendono a pensarla un po’ ignorante, la Marisa del piano di sotto, ma dovrebbero ricordarsi che tutti lo siamo, quando trattiamo cose che non conosciamo. E che tutti, chi più chi meno, abbiamo la tendenza ad affidarci a qualche pensiero magico e consolatorio a cui attribuire i problemi del mondo.

In genere lo schema è questo: c’è un problema.
Un problema che ci tocca di persona o che ci sconvolge particolarmente: bambini che soffrono, catastrofi naturali, malattie ineluttabili.
Non c’è un colpevole e spesso nemmeno la soluzione.
Cerchiamoci un colpevole e/o la soluzione.
Il colpevole: la cosa più facile è inventarcelo lontano e generico: la politica, le multinazionali (in genere del farmaco o dell’energia), la Nasa, il potere…
Attenzione: questo vale anche per cose molto precise, problemi molto circoscritti, e per narrazioni giornalistiche semplicistiche, le più efficaci. E in genere questo passaggio mette d’accordo tutti, Scienziati fino a un certo punto e Marise del piano di sotto.
La soluzione. Qui le cose si fanno più complesse perché potremmo volerci affidare alla giustizia oppure volerci svincolare dalle cose ufficiali (ricordiamo: sinonimo recente di cattivo, in contrapposizione a naturale, sinonimo recente di buono) e fare come quella che al TgR ha spiegato di curarsi con limone e peperoncino. Come ci sono diverse sfumature di colpevolezza, reale o magica, ci sono anche diverse sfumature di soluzioni, dalla più razionale e magari comprensibile a quella completamente fuori di melone. Solo che qui si agisce: si comprano pasticche di zucchero o si va dall’avvocato. A volte si combinano guai. E anche questo vale per la Marisa come per lo Scienziato fino a un certo punto.

L’esperienza degli ultimi giorni mi ha però aperto una prospettiva nuova. Ci sono persone, non poche, magari anche socialmente orientate e per altri versi sensate, che cercano un colpevole anche se il problema non c’è.
Cioè seguono il procedimento inverso: ho un colpevole, mi invento la colpa.
(E intanto Bacone piange).
Per me, che sono una scettica che ormai non crede più a nulla e tra un po’ comincerà a difendere i poteri forti solo perché si è rotta le balle di sentir attribuire loro più colpe di quelle che certe donne danno alla triade (mestruazioni + tempo + finta intolleranza alimentare)*, per me questa è la cosa più difficile da capire. È come voler soffrire a tutti i costi, come inventarsi una malattia che non si ha, come credere che qualcuno mi voglia davvero morta mentre a nessuno interessa un fico di quello che faccio.
Siccome poi questo colpevole può cambiare da una persona all’altra (poniamo che a me stiano antipatici gli americani, a un altro i cinesi), e siccome risalendo dal colpevole a una colpa indefinita si possono aggiungere dettagli per tutti i gusti (dagli alieni agli Ogm, dai terremoti all’energia nucleare), procedendo in questo modo si possono inventare storie per tutti i gusti.
Tipo: i portoghesi tramano per diffondere Ogm capaci di scatenare terremoti proiettando energie cosmiche lungo le coste attraverso il controllo del baccalà… e così via. Inventatevi la vostra storia.
Poi cercate su Google: può darsi che ci sia già chi la propala a mezzo web.

Ora, posto che io di mestiere scrivo per la signora Marisa e per lo Scienziato fino a un certo punto (che, abbiamo detto, dal punto di vista percettivo sono quasi sempre la stessa cosa), ma ahimè anche per quelli che ragionano colpevole -> colpa, come mi devo comportare?
Per di più oggi tu scrivi un articolo e la gente ti manda una mail, personale, per commentare. Oppure ti twitta. E, oh, ti tocca rispondere. Almeno quasi sempre, diciamo una volta su due. È come aprire uno sportello elettronico disagi vari, senza che però nessuno ti dia i 5 cents di Lucy. A quelli che fanno piangere Bacone devo rispondere? Serve? Fa parte del mio lavoro o, almeno, della mia missione su questo pianeta? (Come quale pianeta? Sto parlando di Nibiru, è ovvio).
E allo Scienziato fino a un certo punto che cosa devo dire? Mi ci devo arrabbiare?
Alla fine, mi capirete, la mia preferita è sempre la signora Marisa. Soprattutto perché la signora Marisa non sa come rintracciarmi su Facebook.

(Ah: sono arrivata fin qua senza scrivere £%&$**#. Sono soddisfazioni).

 

* Adesso mi aspetto che qualcuno mi dia della misogina e poi siamo a posto. Lo dico perché, essendo donna anch’io, raccolgo confidenze di altre donne e noto la tendenza di attribuire un sacco di colpe a quella triade là. Ma a volte anch’io lo faccio, eh. Certo. Eh.

Einstein e l’esperto di golf: una storia per te, scienziato, che ti lagni con me di avere incontrato il giornalista sbagliato

Successe anche ad Einstein. Lui era lì, che credeva di parlare a un giornalista almeno un po’ interessato alla sua teoria della relatività generale, e invece aveva davanti Henry Crouch, un affermato cronista sportivo esperto di golf. E non era stata la Gazzetta di Scubidù a mandarglielo: era il New York Times che aveva deciso di affidare l’intervista al buon Crouch. Incurante del fatto assai ovvio che Crouch di fisica non capisse una mazza.
Non andò meglio con The Manchester Guardian, oggi The Guardian, che a intervistare Einstein mandò l’importante critico musicale Samuel Langford. Pare che il suo commento alla conversazione con Einstein sia stato un secco platitude! cioè: banalità!
Secondo alcune fonti informate meglio di me* è così che sono nate alcune false citazioni, distorsioni, mistificazioni e fraintendimenti popolari sul pensiero di Einstein. Quelle robe che girano ancora su internet, per intenderci, che nessuno va mai a verificare per davvero.
Personalmente, sono contenta di non aver mai conosciuto dal vivo Einstein solo perché di scienziati amici che si lamentano con me di incontri con giornalisti sbagliati ne ho già tanti. Hanno ragione, in genere: ma non so che cosa farci. Io, se avessi avuto Einstein davanti, mi ci sarei fatta d’oro per anni: sarei ancora lì a taggarmi su Facebook per fare la sbruffona coi colleghi, altro che platitude**.

Per giornalisti sbagliati intendo giornalisti magari molto competenti su settori distanti da quello di cui si sta parlando ma poco ferrati sulle questioni della scienza, e quindi spesso vittime (e artefici) di errori o di malintesi. A volte, poi, se uno è molto competente e stimato come giornalista, può anche avere qualche difficoltà ad ammettere la propria ignoranza in certe aree della cultura, oppure ad ammettere l’importanza delle aree della cultura in cui è consapevole di essere ignorante. È comprensibile e molto umano, come quel banalità! di Langford. Però un po’, lo ammetto, fa incazzare, soprattutto se il giornalista si è deciso a dimostrare che, in ogni caso, lo scienziato sbaglia.
E qui potremmo discuterne a lungo: è abbastanza prevedibile che un esperto di golf e un critico musicale abbiano qualche difficoltà ad affrontare, da un giorno all’altro, la relatività generale. Del resto, io che mi occupo di scienza da anni ne ho di enormi. Va detto anche che nessuno mi ha mai chiesto di scrivere un pezzo sul golf né ho mai recensito il nuovo album di un gruppo punk. Non saprei da che parte cominciare e finirei per sentirmi molto cretina.
Ma quello che mi chiedo è: se a quel tempo fossero esistiti i giornalisti scientifici, ed Einstein si fosse trovato di fronte, comunque, per un qualsiasi malinteso, Crouch e Langford, che cosa avrebbe potuto fare e che cosa avrebbe realmente fatto? E quando oggi uno dei miei amici scienziati capisce di avere di fronte magari un bravo giornalista, ma a cui non sarà capace di spiegare il suo punto di vista nemmeno in mezz’ora di intervista, che cosa deve fare? E che cosa fa?

Una risposta non ce l’ho.
Ci sono situazioni in cui ai miei amici scienziati dico ma tu hai provato a chiedere se avessero un collega specializzato in temi scientifici?, nel tentativo di fare un po’ di promozione alla mia categoria. Anche se è un tentativo maldestro, perché ognuno fa il suo mestiere e, boh, magari l’incomprensione tra lo scienziato e il giornalista è nata per l’atteggiamento di chiusura del primo, più che per l’ignoranza (per quanto spesso esibita con orgoglio) del secondo. Può succedere e sicuramente succede.
A volte cito la massima che dice non lamentatevi dei giornalisti cattivi: semplicemente chiedetene di buoni. Che poi è la stessa cosa, ma suona molto meglio e può essere anche usata per gli addetti stampa e uffici comunicazione vari.
A volte offro una spalla per piangere.
A volte mi metto a pontificare e parto col rimbrotto: scienziati e giornalisti scientifici dovrebbero essere alleati nella promozione di un dibattito culturale, sociale e politico di qualità, in cui la scienza è uno degli elementi chiave. E voi che cosa fate? E vai di filippica sulle chiusure e la presunzione dello scienziato italiano, sulle responsabilità dello scienziato che lavora coi soldi pubblici, sul dialogo con la politica, l’ignoranza del nostro ruolo e così via.
Ma da un po’ di tempo in qua ho cambiato linea. Parlo esplicitamente di mercato. E spiego: sappiate che i Crouch e i Langford oggi in Italia sono tantissimi e che noi giornalisti scientifici ne siamo le prime vittime, semplicemente perché se sulle cose di scienza lavorano loro (e senza nemmeno divertirsi) non lavoriamo noi che (non solo ci divertiamo a parlare di scienza, ma anche) vorremmo viverci.
Per cui una ricetta non ce l’ho, ma una modesta proposta sì. La prossima volta che vi trovate davanti un Crouch o un Langford e che, succeda come succeda, travisano le vostre frasi e vi fanno dire cose strane e poi esce un pezzo strampalatissimo o un servizio montato in maniera balenga, non aggiungete tormento a tormento. Lasciate che siamo noi a lagnarci per primi.

*L’ho trovata in un libro di Bryson che a sua volta cita Bodanis, e ho trovato alcune fonti su internet.
** Einstein è morto ventidue anni prima che io nascessi. È capitato anche ad altri. Come vedete dalla documentazione fotografice qui sopra allegata, con Darwin mi è andata meglio.