Archivio mensile:febbraio 2011

La scienza senza trucco: esiste una comunicazione al femminile?

Quella che segue è la relazione che ho portato l’estate scorsa al convegno Donnescienza, per il quale mi avevano chiesto di raccontare se esistono e come sono le differenze di genere nella comunicazione della scienza. Non sentendomi molto preparata in materia, ho interpellato un gruppo di colleghi, maschi e femmine, e ho fatto una specie di sondaggio: i risultati sono discussi qui sotto. (Perché la pubblico solo ora? Perché questa relazione è stata scritta per gli atti del congresso, che adesso sono finalmente andati in stampa).

Fino al vostro invito, non ci avevo mai pensato. Esistono differenze tra noi giornaliste scientifiche e i nostri colleghi maschi, nel modo in cui parliamo di scienza? Lì per lì, avrei risposto di no: non credo che il fatto di scrivere o di parlare, per mestiere, del satellite Planck o di green economy sia una questione di genere. Ed esistono differenze di carriera, nel mio mondo, tra maschi e femmine? Anche a questa domanda avrei risposto di no: in fondo siamo quasi tutti freelance, mi sono detta, e anche parlare di carriera è decisamente inappropriato.

Ma forse avrei risposto di no perché il mio è un mondo un po’ particolare: un sottoinsieme del sottoinsieme dei giornalisti scientifici, rappresentato da quei quattro gatti che lavorano alla radio, con i quali non si può di certo fare una statistica. Da freelance, infatti, collaboro soprattutto con Radio3 Rai per il quotidiano scientifico del mattino e lo faccio da cinque anni. Il taglio della trasmissione è un taglio scienza e società, nel senso che le cose di cui trattiamo sono quelle oggetto di dibattito politico o sociale, piuttosto che le notizie scientifiche da rivista specializzata. E la composizione della squadra non ci ha mai fatto gridare alla necessità di quote rosa, visto che l’autrice e curatrice della trasmissione (nonché, nel nuovo palinsesto, conduttrice in prima) e la regista (che in radio non ha una funzione paragonabile a quella teatrale, cinematografica o televisiva, ma che è comunque un ruolo tecnico di primo piano) sono donne. Così ho deciso di provare ad allargare lo sguardo e a rivolgere la domanda a chi fa il mio mestiere, ma in altre redazioni e in altri mondi.

Ho selezionato un gruppo di ventisei giornalisti scientifici nati tra il 1970 e il 1980 (i trenta-quarantenni, come in un film di Muccino) e ho inviato loro un questionario in tre domande. La selezione del campione non è stata facile, proprio perché il nostro non è un mestiere facile da definire: chi lavora esclusivamente per l’editoria non l’ho considerato, ma ho considerato chi lavora anche per l’editoria, come del resto faccio io. Ho considerato gli addetti stampa in uffici stampa di istituti importanti e i freelance che scrivono con regolarità di scienza su giornali e riviste nazionali.

La prima domanda era quella da cui sono partita: essere maschio o femmina cambia il tuo modo di parlare di scienza? La seconda riguardava le differenze di carriera: essere dell’altro sesso ti avrebbe dato opportunità diverse? La terza era sulla vita personale: avresti fatto altre scelte (figli, acquisti, viaggi…) se fossi stato dell’altro sesso?

Il risultato più importante è stato nel numero dei questionari restituiti: undici, di cui otto da parte di maschi e solo tre da parte di femmine (inizialmente erano due, ma poi ho sollecitato un paio di amiche e una, alla fine, molto oltre la deadline, ha consegnato). E anche le lunghezze delle risposte erano differenti: 1250 battute in media per i maschi, la metà (666) per le femmine.

Nel merito.

Alla prima domanda sei maschi hanno risposto di sì, contro due femmine, e due maschi hanno risposto di no, contro un’unica femmina: trattandosi di numeri così piccoli e così lontani dalla significatività statistica, potremmo considerarli irrilevanti. Ma c’è una notazione carina che riguarda le spiegazioni. I giornalisti che hanno rilevato una differenza tra uomini e donne nella scelta dei temi e nell’approccio alla notizia si riferiscono genericamente al senso comune e alle differenze biologiche (“Il buon senso mi dice di sì”, “Sì perché da piccolo io giocavo al meccano mia sorella invece con le bambole!!!!”, “Sarebbe strano se fosse il contrario”, “checché ne dica Cesare Cremonini gli uomini e le donne non sono uguali…”) e anche chi dice il contrario appare molto dubbioso (“Ho la sensazione che una differenza ci sia… però la mia esperienza personale mi suggerisce che c’è un bella mobilità tematica senza vincoli di genere”). C’è poi chi sottolinea un fattore generazionale (e non di colore politico!), che tornerà anche nelle risposte successive: “Ricordo che un caporedattore più che progressista mi sfotté perché avevo usato una formula neutra tipo i/le o qualcosa di simile”. Mentre le giornaliste identificano con sicurezza l’ambito della salute e si riferiscono in particolare a temi su cui hanno avuto esperienze dirette: dato il periodo di raccolta dei questionari ritengo probabile che si trattasse di questioni di aborto o di riproduzione medicalmente assistita, che in quei mesi erano temi caldi sui media nazionali: “Certo che sì: i temi di salute femminile si finisce per prenderli con una certa passione, e con un approfondimento (legato magari ad esperienze dirette) maggiore”, “Non ci avevo mai pensato, ma credo di sì. Nell’ambito di temi medici e di salute, mi accorgo di avere una particolare attenzione per questioni di genere che forse non avrei se fossi maschio (ma chi può dirlo?)”. La giornalista che ha risposto di no alla prima domanda dà una risposta molto diretta e del tutto opposta a quella delle colleghe: “Penso che essere donna aumenti il mio interesse per alcuni temi (procreazione assistita, pillola abortiva, medicina di genere) ma non credo ci sia una differenza nel modo di affrontarli rispetto a un maschio”.

Seconda domanda: ci sono differenze in termini di carriera? Tre uomini rispondono di sì e cinque di no. Chi risponde di no, però, non si sbilancia, e, come per la prima domanda, appare molto molto cauto: “No, ma potrebbe anche essere la mia limitata esperienza di contesti lavorativi”, “Sinceramente non vedo differenze… Però parlo da uomo…”, “Sarà che finora ho lavorato perlopiù in ambienti a prevalenza femminile, ma la mia impressione è che le opportunità siano state e siano le stesse per me e le mie colleghe. Certo, anche nella comunicazione della scienza, come in molti altri ambienti di lavoro, può capitare che il sesso abbia un peso. Penso per esempio all’atteggiamento di qualche barone universitario che magari tratta con più sufficienza una giornalista di un giornalista. O che si prende qualche libertà…”. Di nuovo, in quest’ultima risposta, c’è chi identifica un problema generazionale: il vecchio barone tende a dare meno considerazione a una giovane giornalista femmina, indipendentemente dalla sua professionalità, e può persino allungare le mani, interpretando l’interesse dell’interlocutrice come un segno chiaro del proprio fascino, piuttosto che una mera questione di lavoro (insomma, la sto intervistando!). Curioso che le donne non lo dicano mai. Tra chi risponde di sì alla seconda domanda, c’è chi fa il furbo, convinto di assecondare le colleghe: “Lavoro in luoghi piuttosto civilizzati da questo punto di vista, ma battute o considerazioni a sfondo sessista esistono… E non vedo perché la comunicazione scientifica dovrebbe essere esente da discriminazioni provate pressoché ovunque… Questa era facile, no?”.

Suo malgrado, alla stessa domanda, le colleghe la pensano diversamente: per nessuna delle tre giornaliste ci sono differenze tra maschi e femmine, in ambito lavorativo: “In passato ho avuto la sensazione di essere “valutata” meno di un uomo, ma era solo paranoia…”, “Non credo ci siano differenze nelle opportunità e nei risultati in questo momento della mia vita. Penso però che ci potrebbero essere in futuro in caso di una maternità ad esempio”. Da sottolineare che nel gruppo delle tre una è davvero mamma, ma anche lei ha risposto di no: per quella che tira in ballo la questione, dunque, sembra trattarsi di una preoccupazione puramente teorica.

Infine, la domanda sulle scelte di vita. Cinque uomini su otto rispondono che la loro vita non sarebbe stata diversa se fossero nati dell’altro sesso e avessero deciso di intraprendere la stessa professione: siamo tutti precari, dicono, e le scelte su famiglia e affini passano in secondo piano rispetto a quelle legate alla sopravvivenza (“Se fossi padre, e fossi diciamo il buon padre di famiglia, delle due cose l’una: o avrei una moglie con un lavoro stabile e discretamente remunerativo. Oppure, semplicemente, non farei questo mestiere. Se fossi madre, idem”, “No, non credo. Siamo tutti appesi a un filo, per citare grande capo Estiqaatsi”). Tre su otto dicono invece che sì, in effetti, essere maschi in un modo precario e malpagato è meglio che essere femmine, nello stesso mondaccio: “Né più né meno di quello che accade per altri lavori precari, flessibili e in cui è coinvolta la creatività. La precarietà è donna… Conosco colleghi che hanno sacrificato la paternità al lavoro e colleghe che hanno
sacrificato il lavoro alla maternità. Difficile il contrario”.

E le donne? L’unica che risponde di sì, cioè che dice che da uomo avrebbe fatto scelte diverse è, guarda un po’, l’unica mamma delle tre: “Decisamente sì. Come mamma separata mi sono fermata in un luogo. Probabilmente se fossi stata un uomo mi sarei spostata in cerca di situazioni professionali e retribuzioni migliori”.

Arrivata a questo punto della lettura del questionario, mi è venuto un sospetto. Non è che nel mio campione di giornalisti trenta-quarantenni maschi nessuno ha figli e che tra le giornaliste che non hanno risposto ci sono diverse mamme? O comunque, non è che c’è un grosso bias dovuto a una differenza di riproduttività tra maschi e femmine, annidato da qualche parte tra i trecento che sono consapevole di aver infilato io stessa in questo lavoro così grossolano,? Così ho fatto i conti: conoscendoli tutti, più o meno, è stato abbastanza facile. Tra i tredici colleghi maschi, tre hanno almeno un figlio (e due di loro hanno risposto), e tra le tredici colleghe femmine, tre hanno almeno un figlio (e una di loro ha risposto). Qualunque cosa significhi (avrei forse dovuto considerare le retribuzioni, il tempo impiegato nel lavoro, l’età al momento del parto, gli abbandoni…), è certo che nel mio settore ci si riproduce davvero poco. Potrebbe forse essere interessante confrontare la mia categoria con altre, magari legate alla scienza o alla comunicazione, in settori e modi diversi.

La lettura del questionario si è fermata qui. E ho rimesso così in discussione le risposte che avevo dato io, di getto, alle stesse domande.

In conclusione, direi che forse c’è una differenza tra i temi e gli approcci scelti da giornalisti e giornaliste scientifiche, ma non è particolarmente netta e riguarda soprattutto le questioni mediche e di salute. Direi anche che non ci sono differenze di rilievo sulla carriera possibile per maschi e per femmine, anche perché comunque non si tratta di una gran carriera, a meno, forse di accettare qualche compromesso. Tra questi compromessi potrebbe esserci la rinuncia alla genitorialità, che forse colpisce più le donne degli uomini, ma a sottolinearlo sono soprattutto i maschi. Chi si spinge poco più in là (di nuovo, solo maschi) e prova a cercare le radici delle discriminazioni che potrebbero colpire le giornaliste scientifiche rispetto ai maschi identifica un problema chiaro: sono i colleghi anziani, oppure i vecchi baroni universitari, a creare problemi. Va detto, ma questo lo aggiungo io, che è la stessa generazione (effettivamente a dominanza maschile, almeno nelle posizioni apicali) ad aver costruito un mercato dell’informazione tale per cui chi oggi ha tra i trenta e i quarant’anni, e fa il giornalista, lavora in condizioni spesso economicamente insoddisfacenti: al di là di ogni considerazione sulla qualità dei prodotti di questo mercato, risulta evidente la difficoltà di costruirsi percorsi di vita simili a quelli delle generazioni precedenti, sia per i maschi sia per le femmine.

Rimane una domanda: perché le mie colleghe non hanno risposto al questionario? Se ne deve dedurre che il problema delle discriminazioni, in realtà, non esiste? Che i maschi sono stati più realisti del re, nel rispondere alle mie domande? O che, come avremmo detto qualche decennio fa, chi ne è colpito non ne ha consapevolezza? Ma è possibile che un gruppo di trenta-quarantenni laureate e spesso con un titolo post lauream, impegnate in una professione intellettuale, non abbia consapevolezza di una discriminazione che le colpisce? La mia ipotesi è che i giornalisti scientifici maschi abbiano risposto per cortesia, visto il tema del questionario, e che abbiano voluto sottolineare, implicitamente, la loro innocenza rispetto alle possibili difficoltà delle colleghe femmine. Per puntare invece il dito su chi li ha preceduti, sui padri e sui colleghi anziani: forse, per i professionisti ambosessi della mia età, gli ostacoli maggiori alla carriera dipendono da questioni generazionali più che di genere e le difficoltà nella vita personale dipendono da questioni politiche più che biologiche.

Son qui solo da un’ora: come scelgo chi intervistare?

Vi voglio raccontare la mia prima ora di lavoro di oggi. Sto mettendo su una puntata monografica per la settimana prossima. Carina, credo. Parto con il cercare il primo ospite: è una roba di Ong, militanti, gente interessante e informata che fa campagne buone e giuste. Peccato che sul sito non ci sia uno straccio di contatto, né telefonico né mail. Li trovo facendo un po’ di acrobazie via facebook, ma li trovo. E li rimprovero con simpatia, ah ah ah.

Il secondo ospite lo scelgo dopo aver letto un articolo su un importante quotidiano. Ci sono nome, cognome e affiliazione. Telefono all’azienda (pubblica) per cui lavora. Non lo conoscono. Mi passano un’altra sede. Non rispondono. Intanto cerco su internet: niente, nessun contatto stampa. Finalmente qualcuno risponde, ma non lo conoscono nemmeno in questa sede. Chiedo: ma non c’è un ufficio stampa?! Risponde: ah, credo di sì, mo’ joo passo. Risponde una signorina spaesata che alla domanda: ma lei non è l’ufficio stampa?! Chiarisce: no, io so’ l’urp, ma mo’ je passo l’ufficio stampa. Terzo passaggio: l’ufficio stampa (non ho il coraggio di verificare se lo sia davvero) non conosce il dipendente della sua azienda intervistato dall’importante quotidiano. Non solo: non aveva idea del fatto che un suo dipendente avesse rilasciato tanta intervista a tanto quotidiano. Lascio il numero di telefono e timidamente propongo: se scoprite che questo non è un mitomane e lavora davvero per voi, mi chiamate per favore?

Consapevole che non avverrà mai, chiamo l’importante istituzione pubblica che sarebbe anche di controllo in faccende come quella che sto cercando di chiarire. E chiamo direttamente il vero ufficio stampa (questo c’è e lo conosco bene). Rispondono subito, ci diamo del tu, sorridiamo. Dico: vorrei parlare di questo in trasmissione, chi è di voi che se ne occupa? Risposta: eh… chi lo sa? Chi lo sa? Chi lo sa?

Non sto facendo giornalismo d’assalto, non è un’inchiesta. Vorrei solo farmi raccontare come avvengono certe cose in Italia e aprire un po’ il dibattito. Forse però è altrettanto interessante sapere come si muove la comunicazione. O forse è solo che son qui da appena un’ora e già mi girano le balle.

(Ah, intanto ho ricevuto la risposta, diretta, di uno scienziato inglese a cui ho chiesto un’intervista. Prima di salutarmi e di lasciarmi i suoi numeri personali, mi chiede: What fee are you able to offer?)

Bello e imponibile: che cosa manca al lavoro dei miei sogni?

Lo scrivo o non lo scrivo? È una banalità? La solita lagna? Dai, lo scrivo. Anche perché sennò non si capisce il motivo per cui questo post esca a tanta distanza di tempo dai precedenti. Che cosa ho fatto in questi giorni? Ho cercato di farmi pagare. E ci sono riuscita? Beh, la storia è lunga.

Comincia qualche anno fa, quando sono più o meno riuscita a trasformare in un lavoro quelle tre o quattro cose che so fare: chiacchierare, leggere, studiare, incuriosirmi, fare domande, scrivere, parlare, parlare e parlare. Piano piano sono riuscita anche a farlo capire i miei, che poi ne hanno dato interpretazioni fantasiose tipo farsi mandare i libri gratis oppure avere forti sconti per teatri e concerti o anche parlare un po’ di tutto con tutti e dare del tu alla gente famosa (famosa per noi scienziati, si intende). Non è proprio così, ma occhei: è anche questo.
Poi continua con l’accumulo compulsivo di lavori su lavori, di tutti i tipi. Un curriculum rapsodico, mi disse una volta un tipo. Sono diventata la vera causa della crisi del mercato della comunicazione della scienza, nel senso che faccio talmente tante cose che non ne lascio agli altri. Ingorda, ho passato anni col culo sulla sedia una notte sì e una no e tutte le domeniche dell’anno.
E adesso che mi sento grande, ogni tanto mi dico che è arrivato il momento di incassare.

Invece, porcavacca, non solo non riesco a rilassarmi, a sganciare i lavorini che sette anni fa erano necessari, divertenti, istruttivi ma che adesso sono solo una malinconia molesta, come la sabbia che rimane incrostata nei sandali per giorni, dopo un pomeriggio di mare. Ma non riesco nemmeno a farmi pagare per quelli grandi e belli. Tipo la Rai, tipo.
Beh, ho appena verificato sul conto online. Ho fatturato quasi un mese fa, per novembre, dicembre e un pezzetto di ottobre. E non ho ancora visto un euro.
Non solo: il nuovo contratto prevede un compenso ridotto rispetto al precedente. E continua a non esserci scritto che faccio una settimana di conduzione al mese, più o meno. Per una decina di giorni l’ho rifiutato: ho fatto la dura con l’ufficio del personale. Il mio lavoro deve essere bello e imponibile, non impossibile, mi sono detta. Non vivo d’arte, non vivo d’amore. Mi piace la pastasciutta e credo di meritarmi qualche spesuccia e un weekend fuori porta, ogni tanto. La Rai non mi può pagare solo in bellezza.
Che, come direbbe Tremonti, non si mangia.
Poi, dopo telefonate, riunioni e mail a mezzo mondo, mi sono messa buona e ci siamo accordati: mi paghi di meno, lavoro di meno. Di meno in Rai.
Ma il vero risultato è che, invece, lavorerò di più. Perché il tempo che non dedicherò alla radio lo dedicherò ad altre cose. E avere dieci lavori piccoli non è come averne due grandi: per ogni cosetta ti tocca scrivere una mail, fare una telefonata, pensare una proposta, cercare in rete qualcosa… Infine, invariabilmente, inseguire un creditore.
Se se ne sono convinti anche i miei genitori, che il mio possa essere un lavoro, perché stentano tanto proprio i miei clienti?

Bene, a questo punto, cari lettori con problemi simili ai miei, sappiate che dopo la scrittura di un post in cui, come sempre, mi lagnavo del mondo e della gente per cui lavoro, ho ricevuto la seguente telefonata: cara silvia, ciao. prima di chiederti un nuovo pezzo ti dico subito che ti abbiamo pagato, eh. ho letto il tuo blog… e allora… A lui volevo bene già prima (è uno di quelli per cui lavorerei anche se non mi pagasse. Ma si dice per dire, eh. Non vorrei che mi prendesse sul serio). Adesso è in testa alla mia top ten dei lavoro belli e imponibili. E per un lavoro bello e imponibile si passa molto volentieri anche un’intera domenica col culo sulla sedia. Appunto. Ahimè.