Archivio mensile:gennaio 2013

Tipi umani da giornalista scientifica / 8: lo scienziato mitomane

Attenzione: in questo post non farò nomi di cose-città-persone-disciplinescientifiche-fiori-animali-modellidipanda per evitare ovvie querele, che peraltro sarebbero meritatissime (lo dico subito: avete ragione voi). Eddunque sarò molto buona. Anche se ci sarebbe da non esserlo affatto.

Vi ricordate, gente, la seconda legge della stupidità umana secondo Carlo Cipolla?
Essa recita:
La probabilità che una certa persona sia stupida é indipendente da qualsiasi altra sua caratteristica.
Il ché significa che la stupidità di un individuo non dipende dai suoi titoli di studio (o dalla loro mancanza), dalla sua professione, dal suo ruolo, dal potere che gestisce, dalla sua condizione economica, dalle sue origini, dal mestiere che fa, da dove lo fa, dal perché lo fa, dalla passione (o dalla mancanza di) che ci mette, dal mezzo di trasporto che sceglie, dall’età, da quel che mangia, da dove abita… niente, non dipende da niente. È stupidità e basta.
La stupidità, cito, è una “prerogrativa indiscriminata di ogni e qualsiasi gruppo umano e tale prerogativa è uniformemente distribuita secondo una proporzione costante”. Cioè la trovi tra gli scienziati come tra i giornalisti (giornalisti scientifici compresi), tra i giudici come tra i bidelli di scuola media, tra gli autisti dell’Atac come tra gli abbonati alla tua palestra. Niente vaccina contro la stupidità.
Che c’entra questo coi tipi umani? Intanto è utile perché, non potendo entrare troppo nello specifico, questo post lo dovevo riempire in qualche modo. E poi serve a dire che, oh, stupore, anche tra gli scienziati si trovano gli stupidi. Nella stessa proporzione in cui si trovano nelle altre categorie in cui possiate dividere l’umanità. Si trovano gli stupidi e i furfanti.

Lo scienziato mitomane è, appunto, uno stupido o un furfante.
Nel primo caso ha la pericolosità intrinseca dello stupido: fa e dice cose stupide, le dice alla stampa, le propugna con forza, si sente investito di una missione divina.
Nel secondo, è meno pericoloso e più facile da riconoscere, ma bisogna aver voglia di farlo: o ha una bega accademica da risolvere con un suo vecchio rivale, e non guarda in faccia a nessuno, o ha un interesse economico nel diffondere una paura o nel dare una soluzione a un problema (reale o inesistente che sia), o ama apparire in tv per semplice vanità, o sta aspettando dei grossi finanziamenti e sa che più compare sui giornali più sarà facile che quei soldi arrivino.
In ogni caso, lo scienziato mitomane ha un filo diretto coi giornalisti e lo trovi da tutte le parti.
È il più intervistato, il più telegenico, il più twittato, il più citato a destra e a manca, e non solo dai giornalisti stupidi. Lo intervistano anche gli intelligenti perché, sai, è un’altra campana oppure ha una tesi interessante o anche è già stato intervistato da…
Ed è questo il problema. È come una catena di Sant’Antonio o, per restare tra i santi, lo diceva anche San Matteo nel Vangelo* a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.
Chiunque di noi intervisti lo scienziato mitomane ha la responsabilità di aver sollevato e reso visibile il suo nome come quando si gioca con un palloncino, di averlo reso bello alto nei ranking di Google, di averci messo un timbrino sopra: il suo. E se il timbrino è quello di bravo-giornalista (scientifico o meno) sarà più facile che nei mesi a seguire lo scienziato mitomane venga rilanciato da mille altri giornalisti, semplicemente perché (e questo lo fanno soprattutto gli stupidi, ma non solo) la categoria tende ad affidarsi a Google o a copiare le altre testate nello scegliere chi intervistare.
Ho chiamato lo scienziato X perché ho visto che è stato intervistato anche da Y. Nell’intervista diceva Z, che in fondo (in fondo lo aggiungono i giornalisti non stupidi, quasi a giustificarsi) è un parere interessante (i giornalisti stupidi potrebbero anche dire che è l’unico a dire Z come se questo fosse un punto d’onore e non la prova evidente del fatto che X rientra nella categoria mitomane).

Un paio di precisazioni a margine.
1. Avere una affiliazione decente non impedisce la stupidità o la malafede: in ogni istituto di ricerca e in ogni università del paese c’è almeno un ricercatore (o anche un professore o quel che vi pare a voi) che ha perso la brocca, che non l’ha mai avuta, o che ha come unica missione di vita quella di fare le scarpe al suo rivale di sempre. Gli altri ne soffrono ma in genere aspettano passivamente l’arrivo della pensione, ignorando che lo scienziato mitomane pensionato viene prontamente sostituito da un suo giovane seguace.
2. Avere tante pubblicazioni non significa niente, ma averne zero è decisamente un pessimo segnale. Ah: come sapere quante pubblicazioni ha un ricercatore? Se siete del tipo ISNNHMCT (cfr. tipo umano numero 6, tra i tipi umani nel menù a tendina qui sopra a destra) forse potete rivolgervi a un collega che invece un po’ di scienza la mastica. Altrimenti potete rivolgervi a motori di ricerca apposti come Google Scholar o per la medicina Pubmed. Ci sarebbe l’Isi Web, ma è difficile e bisogna saperci andare (qui un amico scienziato può essere utile).
3. Avere un’affiliazione di un tipo e parlare di cose di un altro tipo è un segnale ancora peggiore. Voi andreste da un dermatologo a farvi curare un infarto? E allora perché accettate che, per dire, un genetista parli di ecologia? Ok, la laurea è sempre quella, biologia. Ma insomma, su, è facile, dai.
4. Infine: uno scienziato eterodosso, quello che parla male dei suoi colleghi e la pensa in modo del tutto diverso (attenzione, da quelli del suo ambito disciplinare esatto, non pressappoco: quelli del pressappoco li abbiamo esclusi qui sopra), e che muore dalla voglia di venirlo a raccontare ai giornalisti, quello è nel 99% dei casi un mitomane bello e buono. Ma per questo vi rimando alle lezioni di giornalismo scientifico che trovate nelle categorie del menù a tendina qui sopra a destra (così intanto mi fate anche aumentare i click, grazie)**.

Sto per svelare un segreto della categoria: i giornalisti scientifici si difendono imparando a memoria i nomi dei venti scienziati più mitomani del paese (sono sempre i soliti, e ce ne sono almeno due o tre per disciplina) e ripetendoli ogni sera come un salmo segreto. A volte entrano nelle stanze dei colleghi amici ripetendo ossessivamente non chiamare X, ti prego, ti sputtani completamente, ti prego, dai!… E nel 90% dei casi non vengono ascoltati. A volte precedono gli stessi colleghi con un abile giro di parole: ah, che bel lavoro che stai facendo. Ricordati (gesto di finta fratellanza) che quel X che si trova da tutte le parti è un mitomane, eh. Il più delle volte, però, rimangono seduti sul bordo del fiume e si chiedono come diavolo sia possibile che gli scienziati mitomani piacciano così tanto ai colleghi di tutte le risme e soprattutto a quelle brutte merde ingrate del nostro pubblico, che noi trattiamo sempre con tanta responsabilità e tanto rispetto.

*Beccatevi questa.
** No, cliccando la freccia non si torna al menù a tendina. Ma si può godere di una freccia bella grande. Bella, eh.

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Viaggio in Inghilterra: il Nobel imbarazzato e due sfacciate giornaliste italiane (una sono io)

Sono andata a Cambridge a intervistare un premio Nobel per la medicina.
Ero con una troupe di Londra, ultraefficiente e attrezzata: abbiamo preparato le telecamere nel laboratorio, sistemato le luci, posizionato le sedie. Io ero anche un po’ emozionata: sai, un’intervista in inglese con un Nobel. Poi il Nobel è arrivato: quasi ottant’anni, piccolino, gentile, un po’ sordo. Si è seduto. E abbiamo cominciato a registrare.
Passata la mia mezz’ora, ci siamo alzati e rilassati. E mentre la troupe si preparava a sbaraccare, come succede quando intervistato e intervistatore si sono trovati simpatici, il Nobel e io abbiamo preso a chiacchierare.
Aspettate, aspettate… Con la mano ho fatto cenno alla troupe di non staccare, di lasciare tutto lì e di continuare a riprendere. I due mi hanno guardato e hanno continuato a trafficare con le loro mille cose.

Sa, mi fa il Nobel, riferendosi a una delle mie ultime domande, quando gli ho chiesto di raccontarci la mattina della telefonata del Karolinska Instituet.
Sa: quella mattina è successa una cosa molto strana… Prima che mi chiamassero da Stoccolma, quindi prima che avessi la comunicazione ufficiale del premio, mi ha chiamato una sua collega…
Dico, io, curiosa: una collega giornalista? Lui, preciso: una collega giornalista italiana. Italiana.
Italian?! Really? And how did she…
Eh
, mi fa lui: non lo so. Me lo sono chiesto a lungo. Una fuga di notizie non credo. (E qui io ho fatto una faccetta come a dire: non è che siccome siete scienziati non c’è nessuno tra voi capace di fare la spia… e poi dite sempre dei giornalisti… ma lui non l’ha capita). Allora che, secondo lei? E lui: mah, forse è gente che chiama a caso tanti scienziati, a un paio di ore dalla nomina, e ci prova, eh…
Ora. Io non so a che cosa serva sapere il vincitore del Nobel due ore prima della nomina ufficiale, se non a prepararsi due ore in più (buttale via, in effetti). Però se quello ancora non lo sa, e davvero non lo sa, di essere il premiato, che ci fai con una telefonata a un signore anziano all’ora del caffellatte, se non a sentirlo stupefatto del tuo entusiasmo? Studia e basta: non puoi fare altro. E così sei sicuro anche che nessuno (confuso tra una punta di indignazione e un filo di invidia) scriverà mai su un blog che c’è chi conosce i vincitori del premio Nobel per la medicina con due ore di anticipo, ed è italiano.
Due. L’ipotesi delle telefonate a caso è lusinghiera per la categoria a cui appartengo. Io non saprei proprio indicare dieci papabili Nobel a cui fare scherzi telefonici a due ore dalla nomina del Nobel. Se davvero è così, la collega di cui sopra è una preparata, una brava.

Le chiacchiere sono andate avanti. E com’era la cena a Stoccolma, e pioveva o nevicava, e conosceva Rita Levi Montalcini…
La fonica intanto levava tutto e arrotolava gli ultimi fili, e l’operatore metteva le telecamere nella borsa. A quel punto, mi è stato chiaro che la troupe col cavolo che aveva registrato.
Va bene. Va bene. Non erano quelle chiacchiere il motivo per cui ero andata a Cambridge. Anche se le cose più carine vengono spesso fuori alla fine dell’intervista, soprattutto se prima ti hanno messo su una sedia rigidamente posizionata sotto a un riflettore. E poi io l’intervista al Nobel la userò per la radio, spero, forse, se è venuta decente. La trascriverò, nelle sue parti più interessanti. Magari qualche secondo di immagine alla fine dell’intervista mi fa comodo, solo qualche secondo, pazienza per il resto, ma l’audio…?
Chiedo alla fonica: non hai registrato questi ultimi cinque minuti?
E lei, imbarazzata: ehm… la regola è che dal momento in cui uno si fa togliere il microfono dalla camicia, l’intervista va chiusa, si deve spengere tutto… C’era il microfono ambientale, almeno? Anche quello va spento, va spento tutto. Non è etico.
Etico?! In che senso? Ha accettato l’intervista due mesi fa, il Nobel. Nel senso che non possiamo registrare una cosa senza il consenso dell’intervistato e il momento della rimozione del microfono dalla camicia è il segnale condiviso di fine dell’intervista. Si fa così, con tutti i giornalisti del mondo facciamo così.
E questa è per me.