Archivio mensile:aprile 2011

La scienza e le domande che non si fanno

Da bambini è la classica vuoi più bene alla mamma o al babbo? Poi cresci, diventi, addirittura, giornalista scientifica, fai la dura e parli solo di lavoro, anche a mamma e babbo. Ma le domande imbarazzanti sono sempre lì dietro l’angolo. Anzi: adesso che sei grande sono ancora più incomprensibili. E, proprio perché sei grande, ci si aspetta che tu dia una risposta intelligente. Invece, boh. Non puoi.
Adesso va di moda questa: ma tu sei pro o contro il nucleare? Però sono anche passata da ma tu sei favorevole o contraria agli antibiotici? (con la variante: ma tu sei favorevole o contraria ai vaccini?). E dall’annosa sei anti-ogm o pro-ogm?
Ebbene, è venuto il momento di confessarlo: sono diventata grande ma a queste domande non so rispondere.

Nel caso della prima… come si fa a essere favorevoli o contrari a una cosa che esiste? Sono contraria ai sabati di pioggia e alle fragole che sanno di terra, allora. Sul nucleare ho un’opinione, so che cosa avrei votato al referendum, ma si tratta di considerazioni politiche, economiche, di riflessioni che mi hanno permesso di farmi un’idea sull’impiego dell’energia nucleare, oggi, nel mio paese. Non di considerazioni scientifiche.
Ieri ho sentito un collega non scientifico dire, stupito e un po’ smarrito: ho parlato con uno scienziato che mi ha detto di non essere né a favore né contro… La cosa può essere destabilizzante per chi ha un’idea di comunicazione della scienza costretta nel letto di Procuste della comunicazione politica: i bianchi contro i neri, a tutti i costi. Ma dalle nostre parti non usa così.

Idem per antibiotici e vaccini: ci sono quelli che, usati in una certa maniera, in un certo posto e in un certo periodo storico, compiono miracoli per la nostra salute. E quelli per i quali, se fossi ministro della sanità qui e oggi, non spenderei mezzo euro. Quello stesso mezzo euro, poi, per le medicine sedicenti alternative non lo spenderei mai, ma non riesco a essere contraria nemmeno a quelle. Anzi. Ogni tanto mi trovo persino a incoraggiare gli amici a prenderle in considerazione. Se non hai studiato troppa chimica e fisiologia e non hai intenzione di spendere un capitale in calendula, beh, perché no. Non sono contraria e telefonami tra tre giorni: se la tosse non ti sarà passata faremo un altro salto in farmacia.

Infine, pro o contro ogm. Quando me lo chiedono mi sento come se mi avessero fatto una domanda in russo. Eh?!
Perché se fai il mio mestiere lo sai che ci sono scorciatoie, lo sai che le parole nell’uso comune hanno significati più semplici di quando le diciamo tra noi, che siamo gente che fa i giochi di parole coi nomi dei neurotrasmettitori o delle particelle subatomiche. Però un po’ mi indispettisco lo stesso: e tu sei pro o contro l’insulina? Chiedo. E poi spiego che le biotecnologie, per adesso, hanno fatto soprattutto quello. Farmaci. E che non si può essere pro o contro una tecnologia. Perché la tecnologia deve essere utilizzata da qualcuno, gestita da qualcun altro, controllata da altri ancora, fatta crescere, modificata, adattata, vive in un mondo fatto di gente, qui e ora, ma anche di soldi, di politica, di persone che si spostano e che hanno bisogni e idee diverse.

Da bambina è il classico vuoi più bene alla mamma o al babbo? Ma io avevo una maestra particolarmente perversa (e abbastanza ignorante) che a volte la domanda la declinava su di sé. E mi chiedeva ma tu ci vuoi bbéne alla tua maéstra aahh?! Una volta mi sono proprio stufata. Mi sono divincolata dalle spire del suo abbraccio soffocante, ho messo i pugni sui fianchi e, con l’autorevolezza di una bambina di nove anni, le ho risposto Scusa, maestra, ma queste sono domande che non si fanno. E davvero non me lo ha chiesto mai più. Chissà se funziona così anche quando sei grande.

Zumpappapà, è la lagna del precarino… (ma che immagine date di noi?)

“La cosa più brutta che è successa nella tua vita professionale?” “Mah… direi…” “Da precario, intendo. Cioè la cosa più brutta causata dalla tua precarietà”. “Guarda, io non sono precaria, sono libera professionista, alla Rai sono atipica, però…”. “No, voglio dire: qual è stato il momento più umiliante”. “Ah, lo so. L’ultimo ribasso del compenso nel contratto: ho rifiutato il contratto e nessuno mi ha chiamato per una settimana. Son stata lì ad aspettare. Però poi mi ha chiamato la curatrice, mi ha chiamato persino il direttore, abbiamo fatto tante riunioni, si è trasformato, paradossalmente, in un momento molto bello…”. “Aspetta, scrivo: per uuuna seeettimanaaa non mi haaanno chiamaaaato…”. “Sì, però, niente di drammatico”.

“E le ferie? Sono un miraggio, vero?”. “Guarda, sono libero professionista: non puoi parlare di ferie. E poi lavoro per nove mesi all’anno, in Rai, per cui in realtà non è il tempo libero che mi manca”. “Vabbè, ultima volta che sei andata in vacanza? Un sacco di tempo fa, immagino”. “No, a gennaio sono andata una settimana a Buenos Aires. Ma vuoi proprio che ti risponda: a Punta Ala con la nonna nel 1986? Perché non è vero, eh”. “Ma da quant’è che lavori in Rai?”. “Compio sei anni quest’estate”. “E non hai mai avuto un contratto vero, no?”. “Guarda, ne ho due o tre all’anno, da sei anni: il problema è proprio quello. Sono contratti di consulenza anche se in realtà…” “Ma posso chiedere quanto ti pagano?” “Centocinque euro al giorno, lordi, su fattura, che poi ovviamente diventano la metà al netto, dal lunedì al venerdì e solo per nove mesi all’anno. Fatti i conti. Comunque non tutti gli atipici prendono poco, eh, attenzione…” “Una miseria…”. “Senti, però, io ci tengo: io sono una libera professionista per davvero, faccio un sacco di altri lavori, non mi lamento della mia situazione economica né del mio lavoro, che è bellissimo. Cioè: il punto non è che cosa faccia io con la mia Partita Iva. E’ che cosa ci fa la Rai, con la mia Partita Iva, e poi il fatto che non ho scelto io di aprirla. Insomma, la Rai mi chiede di presentarmi come libero professionista ma poi mi tratta da dipendente, non mi permette di contrattare il compenso, mi fa lavorare poco, mi impedisce…” “Perché, scusa, quanti lavori fai?” “Al momento ho nove o dieci clienti con lavori in corso, da riaprire, da chiudere, da studiare…” “Dieci?! Non è possibile!”. “E’ possibile, basta essere un po’ schizzati e dedicare la vita solo a quello. Nessuno di questi lavori da solo sarebbe sufficiente a mantenermi e comunque a me piace farli tutti insieme: non ci rinuncio”. “Dieeeeci lavooori tutti in-si-e-me e nessuuuuno rap-pre-sentaaa la svoltaaaa….”.

Insomma, faccio parte anch’io della categoria. Non sarò certo io a dire che i giornalisti raccontano quel che vogliono. Però stavolta, che imbarazzo. Ci hanno fatto apparire (mi hanno fatto apparire) come una lagnona che chiede il posto fisso, che non va mai in ferie, che subisce il mercato e non ha niente di meglio da rivendicare se non un bel contratto a vita. Mentre noi eravamo lì a ricordare che un’azienda culturale che ci fa lavorare in questo modo non investe su di noi. E se noi siamo quelli che dovrebbero produrre cultura, è come dire che l’azienda culturale non investe in cultura. No?! Per noi il danno c’è, inutile negarlo, e la possibilità di restare a piedi da un giorno all’altro non ci fa piacere, così come quei cinquanta euro netti al giorno, per qualche mese all’anno, non sono il massimo della vita. A qualcuno di quei dieci lavori, orgoglio a parte, rinuncerei volentieri. Ma noi eravamo lì, e lo avevamo detto e scritto, per manifestare contro un sistema poco lungimirante e masochista, che ci danneggia soprattutto come cittadini, in un paese che sta rinunciando a pensare a un futuro sano per la sua cultura e la sua informazione. Mica poco. O no?