Archivio mensile:novembre 2011

Consola tua sorella: primo esercizio di orgoglio generazionale

Lo fanno, a volte lo fanno. E io mi infastidisco terribilmente. Perché hanno avuto appena qualche decina di anni più di noi per conoscere la vita su questo pianeta, ma sembrano compatirci, come se noi soffrissimo pene indicibili tutti i giorni. Come se quelli come me dovessero essere consolati per la mancanza di un lavoro stabile, di una vita stabile e di una famiglia propria, stabile e automunita. Ma consola tua sorella, eh.
Il mondo cambia e la nostra specie si è adattata alle glaciazioni, alle carestie e alle migrazioni di massa come adesso si sta beatamente fottendo dei cambiamenti del clima: siamo andati ad abitare in cima alle montagne e nelle paludi, abbiamo mangiato di tutto, dalle radici al topocanguro. Insomma. Vuol dire che ci adatteremo anche alla partita Iva.

Le vite professionali dei miei amici assomigliano più a quelle dei nostri nonni che a quelle dei nostri genitori, con la differenza che i miei amici si sono (quasi) tutti laureati e quindi hanno cominciato più tardi a cercare lavoro. Ma come i nostri nonni stanno passando la vita ad arrangiarsi, a becchettare qua e là: ogni tanto aprono un negozio o si mettono in società, ogni tanto cambiano città o emigrano, ogni tanto si ritrovano senza una lira ma davvero senza una lira.
Le vite personali dei miei amici, invece, non assomigliano alle vite personali di nessuna delle generazioni precedenti. Ma anche questo va bene. Ogni generazione ha fatto qualcosa di diverso da quella dei propri genitori e magari ne ha tradito un po’ le aspettative. I nostri genitori hanno aspettato di avere un lavoro fisso, una casa e una macchina prima di fare figli: ci hanno avuti tra i venticinque e i trent’anni, hanno curato la nostra educazione con meticoloso affetto, pretendono il bacino della buona notte anche dai loro ex bambini con qualche rughetta e i primi capelli bianchi. I nostri nonni si sono sposati per amore, e chissà che rivoluzione dev’essere sembrata ai loro, di nonni: hanno scelto quando fare figli e (più o meno) quanti farne, a volte portavano a casa due stipendi e si sono inventati la villeggiatura e il picnic fuori porta.
Poi ci saranno state le eccezioni, e sicuramente anche i fallimenti. Qualcuno sarà andato controcorrente, qualcuno avrà fatto scelte diverse. Intanto noi oggi abbiamo un po’ più di trent’anni, abbiamo genitori sui sessantacinque e nonni che veleggiano sorridenti verso i novanta. Vorrei proprio sapere quanti quarantenni, nella storia dell’umanità, hanno avuto una nonna che preparava loro il pranzo anche nei giorni feriali, come succede a casa mia.

E allora perché tante resistenze a pensare che le nostre vite personali sono e saranno diverse da quelle dei nostri genitori? Che avremo figli ancora più tardi di loro, se li avremo, e creeremo famiglie che susciteranno in loro, come minimo, un po’ di preoccupata perplessità?
Idem per il lavoro: perché tanta insistenza sul fatto che il nostro è diverso dal loro? Lo è, punto. E noi non dovremmo inseguire pervicacemente il modello di chi ci ha preceduto (e continua a precederci, mostrandoci la schiena senza riguardo, occupando tutta la strada, impedendoci di camminare da soli, di trovare il nostro spazio…): è vero che i nostri genitori ce lo hanno messo in testa pensando al nostro bene. Ma magari il nostro bene lo possiamo trovare da soli, in un mondo che intanto è cambiato. Perché non possiamo impedire che il mondo cambi, ma il modello lo possiamo adattare. E questo ci consentirebbe anche di vedere che le ingiustizie che subiamo (che ci sono, eh, non lo nego, proprio io, con quel che mi lagno…) sono ingiustizie che ricadono su tutti noi, come collettività, piuttosto che su ciascuno di noi.

Allora stamani una risposta ce l’ho. Mi sono svegliata pensandoci. Tanta insistenza e tante resistenze sui modelli di vita personale e professionale perché quella dei nostri genitori è la generazione più invadente della storia. Ha vissuto nel momento più ricco e pacifico della vita di questo paese e ha creduto che la loro felicità fosse l’unica possibile. Poi, siccome i nostri genitori ci vogliono bene (o meglio: vogliono molto bene a ciascuno di noi, anche se vogliono meno bene a noi tutti insieme, come fascia di popolazione. E noi, di nuovo, come babbei, a pensare ciascuno per sé, come se ciascuno vivesse da solo e il suo lavoro fosse un problema solo suo, del suo babbo e della sua fidanzata)… insomma quella generazione ha pensato di provare a convincerci che quella stessa felicità fosse necessaria anche per noi, in quella esatta forma. Intanto cambiava le cose, cambiava il mercato, cambiava le leggi, decideva per sé pensioni dorate, si appropriava di tutte le risorse che questa terra offriva, faceva finta di non vedere che i paesi più poveri stavano cominciando a riprendersi dai disastri del nostro colonialismo. E ora, toh, ci vede vivere in un mondo diverso. Ma guarda. Stupore.
Adesso tutto quello che quella generazione sembra saper fare è insistere su quel modello di vita e consolarci perché non lo potremo realizzare come hanno fatto loro. Ma chi è che vuole essere consolato? E chi ha detto che devi fare per forza qualcosa? Hai già fatto abbastanza, grazie. E adesso consola tua sorella, va.

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Tra me e il mitomane che è in me: crisi identitaria di una, boh, giornalista scientifica…?

So’ bboni tutti a metterce ‘na scritta. So’ bbona anch’io. Ce metto ‘na scritta che dice Silvia Bencivelli, giornalista scientifica ed ecco fatto. Quello cerca su Google e trova me. E gli basta averlo letto su internet.
No, perché una passa la vita a spiegare che fa la giornalista scientifica, ma non è giornalista nel senso dell’iscrizione all’albo dei giornalisti (in genere segue e fai bbene… che poi… sono iscritta a quello dei medici, eh, non precisamente a un partito neorivoluzionario sudamericano). Una passa la vita, dicevo, a spiegare perché non ha mai avuto bisogno di farlo, non ne ha nessuna voglia, ha già versato un sacco di contributi in quell’altra cassa previdenziale (e forse in altre due, non fatemici pensare). Una passa la vita a vergognarsi anche un po’ e a promettersi che la risolverà, prima o poi, anche senza analista.
E poi, tra mille sue crisi identitarie, legge qualifiche mirabolanti autosomministratesi da gente che più che lavorare, mi occupo di un settore in cui porto avanti un discorso per cui in questo momento affronto una tematica in collaborazione con un gruppo che segue un progetto…

Allora, di seguito, ecco un elenco di risposte che potrei dare, con tutto il mio sussiego, alla domanda e tu che cosa fai nella vita?
Giornalista free lance (andiamo avanti)
Consulente scientifica free lance
Consulente della comunicazione free lance
Saggista free lance
Producer free lance (free lance va con tutto)
Blogger (provate a dire di no)
Comunicatrice della scienza (o scientifica, che però vuol dire un’altra cosa quindi conta due)
Ricercatrice daa comunicazzzione (con la variante “daa scienza” o “scientifica”, che, come abbiamo detto sopra, vale doppio)
Creativa (ecco)
Audiovideoeditor (bello, eh) free lance (chiaro) scientifica (o della scienza)
Scrittrice, traduttrice e pensatrice (ho fatto di tutto nella vita, tranne cantare sulle navi da crociera e poco altro) di scienza (e zitto)
Redattrice scientifica (… gnò gnò, troppo noioso…)
Sperimentatrice di modalità comunicative (epperò poi mi aspetto il sorriso malizioso) di scienza (metti giù la libido)
Specialista di chiacchiere sulla scienza. Dal mitocondrio al Joule, risolvo problemi.

Si accettano proposte per allungare la lista. Con la frequenza con cui una giornalista, boh, scientifica, ecco si fa prendere da tormentate crisi identitarie, una scorta di risposte patocche fa davvero comodo. Grazie.

“La solitudine del free lance” o “Io contratto da sola”.

Sei lì, a casa, e lavori al computer. E come unico sfogo cazzerelloso hai Facebook. Questa è una solitudine facile e non la chiameresti nemmeno così.
Sei lì, in aeroporto. L’aereo è in ritardo e tu smaltisci le mail. Questa è una solitudine piacevole, o almeno necessaria. E poi tanto passa.
Anche quando la sera non esci e ti prepari un panino mentre guardi la tivù, o meglio: ti prepari un panino mentre la tivù parla e tu continui a battere sulla tastiera del computer. Quella è una bolla di solitudine che ti godi un sacco.
Però poi c’è la solitudine della contrattazione: quanto mi paga quando mi paga? Questa è una solitudine in cui non hai uno straccio di sindacalista a cui rivolgerti ma nemmeno un cavolo di collega che ci sia passato prima di te, e comunque nessuno ti direbbe la verità, e comunque tu stessa non vuoi dire niente in giro, e comunque c’è chi ti consiglia di non parlare a nessuno. E nel migliore dei casi aggiunge te lo dico come lo direi a una figlia…

Nel migliore dei casi avverto crescere dentro di me un’insensata forma di gratitudine seguita da un muto stupore.
Ma… Come a una figlia?! Proviamo a ricordarci un po’ del ruolo che ho in questa faccenda (che non ha niente a che fare con la famiglia finché non comincerò a piagnucolare tengo famiglia… che non è vero, ma lui che ne sa?).
Io sono una libera professionista, di quelle con la libertà obbligatoria. E contratto da sola per necessità. Perché non ho alternative. Perché il lavoro che devo fare per lui lo faccio da sola. Perché, come un idraulico, decido con lui il valore del mio lavoro.
Vabbè: nel caso dell’idraulico, in ragione della sua grande professionalità, si lascia che il primo a sparare un prezzo sia il professionista, poi si propone di meno, poi ci si accorda a metà strada. Nel caso mio, è lui il primo a dire abbiamo abbassato i compensi o non possiamo pagarti più di così e semmai sarò io a dire non si può fare un po’ di più? E alla fine no, non si può fare un po’ di più.
Ma sono una libera professionista che a lui serve per fare quella cosa là. Non sua figlia.

Ecco: io contratto da sola.
Anche il mio collega contratta da solo.
Anche quello là in fondo contratta da solo. E l’amica sua. E quei due che mi stanno un po’ sulle balle. E quello che conosce quella e che lavora per lo stesso tizio per cui lavoro io. E quella presuntuosa. E il suo compagnuccio. E quel genio dell’amico mio. E l’altro che una volta… Tutti. Tutti contrattiamo da soli.
E non ci diciamo niente.
Abbiamo tutti il sospetto che se quello là in fondo sapesse quanto pagano noi, poi magari pretenderebbe di essere pagato uguale. Alla fine la coperta si farebbe corta, quindi a noi toglierebbero qualcosa per dare qualcosa a lui, appiattendo i compensi a un livello basso. Se il gioco fosse al rialzo ne saremmo felici. Ma se invece quello là in fondo prendesse un briciolo più di noi senza possibilità di adeguamento del nostro compenso al suo?
Attenzione al rosicometro.
E attenzione all’effetto paradossale della storia: proprio noi che siamo liberi professionisti dovremmo essere felici di sapere che c’è chi è pagato un po’ di più e chi un po’ di meno, perché potrebbe (potrebbe) significare che si valorizzano le competenze e che il mercato è davvero libero. Proprio come nel mondo dorato dell’idraulica a domicilio.

Invece no. La nostra è una professione intellettuale: mica possiamo pretendere di essere noi a fissare il prezzo.
Ma proprio perché ci vantiamo di fare una professione intellettuale forse potremmo provare a farci furbi. Il sistema è fatto apposta perché non sia possibile una forma di aggregazione tra noi di tipo corporativo, capace di tutelarci di fronte a problemi di salario. Siamo tutti rivali, siamo tutti idraulici.
Quindi il valore del nostro lavoro dipende dal prezzo che il mercato gli dà. A differenza del lavoro dipendente, non è fissato a priori, e sta a noi difenderlo. Solo noi possiamo farlo. Difendendo il valore del lavoro di ciascuno di noi si difende il valore del lavoro intellettuale di tutti. Non c’è bisogno di dirsi quanto si prende (hai visto mai…) ma di proteggersi sì e di farlo con un minimo di coscienza di categoria. Anche se quello insiste a dire di considerarmi sua figlia, mentre la sua figlia biologica magari fa proprio l’idraulica, beata lei.

Ah, nel peggiore dei casi? Il peggiore dei casi è quello che si configura quando la contrattazione assume la forma detta del questurino. Conosco una persona abilissima nel dirigerla così. Ti chiama e ti fa Non ti conviene rifiutare, guarda che tutti gli altri hanno già accettato… Come il poliziotto cattivo dei film, quello che dice al delinquente di turno guarda che il tuo complice ha già confessato… E tu sei lì, non hai tempo, non hai cervello, sei disorientata e preoccupata. Ti mettono fretta. Poi che cosa dovresti fare: chiedere in giro? Non sia mai… e confessi, pardon: accetti. Lì la palma della cretineria te la meriti tutta.
In quei casi devi fermarti, prepararti un panino mentre guardi la tivvù, e pensare che se confessi, ripardon: accetti, ti rendi responsabile di una bella sfiga per tutti gli altri. Se nel frattempo sei riuscito a buttar via il rosicometro, capisci bene che conviene anche a te.

Fig. 1: Il rosicometro

Il Grande Equivoco: “voglio fare il giornalista perché mi piace scrivere”

“Cara sbenci, ti scrivo perché sono al terzo anno di scienzologia, ma forse non voglio fare lo scienziato e spero che tu abbia qualche consiglio per me. Per esempio: mi piace moltissimo scrivere. E mi sono detto: perché non provare col giornalismo scientifico?”
Sarà la crisi e sarà che del precariato della ricerca parlano tutti mentre di quello dell’informazione no, e allora uno si fa dei pensieri. O sarà semplicemente che ho un cognome che inizia con la B, e nella lista degli ex studenti del master mi si trova prima di altri. Oppure sarà che ho un sito internet. O boh. Ma ci sono periodi dell’anno in cui di mail così ne ricevo due a settimana. A volte anche di più. Ed è gente che dice di voler lavorare come me. Tipo in autunno, tipo ora.
E allora eccomi qua, pubblicamente, a sciogliere un annoso equivoco.

Una come me non deve sapere scrivere bene. Che poi, che cosa significa saper scrivere bene? Mica lo devi mettere in poesia, il neutrino, se stai scrivendo un articolo.
Una come me non deve nemmeno amare la scrittura. Che poi, chi è che non ama scrivere? E sei sicuro di poter amare qualsiasi tipo di scrittura?
(Ho un’amica che una volta mi ha detto di non amare proprio per niente la scrittura, nemmeno quella di una email o di un messaggino. Ma io non riesco a capirlo. Eddai. Respirare ti piace? Infatti non sono mai tornata sull’argomento con lei).
Una come me deve saper usare le parole, riconoscere i contesti, creare cornici, far emergere idee, ok.
Ma una come me deve saper soprattutto scegliere, leggere, avere i contatti giusti, proporre, vendere e poi difendere.

Scegliere: perché di notizie la scienza ne produce a centinaia ogni giorno. Non solo: ci sono le notizie che riguardano la scienza ma non lo danno a vedere subito. Perché la scienza è (quasi) dappertutto, e la politica, l’economia, i libri e persino lo sport te ne propongono di continuo. Poi ci sono notizie che non sembrano scientifiche, ma se ne parli con uno scienziato le leggi in modo diverso. Infine ci sono quelle che vengono a te, senza che tu debba muovere un dito. E quindi bisogna sapersi muovere piluccando le cose migliori, o almeno migliori in quel momento per quel che si vuol fare.
Leggere: perché bisogna essere sempre informati, sempre aggiornati. Sennò la tua notizia sarà un riassunto di un riassunto di una roba che ha scritto un altro. Invece il bello del mio lavoro è che si deve criticare tutto. Si deve. Grande privilegio, quello di poter fare della curiosità un mestiere.
Avere i contatti giusti: indovinate quanti contatti di scienziati ci sono qui, dentro al mio computer? Acqua, acqua. Solo nella prima rubrica che ho aperto ce ne sono 3363. Poi ci sono le altre. A quanti di questi contatti do del tu? Beh, un bel po’. E poi, altrettanto importanti, ci sono i contatti coi colleghi. Parecchi anche quelli.
Proporre: un free-lance vive in una specie di suk virtuale. Apre il computer e vende le sue notizie, le sue interviste, le sue esclusive. E venghino siori venghino apre la rubrica di cui sopra e prova a piazzare le notizie che si è scelto, che ha saputo leggere e che ha interpretato con l’aiuto del suo scienziato preferito, che magari poi intervista anche. L’obiettivo è pubblicare, perché di quello si vive.
Difendere: di quello si vive, dicevo. Se vuoi che questo sia il tuo lavoro, devi viverci. E allora dopo aver scelto, letto, interpellato, proposto e (hallelujah) scritto e pubblicato, devi passare col piattino a raccogliere i soldi.

Eddunque. Per chiarire. Il mio tempo lo passo per la maggior parte al telefono o con l’email aperta. Poi ci sono i miei due conti correnti, l’homebanking, la commercialista: il sito di trenitalia, il megafileexcell dal titolo lavori2011, la cartella contabilità dentro quella burocrazia, il recupero crediti in tutte le sue forme moleste. Ci sono le riunioni, i viaggi, l’organizzazione, i permessi e gli accrediti stampa. Ci sono i giornali e ci sono internet, i blog, le riviste online, i facebook dei miei colleghi migliori. Ogni tanto, nei ritagli di tempo, c’è la scrittura.
Cioè.
Se uno vuole scrivere, non deve fare il giornalista scientifico come me. Piuttosto si apra un file word e si faccia un bel thè. Oppure faccia davvero come me, ma come me solo nelle sere in cui sto a casa: si apra un bel blog e scriva. Per esempio, scriva di come e perché non può scrivere quanto vorrebbe.

Ciao Banana, in quella piazza c’ero anch’io

C’erano tutti, mica potevo mancare.
C’era per esempio Daniele Luttazzi, che mi ha dato una mano a salire sulle spalle del mio amico alto. Da quelle vette ho fatto un po’ di riprese mosse e qualche foto a gente che faceva foto.
C’erano i giovani socialisti, i vecchi socialisti, le bandiere dei socialisti, un sacco di socialisti. Presenza curiosa.
C’erano anche quelli di Futuro e Libertà: almeno due bandiere.
C’era un cretino che si è messo a insultare socialisti e finiani gridando come un forsennato, con le vene del collo che gli scoppiavano, e tre o quattro telecamere che lo riprendevano a un palmo dal suo naso, i riflettori sparati e i microfoni saldi sopra alla sua testa.
Non c’erano bandiere del Piddì. Non c’era nessuno del Piddì.
C’era Gianfranco Mascia col megafono che invitava la gente ad allontanarsi dalla strada, anticipando in modo un po’ irruento il lavoro di un manipolo di stupefatti guardiani dell’ordine pubblico: Dai ragazzi: se non lo facciamo passare gli diamo una scusa per non dimettersi! Ah ah ah.
C’era uno che chiedeva: Le monetine? Ma non c’era nessuno che le tirasse.
C’era un coro che cantava l’Hallelujah di Haendel con tanto di orchestra.
C’era uno con un’enorme banana gonfiabile.

C’era un bimbo arrampicato accanto a me sulla statua in mezzo alla piazza. Aveva il divieto di dire parolacce e su Berlusconi pezzo di merda rideva tantissimo, ma non fiatava.
C’erano tappi di spumante che saltavano.
C’era una troupe giapponese che filmava i cartelli in inglese.
C’erano i cori che invitavano a saltare. E c’era una piazza intera che saltava.
C’erano i caroselli. Poi una macchina è passata da lì senza suonare il clacson ed è stata fischiata. C’erano quelli che gridavano Dimissioni! al suo autista. E c’era quello che, in un attimo di rarefazione, ha avanzato un dubbio: E se in quella macchina ci fosse Mario Monti?
C’erano le Scuderie del Quirinale e una mostra su Filippino Lippi: tra le sei e mezza e le otto, io che sono una signora mi sono sistemata i vestiti e sono andata a vedermela. Poi sono tornata giù tranquillamente in tempo per godermi la piazza. Non credo di essere stata l’unica a pensarla così.
C’erano quelli che facevano il trenino.

Dopo, c’era una fiumana di persone allegramente a spasso per Roma, ed è stato naturale scendere verso Piazza Venezia e poi verso Palazzo Grazioli.
C’era il mio collega Marco che rideva dicendo E ora tutti a saltare sul lettone di Putin!
A due passi dal lettone di Putin, c’era un po’ di gente che ne approfittava per fare casino e una ragazzetta indiavolata e forse anche drogata che faceva un po’ tristezza.
C’erano gli stranieri che filmavano, fotografavano, sorridevano, qualcuno telefonava.
C’era un sacco di polizia. Ma stava lì e ti veniva da chiedere ma lui, lui, è un cittadino come me: che cosa farebbe se non avesse addosso quella divisa?
C’era uno che passava in macchina spremendo una trombetta di gomma dal finestrino, e tra i clacson quel suono garrulo faceva proprio ridere.
C’era un clima allegro, sollevato. Ma c’era anche un po’ di sospettosa cautela. C’era un pezzo di storia che ci passava davanti agli occhi. C’era da scrivere agli amici stranieri finalmente con un po’ meno pena nelle dita. C’era soprattutto la voglia di dirsi, forte, comunque andranno le cose da adesso, per favore, non votiamolo più.

Domani è un altro giorno, si vedrà. Ecco il mio nuovo lavoro

“Ah sbé, di che ti lagni?”. “Non mi sto lagnando, anzi. Sono contenta. Solo che sono anche un po’ guardinga, un po’ cauta, un po’ smarrita”. “E perché?”. “Beh, per esempio per il fatto che domani devo prendere un treno e andare a Genova, per trovarmi in una diretta di Presa Diretta, per la prima volta, con colleghi che non ho mai visto prima a fare cose che non ho mai fatto. Spero di non fare casino e di essere all’altezza di quello che mi si chiede, ecco”.
“E che cosa ti si chiede di tanto strano?”. “Ah, hai ragione. In fondo, niente. Niente di diverso da quel che ho sempre fatto: studiare e chiacchierare. Che poi sono le due cose che so fare meglio, credo”. “Studiare e chiacchierare?”. “Sì, mi sarebbe piaciuto essere più una giornalista del tipo scrivere e viaggiare, invece sono nata del tipo studiare e chiacchierare, presente? Stupisciti pure, ma ogni tanto facciamo comodo anche noi”. “Come no. Per questo che sei lì con quel librone, oggi?”.
“Senti, facciamola breve: se tutto va liscio, domani sera mi buttano in acqua e vediamo se nuoto. Per me, è praticamente il terzo giorno di lavoro. Ma non è la diretta che mi mette ansia: alla radio ho fatto quasi solo dirette e il pubblico dal vivo lo incontro almeno venti volte all’anno. Anche le telecamere: già viste e riviste. Solo che mi domando come mi dovrò comportare, a chi debba chiedere dove andare e a che ora, chi mi dirà dove sedermi se dovrò sedermi, quanto dovrò parlare se capiterà di doverlo fare e così via. Non conosco nessuno, i pochi nomi che ho imparato li confondo tra loro: nelle situazioni nuove tendo a distrarmi e a sorridere molto, che in genere è un’ottima strategia di adattamento ma nel corso di una diretta dall’alluvione si rischia di fare la parte della beota. Non so nemmeno come e quando si tornerà a Roma. E poi boh. Sai. Così.
Ma insomma, sono anche curiosa e ho voglia di vedere come va. E alla fine lo so che nuoterò, da bravo pesciolino da combattimento. Il pomeriggio di oggi è dedicato proprio a mettere in moto le pinne e a sgranchire le branchie. A mio modo. Perciò ora accendo la musica, faccio un respirone e torno sotto. Aggrappandomi ben bene al mio librone”.