Archivio mensile:ottobre 2011

Arrivederci, amore, ciao: è finito il contratto alla radio. E l’ho voluto io

Questa è una storia d’amore. Come tutte le migliori storie d’amore, a un certo punto finisce. Io ve la racconto dal fondo. Perché l’inizio è scontato, poi arriva la routine e assomiglia a quella di tutte le storie d’amore. Quindi cominciamo dal fondo, coraggio.
Due giorni fa è scaduto il mio – credo – quindicesimo contratto in Rai, a Radio3.
Ma stavolta, dopo quindici contratti, ci sono un po’ di novità. Per esempio che non si prevede un mio rientro in redazione a breve. E per esempio che io stessa lo considero un congedo.
Stavolta ero stata io, prima dell’estate, a chiedere un contratto corto. L’avevo chiesto ultracorto. Due mesi soli, invece dei consueti quattro e mezzo. Perché in genere mi fanno (facevano) due contratti da quattro mesi e mezzo all’anno, per un totale di nove mesi: la regola – apparentemente – inderogabile infatti è che quelli come me si debbano fermare dodici settimane all’anno. Nove mesi di lavoro, come quelli a tempo determinato che si fermano durante l’estate: e la ragione ovvia, sebbene non dichiarata, è che così si impedisce, o almeno si ostacola, il riconoscimento di un rapporto di lavoro semidipendente anche se basato su un contratto di consulenza esterna a partita Iva.
Consulenza esterna a partita Iva, attenzione, per un programma quotidiano che va in onda dal primo gennaio al trentun dicembre e che non ha interni in redazione se non (quando c’è) la programmista regista.

Avevo chiesto due mesi anche perché a me piace ribaltare le cose, a volte. E fare il contrario di quello che ci si aspetta che faccia. Quelli come me, in genere, pietiscono contratti più lunghi: visto che siamo pagati a cottimo, fare una settimana in meno di pausa contrattuale significa intascare due soldini in più. E di deroghe alla regola inderogabile ne ho viste parecchie e continuo a vederne.
Ma, accidenti, quei due soldini negli ultimi anni erano diventati proprio due soldini. Ho la partita Iva, appunto, per cui se faccio una fattura da cento so di poter contare su un netto approssimativo di cinquanta, cinquantacinque euro. Tasse, contributi e frattaglie varie le pago tutte da me. Così quando la Rai mi dà 105 euro al giorno, qualsiasi cosa faccia in quel giorno (è la famosa equità del trattamento che inaugura la deriva fancazzista in cui si è del tutto incapaci di riconoscere pesi e valori della gente che lavora per te) mi dà meno di quel che serva a tagliarsi i capelli in zona Prati a Roma, meno di quel che costi un’andata-ritorno per Pisa, meno di quel che sia necessario per pagare la bolletta del telefono. Molto meno. Cinquanta euro, più o meno, che la mia (bravissima) donna delle pulizie rumena guadagna in sei ore e mezzo di lavoro, mentre a me ne servono otto o nove per tirar su.
Non voglio togliere niente alla professionalità di Angelika, ma pensavo che anche il mio fosse un lavoro superqualificato.

C’è da aggiungere che quei due soldini sono diminuiti a ogni contratto. Così mentre vedevo crescere le mie mansioni, la complicazione del lavoro, le mie responsabilità e anche le mie capacità, il compenso calava inesorabile verso quei ridicoli mille euro al mese nove mesi all’anno. Ah, ovviamente si intende senza sussidio di disoccupazione nei restanti tre mesi, senza ferie, malattia, gravidanza (anzi: se resto incinta la Rai può rescindere il contratto) e con un sacco di piccole vessazioni e complicazioni che, probabilmente, sono fatte apposta per scoraggiarti. Anche pagarti con quattro mesi di ritardo scoraggia parecchio, a dire il vero.
Sono calati senza possibilità di discussione.
Sono calati, ma, a dispetto dell’equità del trattamento di cui sopra, sono calati per qualcuno di più e per qualcuno di meno. Alla fine, per varie ragioni molte delle quali sensate e comprensibili, io ero quella che prendeva di meno in redazione. A volte anche molto di meno. Ed erano quasi tre anni che succedeva così.
Tre anni, non esattamente un tempo da barricadera. Tre anni prima di riuscire a battere i pugni sul tavolo.

Tre anni, perché a me quel lavoro lì e quella gente lì a me piacciono tantissimo.
Per cui uno può anche dirsi che, vabbè, troverà da sé altre forme di compenso. E un po’ è anche vero: da tre anni, mi prendevo un giorno o due al mese per andare a fare altri lavori, cercavo di uscire un po’ prima, o almeno quando il lavoro era davvero finito senza temporeggiare in redazione in attesa di una forse-telefonata.
Tre anni perché lì dentro non si finisce di imparare.
E tre anni perché lì dentro si respira una bella libertà, di pensiero e di creatività.

Poi ti dicono che quello è un lavoro che ripaga in bellezza. Ti costringono a rispondere grettamente che con la bellezza non ci si pagano le bollette. Ti vergogni un po’. E tre anni passano in fretta.

Quello è il lavoro che sento di saper fare meglio. Anche quando chino la testa sulla tastiera, e scrivo – perché scrivo, scrivo, scrivo – e godo come un riccio per una frase particolarmente ben riuscita, per tre parole messe in fila che a leggerle a voce alta hanno un suono che mi dà un piacere infantile, o per una chiosa azzeccata che mi sembra di aver pennellato sulla tela, alla fine mi rendo conto che, insomma. A pensare e a fare radio sono più brava. Ho avuto ottimi maestri, ho avuto i colleghi migliori del mondo, sono stata in un posto in cui ci si corregge e si discute di continuo, e si migliora tutti insieme. E il risultato è questo qui.
Datemi una cuffia e un microfono e vi parlerò di qualsiasi cazzata con grande competenza e vivacità. Magari non a tutti piace come lo faccio, ma a me sì. Non mi deconcentro mai e sento i neuroni che guizzano nella mia testa come non riesco mai a farli guizzare.

Però c’è la dignità. C’è anche il senso che, insomma, il lavoro vada difeso. Che non si possa svendere e che non si possano svendere le proprie capacità, perché significa svalutarle. E con le tue, si svalutano anche quelle degli altri, si scredita il mercato, la qualità… (già detto e ridetto). E poi, basta farsi due conti in tasca.
Ho un mondo là fuori che mi aspetta. La crisi a volte mi sembra un pretesto. Sto lavorando tanto, quest’anno chiuderò la contabilità con più di trenta fatture. Ho un paio di bei progetti miei sui quali voglio investire. Senza uccidermi di fatica. Ho da parte quanto mi basta a pensare di poter finalmente tornare a fare un viaggione in Sudamerica. E pazienza per microfono e cuffie. Trentaquattro anni ce li ho adesso, mica l’ho deciso io.

La storia va a finire così*:
sono caduta in piedi, credo. E tra un po’ vi racconterò dove e come.
Ho salutato i miei colleghi della radio: un po’ con un peso in fondo allo stomaco, un po’ con la certezza che li rivedrò presto perché non può mica andar sempre tutto di sfiga lì dentro.
E poi, accidenti: è vero che la radio paga troppo poco, ma sono veri anche quei discorsi sulla bellezza e tutto il resto.
Io, là dentro, ci ho lasciato un bel pezzo di cuore. E prima o poi passerei anche a riprendermelo.

*questo è il momento esatto in cui è scattato il riflesso di autonoia. Quello per cui… minchia quanto chiacchiero… chiudere, chiudere!

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Ancora 15.10: a mente fredda, abbiamo fatto una cazzata

Dove lavoro io, due banane costano un euro.
Che poi una è tornata a casa, ha fatto passare una settimana, si è ripresa: è riuscita persino a finire ammollo al Colosseo il giorno del Sono Pienidipattume Questi tombiniRomani.
Ma due banane, una per me e una per la mia amica, continuo a pagarle quanto otto minuti di onorato lavoro in Rai. Un taglio di capelli, dalle parti di dove lavoro io, costa come un giorno, un’ora e venticinque minuti del mio lavoro. Un pranzo a mensa me lo fanno pagare come tre quarti d’ora dei miei.
Dicevo: una è tornata a casa e si è ripresa dalla paura per essere finita in mezzo ai blackbloc, e magari due giorni dopo si è pure concessa lo sfizio di due banane dal fruttivendolo a due passi dal lavoro. Ma questa cosa che una settimana fa la gente sia scesa in piazza per protestare contro l’ingiustizia sociale delle due banane, per dire che lo strapotere delle banche sta mandando la gente disperatamente sul lastrico invece che serenamente dal parrucchiere (e poi tutti a pranzo a mensa), e soprattutto che sia stata comunque una bellissima manifestazione a me continua a sembrare inaccettabile.
Anzi, le cose che non mi vanno ancora giù sono le seguenti frasi, sentite e risentite, lette e rilette:
1. è stata una manifestazione bellissima, peccato che sia stata rovinata dai blackbloc
2. i giornalisti dovrebbero smetterla di parlare solo delle violenze perché… (vedi punto 1).

Non è stata una bellissima manifestazione. Non lo è stata per niente: è stata orrenda. Lo sapevamo da giorni che sarebbe stata così.
Ma anche. Poniamo che i blacblock ci abbiano colto di sorpresa quel sabato lì. Poniamo che davvero chi se li aspettava, chi li aveva invitati? Poniamo che nei giorni precedenti non ci fossero state occupazioni e manganellate, provocazioni e tensione, tutta roba che i buoni gestiscono più o meno bene, ma che dà modo ai cretini di cominciare a scaldarsi le mani. Poniamo che davvero sabato la manifestazione sia cominciata solo con palloncini, striscioni e musica. Ma, beati ragazzi, basta che uno ogni venti abbia uno smartphone e non ci sono scuse. E infatti già dopo un’ora tutti al corteo sapevano di auto incendiate e di vetrine spaccate. I buoni avrebbero dovuto andarsene. O almeno dovrebbero dissociarsi oggi, e ammettere di aver fatto un errore. Mentre i cretini, oggi, sono lì che gongolano.

Chi ha messo la propria faccia in piazza (me compresa, accidenti) ha permesso a quelli di spaccare mezza città. Anzi: ha permesso loro di farlo durante una manifestazione per la giustizia sociale.
Ma non lo vediamo il controsenso?
Sono stati fatti due milioni di euro di danni in nome delle mie due banane. E adesso la città ha due milioni di euro in meno con cui gestire cose come parchi, panchine, strade e piste ciclabili (un sentito grazie ai blackbloc a nome di tutti quelli che hanno bambini piccoli, nonni anziani e biciclette).
Che cosa abbiamo dimostrato? Loro un’incomprensibile rabbia verso una peugeot cinque parcheggiata in via Labicana. Noi il nostro desiderio di giustizia sociale e l’odio verso lo strapotere delle banche. Ma forse sono parole troppo vaghe, o forse c’è qualcosa di sbagliato nella scelta delle modalità, se le mie due banane continuano a costare otto minuti di lavoro superqualificato e le altalene al parchetto dove la mia collega porta il bimbo a giocare non ci saranno ancora per un po’.
Via: una bellissima manifestazione per la giustizia sociale avrebbe dovuto prevedere un blitz per il montaggio di altalene nei parchi e la consegna di pagnotte-regalo ai pensionati con la minima. Sarebbe stato bellissimo, sì. Mentre adesso, forza, diciamocelo: abbiamo fatto una cazzata.
Alla fine, tutto questo mi fa pensare a quella poesia di Brecht sulla guerra, che diceva fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente ugualmente.

E poi ho non riesco a non pensare che tra violenti e non-violenti, per come sono andate le cose, ci sia stata una gamma molto ampia di comportamenti ma nessuna cesura netta. Una manifestazione non autorizzata è già un pochino più violenta di una manifestazione autorizzata. Tagliare una rete con una cesoia è più violento ancora. Poco, d’accordo. Andare a una manifestazione con il volto coperto è peggio. Per me, anche andarci a volto scoperto, ma con un limone in tasca, è un’azione subdolamente violenta, perché significa fate pure. Poi si possono rompere le insegne dei negozi, si possono staccare i pali da terra, divellere i cestini della spazzatura, rovesciare i cassonetti. E, dopo, dar loro fuoco. Un passo avanti e si può decidere di incendiare una macchina e poco più in là si può tirare una molotov nella finestra aperta di un edificio.
D’accordo, fatemi argomentare. Non si tratta delle stesse cose: un petardo e una bomba carta non sono paragonabili. Ma può essere una china. Che ne sai di chi hai accanto (tanto più se si tratta di una manifestazione nata senza organizzazioni, firme, cartelli, partiti) e di come interpreta il tuo gesto? Di come lo rilancia o di come ne approfitta per fare casino? Di chi ti sta scavalcando nel corteo e perché?
E poi ho deciso che non voglio compiere azioni illegali (soprattutto se le loro conseguenze ricadono su altre persone), nemmeno se si tratta di leggi che non condivido. Non è la mia trasgressione che cambierà quella legge. Così come non sono un palo divelto o una vetrina rotta che cambieranno il prezzo delle mie due banane.
Ok. Tagliare una rete con una cesoia può essere comprensibile in una situazione estrema. Ma insomma, ripenso ai ragazzi egiziani, a quante botte hanno preso pur di non fare azioni violente e di restare pervicacemente dalla parte dei buoni. E credo che ci voglia un po’ di misura delle cose. Dire se non hai un futuro è ovvio che ti incazzi non giustifica la stessa azione di chi lotta davvero per la libertà e non merita proprio il paragone con i vecchi partigiani o con i resistenti delle primavere arabe.
Noi, in fondo, una banana nello zainetto ce l’avevamo (quasi) tutti.

Parentesi. Non voglio credere alla storia dei blackbloc messi lì dalla polizia. Mi basta guardare le foto dei poliziotti sanguinanti per non crederci. O ascoltare l’altra mia collega, che dice di aver chiesto a un poliziotto durante la manifestazione (forse provocatoriamente, non so): eh, oggi ne avrete di grattacapi… E lui: io moltissimi, perché a questa manifestazione ci è voluta andare anche mia figlia…
Non ci voglio credere perché non è che si sia detto gran bene del sindaco, della polizia e delle altre autorità, dopo.
Non ci voglio credere e non voglio nemmeno tirar fuori Valle Giulia e Pasolini.
Non ci voglio credere e poi non cambierebbe molto il mio pensiero.
(a proposito: ma i blackbloc non si offendono? Non hanno voglia di rivendicare le proprie azioni? Di dire altro che polizia, siamo stati noi! Come ogni terrorista che si rispetti. Questo di nuovo mi fa pensare che fossero una massa di cretini violenti senza arte né parte, deficienti e forse anche abbastanza figli di papà).

Infine, la storia dei giornalisti che avrebbero dovuto parlare della bellissima manifestazione e non dei blackbloc. Benedetti figlioli. Ma è ovvio che se c’è una manifestazione pacifica in cui si chiede la pace nel mondo e poi uno irrompe con un carrarmato, la notizia è che è arrivato un carrarmato. Uomo morde cane e così via. Voi che cosa leggete sui giornali, quando (per fortuna) non parlano di voi?
Funziona così: non ci si può ribellare. C’è gente che ne ha fatto un mestiere e gente che ci ha scritto dei libri.
Non sono i giornalisti che si fanno vittime dei blackbloc e smettono di vedere la realtà delle cose perché si fanno ingannare da chi fa più rumore. Siete voi (noi) vittime dei blackbloc (e ci siete, ci siamo, caduti con tutte le scarpe) perché probabilmente quelli sapevano benissimo che a spaccare la vetrina si guadagna più visibilità che ad agitare una bandierina. Allora bisognava fare due cose: o impedire loro di spaccare la vetrina o impedire loro di avere a disposizione fotografi e giornalisti pronti a immortalare dinamiche e conseguenze del loro spaccamento di vetrina. Quindi, per quanto mi riguarda, evitare di fare la manifestazione. O evitare di farla così: senza grandi contenuti, con parole d’ordine arrabbiate e poco costruttive, senza un servizio d’ordine dichiarato e pronto da giorni, con un lungo preludio fatto di occupazioni e manganellate.

Mi dispiace, ma non ci sto. Le banane continuerò a pagarle otto minuti di lavoro. So che c’è gente in questo paese che deve lavorare un’ora per averle. Ma so anche che quella gente, esattamente come me, da quella bellissima manifestazione non ha ottenuto e non otterrà niente. E ci è andata bene che non possediamo una peugeot cinque comprata a rate come quella che ho visto bruciare in via Labicana. Da oggi sarà più difficile scendere in piazza davvero e lo strapotere delle banche si farà un baffo di qualsiasi altro movimento di protesta popolare.
Io lo ammetto: ho fatto una cazzata. Mi dissocio da me stessa. Anche a costo di sembrarmi vecchia e reazionaria. E non darò il mio voto a chi oggi cerca di giustificare la rabbia per non avere un futuro così come non parteciperò più a manifestazioni organizzate da chi si permette di dire che è finito il tempo dei distinguo sulla violenza. Io distinguo ne voglio fare ancora. Credo che in questo stia un bel pezzo della mia forza e della mia libertà.

Reporter per caso: il 15 ottobre, sotto casa mia

A mente fredda, la cosa peggiore è stata vedere ragazzini di vent’anni, vestiti da ragazzini di vent’anni, ridere passandosi spicchi di limone. Il limone serve per ridurre gli effetti dei gas lacrimogeni: lo so, qualcuno me lo deve aver raccontato in una di quelle cronache epiche sugli anni settanta. Ma non mi verrebbe mai in mente di andare a una manifestazione con un limone in tasca. Loro invece ci avevano pensato: sarà per questo che loro sembravano divertirsi, mentre a me tremavano le gambe e quasi non riuscivo a camminare.

Io, a questa manifestazione, non ci volevo andare. Una piattaforma inconsistente, dicevo ai miei colleghi: anzi, un sacco di piattaforme e nessuna degna di essere definita tale. La maggior parte non era nemmeno firmata. E a parte cose ovvie tipo equità, diritti, giustizia sociale, noi non siamo responsabili del debito pubblico… boh, non c’era niente. Cioè: qualcosa c’era. Quell’idiotissima richiesta di default del paese: andiamo in bancarotta, dicono, poi si ricomincerà. Sì, bravi.

Però c’erano i miei colleghi, i miei amici, anime belle, idealisti e arrabbiati, ma gente in gamba e incapace di fare male a una mosca: anzi, qualcuno è pure un po’ sovrappeso. E poi vabbè: son curiosa. Così fino alle quattro ho fatto altro poi sono risalita da Piazza San Giovanni in bicicletta (ingenua) – dove la manifestazione, a quanto avevo capito, sarebbe arrivata un paio di ore dopo – e ho pensato di poterli raggiungere in via dei Fori Imperiali (ingenua ingenua). Invece i facinorosi avevano scavalcato il corteo, si erano messi in testa, camminando a passo veloce verso la piazza lungo via Emanuele Filiberto. Ed esattamente alle 16.15 mi sono venuti incontro. Mi ci sono improvvisamente trovata in mezzo. In mezzo. Avevo la mia bicicletta per mano e andavo in senso contrario a loro.

(Qui non c’è la foto, perché sono dovuta scappare. Più volte. Con la bici per mano. E i blackbloc, casco in testa e manganello, mi spingevano di lato, mi venivano addosso, correvano da tutte le parti. Poi fumo, botti, urla, scene di panico. Sono corsa via, per quanto ho potuto. Ma non avevo più le gambe. Mi sono addossata a un muro e ho provato a chiamare un paio di amici, ma appena hanno risposto mi sono resa conto di non riuscire nemmeno a parlare. Mi usciva un filo di voce, parole sconnesse, non sapevo, non riuscivo, non capivo. Non ho mai avuto tanta paura come in quei momenti. E ogni venti secondi ricominciavo a correre. Dove non ricordo. Quindi niente foto, ecco).

A mente fredda, la seconda cosa peggiore è stata rientrare a casa senza aver incontrato i colleghi, che intanto stavano in coda al corteo e probabilmente non hanno visto niente di diverso da una pacifica manifestazione. E rientrare con i capelli che puzzavano di fumo e un sapore acido in bocca.
Perché quando sono riuscita a legare la bici in un posto che mi pareva tranquillo (lo è stato per venti minuti, probabilmente, povera bicicletta mia), mi sono avvicinata alla fermata Manzoni, quella dove prendo la metro per andare alla radio. Ero a duecento metri da casa, ma volevo vedere. La situazione sembrava essersi fatta tranquilla: il paesaggio era come lo vedete qui sotto, un paesaggio streetfight di fine estate, fatto di fumo e deficienti con la macchina fotografica.

Cretini di vario ordine e grado, cassonetti in fiamme, fotografi, fotografi, fotografi. E ogni tanto un capannello di sessantenni da circolo Arci che litigava sulla manifestazione: bisognava andarci, non bisognava andarci, i partiti servono, i partiti non servono, il servizio d’ordine dov’è, la polizia dov’è, ma la vogliamo o non la vogliamo, ma quanto sono cretini questi, hanno rovinato tutto… Una di loro mi ha detto, orgogliosa, di aver tolto il bavaglio a un blackbloc ragazzetto e di avergli gridato che cavolo stai facendo?! Levati questo coso e smettila di fare casino! Avrei voluto vederla.

Lì ho incontrato un vecchio amico. Maglioncino beige, stava cercando il cugino. E, facendoci coraggio a vicenda, abbiamo percorso cinquanta metri di via Labicana. Eccone l’imbocco.

Anzi: eccola.

Non sono mai stata un cuor di leone. Non ho niente da dimostrare e se una cosa mi fa paura lo dico serenamente. Lì, con l’amico mio in maglioncino accanto, avevo paura. Per cui all’incrocio di via Labicana con via Merulana mi sono bloccata. L’impressione era che la polizia avesse in qualche modo disperso i manifestanti, invece di canalizzarli: il percorso della manifestazione era stato deviato (le strade raffigurate nelle foto qui sopra erano inagibili, grazie: posso testimoniarlo anch’io) e in ogni strada c’erano frammenti smarriti di corteo e disordini di vario ordine e grado. A quell’incrocio si vedeva un tizio con un’enorme bandiera rossa, un po’ di ragazzotti con casco e maschera antigas che tiravano sassi, manifestanti anarchici (uno grossissimo e pelato mi ha fermato: mi scusi, signora, saprebbe mica indicarmi come si arriva a Piazza San Giovanni? tenero… aveva perso i suoi amici anche lui…). Poi venti metri di strada libera. E una fila di poliziotti schierati a bloccare quella che in quel momento era la testa della manifestazione. Davanti a loro, un palazzo che sembrava interamente in fiamme (forse questa foto andrebbe ingrandita, per vedere i poliziotti là in fondo).

All’ennesima fuga caotica di ragazzotti vestiti di nero, all’ennesimo sasso che ho visto volare, all’ennesimo vetro calpestato, all’ennesimo respiro amaro, e al primo spicchio di limone in mano a un ragazzino sorridente, ho deciso che era l’ora di tornare a casa. Da lì al mio portone, cinquecento metri di cronisti sapientemente in posa,

macchine in fiamme, cassonetti in fiamme e cassonetti da cui sbucavano oggetti contundenti nuovi di zecca

e poi poliziotti e ambulanze, poliziotti e ambulanze, poliziotti e ambulanze.

A mente fredda, la cosa peggiore è stata la sensazione che questo paese davvero non uscirà facilmente dalla situazione in cui è. Mi sono sentita ancora più sola di sempre: dopo la giornata della fiducia al Governo, una manifestazione in cui i più sensati se la prendono con Mario Draghi, i ragazzini incendiano la città e la polizia fa quello che fa la polizia a ogni manifestazione a rischio.
Adesso sono a casa: tutto è tranquillo. Mi sono fatta un doppio shampoo per togliere il puzzo di fumo. E ho controllato: un limone, in frigorifero, in effetti ce lo avevo.

Tipi umani da giornalista scientifica / 5: lo Scienziato Che Vuole Rileggere & brother

Lo Scienziato Che Vuole Rileggere (SCVR) (si intende l’intervista o l’articolo coi suoi virgolettati) ha un fratello radiofonico che si chiama Scienziato Che Vuole Sapere Le Domande Prima (SCVSLDP). Di cognome fanno Scienziati Che Non Si Fidano (SCNSF) e spesso non riesci nemmeno a pensare che abbiano tutti i torti. Molto spesso sono scienziati scrupolosi, sensati, generosamente disponibili, e spesso, scientificamente parlando, sono i migliori sulla piazza.
Ma se fai il giornalista scientifico possono configurarsi entrambi come una Iattura Cosmica e spesso finisci per non chiamarli più. Che peccato.

Il primo, lo SCVR, è perniciosissimo. In genere è quello con cui fai una bellissima e lunghissima (lunghissima) chiacchierata telefonica. Ti fa capire un sacco di cose e quasi ti rammarichi di poterne scrivere solo il 10%. Vorresti essere il suo ghost, in certi momenti della telefonata (lunghissima). Anche quando la telefonata (lunghissima) si fa decisamente troppo lunga (lunghissima), stai lì a prendere appunti e ti rallegri come uno scolaretto tutte le volte che ti dice esatto, hai capito, bella domanda, proprio così
Il telefono bolle, hai l’orecchio viola, e tu resisti pensando: fatta questa, chiudo, trascrivo due cose, scrivo e mando in redazione, e sarà un bellissimo pezzo.
Ma ti sbagli di brutto, sai?
Un po’ per riconoscenza un po’ convinto della grande fiducia reciproca, accetti di mandargli l’intervista. Per i successivi due giorni non riceverai segni di vita. Poi arriverà una mail intrisa di profonda delusione, con correzioni infinite (grazie, eh, ma non te l’avevo detto, SCVR, che dovevo scrivere 4000 battute spazi inclusi?!), critiche stilistiche discutibili (sostituirei quell’afferma con asserisce. … e scriverei… segue frase sgrammaticata in stile verbale dei carabinieri), e se va proprio male minacce in tipico stile SCVR, tra cui quella di non farti pubblicare il pezzo.
E allora hai voglia a dirgli che il pezzo lo firmi tu, che sarà il caporedattore a decidere se pubblicarlo o meno, che lui ha accettato l’intervista e che non hai scritto niente di diverso da quello che vi siete detti, che insomma tu fai il giornalista e non ci si può aspettare che non faccia certe domande su chi ci ha messo i soldi o su dove vanno a finire i rifiuti o su quello scandaletto di qualche anno fa. Hai voglia a rassicurarlo e ad assecondarlo fino alla nausea.
Sembra quasi che stia per piangere. Ma, accidenti, se avesse incontrato un altro giornalista, uno che è capitato a scrivere di scienza per caso, uno dei tanti che conosci con un tempo di concentrazione inferiore al nanosecondo, uno di quelli che non usano congiuntivi e condizionali, un giornalista non scientifico, insomma, che cosa avrebbe fatto?
In fondo, il SCVR fa tenerezza: non è abituato a stare al mondo, ha visto solo microscopi e camici bianchi. E soprattutto non ha capito che quando esce dal suo laboratorio è un lettore di giornali anche lui e ha bisogno di articoli scritti come li scrivi tu. Non come li scriverebbe (condizionale) lui.

Lo SCVSLDP è un po’ palloso. In genere, solo un po’. Gli mandi due righe via mail, che poi servono anche a te, e chiuso lì. Ma a volte (in fase di Iattura Cosmica) di righe ne vuole diciotto. Poi risponde, censura una domanda (il più bello è di oggi: la 6 è una domanda inutilmente polemica, come se io di mestiere facessi il maggiordomo), suggerisce temi tra i meno radiofonici dell’universo, invia meghi su meghi di materiale da leggere (e poi ti interroga al telefono per vedere se hai capito). E tutto con cinque giorni di anticipo sull’intervista, quando tu hai (cinque per due uguale) dieci altre interviste da disegnare. Interviste che lui ascolterà beato senza immaginare che tu le hai imbastite in mezz’ora netta, comprese le telefonate all’ufficio stampa.

Che palle. E accidenti. I fratelli SCNSF difficilmente li chiamerai di nuovo per intervistarli. Tu ci avrai perso due referenti importanti per quegli ambiti di ricerca (ma ci avrai guadagnato diverse ore di vita). Loro avranno perso l’occasione di raccontare i propri studi. E soprattutto avranno perso l’occasione di riflettere sul semplice fatto che ognuno fa il suo mestiere.
Insieme avrete fatto, quasi certamente, un lavoro mediocre e sofferto. A lui resterà la granitica certezza che coi giornalisti non ci si debba parlare. E a te la sensazione di aver parlato con un tizio un po’ ottuso, prepotente e tendenzialmente ignorantello.
La sensazione, eh. Solo la sensazione.
Poi passa la sensazione e rimane un certo avvilimento. E c’è sempre un bravo collega che ti dà una pacca sulla spalla e ti dice coraggio, in Italia gli scienziati non hanno proprio un’idea di come si comunichi e perché… E fanno tutti, o quasi, così.
(Non è vero, non è vero. Questa è una categoria perniciosissima ma non tanto diffusa, lo giuro. Gli scienziati italiani stanno migliorando, ecco. Vanno solo un po’ incoraggiati, vero?).

Dieci euro a pezzo: un altro pacato contributo alla discussione (e giù le mani)

Sono stata alla manifestazione della Cgil, quella dei lavoratori pubblici e della conoscenza. Un sacco di gente lì per dire che vogliamo il posto fisso, il posto garantito, i cosiddetti diritti e le altre storie: la ricerca pubblica, l’università e i cervelli di rientro. Come dieci anni fa: tutti sorridenti al sole, la Repubblica in tasca, una banda di ottoni alle spalle che suona Bella Ciao, gente col sigaro e vecchi amici che si riconoscono tra la folla. Ma io non so se ci riesco più.
Mi viene la tristezza. Mi viene da dire che tanto abbiamo perso. Che è patetico continuare: siamo i girotondi malreloaded, Vecchioni ha vinto Sanremo e noi continuiamo a pensare di essere la parte migliore dell’Italia. Abbiamo sbagliato tutto, perché insistiamo?
Per fortuna poi c’è qualcuno che riattacca a dirmi che non devo prendermela con chi si fa pagare dieci euro a pezzo e mi ritorna il buonumore.

Mi spiego meglio. Non volevo dire che chi si fa pagare dieci euro a pezzo è causa, oggi, di un mercato dell’informazione che fa schifo. Volevo dire che potrebbe esserne causa domani. E che invece, oggi, potrebbe essere una delle soluzioni. O che almeno potrebbe provare a diventarlo. Sarebbe figo, no?
Cioè: non possiamo aspettarci una soluzione dall’alto. Non ci credo tanto all’arrivo di un calmiere imposto dalla politica, a un meccanismo di controlli, a un proclama dell’Ordine (anche perché, per esempio, a una come me l’Ordine non può fare né bene né male, non essendo iscritta pur facendo il mestiere come tanti altri – e mica l’ho scelto io, è semplicemente successo…). Vorrei piuttosto pensare a una soluzione dal basso, magari mossa da una miscela esplosiva di sentimenti come l’orgoglio e il senso di responsabilità.
L’orgoglio per dirsi: non sono un ragazzino che è qui per imparare, so fare questo lavoro e i miei pezzi a quello lì servono come l’aria. Me li deve pagare. E poi non posso accettare di non riuscire a vivere del mio lavoro, alla mia età.
Il senso di reponsabilità per dire: non accetterò di degradare il lavoro giornalistico, di rovinare il mercato (per il meccanismo al ribasso che blablabla) e di ingannare il pubblico. In più, non posso far diventare questo mestiere un mestiere da figli di papà, cioè da gente che si può permettere di guadagnare qualche centinaio di euro al mese perché tanto ci sono quei due signori lì che gli pagano l’affitto.
E poi magari accorgersi che, maporcapaletta, sono un cittadino anch’io e difendere il lavoro di chi gestisce l’informazione è quasi un dovere verso me stesso. Dovrei farlo anche se facessi un altro lavoro. Tipo: se facessi l’insegnante. Se facessi il medico. Se facessi l’autista dei mezzi pubblici. Se facessi l’avvocato. Illuminazione.

Eccomi ripiombata tra le facce sorridenti di questa manifestazione di anime belle. Ci sono i ricercatori, gli scienziati, ci sono i professori delle scuole, i lavoratori del sociale. Vedo anche qualcuno che si occupa di eventi culturali, mi pare di riconoscerli. Ci saranno di sicuro anche le mille forme di giornalisti, comunicatori, lavoratori dell’informazione e della cultura, quelli che mi assomigliano.
Forse sarei un po’ meno malinconica se qui qualcuno di loro salisse sul palco rinunciando a dire che vogliamo il posto fisso, i diritti, le garanzie e blablabla, che la nostra generazione (più un po’ di quarantenni avanzati) non si può permettere un mutuo e che siamo i nuovi poveri (che sarà anche vero, ma che palle).
Sarei meno malinconica se sentissi dire una cosa di disarmante semplicità tipo: “il mio lavoro serve a questo, io do il mio contributo alla società in questo modo, conviene a tutti difenderlo. E allora da domani rifiuterò di farmi pagare così poco, anche a costo di andare a servire in pizzeria, e lo farò per la nostra collettività. Lo farò, cioè, per tutti noi, anche per quelli là in fondo col camice bianco che continuano a chiedere l’assunzione perché sono dieci anni che sono in fila all’università e poi aggiungono in questo paese ci vuole meritocrazia (…). Lo farò per tutti perché il mio lavoro è un lavoro importante. Corollario: anche il vostro lo è e vi invito a fare altrettanto, grazie”.
Il mondo è cambiato, adesso siamo tutti lavoratori a tempo o con la partita Iva. Ma questo non significa che siamo cittadini a tempo o che non abbiamo responsabilità a lungo termine verso la società.
Li guardo, sto in un angolo: mi annoia il vittimismo, mi vien voglia di andarmene. Poi boh, sarà che ho il mio orgoglio, anche troppo. Oppure sarà che mi viene da sghignazzare. Li vedo e penso che saremo qui tra altri dieci anni, di nuovo a chiedere cose anacronistiche e un po’ miopi. Ma io, a proposito di girotondi, mi sentirò ancora, come oggi, una splendida partita Iva.


Segnalo un blog maggiore che dice le stesse cose (… insomma, in un certo senso…) ma dalla prospettiva di chi sta dentro ai giornali. Da leggere tutto: Piovono rane di Alessandro Gilioli sul giornalismo precario.

Dieci euro a pezzo: il mio pacato contributo alla discussione

Dice che chi nasce tondo nun pò morì quadrato. Succede lo stesso agli scassacazzi: nun posson morì tranquilli. E io, modestamente, scassacazzo lo nacqui. Tondo tondo.
Per cui ecco il mio pensiero sul precariato dell’informazione e su noialtri che ci stiamo affogando dentro.

Per me, chi accetta di farsi pagare dieci euro ad articolo non è un poverino da compatire, ma un irresponsabile. Punto. (O, più banalmente, è uno che non ci ha mai pensato, uno di primo pelo, uno che non è abituato a riflettere sulla propria posizione nel mondo come a quella di un frammento di una collettività… ma proviamo a ragionarci, allora, prima di parlare).
Ricomincio: uno con una buona preparazione e una certa sicurezza di sé che accetta di lavorare per così poco è un irresponsabile perché un articolo è (o dovrebbe essere) una cosa preziosa così come la fiducia di chi lo legge.
Per scrivere un articolo si devono fare telefonate, si deve passare un po’ di tempo a leggere e a pensare, si devono verificare le fonti e confrontare le posizioni. Si deve scrivere, appunto. E poi ci si deve mettere la firma sotto. Tutto questo ha un costo, oggettivo, a cui si aggiunge il costo impalpabile del lavoro intellettuale, quello per cui non tutte le firme sono uguali ma ogni firma vale più di zero. Chi legge l’articolo, poi, lo fa (o lo dovrebbe fare) pensando di leggere il risultato di un certo impegno professionale. E anche questa fiducia ha un prezzo, che corrisponde più o meno alla monetina che ogni mattina passiamo all’edicolante.

Ora, lui, il collega mio che, poverino, ha accettato di essere pagato così poco, sono sicura che abbia avuto le sue buone ragioni per farlo e che, nonostante il compenso esiguo, si sia dedicato con la necessaria abnegazione alla redazione di un pezzo decente. Ma il mercato? Finché c’è gente che accetta di lavorare per così poco, il nostro lavoro varrà poco e ci sarà sempre qualcuno che accetterà di scrivere per un euro meno di noi, in un infinito gioco al ribasso. La qualità di quel che scriviamo ne risente. E la qualità di quel che leggiamo dove va a finire?

Cavolo, il nostro lavoro è importante in questo mondo. Siamo quelli che fanno circolare le notizie, che permettono il dibattito pubblico, che fanno emergere le situazioni che qualcuno vorrebbe nascondere.
Anzi, vi dico di più: tutti i lavori sono importanti a questo mondo. E comunque siamo in un libero mercato, accidenti. Tutti noi lavoratori abbiamo un ruolo e una responsabilità nei confronti della società e, ahimé, tutti noi abbiamo bisogno di soldi per vivere.
A chi piacerebbe sapere che il medico che lo sta operando di appendicite ha accettato di farlo per due lire, perché intanto impara, perché così tiene un piede dentro all’ospedale, perché non ha alternative e non c’è nessun ospedale che gli offre di più? Siamo tutti lavoratori e cittadini, e viviamo per la fiducia nella professionalità degli altri: dall’autista dell’autobus alla parrucchiera, dal portinaio al barista che ci sta dando il caffè. Di questa gente scegliamo di fidarci e perciò a questa gente corrispondiamo un po’ dei nostri soldi. E questo per rimanere solo alle prime ore della mattina.

Bene, proseguo. Il mio collega, poverino, che scrive per dieci euro a pezzo dovrebbe avere un’alzata di dignità per se stesso (del tipo: voglio diventare grande!) e smettere di ambire alla coccola del fratello maggiore (quello che lo chiama poverino, appunto). Dovrebbe cominciare a pensare a se stesso non solo come uno che avrebbe tanta passione per una cosa che non gli permettono di fare (uffi!). Ma come un sano professionista che vende il prodotto della sua penna per un prezzo non inferiore a quello che dà valore alla penna medesima. E questo per il bene dell’intera categoria e della società tutta.

Infine, per essere onesti: il collega poverino che lavora per dieci euro a pezzo è un irresponsabile ma fa bene a dirlo. Non a lamentarsi, non a cercare la pacca sulla spalla del pietoso fratellone. Ma a dirlo: lavoro per dieci euro a pezzo. Perché noi che facciamo informazione parliamo da anni del precariato degli altri: la scuola, la ricerca, l’industria… Tutti precari, ma guarda. Però nascondiamo, per paura o per omertà, quello che affligge noi. In questo, facciamo un danno ancora maggiore alla società che ci ospita: che ne sa il lettore di come è stato scritto quell’articolo lì? E allora bravi i colleghi che denunciano.
Il passo successivo, lo dico da tondo consapevole di essere nato irrimediabilmente e insopportabilmente tondo, sarebbe quello di guardarsi negli occhi e di dire… ragazzi, via: da domani mai più.

Ma sì, facciamo pubblicità. Stasera a Presa diretta: Lavoro 2.0, tra atipici, precari, finte partite Iva

“GENERAZIONE SFRUTTATA” di Riccardo Iacona
e di Francesca Barzini, Domenico Iannacone

Stasera alle ore 21,30 su RAITRE

Quanti sono i precari in Italia? Quanto lavorano per paghe da fame?  E chi se ne approfitta? Chi consente lo sfruttamento di quanti  non hanno alcun potere contrattuale, ma solo preziose competenze da offrire?

Il 9 aprile di quest’anno  i precari italiani si sono dati appuntamento in piazza per protestare contro una gravissima ingiustizia sociale.  Per la prima volta in molte città d’Italia rabbia e malcontento sono usciti dagli infiniti blog e dai siti di internet per trovare forma politica. La rassegnazione sembra finita per sempre.

Presadiretta ha deciso di dar voce alle migliaia e migliaia di persone che hanno perso il diritto al futuro, giovani  che sono costretti a piegarsi ai contratti a termine, di cui esistono infinite tipologie; ai disoccupati che per  cercare di lavorare  sono costretti  ad aprire  partite Iva che in realtà nascondono un rapporto di lavoro subordinato; ai ragazzi che si sottopongono a infiniti  stage che in realtà nascondono un vero e proprio impiego e non daranno loro alcun reale accesso al mercato del lavoro.

La redazione di Presadiretta ha compiuto un enorme lavoro di ricerca per individuare tutti gli stratagemmi messi in atto dai datori di lavoro.  Ci sono, infatti, infiniti modi per sfruttare la disperazione di chi non ha  lavoro.  E molto spesso anche la Pubblica Amministrazione si avvale di questo tipo di contratti capestro. Un’intera generazione  non maturerà mai il diritto alla pensione, o  dovrà sopravvivere con pochi spiccioli.

Riccardo Iacona è andato a Barcellona dove la comunità più numerosa di stranieri è composta da molti giovani italiani che sono fuggiti in Spagna per cercare migliori opportunità professionali.

Ne è uscito un quadro sconvolgente, un vero proprio far west normativo che nessuno vuole correggere e che  consente di non pagare,  o sottopagare i dipendenti. Un universo in cui le commesse sono finte stagiste, archeologi e architetti pagano Iva per guadagni da fame, i giovani avvocati possono solo lavorare gratis.

“Generazione sfruttata” e’ un racconto di Riccardo Iacona, Raffaella Pusceddu, Alessandro Macina e Elena Stramentinoli.

(sì, ci sono anch’io, per raccontare un po’ di come si lavora in Rai e, più in generale, di come si lavora in un mondo che considera informazione e cultura poco più di un hobby per fighetti. Vita da free lance (ma senza tipi umani) e un po’ di pensieri su che razza di società stiamo costruendo per il nostro futuro. Mi fate sapere che cosa ne pensate?).