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Scienza iperproteica: quando la notizia arriva da oltreoceano

Dobbiamo parlare degli americani.
Quando una notizia nasce in America, nel giro di poche ore la riprendono i giornali di tutto il mondo.
E chi sono io, che scrivo in italiano e anche pochino, per decidere che no, prima di farla uscire nella mia lingua minoritaria, ne valuto il “reale peso scientifico”, indipendentemente da chi abbia dato la notizia e da chi l’abbia pubblicata? (come se esistesse poi una misura chiara, univoca ed eterna del “reale peso scientifico” e come se fosse facile stabilirla, per gli scienziati stessi, finché la notizia è sotto embargo).
Ma soprattutto: avete idea di che buca pazzesca prenderei, e di quanti femtosecondi durerebbe la mia residua carriera, se invece di darla insieme a tutti gli altri volessi aspettare quei venti giorni per concedere allo scienziato europeo il tempo di leggerla e rifletterci per bene, discuterla coi colleghi, decidere una linea di comportamento?
Quindi arriva la notizia americana, e io scrivo.
Del resto, faccio tutte le mie verifiche e so valutare la rivista che pubblica la ricerca o l’istituto da cui viene l’hype. Scrivo di scienza, mica scrivo di gossip, e mica da ieri.

Ma mentre scrivo, so già che poi, puntualmente, dopo quei venti giorni lì, arriverà lo scienziato amico mio a dirmi “bello il tuo articolo su quella roba, eh, poi lo so che è una cosa della Nasa (o è uscita su Science), ma sai che, insomma, non è che fosse poi una gran notizia perché qui in Europa…”.
E ha ragionicchia, ragionella, ragionuccia.
Dopo venti giorni sono buoni tutti, eh. Quindi nemmeno lui se la prende con me, e poi io mica scrivo di gossip, dicevo. Io scrivo di pubblicazioni scientifiche su riviste peer-reviewed o di lanci dati da istituzioni scientifiche serie.
Però forse c’è un problema interno alla scienza, di cui il mio lavoro è un (irrilevante) riflesso. Cioè la scienza americana ha dei megafoni potentissimi e a volte può permettersi di giocare pesante. A volte viene il sospetto che lo faccia per precedere l’analogo esperimento europeo, o (più comprensibilmente) per uscire sui giornali con tutta la sua potenza di fuoco approfittando di un periodo di calma piatta. Comunque lei sa come si fa a uscire in tutto il mondo e io, nel mio pezzettino di Europa, mi trovo come tutti con un press release un po’ tricky nei contenuti ma perfetto nei modi e nelle forme. E che cosa devo farne, se non scriverci su?
Lo scienziato europeo lo sa. Se non lo sa glielo spiego. Ma, accidenti, nel giro di un paio di mesi mi è successo ben quattro volte. Io e lui, che cosa possiamo farci?

Una volta gli americani hanno deciso che un criterio statistico vale quanto un’osservazione diretta, poi forse hanno aggiustato un po’ i conti, e la notizia è diventata “scoperti 750 esopianeti!”, quando a leggere per bene l’articolo si capiva che la parola “scoperta” era fortina. Lo scienziato europeo mi ha spiegato tutta la questione e la ragione della propria perplessità, ma intanto il press release americano veniva ripreso da mezzo mondo (poi, nel mio caso, il pezzo non è uscito per altre ragioni).
Un’altra volta gli americani hanno dichiarato di aver “visto finalmente” le onde gravitazionali. Tutto il mondo ha supertitolato a caratteri cubitali, e a ragione, perché si trattava di una grande notizia. Poi abbiamo capito che erano misure indirette, che comunque oggi vengono molto molto molto ridimensionate. Ma in quel momento dovevamo parlarne anche perché tutto il mondo ne stava scrivendo. E anche gli scienziati europei hanno subito risposto a tutte le interviste. Quello di cui non ci siamo resi conto è che il problema, adesso, si pone per qualsiasi altra futura notizia sul tema: provateci voi a scrivere di onde gravitazionali sui quotidiani per il prossimo anno o due.
Poi c’è stata una soglia di Co2 decisa in maniera arbitraria, ma capace di creare un notizione bomba. In quel caso la vedo come un modo per far arrivare sui giornali un argomento poco sexy, che senza soglia e giornata dei record è difficile da far passare. Ed è un espediente narrativo-giornalistico per me più che accettabile. Però gli scienziati europei, dopo i canonici venti giorni, hanno avuto da ridire. Col giornalista italiano, lì per lì, ma poi hanno riconosciuto che il primum movens è stato un istituzionalissimo press release firmato da una serissima istituzione scientifica americana. Il dito e la Luna: e anche loro hanno sospirato: “ah, gli americani…”.
Infine il caso della Luna, fuor di metafora. Bellissima notizia, firmata da tedeschi. Però uscita su Science, americano. Quindi ultravitaminizzata. I dati venivano presentati come riconducibili a un’unica interpretazione. E la cosa veniva data come “prova definitiva”. Anche qui, ovvio che noi italiani ne dobbiamo parlare e ovvio che la notizia c’è eccome, però anche qui, dopo venti giorni, ti trovi a dire che, insomma, di definitivo c’è solo la morte e comunque “beh, dai, sono americani…”.

Se non sono sicura che questo sia un problema (in realtà, credo che sia perfettamente nelle regole del gioco), di sicuro la soluzione, per me, c’è.
Ed è quella di scrivere articoli equilibrati in cui ci si fa guidare da quel meraviglioso tarlo della mente umana che è il dubbio. E in cui si usa quell’indispensabile strumento del giornalista che è la telefonata di verifica.
Vabbè, questa era facile.
Però gli scienziati europei?
Perché questo meccanismo finisce per creare degli al-lupo-al-lupo o per scatenare l’efetto noja, e non solo per promuovere la scienza americana a discapito di quella europea. L’informazione ha i suoi meccanismi e, se gli americani hanno imparato a dirigerli benissimo, bisognerebbe che gli altri imparassero a capirne le conseguenze.
Una notizia non è mai solo una notizia. E se ciascuna notizia non cambierà il mondo (e pazienza se succede di parlare di un esperimento che in realtà rispetto a quell’altro…), tutte insieme creano immaginari e idee della realtà. In seconda battuta creano dibattiti e agende politiche. Mica vorremmo raccontare in giro che la scienza è solo americana?

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Chi accusa chi di cosa? Una risposta ai tanti “il giornalismo scientifico in Italia non va”

Da un po’ di tempo in qua c’è la tendenza, diffusa soprattutto tra i giovani laureati in discipline scientifiche, a montare su uno sgabellino, alzare il ditino e dire che “non va!”. Il giornalismo scientifico, “non va!”. O la divulgazione scientifica. “Non va!”. O tutti e due: “non vanno!”. O l’uno, l’altra, insieme, mescolate e confuse, che poi, insomma… che differenza c’è?
La differenza, invece, c’è eccome. E chi il mestiere lo fa davvero la sente, ne discute, ci ragiona. C’è persino gente che ci ha scritto dei libri. Sgabellino e ditino o meno, c’è gente che sente le argomentazioni dei giovani laureati in discipline scientifiche di cui sopra e comincia a sospirare da lì.

In sintesi.
Per me, per esempio, la “divulgazione scientifica” è l’attività di chi, con una propensione esclusivamente didattica, parla di una scienza senza tempo e in maniera positiva. “Divulgazione” contiene la parola “volgo” e solo per questo fa pensare a qualcuno che ha deciso di elevarlo, questo volgo, spiegandogli “cose di scienza” tipo come è fatto il Sistema solare, che cos’è un echinoderma o perché i vulcani eruttano. Va benissimo, ma non è il mio mestiere, quasi mai. È un’attività diversa. In alcune declinazioni classiche è una cosa un po’ fané spesso intrapresa da anziani professori che decidono di rivolgersi a un pubblico tendenzialmente acritico e predisposto alla meraviglia. Ma oggi è tante altre cose e per esempio tanta editoria e tanti eventi dal vivo hanno quell’impronta lì (e anche un articolo sul giornale può essere divulgativo). Ottimo, bellissimo: una cosa a sé.
Il “giornalismo scientifico” è giornalismo. Quindi richiede di cercare le notizie partendo dalle fonti, di verificarle (cioè di metterle sempre in discussione!), di creare contesti (e quindi di conoscerli!), di facilitare il dialogo pubblico tra chi fa scienza e chi no. O per lo meno: non quel tipo preciso di scienza. E il pubblico non viene mai considerato prono e ben disposto. Il pubblico è anche depositario di una propria cultura, a volte ingenua (vale anche per il fisico quando si tratta di parlare di genetica o per il genetista quando si parla di Big Bang). Ma sicuramente da rispettare. Quindi da non “elevare” proprio a niente. Ed è soprattutto un pubblico che compra il giornale (o accende la radio o la tv) ma se si annoia gira pagina e se ne va.

Proprio perché il giornalismo scientifico è giornalismo, lo si fa seguendo i canoni e le regole del giornalismo. C’è poco da fare la rivoluzione. Se ogni giorno volete comprare il giornale con le ultime notizie (per quanto sia possibile su carta), dovete sapere che il giorno prima c’è una redazione che si riunisce più volte e che fino all’ultimo compone un giornale in cui si devono decidere le priorità con tempi rapidi. E alle cinque o alle sette del pomeriggio (a volte anche più tardi) una come me può ricevere una telefonata in cui le si chiede di scrivere una volta di fisica particellare e una volta di biologia molecolare.

No: un giornale non può avere un collaboratore esperto di fisica particellare e uno di biologia molecolare, e anzi preferisce qualcuno di abbastanza generalista come me. Semplicemente perché i due qui sopra scriverebbero tre articoli all’anno e non sopravvivrebbero. Non sarebbero giornalisti, e quindi probabilmente non saprebbero trovare la news il giorno prima, proporla nel modo giusto, cercare e acciuffare un esperto proprio di quella roba lì alla velocità della luce, intervistarlo nel modo giusto e poi scrivere un articolo in un’ora.

Sì, un’ora. Ovvio che con questi tempi possano scappare errori. Ma vi dico: l’unica volta che ho scritto una cazzata dal primo gennaio a oggi (grazie al cielo sono nata ossessiva e le cose le controllo duemilasettecentododici volte) è stato perché lo scienziato con cui parlavo si è confuso. La stupidaggine me l’ha detta lui. La responsabilità è comunque mia, perché la firma del pezzo è mia e sono io che non ho controllato (e invece bisogna mettere sempre in discussione tutto, anche il verbo dello scienziato di turno). Evidentemente, nemmeno gli scienziati sono immuni da errori.
Ovvio che a un giornalista che ha meno competenze scientifiche di me gli errori scappino più spesso. E qui nessuno nega che ci sia un problema. Ma è un problema di cui ci sentiamo vittime, non responsabili. Anche per questo sentir dire che “il giornalismo scientifico non va” ci dispiace in maniera particolare.
Perché tante volte vediamo articoli su cose di scienza che magari finiscono anche in prima pagina, o in terza, ma che sono stati scritti dai colleghi della cronaca o della politica: trattandosi magari di leggi o di referendum o di questioni giudiziarie, si preferisce far scrivere questi. E noi stiamo lì a guardare e a chiederci se e come avremmo potuto cavarcela. Ma vi assicuro che non è un problema italiano: un paio di settimane fa a un congresso di giornalisti medici a Coventry sono intervenuta per spiegare ai colleghi questa mia impressione e tutti, a partire dagli inglesi, hanno confermato che succede anche a loro. E forse non è nemmeno un problema. È semplicemente così.
Sicuramente vale lo stesso per altri settori specifici del giornalismo e le altre prime pagine dei quotidiani, di cui non sappiamo o non ci rendiamo conto: quando siamo lettori semplici e non competenti siamo sempre molto meno severi… Forse non ha proprio senso esserlo. Un collega anziano un giorno mi disse: “se lo scienziato vuole le ultime ricerche descritte precise precise, va su Nature non legge un quotidiano” (mentre quando legge di esteri o di economia si accontenta…).
Ah, è vero. Non ci sono (o sono pochissime) le redazioni scientifiche nei giornali, ormai. Ci sono però i collaboratori. Grazie per la cortese attenzione.

A questo punto il giovane laureato in discipline scientifiche decide di concionare sulle trasmissioni televisive in stile Iene. Ma no: quelle non le consideriamo giornalismo scientifico né divulgazione. Né ci paragoniamo a chi propala bufale catodiche o ai siti internet che diffondo terapie al limone. Esattamente come non vi si paragonano i colleghi giornalisti economici, o politici o quel che vi pare (anche loro sono vittime delle bufale, sì: vedete un po’ cosa gira sull’immigrazione, sull’euro e sui numeri delle elezioni). Cioè: ok, fanno schifo. Ma noi che cosa c’entriamo? Anzi: noi ci battiamo come leoni, e per senso di responsabilità, ma queste trasmissioni esistono a prescindere da tutto il giornalismo scientifico di questa terra ed esistono ovunque. E sapete perché? Perché la gente le guarda. Come la gente vota partiti che non ci piacciono. È la democrazia, babe, il libero mercato, e tutte queste cose qui che esistono perché l’umanità non ne ha ancora trovate di migliori.
E poi che la tv pubblica non proponga un’informazione scientifica di qualità lo riconosciamo anche noi. Saremmo anche pronti a metterci una pezza, ma semplicemente non siamo noi che la dirigenza delle tv cerca. Forse è anche giusto così, non lo so: forse a fare tv è bene che ci vada chi sa fare tv. Che poi significa (anche) fare ascolti e non gravare sulle casse pubbliche (una trasmissione televisiva costa e per rientrare nelle spese ci vuole pubblicità). Forse noi in tv non funzioneremmo: è molto plausibile. Ma che cosa faccio: mi incateno al cavallo della Rai?

Infine: l’annosa questione della laurea. Una laurea, lo dimostrano sgabellino e ditino, non è un vaccino contro la faciloneria. I miei maestri non erano nemmeno laureati: non lo era Romeo Bassoli, anche perché ai tempi in cui cominciò a lavorare lui a vent’anni si entrava nelle redazioni. Non lo sono tanti altri, bravissimi, più grandi di me. Ma se proprio volete titoli e gagliardetti, sappiate che molti di noi giovani del mestiere (giovani, si fa per dire) hanno lauree scientifiche e titoli post – laurea. E vengono da master in comunicazione della scienza che difendiamo con le unghie e coi denti, nonostante la gravissima flessione del mercato, perché servono anche a mostrare che un giornalismo scientifico di qualità è una cosa che si studia, si discute e si impara. E non si improvvisa. Come non si dovrebbe improvvisare niente. Tantomeno un atto di accusa generalizzato verso una categoria di professionisti che cerca di fare il proprio lavoro meglio che si può, nonostante i mesi passati a inseguire creditori, le richieste di lavoro non pagato, le denigrazioni, lo scarso riconoscimento e tutte le difficoltà che una (qualsiasi) libera professione propone nel 2014.

 

Addendum: in tutto questo, devo dire che trovo molto belle le possibilità di discussione e confronto che la rete e i social network ci offrono. Si comincia col bisticciare, si finisce per crescere tutti. Scienziati e giornalisti, come succede in questo post in cui la critica al cattivo giornalismo cominciava proprio da un articolo mio. Ma vale solo per gli scienziati e giornalisti che hanno l’umiltà e il senso di reponsabilità per esporsi in una discussione pubblica. A questo proposito ripropongo qui un vecchio schemino che riassume efficacemente la questione.

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Dieci anni di legge 40: che cosa è cambiato per la comunicazione?

Domani la legge 40 compie dieci anni.
In questi dieci anni è stata smontata a colpi di sentenze, soprattutto nelle parti che riguardano la fecondazione assistita. La legge però mette il becco anche nella ricerca, vietando l’uso degli embrioni (da cui ricavare le cellule staminali embrionali, come si fa nel resto del mondo). E anche su questo siamo in attesa di una sentenza della Corte Costituzionale. Nel frattempo, vale la pena ricordare, c’è stato un bando pubblico per la ricerca sulle staminali che escludeva la ricerca sulle staminali embrionali (era il 2008) e un ricorso, a firma Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna, perso. Poi c’è stata la storia della riprogrammazione: i tentativi (riusciti e premiati con il Nobel 2012) di riportare la cellula adulta alla staminalità, e studi successivi (come quello uscito un mese fa su Nature e giù sospettato di essere una frode, per dire che vivacità la ricerca sul tema).

Ma la storia è importante anche dal punto di vista di chi si occupa di comunicazione. Perché le cose sono cambiate, da dieci anni a questa parte, e la vicenda Stamina ne è stata la peggiore dimostrazione.
Per esempio: la parola staminali, che dieci anni fa era associata alla famigerata biologia di Frankenstein, è diventata una parola marketing con cui vendere le creme antirughe. Le viene dato il sinonimo di rigenerante, o qualcosa così. Probabilmente è il risultato di un’operazione di cosmesi lessicale che deve molto alla nascita di tante Stamina interessate a venderci cose con l’etichetta di staminali, più subdole e capaci di sfuggire (nel bene e nel male) agli agoni di giornali e tv.
Per me, forse anche perché proprio dieci anni fa cominciavo a lavorare davvero, e scrivevo tanto per i giornali e altrettanto leggevo, ci fu un’epifania, che da allora si ripete stancamente più o meno ogni giorno, e che oggi mi annoia o deprime, ma di certo non mi stupisce più. Si stava cominciando a importare nella scienza l’idea della par condicio.
Fu un crescendo che culminò un anno dopo, in occasione del referendum che avrebbe dovuto abrogare la legge ma si fermò al palo del 25% dei votanti. Da quel momento, come nei talk show politici, quando si parla di scienza e c’è un conflitto aperto, si invoca la presenza delle due campane. Come se davvero ci fossero due campane. Ai tempi di quel referendum il risultato erano paginate sul tema in cui l’opinione dello scienziato di turno (che poi erano gli stessi di oggi, solo dieci anni più giovani) era messa a confronto con quella di un vescovo. O dell’unico scienziato per il No, che non era un vescovo ma lo ricordava nel cognome. E lo stesso accadeva in tv: uno scienziato dei tanti, per il fronte del Sì, e a rappresentare il No (o l’astensione) sempre lo stesso. Litigi, dibattiti animati, e l’immagine di una scienza spaccata a metà, anche se così non era.

Ero appena arrivata a Roma dalla provincia, e mi guardavo intorno con stupore. C’era Roma, ma Roma era tappezzata di manifesti enormi con enormi foto di feti spacciati per embrioni. Il gioco si faceva pesante e, come abbiamo visto anche in questi anni, pesante per noi che trattiamo di scienza significa emotivo, pieno di immagini e lacrime, e di bambini esposti insieme a una corriva esaltazione dello spirito italiano, sentimentale per natura, e gridato e confuso e impossibile da governare lucidamente.
Forse perché dieci anni sono passati anche per me, e non sono più la pivelletta entusiasta di un tempo, adesso mi sembra che lacrime, forconi e fiaccole siano sempre più frequenti nel nostro dibattito. E che gli argomenti della scienza trovino sempre maggiore difficoltà a emergere nel coro di lai e lamenti da cui siamo circondati. Ma forse mi sbaglio. Risentiamoci tra dieci anni.

Tipi umani da giornalista scientifica / 10: lo Scienziato Segnalatore

Un attimo di distrazione, una giornata di sole, una punta di ottimismo, una notte serena di sonno ininterrotto. E d’un tratto mi trovo a sognare di fare un mestiere normale in un’Italia normale. Normale, è tutto normale Silvia, sta’ tranquilla.
Poi per fortuna arriva lui: lo Scienziato Segnalatore.
Pronto a ricordarmi lo sfascio del mio paese e dei miei mulini a vento. Pronto a inviarmi un link a youtube o a repubblica.it (la statistica è impietosa), o a raccontarmi che cosa è passato ieri sera al Tg. Pronto a darmi la sveglia e a farmi la domanda delle domande: com’è che tu ti fai un mazzo così e intanto il grande quotidiano e la grande rete televisiva dicono così grandi cazzate? Cioè: ma questi tuoi colleghi hanno fatto scienza alle elementari?!
Risposta tra me e me: se lo sapessi davvero avrei già cambiato mestiere e paese. E poi io sono vittima di questa roba: non puoi chiedermi di fare la vendicatrice mascherata, gratis, e col solito rischio del sansebastianismo di cui, si sa, io morrò ma lieta in core.
Risposta ad alta voce: vedi… il problema è complesso… da una parte c’è una questione di tradizioni giornalistiche per cui in Italia… dall’altra c’è il mercato, che è completamente saltato per cui se paghi sempre meno non è che la qualità di quello che leggi… e comunque…

Rumore di unghie sullo specchio.
Seguito a parlare:
1. non è un problema solo italiano, sai. Vedi la storia di Le Nouvel Observateur e gli Ogm velenosi, eh: quella era università francese e stampa francese! Oppure la panzana delle amanti di Georges Simenon: oh, quello era un giornale svizzero!
La mia memoria è piena di aneddoti così. Posso citare Einstein (giornali americani e inglesi, roba che scotta!), l’autismo (addirittura riviste scientifiche!) e una lunga serie di panzane uscite all’estero.
Obiettivo: stordire l’interlocutore.
Proseguo:
2. anche la questione di mercato: un modello di business per l’informazione web non c’è praticamente da nessuna parte e questo ha cambiato le cose in tutto il nostro settore e in tutto il mondo. Ma dappertutto, eh: per esempio ho un collega brasiliano…
Il collega brasiliano esiste davvero: come è successo a colleghi italiani, è stato licenziato da un giornale in ristrutturazione e adesso fa il freelance senza averlo mai scelto. Intanto il giornale vivacchia con la metà dei giornalisti che aveva prima. Chissà che fine faranno, e che fine faremo. Ma che c’entra?
Vado avanti, sempre meno convincente:
3. comunque dobbiamo capire anche che in fondo non è un errore così grave: l’unità di misura è sbagliata, è vero, la malattia di cui parla ha un nome diverso, giusto, la foto è presa da un sito che parla di tutt’altro, corretto, il titolo dice l’esatto contrario… ma in fondo… Cioè: i problemi della scienza in Italia sono ben più gravi…
Intanto anch’io mi gratto l’orticaria.
Checcazzo: ai miei studenti correggo anche gli accenti acuti e quelli gravi. Qui leggo su un quotidiano nazionale da decine di migliaia di click a pagina una roba che nemmeno in quarta elementare. Mi affido al benaltrismo (Dio che brutta parola) e ci do di cerchiobottismo (terribile, davvero).
Ma ho bisogno di mettere a posto le cose: o meglio, di fissare un po’ di punti generici e di defilarmi con il solito la questione è assai complessa.
Quindi passo alla più confusa delle mie argomentazioni. Quella che è vera, eh, ma qui non c’entra proprio niente. È un’argomentazione ad incasinandum, serve a confondere le acque, è la strategia della seppia.
E dice così:
4. del resto anche voi scienziati… cioè non è che potete pensare di instaurare un buon dialogo con la società se non scendete dal vostro pero e non provate a discutere, a farvi meno presuntuosi, ad ammettere l’esistenza di altre forme di conoscenza delle cose, se non provate a usare altri lessici e soprattutto se non cominciate a riconoscere la nostra professionalità di comunicatori della scienza, almeno voi, accidenti, e non solo quando si tratta di segnalare gli errori dei nostri colleghi. E poi tanti di questi errori nascono dai vostri, i vostri, colleghi, quelli che hanno interessi personali meschini e pensano di usare i giornalisti a loro beneficio: non è che la comunità scientifica sia fatta solo di stinchi di santo, vedi gli altri tipi umani da giornalista scientifica nel menù a tendina qui accanto…
Che è anche una cosa vera, su cui la mia comunità spesso si trova a dover discutere seriamente.
Ma ieri sera al telegiornale hanno confuso due malattie diverse e intervistato un famoso ciarlatano, mentre sul prestigioso quotidiano è ricomparsa la fantasiosa automobile che sfida le aziende petrolifere e soprattutto la termodinamica.
Ha ragione lui: è inaccettabile che succeda. Dai. Non cambierà la temperie scientifica di questo paese, ma è cialtrone. E verso i cialtroni non si deve avere nessuna pietà.

Accidenti, Scienziato Segnalatore.
Io faccio un bel mestiere, ma ci avviluppiamo sempre sulle solite domande.
Tipo ci sono quelli che dicono che per fare il giornalista scientifico è bene avere una laurea scientifica (ma Romeo Bassoli non si era mai laureato, e comunque aveva studiato lettere), quelli che dicono che per parlare di scienza non importa sapere la scienza (e intendono: la tabellina del dieci, la logica minima, la differenza tra una causa e un effetto o tra un esperimento e una teoria, mica parlano delle basi della meccanica quantistica o della genetica molecolare). Quelli che dicono che gli scienziati dovrebbero stare al loro posto e quelli che dicono che benvengano gli scienziati. Quelli che generalizzano: gli scienziati non sanno comunicare! E quelli che difendono il campo: ognuno faccia il suo mestiere e poi la comunicazione non si improvvisa!
Per me, molto più semplicemente, se uno fa il giornalista deve seguire un kit di regole di base che valgono per qualsiasi cosa stia affrontando. La verifica delle fonti, per esempio, la verifica di quello che si sta scrivendo, un paio di telefonate di sicurezza, la gestione corretta delle parole, l’onestà, la domanda in più, l’umiltà di studiarsi un po’ la cosa. La responsabilità.
Lo ammetto: anche a me è capitato e capita di scrivere di cose di cui non so niente. Per questo tengo in tasca il kit di cui sopra, e spero che mi basti. Quantomeno, cerco di evitare di fare figuracce.
Perché la mia paura peggiore sei proprio tu, Scienziato Segnalatore. E la tua prossima mail a uno qualunque dei miei colleghi. Quella che un giorno a venire conterrà il seguente testo: hai visto che cosa ha scritto la Bencivelli?! Ma è possibile che in questo paese escano articoli come quello?

* A scanso di equivoci: questo è l’unico tipo umano di cui parlo bene. Non sono diventata improvvisamente buona: è che davvero questo tipo di scienziato mi piace. Se poi oltre a scrivere a me scrivesse ai direttori dei giornali, direi che è quasi la nostra salvezza nella catastrofe.

Scienziati-fino-a-un-certo-punto e Bacone che piange: ma io che cosa ci posso fare?

Disclaimer: Esco da un paio di settimane assai pesanti per via di un’inattesa popolarità conquistata parlando di £%&$**#. Siccome vorrei evitare di trovare altre minacce e insulti nelle mie caselle di posta, e siccome mi potrebbe capitare di accennare di nuovo a £%&$**#, da oggi in poi userò il seguente insieme convenzionale di segni grafici per riferirmi a £%&$**# senza dire £%&$**#: £%&$**#. Chiaro?

Ho notato uno strano fenomeno.
Ci sono scienziati, rigorissimi e molto bravi nel proprio ambito disciplinare, che perdono completamente la Trebisonda quando si tratta di argomenti distanti dai propri. Fino a comportarsi da non-scienziati.
Galileiani di ferro dentro casa, dubitabondi viaggiatori della realtà fuori dal portone.
Io li chiamo Scienziati fino a un certo punto: il loro punto.
Del tipo: esistono fisici che quando hanno il raffreddore si comportano come se Amedeo Avogadro non fosse mai nato. E che quando vanno al supermercato fanno acquisti tra i banchi ortofrutta guidati da principi salutistici mai provati, e mai messi in discussione. Esistono ovviamente anche biologi che leggono l’oroscopo e medici che non sono del tutto convinti che i terremoti non si possano prevedere.
Gli Scienziati fino a un certo punto sono prima di tutto esseri umani e di fronte a certe paure, come in tanti altri casi, non sono affatto diversi dalla signora Marisa del piano di sotto. Loro tendono a pensarla un po’ ignorante, la Marisa del piano di sotto, ma dovrebbero ricordarsi che tutti lo siamo, quando trattiamo cose che non conosciamo. E che tutti, chi più chi meno, abbiamo la tendenza ad affidarci a qualche pensiero magico e consolatorio a cui attribuire i problemi del mondo.

In genere lo schema è questo: c’è un problema.
Un problema che ci tocca di persona o che ci sconvolge particolarmente: bambini che soffrono, catastrofi naturali, malattie ineluttabili.
Non c’è un colpevole e spesso nemmeno la soluzione.
Cerchiamoci un colpevole e/o la soluzione.
Il colpevole: la cosa più facile è inventarcelo lontano e generico: la politica, le multinazionali (in genere del farmaco o dell’energia), la Nasa, il potere…
Attenzione: questo vale anche per cose molto precise, problemi molto circoscritti, e per narrazioni giornalistiche semplicistiche, le più efficaci. E in genere questo passaggio mette d’accordo tutti, Scienziati fino a un certo punto e Marise del piano di sotto.
La soluzione. Qui le cose si fanno più complesse perché potremmo volerci affidare alla giustizia oppure volerci svincolare dalle cose ufficiali (ricordiamo: sinonimo recente di cattivo, in contrapposizione a naturale, sinonimo recente di buono) e fare come quella che al TgR ha spiegato di curarsi con limone e peperoncino. Come ci sono diverse sfumature di colpevolezza, reale o magica, ci sono anche diverse sfumature di soluzioni, dalla più razionale e magari comprensibile a quella completamente fuori di melone. Solo che qui si agisce: si comprano pasticche di zucchero o si va dall’avvocato. A volte si combinano guai. E anche questo vale per la Marisa come per lo Scienziato fino a un certo punto.

L’esperienza degli ultimi giorni mi ha però aperto una prospettiva nuova. Ci sono persone, non poche, magari anche socialmente orientate e per altri versi sensate, che cercano un colpevole anche se il problema non c’è.
Cioè seguono il procedimento inverso: ho un colpevole, mi invento la colpa.
(E intanto Bacone piange).
Per me, che sono una scettica che ormai non crede più a nulla e tra un po’ comincerà a difendere i poteri forti solo perché si è rotta le balle di sentir attribuire loro più colpe di quelle che certe donne danno alla triade (mestruazioni + tempo + finta intolleranza alimentare)*, per me questa è la cosa più difficile da capire. È come voler soffrire a tutti i costi, come inventarsi una malattia che non si ha, come credere che qualcuno mi voglia davvero morta mentre a nessuno interessa un fico di quello che faccio.
Siccome poi questo colpevole può cambiare da una persona all’altra (poniamo che a me stiano antipatici gli americani, a un altro i cinesi), e siccome risalendo dal colpevole a una colpa indefinita si possono aggiungere dettagli per tutti i gusti (dagli alieni agli Ogm, dai terremoti all’energia nucleare), procedendo in questo modo si possono inventare storie per tutti i gusti.
Tipo: i portoghesi tramano per diffondere Ogm capaci di scatenare terremoti proiettando energie cosmiche lungo le coste attraverso il controllo del baccalà… e così via. Inventatevi la vostra storia.
Poi cercate su Google: può darsi che ci sia già chi la propala a mezzo web.

Ora, posto che io di mestiere scrivo per la signora Marisa e per lo Scienziato fino a un certo punto (che, abbiamo detto, dal punto di vista percettivo sono quasi sempre la stessa cosa), ma ahimè anche per quelli che ragionano colpevole -> colpa, come mi devo comportare?
Per di più oggi tu scrivi un articolo e la gente ti manda una mail, personale, per commentare. Oppure ti twitta. E, oh, ti tocca rispondere. Almeno quasi sempre, diciamo una volta su due. È come aprire uno sportello elettronico disagi vari, senza che però nessuno ti dia i 5 cents di Lucy. A quelli che fanno piangere Bacone devo rispondere? Serve? Fa parte del mio lavoro o, almeno, della mia missione su questo pianeta? (Come quale pianeta? Sto parlando di Nibiru, è ovvio).
E allo Scienziato fino a un certo punto che cosa devo dire? Mi ci devo arrabbiare?
Alla fine, mi capirete, la mia preferita è sempre la signora Marisa. Soprattutto perché la signora Marisa non sa come rintracciarmi su Facebook.

(Ah: sono arrivata fin qua senza scrivere £%&$**#. Sono soddisfazioni).

 

* Adesso mi aspetto che qualcuno mi dia della misogina e poi siamo a posto. Lo dico perché, essendo donna anch’io, raccolgo confidenze di altre donne e noto la tendenza di attribuire un sacco di colpe a quella triade là. Ma a volte anch’io lo faccio, eh. Certo. Eh.

Dammi un microfono e un po’ di staminali: la mail di un collega su Stamina e la speranza

Un paio di giorni fa un amico, girando per radio locali durante un viaggio in macchina, sente una trasmissione sul caso Stamina. Stranito, mi chiama e mi fa ehi, ho sentito tutto un peana su Stamina, su quei cattivoni del ministero che vogliono bloccare la somministrazione delle terapie ai bambini malati e così via. Che dici: scriviamo alla redazione? È la radio a cui collabora un nostro comune amico, ed era proprio il giorno in cui anch’io, alla radio, avevo dovuto occupamri di Stamina. Ho l’indirizzo mail dell’amico e della redazione: prendo e gli scrivo.
È un amico (quello della radio, intendo): con parole che qui pubblicamente non posso scrivere, lo avverto che sulla vicenda c’è (quantomeno) da andare cauti.
Lui non c’entra, dice, o c’entra poco. Ma mi chiede se ci sia del materiale sul tema, da girare ai colleghi che probabilmente non sono tanto informati.
Materiale?! In rete si trovano articoli su articoli molto dettagliati, di tutti i gusti: da quelli a contenuto più scientifico a quelli più riflessivi, alle cronache, ai documenti ufficiali, più blog di grandi giornalisti scientifici, forum a cui partecipano grandi scienziati, podcast e così via. Da perdercisi. E non solo in italiano (1, 2, 3 qui ce n’è un pacco, 4, 5, 6, 7, 8 …). Ci sono tante analisi della vicenda, e un’estrema sintesi posso fartela anch’io, in due righe: trattasi di terapia senza basi scientifiche, che nessuno ha potuto analizzare per esplicita volontà di chi la vende, e che rischia di modificare le nostre regole sulle terapie avanzate, aprendo l’Italia a un commercio incontrollato in cui qualunque truffatore può arrivare a vendere robaccia. Trattasi anche di storia in cui a pagare per la presunta terapia si chiede che sia lo Stato. E questo, in tempi di crisi e di default dietro l’angolo, dovrebbe farci saltare tutti sulla sedia.

L’amico collega capisce, intuisce, ma non c’entra molto: intanto sollecita quelli della redazione giusta e la loro risposta (che qui riporto testualmente) è esemplare (il corsivo è mio):
Purtroppo su questo come su tanti altri temi si formano le fazioni (i pro e i contro) e questo fa perdere tempo:
noi non sappiamo chi ha ragione
ma loro (i malati) chiedono semplicemente la libertà di curarsi come vogliono.
Perché negare questa speranza di fronte a nessuna alternativa?”.
Eccoli. In due righe, hanno riassunto la confusione e la protervia di chi, oggi, pensa che occuparsi di temi di sanità pubblica sia come occuparsi di tanti altri temi, nei quali (purtroppo, ma purtroppo per chi?) ci si divide in due fazioni di pari dignità. E allora, siccome sono due fazioni di pari dignità tra cui il povero giornalista non sa capire chi abbia ragione (il congiuntivo è mio), si sceglie artatamente di confondere le acque parlando di sentimenti e di libertà.
Credo che per di più ci sia la buona fede, la sincera convinzione di fare del bene ai malati, sebbene sicuramente mescolata all’idea di trattare un tema che acchiappa e che fa contento il pubblico (idea su cui si fonda un bel po’ del giornalismo nostrano).
Ma credo anche che la buona fede non possa giustificare tanta superifcialità, che ai malati sicuramente non fa del bene e che comunque danneggia la nostra intera collettività.

Allora, di corsa, col telefonino, rispondo (solo al mio amico) così:
“Sarò una vecchia statalista, ma credo che non su ogni cosa esistano due posizioni contrapposte con pari dignità. E che, nel dubbio tra due fazioni, la cosa migliore da fare, soprattutto da professionisti dell’informazione, sia di chiedere pareri alle persone più competenti e disinteressate in materia.
Poi, proprio perché sono una vecchia statalista, penso che la libertà di curarsi non possa essere garantita a spese dello Stato: se credi che il tuo malessere autunnale sia curabile con il dente di pitone, prego, fa’ pure. Ma non pretendere che sia lo Stato a pagartelo. Tanto più che il nostro Ssn è sull’orlo del collasso, non ci sono soldi per i malati oncologici, per cui sono necessari criteri di spesa stringenti. Uno, il primo, dovrebbe essere “sapere che cosa si sta somministrando e perché”. Se questo ti pare cinico (perché dovrebbe? Ma vabbè) pensala così: daresti a tua figlia un intruglio che nessuna autorità pubblica abbia almeno analizzato? Le faresti fare da cavia? E lo daresti sulla base di quello che tu e tua moglie avete letto sul sito internet di uno che non ha manco una laurea in medicina, che è indagato da Guariniello per truffa, e che magari vi chiede 40k €? Forse sì, ma non vi sembrerebbe giusto che allora qualcuno vi aiutasse a capire se state davvero facendo la cosa migliore per lei?
Io, che un po’ di biologia la so, vi posso assicurare che questo commercio è pericoloso. E vi dico anche che inseguendo Stamina oggi, in questa maniera acritica, corriamo il rischio di cambiare le leggi di controllo sulle presunte terapie a base di staminali aprendo il mercato a truffatori dalla faccia presentabile e a chissà chi altro. Cerchiamo, noi che lavoriamo nell’informazione, di non renderci corresponsabili di questo pasticcio.
Ah: non mi paga Big Pharma. Non mi paga nessuno. Baci, Silvia”.
Secondo voi ha funzionato?

Il mio amico ha riletto questo post prima di pubblicarlo. Non è mia intenzione offendere nessuno, solo raccontare come funzionano queste cose viste dal di dentro. E viste con l’occhio di una che è costretta a pensarci parecchio, e talvolta a confrontarsi con colleghi molto lontani dalla cultura scientifica ma molto, troppo, vicini a un microfono.

Einstein e l’esperto di golf: una storia per te, scienziato, che ti lagni con me di avere incontrato il giornalista sbagliato

Successe anche ad Einstein. Lui era lì, che credeva di parlare a un giornalista almeno un po’ interessato alla sua teoria della relatività generale, e invece aveva davanti Henry Crouch, un affermato cronista sportivo esperto di golf. E non era stata la Gazzetta di Scubidù a mandarglielo: era il New York Times che aveva deciso di affidare l’intervista al buon Crouch. Incurante del fatto assai ovvio che Crouch di fisica non capisse una mazza.
Non andò meglio con The Manchester Guardian, oggi The Guardian, che a intervistare Einstein mandò l’importante critico musicale Samuel Langford. Pare che il suo commento alla conversazione con Einstein sia stato un secco platitude! cioè: banalità!
Secondo alcune fonti informate meglio di me* è così che sono nate alcune false citazioni, distorsioni, mistificazioni e fraintendimenti popolari sul pensiero di Einstein. Quelle robe che girano ancora su internet, per intenderci, che nessuno va mai a verificare per davvero.
Personalmente, sono contenta di non aver mai conosciuto dal vivo Einstein solo perché di scienziati amici che si lamentano con me di incontri con giornalisti sbagliati ne ho già tanti. Hanno ragione, in genere: ma non so che cosa farci. Io, se avessi avuto Einstein davanti, mi ci sarei fatta d’oro per anni: sarei ancora lì a taggarmi su Facebook per fare la sbruffona coi colleghi, altro che platitude**.

Per giornalisti sbagliati intendo giornalisti magari molto competenti su settori distanti da quello di cui si sta parlando ma poco ferrati sulle questioni della scienza, e quindi spesso vittime (e artefici) di errori o di malintesi. A volte, poi, se uno è molto competente e stimato come giornalista, può anche avere qualche difficoltà ad ammettere la propria ignoranza in certe aree della cultura, oppure ad ammettere l’importanza delle aree della cultura in cui è consapevole di essere ignorante. È comprensibile e molto umano, come quel banalità! di Langford. Però un po’, lo ammetto, fa incazzare, soprattutto se il giornalista si è deciso a dimostrare che, in ogni caso, lo scienziato sbaglia.
E qui potremmo discuterne a lungo: è abbastanza prevedibile che un esperto di golf e un critico musicale abbiano qualche difficoltà ad affrontare, da un giorno all’altro, la relatività generale. Del resto, io che mi occupo di scienza da anni ne ho di enormi. Va detto anche che nessuno mi ha mai chiesto di scrivere un pezzo sul golf né ho mai recensito il nuovo album di un gruppo punk. Non saprei da che parte cominciare e finirei per sentirmi molto cretina.
Ma quello che mi chiedo è: se a quel tempo fossero esistiti i giornalisti scientifici, ed Einstein si fosse trovato di fronte, comunque, per un qualsiasi malinteso, Crouch e Langford, che cosa avrebbe potuto fare e che cosa avrebbe realmente fatto? E quando oggi uno dei miei amici scienziati capisce di avere di fronte magari un bravo giornalista, ma a cui non sarà capace di spiegare il suo punto di vista nemmeno in mezz’ora di intervista, che cosa deve fare? E che cosa fa?

Una risposta non ce l’ho.
Ci sono situazioni in cui ai miei amici scienziati dico ma tu hai provato a chiedere se avessero un collega specializzato in temi scientifici?, nel tentativo di fare un po’ di promozione alla mia categoria. Anche se è un tentativo maldestro, perché ognuno fa il suo mestiere e, boh, magari l’incomprensione tra lo scienziato e il giornalista è nata per l’atteggiamento di chiusura del primo, più che per l’ignoranza (per quanto spesso esibita con orgoglio) del secondo. Può succedere e sicuramente succede.
A volte cito la massima che dice non lamentatevi dei giornalisti cattivi: semplicemente chiedetene di buoni. Che poi è la stessa cosa, ma suona molto meglio e può essere anche usata per gli addetti stampa e uffici comunicazione vari.
A volte offro una spalla per piangere.
A volte mi metto a pontificare e parto col rimbrotto: scienziati e giornalisti scientifici dovrebbero essere alleati nella promozione di un dibattito culturale, sociale e politico di qualità, in cui la scienza è uno degli elementi chiave. E voi che cosa fate? E vai di filippica sulle chiusure e la presunzione dello scienziato italiano, sulle responsabilità dello scienziato che lavora coi soldi pubblici, sul dialogo con la politica, l’ignoranza del nostro ruolo e così via.
Ma da un po’ di tempo in qua ho cambiato linea. Parlo esplicitamente di mercato. E spiego: sappiate che i Crouch e i Langford oggi in Italia sono tantissimi e che noi giornalisti scientifici ne siamo le prime vittime, semplicemente perché se sulle cose di scienza lavorano loro (e senza nemmeno divertirsi) non lavoriamo noi che (non solo ci divertiamo a parlare di scienza, ma anche) vorremmo viverci.
Per cui una ricetta non ce l’ho, ma una modesta proposta sì. La prossima volta che vi trovate davanti un Crouch o un Langford e che, succeda come succeda, travisano le vostre frasi e vi fanno dire cose strane e poi esce un pezzo strampalatissimo o un servizio montato in maniera balenga, non aggiungete tormento a tormento. Lasciate che siamo noi a lagnarci per primi.

*L’ho trovata in un libro di Bryson che a sua volta cita Bodanis, e ho trovato alcune fonti su internet.
** Einstein è morto ventidue anni prima che io nascessi. È capitato anche ad altri. Come vedete dalla documentazione fotografice qui sopra allegata, con Darwin mi è andata meglio.

Le tribolazioni di una giornalistascientifica con la scienza*

Oggi va così: mi autopubblico un estratto del libro.
In genere nei libri si copiano i blog. Qui farò il contrario perché non ho tempo né ispirazione per scrivere qualcosa di originale sul blog. E poi perché copiare se stessi non è un problema, in Italia: c’è chi ci ha costruito intere carriere. E comunque io mi pago, per cui non è lavoro gratis: non è nemmeno un’autorecensione (recentemente ho sentito parlare di autorecensioni ma non ho capito bene che cosa si intendesse), né una marchetta perché il libro l’ho scritto io e qui a copiarlo sono io medesima (semmai una automarchetta ma si qui va sul difficile). È roba mia che vi regalo.
Spero che come disclosure basti. Spero anche che il frammento qui sotto vi diverta, almeno quanto ha divertito me nel farsi scrivere.
Si parla della vita tormentata di una che fa la giornalistascientifica in un paese come l’Italia (ed è stato scritto più di un anno fa, come vi sarà evidente alla fine).

C’è sempre qualcuno che mi chiede un parere oracolare, o che ritiene di provocarmi, o che vuole avere da me la risposta precisa che dal resto del mondo ovviamente non ha. Con gli amici in genere è piacevole. Con gli estranei a me e alla scienza, che ritengono che i principi del metodo scientifico galileiano siano opinabili da chiunque sgranocchiando una pizza al prosciutto, invece, le cose smettono di essere divertenti e mi trovo a pensare che potrei persino abbandonare la monomania a favore di un semplice pettegolezzo da dopocena: che cosa fai quest’estate? Come sta il figlio di tuo cugino? E invece niente.
Le domande che vanno per la maggiore sono le seguenti: ma tu sei pro o contro il nucleare? Ma tu sei favorevole o contraria agli antibiotici? (con la variante: ma tu sei favorevole o contraria ai vaccini?). Ma tu sei anti-Ogm o pro-Ogm?
C’è anche: certo che gli scienziati non sanno nemmeno prevedere i terremoti… e poi Hai visto che il bicarbonato cura il cancro?
C’è l’affermazione antiscientifica di sinistra: Fukushima… tragedia nucleare oppure L’esercito americano ci avvelena la terra! e anche Le multinazionali del farmaco pensano solo ai loro interessi per questo mi curo con l’omeopatia. E l’affermazione antiscientifica di destra: Perché deve decidere il padre se sospendere i trattamenti alla figlia in coma? È una vita, e chi la toglie è un omicida.
C’è poi l’affermazione antiscientifica sentimentale: mia nonna con la chemio è stata malissimo, poi un giorno ha smesso la terapia, è tornata a casa e per i due mesi successivi è stata molto meglio che in ospedale (dopo è morta, ndr), e ar mi’ bimbo do solo carote biologi’e coltivate in Alto Adige. E c’è l’affermazione antiscientifica misticheggiante: devi essere positiva, sentire la tua energia, e soprattutto il qualcosopata mi ha detto che mi servono dieci sedute di riallineamento del campo magnetico perché mi si è indebolito il sistema immunitario. Ci sono infine le affermazioni semplicemente fastidiose alle quali non do credito finché posso: no, grazie, sono intollerante alla carne di maiale, certi tipi di formaggio fresco mi fanno venire il prurito, ma per fortuna arriva il momento della frutta perché l’ananas scioglie i grassi. E quelle riferite a me, alla ricerca di zone oscure del mio io: perché non bevi caffè? Hai un problema con la caffeina? Ti sei chiesta se non sia una questione di socialità? Fino all’osservazione del cavo ascellare, con lo sai che se sudi così poco è perché non esterni le tue emozioni?
Qui sto per esplodere.
Al giorno d’oggi non puoi fidarti di nessuno, gli scienziati sono sempre un po’ presuntuosi, la scienza non può spiegare tutto, che male vi fanno gli scienziati non ufficiali, tutta ‘sta ricerca e non abbiamo ancora sconfitto il cancro
, se parti con l’idea che chi dice cose fuori dal coro sia un ciarlatano non troverai mai il prossimo Einstein…
Ho le mie frasi a effetto: come si fa a essere favorevoli o contrari a una cosa che esiste? Sono contraria ai sabati di pioggia e alle fragole che sanno di terra, allora. E poi: guarda che Einstein mica faceva esperimenti in garage! Era uno che rispettava le regole: voi lo chiamereste ortodosso.
Ma non sempre riesco a difendermi, lo ammetto.
In genere, da queste conversazioni esco sconfitta e scoraggiata.
Tipo sì, sì: intanto Paperoga l’aveva detto che stava arrivando il terremoto… Io: guarda che l’ha detto dopo. Lui: ma che dici? Ha detto dopo di averlo detto prima, perché prima non lo hanno ascoltato. Io: Ha detto dopo di averlo detto prima ma prima non ha detto proprio quello: ha detto “potrebbe arrivare un terremoto nei prossimi sei mesi in Italia”, un po’ generico… Lui: comunque quindi l’aveva detto prima, vedi? E dopo ha confermato che l’aveva detto prima. Io: ma è solo dopo che ha detto: guardate che prima avevo previsto… perché se non fosse successo niente, dopo, sarebbe stato zitto. Lui: ma invece dopo è successo! E lui prima lo sapeva che dopo sarebbe successo, no?!

Che poi anche a me la scienza ha dato alcune delusioni. Non lo nascondo.
La prima risale a trent’anni fa, quando qualcuno mi spiegò che la Terra è una sfera. L’umanità ci aveva messo secoli a fare pace con questa idea: a me si chiedeva di farlo a cinque anni.
D’accordo, mi correggo: l’umanità non ci aveva messo così tanto. La faccenda della Terra che si credeva piatta ai tempi di Cristoforo Colombo è un falso storico. La terra era già sferica per Aristotele e Pitagora ed era ovvio persino per i filosofi medievali padri della Chiesa. Però per me, a cinque anni, l’idea era inaccettabile.
Così risolsi il problema infilando tutto dentro la Terra, in una rassicurante cosmogonia che prevedeva che noi fossimo a spasso su una superficie piatta posizionata all’altezza dell’equatore, e, come in Albachiara, tutto il resto fuori.
Ma la spiegazione dei miei adulti, paziente e implacabile, proseguiva: no, noi non siamo dentro la Terra, ci siamo appoggiati sopra, perché la Terra è una palla di roccia. Figuriamoci. E che paura. Proprio no, non ci credevo.
Finché non mi hanno regalato un mappamondo. Avevano ragione i grandi, diceva il mappamondo, ma come facessero i signori dell’Australia a non cadere giù per me è rimasto a lungo un incomprensibile atto di fede.
Seconda, più grave, delusione. Avevo dodici anni. La professoressa di matematica e scienze delle medie (che io adoravo) ci aveva spiegato la pressione un paio di settimane prima. La pressione è il peso (vabbè) dell’oggetto diviso per la superficie su cui appoggia. E vai con Evangelista Torricelli.
Quel giorno lì, però, si faceva geometria e l’argomento era la sfera. Scrivete: la sfera tocca una superficie tangente solo in punto.
E no. Allora no. Non ci sto. Se la sfera tocca una superficie solo in un punto, lì la pressione quant’è: infinita?! Non è possibile.
Ero una discreta calciatrice, abbastanza da sapere che il Supertele con cui giocavo non sprofondava sotto terra a causa dell’enorme pressione su un unico punto.
La professoressa si difese balbettando qualcosa sul fatto che una cosa è la fisica e un’altra la geometria. Che il pallone non era davvero una sfera e che la descrizione matematica del mondo deve necessariamente approssimare le cose e così via. Profondamente delusa, ho semplicemente lasciato perdere. Per diversi anni.
Per non parlare delle strane malattie che ho avuto nei tempi passati, che venivano liquidate con un boh da parte di chi avrebbe dovuto spiegarne la causa e accelerarne la guarigione. Sono passate tutte, ma a volte mi guardo le cicatrici e penso che la mia fiducia nella scienza medica non sia del tutto giustificata, che forse i dottori Tato & Patatina facevano bene a prenderla poco sul serio**.
Solo che non è questo il punto. Il punto è che la scienza è come la democrazia. Imperfetta, per definizione. La democrazia ci ha regalato vent’anni di Berlusconi, e chissà adesso dove ci porterà. Ma sono convinta che qualsiasi alternativa alla democrazia, soprattutto di quelle che il paese ha vissuto in tempi non lontani, sarebbe stata comunque peggiore. E se in tanti anni non siamo riusciti a trovare di meglio, forse possiamo ammettere che i difetti sono più spesso dovuti alla fallibilità dei singoli che ci lavorano dentro, dentro alla democrazia come dentro alla scienza, piuttosto che alle asciutte regole del sistema.

 

* Ancora scottata dall’incomprensione per il titolo – plagio di Elsa Morante, vi dico subito che questo è un titolo – plagio da Jules Verne.
** Per scoprire chi sono i dottori Tato & Patatina vi toccherà comprare il libro.

Uno scienziato con zero pubblicazioni è come un gentiluomo livornese

Questo è un blog.
E non fa di me un’autorità in niente, un’esperta di niente, una scienziata di niente.
È un blog, cioè uno spazio in cui scrivo quello che mi pare quando mi pare.
Se io qui mi mettessi a scrivere le mie opinioni su un certo trattamento neurochirurgico o le mie idee su come rivoluzionare la terapia di alcune malattie rare, o peggio* sulla ricerca in fisica dell’atmosfera, su come trattare rifiuti o su come rieducare i bambini viziati, questo comunque non farebbe di me un’esperta, né tantomeno una neurochirurga, una genetista, una fisica dell’atmosfera, un’esperta in rifiuti o una pedagogista.
Eppure sono giorni, settimane, mesi, che come un’ossessione trovo interviste più o meno strombazzate a gente che ha un blog come me, a volte nemmeno, e la stessa mia autorità a parlare di questo e quello. Autorità che spesso è costruita sulla base del ranking di Google e del cosiddetto effetto San Matteo: più ti intervistano, più sarai intervistato, non serve nemmeno che tu ti sbatta a scrivere di domenica pomeriggio, saranno loro a telefonarti.
E quando fai notare al giornalista che l’esperto in questione non ha nemmeno una pubblicazione scientifica, diventi tu quello che getta discredito o che è legato a vecchi schemi o che non ha capito l’importanza della cosa.
Dev’essere uno dei regali del grillismo: il blog, la rete, la democrazia dal basso e uno vale uno, anche se uno è davvero un ricercatore e l’altro solo nei weekend di pioggia. Oppure può darsi che sia semplicemente l’umana propensione a credere autorevole quello che ci dice ciò che vogliamo sentirci dire, magari con qualche bella parola e qualche sonante accusa a un altro indefinito e lontano come una casta.

Il punto è che quando uno è scienziato (vale anche per le scienze morbide e molto morbide e per tutto quello che ha ambizione di avere un metodo che si chiami scientifico) per poter parlare deve avere almeno i seguenti requisiti:
1. una laurea in una disciplina sensatamente collegabile a quella di cui vogliamo parlare.
Qui se ne potrebbe discutere a lungo: in linea di massima ci sono lauree più versatili, come quelle in matematica, fisica o in filosofia, e lauree meno versatili, come quella in geologia o in psicologia. Ci sono brillantissimi esempi di fisici prestati alla biologia o alle neuroscienze o alle scienze della terra. Adesso non mi vengono in mente esempi contrari, ci penserò. Ma per capire il perché dei possibili sincretismi si passi al punto 2.
2. un’attività scientifica con tutti i crismi, riconosciuta dalla comunità nel tempo.
Ora: anche gli scienziati sono uomini ed è ovviamente possibile che si inciampi in quello che sta sulle balle° a tutti per ragioni varie, ma resta un bravo ricercatore. In linea di massima, però, proprio per la natura collettiva dell’impresa scientifica se uno è bravo si sa. E se uno è una scarpa o un furfante si sa. Se uno si definisce qualcosologo è abbastanza importante che gli altri qualcosologi lo sappiano. Se gli altri qualcosologi non sanno nemmeno che esiste, è molto probabile che quello sia esperto di qualcosologia quanto lo sono io.
3. un numero ragionevole di pubblicazioni scientifiche.
Che cos’è ragionevole? Dipende dalla disciplina, dal settore e dall’età del ricercatore.
Lo so, non è sempre vero che chi ha tante pubblicazioni è tanto bravo, perché conosco brave mogli i cui bravi mariti regalano firme su firme sugli articoli di ricerca senza che questo le renda anche brave scienziate**. So anche che il numero di citazioni degli articoli non è necessariamente indice di successo, perché potrebbero anche citarti come a dire guardate quante cazzate ha scritto questo qui e l’indice di citazioni si impenna.
Ma state certi che se uno ha zero pubblicazioni non è uno scienziato autorevole. A volte ho difficoltà a definirlo anche solo scienziato***. Voglio dire: sicuri che basti una laurea scientifica per diventare scienziato? Uno che ha il diploma di cucina ma apre scatolette è un cuoco?
Io sono medico e iscritta all’ordine dei medici, ma se cercate sui motori di ricerca trovate un solo articolo (due, se il motore è generoso): vi prego, non venitemi a cercare come esperta di sanità.

Eppure ho visto gente intervistata come esperto che di pubblicazioni ne aveva zero, ma zero zero. Gente che probabilmente dopo la laurea si è messa a fare altro (come me) o ha campicchiato in un modo diverso dal campicchiare previsto dalla gavetta dello scienziato.
Per carità, magari si tratta di persone intelligenti e colte e magari hanno fatto una bella riflessione, ma lì se non sono loro ad avvertirci (guarda, io non sono proprio un esperto di questa roba anche se dieci anni fa ci ho fatto la tesina per la laurea triennale), e se magari sono proprio loro a cercarci (personalmente o con un bel libro, una bella intervista a un collega, un bello spazio pubblico arrivato chissà come, o con un gran bel blog con le lucine), potrebbero essere i giornalisti a evitarli. E a capire che una bella riflessione fatta da un signor chiunque è davvero una gran bella cosa. Ma deve restare solo sul suo blog.

*dico peggio perché in fondo una laurea in medicina ce l’ho. Di fisica dell’atmosfera, rifiuti e bambini viziati non so proprio niente.
** prima che mi accusiate di maschilismo, sappiate che è solo un esempio che non esclude la possibilità contraria.
*** il titolo si riferisce a un simpatico modo di dire pisano riferito all’impossibilità del verificarsi di due eventi nello stesso momento. Non me ne vogliano gli amici livornesi, oppure si consolino pensando che lo si trova scritto persino nel Borzacchini universale.
° questa l’ho dovuta cambiare oggi (lunedì) perché avevo scritto una parolaccia e la mia mamma mi ha rimproverato. Perché su un blog puoi scrivere quello che ti pare fino a che non interviene la mamma.

La scienza è qualcosa che più ce n’è meglio è (feat. Baldan Bembo)

La truccatrice allontana la testa, strizza gli occhi, mi scruta con attenzione, poi afferra il batuffolo di cotone, avvicina la sua faccia alla mia, mi picchietta la guancia e concentratissima dice:
Lei de che se occupaaa?
Sibilo, a bocca stretta: Scienza.
Si ferma, si riallontana. Il cotone sempre in mano, mi fa, con aria grave: Cioè, è na professoressa!
No, non sono una professoressa, tranquilla: faccio la giornalista scientifica, mi occupo di scienza.
Stupore: Cioè lei se occupa di coseeeeee scientifiche, proprio, cioè tipooo…
Sì, di scienza, dico io.
Pausa. Le braccia che si allargano, un sorriso… Tipo i cataclismi!

Tipo i cataclismi?!
Un colpo così potrebbe segnare la chiusura di questo blog. Hanno vinto loro, i Giacobbi, quelli dei cataclismi.
Invece mi fa venire voglia di tornare su una strana storia di cui ogni tanto capita di parlare coi colleghi. Quella di una singolare new wave della comunicazione della scienza che postula la necessità per il giornalista scientifico di tenersi alla larga dagli scienziati. Per osservarli meglio, per essere imparziale, per non diventare il loro megafono e quindi per non perdere di credibilità di fronte al pubblico.

Strana affermazione. Diventerei un giornalista culturale che non frequenta i personaggi e i luoghi della cultura: che non va alle presentazioni dei libri, non compra dischi, non va a teatro, non discute con autori e critici, non conosce retroscena e non prevede tendenze. Un giornalista culturale inutile. Perché il giornalista scientifico è un giornalista culturale, proprio perché la scienza è cultura. E come cultura va costruita (tra parentesi, aggiungerei che diventare il megafono della cultura non mi pare nemmeno tanto disdicevole).
Non provate a fare paragoni con la politica: un giornalista scientifico che viene visto a cena con uno scienziato è, nella maggior parte dei casi, in compagnia di un amico d’infanzia, di un vecchio compagno di corso o del proprio fratello, vicino o fidanzato. Gli scienziati sono tanti e i giornalisti scientifici, spesso, sono stati scienziati prima di darsi al mondo dorato dell’informazione. Che facciamo: disconosciamo la mia compagna di banco del liceo perché si è laureata in chimica? E poi mi dite chi cavolo ci paparazza, me e la mia amica, se ci andiamo a mangiare una pizza?
C’è un’altra differenza non da poco: la scienza è un’impresa collettiva in cui tutti hanno (o dovrebbero avere) lo stesso obiettivo. Nella maggior parte dei casi, sulle questioni di fondo della scienza, sono quasi tutti d’accordo, e anche la presenza di correnti di pensiero non fa che rendere il dibattito stimolante. Non si vota, non si vendono poltrone, non girano nemmeno tanti soldi. Ci sono, sì, i mascalzoni e i mitomani, anche nella scienza, ma finiscono per essere isolati dagli altri e l’unico modo per conoscerne i nomi, e quindi per evitarli davvero, è quello di stare al pezzo ed eventualmente di partecipare ai pettegolezzi dei colleghi nostri e loro, per imparare a distinguere chi è attendibile e chi va evitato.
Direi che in generale, per conoscere la scienza, è decisivo conoscere gli scienziati e vedere dove lavorano, come, con quali difficoltà e inseguendo quali risposte. Non vedo alternative. Anche litigarci, a volte, è necessario. Ma se li evitiamo, come si fa?

Poi ci sono due questioni pratiche.
Io sono freelance, lavoro per media diversi, e a volte mi capita di avere due minuti per risolvere un problema. A volte anche di meno. Due secondi. Che ci scrivo qui? È corretto, sto scrivendo una sciocchezza? Mica posso sapere tutto: ho fatto un ottimo liceo scientifico e mi sono laureata in medicina, e proprio per questo so di non avere le le competenze per rispondere a molti dei quesiti che la mia professione mi propone. Di non poter affrontare qualsiasi argomento di scienza aprendo Google e credendo di farmene un’idea. Quelli che sono convinti di risolversela così sono quelli che di scienza non sanno niente. Io, eh, no, non ce la faccio. E allora mi serve un amico. Un amico sveglio e veloce. E onesto. Se non volete chiamarlo amico, un consulente. Uno che al volo mi risparmi la cazzata. Subito.
Ed ecco il mio parco scienziati. Loro si fidano di me, io di loro. Hanno capito che è quasi un loro dovere civico evitare che una come me dica una fesseria a qualche centinaia di migliaia di persone, o anche di più. E sono disinteressati: o meglio, hanno come unico interesse che di scienza, in questo disgraziato paese, si parli con appropriatezza. Che poi è anche interesse mio.
Oppure hanno interesse a evitare fraintesi alti, di visione del mondo, quando non parlo esattamente di scienza ma uso in altri ambiti concetti che hanno a che vedere con la scienza. Tipo, poniamo, un esempio proprio bislacco che chissà da dove mi viene: una questione legale che non voglio definire processo alla scienza perché ci farei una brutta figura, ma che è intrisa di parole e idee di scienza che io pretenderei di trattare come mera cornice di tutto. Il mio parco scienziati mi aiuta a capire che cosa è davvero irrilevante e che cosa invece non può essere macinato tra gli altri dettagli della cronaca, oppure chi rilascia dichiarazioni fuori dal coro per interessi biechi, e dove stanno i veri nodi della questione. Poi, tantopiù su una questione delicata e complessa, sta a me ringraziare, verificare, e sentire qualche altra voce.
Seconda questione pratica: a volte devo compilare menù di proposte per i miei servizi. Se non avessi il mio parco scienziati, farei come fanno tanti: andrei di nuovo su Google a cercare notizie sui soliti siti di scienza americani o inglesi. Farei bene il mio mestiere? Non credo. Soprattutto, non sopravviverei sul mercato. Io il mio lavoro lo vendo, non posso essere una dei tanti: devo essere originale. Quindi cercare notizie alla fonte.

Dunque, sappiate che il più delle volte la situazione è questa: Ehi Fabio, scusa sono silvia… posso mandarti un paper così mi dai un parere? devo farne blabla e non ho capito bene blabla. Dove li vedete i pericoli? C’è anche la variante meno nobile: Scusa se rompo, babbo. Mi aiuti a fare due conti?
Capisco l’etica, l’esigenza di essere più imparziale possibile e vi assicuro che chi, come me, il mestiere lo fa davvero, non è insensibile a certe questioni. Se non altro, per continuare a campare con la stima dei colleghi, che giustamente hanno la memoria lunga. Ma mi dite che cosa c’è di antietico nelle telefonate sopra sbobinate?

Insomma, a me sembra che se in Italia la scienza sono i cataclismi non è perché noi giornalisti scientifici abbiamo poca credibilità. È perché siamo troppo pochi.
È perché nel nostro paese la scienza è roba da gente bislacca: ah, io di scienza non ho mai capito niente… è un simpatico refrain da caffè. Ma non siamo poco credibili.
Anzi. Chi pone dubbi su uno scoop o corregge le unità di misura, legge i curricula degli esperti prima di intervistarli o fa tre telefonate in più, nel nostro paese, è un mostruoso rompicoglioni. Ed è vero: siamo dei mostruosi rompicoglioni. Frequentare gli scienziati ci rende pedanti e testardi. Ma sono convinta che sia una cosa di cui andare orgogliosi. Una cosa su cui lavorare, anche insieme agli scienziati.
Cioè il nostro obiettivo deve diventare un mondo in cui il dialogo con la truccatrice si trasformi come segue:
Lei de che se occupaaa?
Risposta, a bocca stretta: Sono una mostruosa rompicoglioni.
Ah
, è na giornalista scientifica!
Ecco, sì.