Archivio mensile:febbraio 2013

Pioggia di meteoriti su Giacobbo, e anche su di me. L’astronomia del rischio

Per fortuna che c’è Giacobbo. E per fortuna che c’è Sanremo.
Per fortuna che c’è Giacobbo che va a Sanremo e, con i suoi 190 cm di vestito grigio, rassicura gli italiani: non c’è nessun meteorite* in rotta di collisione con la Terra. Poi, il giorno dopo: pam! Pioggia di meteoriti in Russia.
Per fortuna, perché qualche giorno prima, in tv, le stesse parole di Giacobbo le avevo dette anch’io. Eh sì.
Era venerdì 8 febbraio: alle 05.50 mi erano venuti a prendere a casa, mi avevano portato a Saxa Rubra e, trucco e parrucco, ero finita su uno sgabellino da figa a fare la parte della brava giornalista scientifica. E anch’io, alle 07.37 di quel venerdì, avevo ripetuto per bene le parole ufficiali della Nasa su DA14, il cosiddetto “asteroide* di San Valentino”: nessun pericolo collisione, state tranquilli.
Chi se lo immaginava che un istante prima di DA14 sarebbe arrivato un altro asteroide, senza nome, a spiaccicarsi sulla ridente cittadina di Cheljabinsk? (idea vacanze: sita in Siberia occidentale, Cheljabinsk è la città che Stalin incoronò capitale dell’industria bellica sovietica e che negli anni ’50 fu teatro di un incidente nucleare di cui sappiamo poco o niente).
Solo che avendo detto io quelle parole in un orario improbabile e non di fronte a 10 milioni di persone, essendo stata un po’ più cauta (e forse anche precisa, se posso permettermi: Giacobbo a un certo punto l’ha sparata grossa sui meteoriti capaci di distruggere il nostro pianeta), nessuno mi ha preso per il culo come mi aspettavo. Va anche detto che nessuno mi ha dato la prima serata del giorno dopo per spiegarmi meglio.
Comunque la storia mi sembra molto interessante per diverse ragioni: chi l’avrebbe mai pensato di doversi trovare nella posizione di comunicare rischi e di rassicurare (parola che ha usato lo stesso Fabio Fazio a chiosa dell’intervento di Giacobbo) a proposito di astronomia? Gli astronomi no di certo, non così, con i feriti e le scene di panico vere. Figuriamoci io, che l’astronomia la frequento poco e solo per dovere. E poi: avete visto che bello Sanremo? E le dimissioni del Papa? Che cosa sarebbe successo se questo asteroide fosse finito nella nostra atmosfera in una di quelle settimane in cui c’è poco di strabiliante da raccontare?

Ma soprattutto: perché cavolo mi hanno messo sullo sgabello da figa per parlare di DA14, l’innocuo asteroide di San Valentino, se l’altro era in rotta di collisione con la Terra? La Nasa vittima di un embolo di romanticismo?
Perché ci hanno lasciato, a Giacobbo e a me, alle prese con le domande della gente normale (dobbiamo preoccuparci, oddio e ora che succede, qualcuno sta facendo qualcosa, nessuno pensa ai bambini?) senza uno straccio di comunicato stampa ufficiale sull’altro asteroide?
Non potendo chiamare la Nasa, ho chiamato Ettore Perozzi, che è un astronomo, uno scrittore e, attenzione, è anche un asteroide, nel senso che l’asteroide 10027 porta il suo nome (ma io ho preferito chiamare l’astronomo).

Dice Ettore che né io né Giacobbo abbiamo detto sostanziali cazzate. Anzi: a posteriori tutto giusto. DA14 è passato quando abbiamo detto noi e dove abbiamo detto noi, senza colpire la Terra. Giacobbo ha poi detto una stronzata generica (se arriva un asteroide non ci avverte nessuno: sentiamo il rumore e basta…) che però, nel caso specifico di Cheljabinsk, è diventata vera. Vedi a nascere con la camicia.
Sul perché di DA14 sapessimo tutto, mentre del secondo proprio niente, mi ha spiegato che “DA14 è un oggetto di 50 metri, quindi piccolo, scoperto un anno fa perché è passato abbastanza vicino alla Terra per poterci permettere di vederlo: abbiamo avuto tutto il tempo di calcolare la sua orbita con precisione e di prevedere, correttamente, che ci avrebbe sfiorato il 15 febbraio senza pericolo di collisione. L’asteroide russo era ancora più piccolo (meno di 20 metri) e veniva dalla parte del Sole (e gli astronomi per vedere hanno bisogno del buio! astronomers do it at night!**) quindi coi mezzi attuali era impossibile da identificare”.
I mezzi attuali sono assai potenti. “Da quindici anni a questa parte abbiamo scoperto un mucchio di roba. – continua Ettore – Per dire: tra il 1898 e il 1998 sono stati censiti circa mille asteroidi. Oggi siamo a quota diecimila!”. Diecimila sassi volanti che ci girano intorno, ci passano vicino e a volte… “Di questi sappiamo, per la prima volta nella storia, dove sono e che cosa fanno e, sì, anche se, come e quando potrebbero impattare la Terra nel corso del prossimo secolo”. Tranquillizzaci, Ettore: “Anche nei casi peggiori si tratta di probabilità bassissime”. Rieccoci: probabilità, anche con gli asteroidi tocca accontentarsi di probabilità.

Dicevamo: i mezzi attuali sono assai potenti ma tra questi asteroidi c’è roba di tutte le dimensioni, da qualche metro a qualche decina di chilometri. I più grandi gli astronomi li hanno visti tutti (sono quelli che dice Giacobbo: quelli che se ci finissero addosso ci farebbero fare la fine del brontosauro). “Sugli altri ci stiamo lavorando: la NASA ha come obiettivo di scoprire il 90% di quelli maggiori di 140m nei prossimi dieci anni ed è un obiettivo ambizioso. Su quelli piccoli non possiamo fare miracoli: per vedere quelli di meno di 100 metri servono telescopi potenti e un satellite nello spazio dedicato solo a vederli”. E ci vogliono soldi.
Ma quanto frequenti sono questi impatti con la Terra? “Beh, mica poco: nel corso della mia vita ne avrò visti tre, toh. Solo che nella maggior parte dei casi finiscono in mare o in un deserto. E nessuno se ne accorge”. Metteteci anche che i russi hanno la fissa di riprendere la strada mentre guidano, vedrete che di queste meteore ci sono più filmati che di Britney Spears ubriaca. E se non avessimo avuto son et lumière non so se ne avremo parlato tanto (Giacobbo no di sicuro).

Ma Ettore non mi ha ancora convinto, e poi su quello sgabello da figa c’ero io.
Dimmi, gli chiedo: visto che non li conoscete proprio tutti tutti e che ogni tanto un asteroide scappa, perché la Nasa ha parlato di DA14 tanto allegramente, col rischio di fraintendere tutta la comunicazione sugli asteroidi? “Perché DA14 è importante! È la dimostrazione che siamo in grado di difendere la Terra!”.
Mumble mumble… Ettore, dai. “Ma sì: era un oggetto piccolo ma l’abbiamo visto lo stesso, e abbiamo calcolato con precisione la sua orbita: se ci fosse stato un rischio avremmo potuto informarne le autorità e, tipo, prevedere un’evacuazione, oppure informare la popolazione su come comportarsi. La prossima volta lo potremo fare!”. Certo, la prossima volta ma se si tratta di un asteroide di quelli riconosciuti e censiti. E poi, scusa, che cosa vuoi informare la popolazione? “Silvia, attenzione: guarda che nessuno è morto per l’impatto con l’asteroide. Anzi, a oggi non è stato ancora trovato nemmeno un suo frammento a terra. I feriti sono quelli che si sono messi alla finestra a guardare. I vetri sono esplosi per lo spostamento d’aria e a qualcuno sono finiti in faccia”. Ok, mai mettersi alla finestra a vedere il passaggio di un asteroide.
Però bisogna fare attenzione a come si dicono le cose. Per gli astronomi è una novità, ma rassicurare sui rischi è una cosa delicata: “infatti stiamo cominciando a porci il problema. In fondo, nel nostro caso ci sono alcuni lati positivi: il rischio di impatto con un asteroide è calcolabile, anche se poi, avendo una valutazione di rischio in mano non è ben chiaro che cosa fare. Solo che è difficile anche spiegare alcuni dati descrittivi. Per esempio mi sono accorto che dire ‘un evento accade una volta ogni cento anni’ viene sempre frainteso, mentre io sto dicendo che è poco probabile ma ogni giorno di questo secolo ha la stessa probabilità che accada”. Invece mi pare di sentirlo, l’arguto collega giornalista, che non ha mai ritenuto necessario imparare un po’ di matematica, concludere l’intervista con un bel primo piano su di sé: “Ringrazio Ettore Perozzi per averci rassicurato e allora appuntamento al 2113!”. Sipario.

Sì, ci dovremo pensare. A volte sembra quasi che più impariamo sulla natura e su di noi, più abbiamo tecnologie e informazioni, e più incappiamo in errori di comunicazione con il resto della società, quella che dalla scienza si aspetta rassicurazioni e soluzioni, oppure niente, grazie, abbiamo il mago che ci aspetta di là.
Alla fine, grazie Sanremo: ci hai evitato un po’ di complottismi semplicemente tenendoci in ombra. Grazie anche da Ettore (“sono un sanremista incallito!”).
È anche l’occasione per ricordare quella regola del giornalismo che dice che una notizia è tanto più importante quanto più vicino a te avviene (vicinanza fisica ma anche culturale, si intende). In fondo, è avvenuto in Russia, quindi anche grazie Russia, che ti sei beccata i meteoriti per conto di tutta l’umanità.
Ora, se ci va di culo, questa delle meteore, di me sullo sgabello e di Giacobbo a Sanremo, dell’asteroide una volta ogni cento anni, tra qualche mese ve la siete dimenticata.

 

* Glossario minimo: la roccia volante si chiama asteroide, quando entra nell’atmosfera crea strisce di luce velocissime ed effimere, le meteore. Se poi un pezzo di roccia arriva fino sulla superficie terrestre, quel sasso si chiama meteorite.

** Humor da astronomi. Se non avete sentito quello dei fisici fermatevi qui.

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La scienza è qualcosa che più ce n’è meglio è (feat. Baldan Bembo)

La truccatrice allontana la testa, strizza gli occhi, mi scruta con attenzione, poi afferra il batuffolo di cotone, avvicina la sua faccia alla mia, mi picchietta la guancia e concentratissima dice:
Lei de che se occupaaa?
Sibilo, a bocca stretta: Scienza.
Si ferma, si riallontana. Il cotone sempre in mano, mi fa, con aria grave: Cioè, è na professoressa!
No, non sono una professoressa, tranquilla: faccio la giornalista scientifica, mi occupo di scienza.
Stupore: Cioè lei se occupa di coseeeeee scientifiche, proprio, cioè tipooo…
Sì, di scienza, dico io.
Pausa. Le braccia che si allargano, un sorriso… Tipo i cataclismi!

Tipo i cataclismi?!
Un colpo così potrebbe segnare la chiusura di questo blog. Hanno vinto loro, i Giacobbi, quelli dei cataclismi.
Invece mi fa venire voglia di tornare su una strana storia di cui ogni tanto capita di parlare coi colleghi. Quella di una singolare new wave della comunicazione della scienza che postula la necessità per il giornalista scientifico di tenersi alla larga dagli scienziati. Per osservarli meglio, per essere imparziale, per non diventare il loro megafono e quindi per non perdere di credibilità di fronte al pubblico.

Strana affermazione. Diventerei un giornalista culturale che non frequenta i personaggi e i luoghi della cultura: che non va alle presentazioni dei libri, non compra dischi, non va a teatro, non discute con autori e critici, non conosce retroscena e non prevede tendenze. Un giornalista culturale inutile. Perché il giornalista scientifico è un giornalista culturale, proprio perché la scienza è cultura. E come cultura va costruita (tra parentesi, aggiungerei che diventare il megafono della cultura non mi pare nemmeno tanto disdicevole).
Non provate a fare paragoni con la politica: un giornalista scientifico che viene visto a cena con uno scienziato è, nella maggior parte dei casi, in compagnia di un amico d’infanzia, di un vecchio compagno di corso o del proprio fratello, vicino o fidanzato. Gli scienziati sono tanti e i giornalisti scientifici, spesso, sono stati scienziati prima di darsi al mondo dorato dell’informazione. Che facciamo: disconosciamo la mia compagna di banco del liceo perché si è laureata in chimica? E poi mi dite chi cavolo ci paparazza, me e la mia amica, se ci andiamo a mangiare una pizza?
C’è un’altra differenza non da poco: la scienza è un’impresa collettiva in cui tutti hanno (o dovrebbero avere) lo stesso obiettivo. Nella maggior parte dei casi, sulle questioni di fondo della scienza, sono quasi tutti d’accordo, e anche la presenza di correnti di pensiero non fa che rendere il dibattito stimolante. Non si vota, non si vendono poltrone, non girano nemmeno tanti soldi. Ci sono, sì, i mascalzoni e i mitomani, anche nella scienza, ma finiscono per essere isolati dagli altri e l’unico modo per conoscerne i nomi, e quindi per evitarli davvero, è quello di stare al pezzo ed eventualmente di partecipare ai pettegolezzi dei colleghi nostri e loro, per imparare a distinguere chi è attendibile e chi va evitato.
Direi che in generale, per conoscere la scienza, è decisivo conoscere gli scienziati e vedere dove lavorano, come, con quali difficoltà e inseguendo quali risposte. Non vedo alternative. Anche litigarci, a volte, è necessario. Ma se li evitiamo, come si fa?

Poi ci sono due questioni pratiche.
Io sono freelance, lavoro per media diversi, e a volte mi capita di avere due minuti per risolvere un problema. A volte anche di meno. Due secondi. Che ci scrivo qui? È corretto, sto scrivendo una sciocchezza? Mica posso sapere tutto: ho fatto un ottimo liceo scientifico e mi sono laureata in medicina, e proprio per questo so di non avere le le competenze per rispondere a molti dei quesiti che la mia professione mi propone. Di non poter affrontare qualsiasi argomento di scienza aprendo Google e credendo di farmene un’idea. Quelli che sono convinti di risolversela così sono quelli che di scienza non sanno niente. Io, eh, no, non ce la faccio. E allora mi serve un amico. Un amico sveglio e veloce. E onesto. Se non volete chiamarlo amico, un consulente. Uno che al volo mi risparmi la cazzata. Subito.
Ed ecco il mio parco scienziati. Loro si fidano di me, io di loro. Hanno capito che è quasi un loro dovere civico evitare che una come me dica una fesseria a qualche centinaia di migliaia di persone, o anche di più. E sono disinteressati: o meglio, hanno come unico interesse che di scienza, in questo disgraziato paese, si parli con appropriatezza. Che poi è anche interesse mio.
Oppure hanno interesse a evitare fraintesi alti, di visione del mondo, quando non parlo esattamente di scienza ma uso in altri ambiti concetti che hanno a che vedere con la scienza. Tipo, poniamo, un esempio proprio bislacco che chissà da dove mi viene: una questione legale che non voglio definire processo alla scienza perché ci farei una brutta figura, ma che è intrisa di parole e idee di scienza che io pretenderei di trattare come mera cornice di tutto. Il mio parco scienziati mi aiuta a capire che cosa è davvero irrilevante e che cosa invece non può essere macinato tra gli altri dettagli della cronaca, oppure chi rilascia dichiarazioni fuori dal coro per interessi biechi, e dove stanno i veri nodi della questione. Poi, tantopiù su una questione delicata e complessa, sta a me ringraziare, verificare, e sentire qualche altra voce.
Seconda questione pratica: a volte devo compilare menù di proposte per i miei servizi. Se non avessi il mio parco scienziati, farei come fanno tanti: andrei di nuovo su Google a cercare notizie sui soliti siti di scienza americani o inglesi. Farei bene il mio mestiere? Non credo. Soprattutto, non sopravviverei sul mercato. Io il mio lavoro lo vendo, non posso essere una dei tanti: devo essere originale. Quindi cercare notizie alla fonte.

Dunque, sappiate che il più delle volte la situazione è questa: Ehi Fabio, scusa sono silvia… posso mandarti un paper così mi dai un parere? devo farne blabla e non ho capito bene blabla. Dove li vedete i pericoli? C’è anche la variante meno nobile: Scusa se rompo, babbo. Mi aiuti a fare due conti?
Capisco l’etica, l’esigenza di essere più imparziale possibile e vi assicuro che chi, come me, il mestiere lo fa davvero, non è insensibile a certe questioni. Se non altro, per continuare a campare con la stima dei colleghi, che giustamente hanno la memoria lunga. Ma mi dite che cosa c’è di antietico nelle telefonate sopra sbobinate?

Insomma, a me sembra che se in Italia la scienza sono i cataclismi non è perché noi giornalisti scientifici abbiamo poca credibilità. È perché siamo troppo pochi.
È perché nel nostro paese la scienza è roba da gente bislacca: ah, io di scienza non ho mai capito niente… è un simpatico refrain da caffè. Ma non siamo poco credibili.
Anzi. Chi pone dubbi su uno scoop o corregge le unità di misura, legge i curricula degli esperti prima di intervistarli o fa tre telefonate in più, nel nostro paese, è un mostruoso rompicoglioni. Ed è vero: siamo dei mostruosi rompicoglioni. Frequentare gli scienziati ci rende pedanti e testardi. Ma sono convinta che sia una cosa di cui andare orgogliosi. Una cosa su cui lavorare, anche insieme agli scienziati.
Cioè il nostro obiettivo deve diventare un mondo in cui il dialogo con la truccatrice si trasformi come segue:
Lei de che se occupaaa?
Risposta, a bocca stretta: Sono una mostruosa rompicoglioni.
Ah
, è na giornalista scientifica!
Ecco, sì.

Finanziamenti alla ricerca: la fantasia al potere

È un fenomeno stagionale, e quest’anno sembra anche particolarmente virulento: a gennaio si parla di finanziamenti alla ricerca (non che da febbraio si smetta, eh). Così in questi giorni mi hanno avvicinato in quattro.
C’è chi deve consegnare un progetto per un Firb (i soldi con cui si finanzia la ricerca di base) e ha scoperto che per tutto il suo settore, per tutti tutti i ricercatori italiani che studiano la roba sua (in senso lato), il finanziamento disponibile è equivalente al prezzo di un appartamento di 90 mq sulla Camilluccia. E tutti i ricercatori italiani che studiano la roba sua (in senso lato) non riusciresti nemmeno a infilarceli dentro, in piedi, uno vicino all’altro, in 90mq sulla Camilluccia.
E c’è chi ha ricevuto la seguente comunicazione, un po’ aggiustata ma mi capirete: per via della spending review il nostro istituto di ricerca ha ridotto l’orario di lavoro alle guardie che fanno vigilanza all’ingresso, per cui da domani qua alle 18.00 si sbaracca. Commento: prima potevo entrare alle tre di notte e fare le cinque del mattino del giorno dopo, se mi serviva. Mentre adesso la ricerca si fa come se fossimo impiegati di banca.

E infine c’è chi, con ammirevole spirito didattico, si è messo lì e mi ha spiegato come funziona il finanziamento dei progetti premiali, di progetto e di bandiera, cioè i progetti che dai tempi della Gelmini gli enti di ricerca presentano al ministero per farseli finanziare (tipo: La ricerca di dark matter al Gran Sasso o La cultura germanica nell’Italia del Novecento, per dire).
Io l’ho capita così, e l’ho trovata terribilmente affascinante per la sua perversione.
1. I soldi per i progetti vengono dal FOE (Fondo per gli enti pubblici di ricerca), (è il 7% del FOE).
2. Il FOE serve soprattutto per pagare gli stipendi: il 90% finisce in buste paga, il 10% paga le spese di funzionamento degli istituti come affitti, bollette… (cioè, ne paga una parte: il resto arriva dagli overhead, una percentuale, che l’istituto prende dai grants che i ricercatori ottengono da enti pubblici e privati, nazionali ed esteri). Se volete, questo significa anche che lo Stato paga, ordinariamente, la ricerca nella misura in cui paga gli stipendi. Basta. Ma non è questo il punto: andiamo avanti.
3. Non è possibile non pagare gli stipendi: quei soldi non possono sparire. E allora ecco la partita di giro: l’80% circa del fondo destinato al progetto premiale viene recuperato dall’istituto (da alcuni istituti: in realtà, all’istituto quei soldi arrivano tutti interi e poi si decide che cosa farne. All’Infn mi hanno detto che sono soldi puliti che usano per la ricerca, al Cnr mi hanno detto che l’istituto ne tiene una grossa parte). Oplà: e di nuovo lo Stato non sta pagando la ricerca, ma i salari di chi dovrebbe farla. Resta il 20% che è comunque meglio di niente, ma è molto meno di quanto appare (e di quanto servirebbe).

In sé, mi dicono, l’idea di premiare alcune ricerche sarebbe anche buona, meglio dei finanziamenti a pioggia a cui eravamo abituati. È che manca la trasparenza, non si capiscono i criteri, non si sa chi farà le valutazioni. Addirittura il bando non è sul sito del ministero, io ce l’ho ma insomma.
Alla terza telefonata al terzo scienziato ipercompetente del terzo istituto pubblico di ricerca (e infatti questo post è stato corretto dopo la sua pubblicazione di stamani, scusatemi), ci sarebbe anche da aggiungere come funzionano i fondi che arrivano dal ministero, sui quali vale la regola del cofinanziamento. Cioè, sui quali ci si pagano davvero gli stipendi. E su come lì il vero problema (terza telefonata) sia che i soldi sono un terzo di quelli dell’anno scorso: io quest’anno ai Prin nemmeno partecipo.

Capito? No, non proprio, non del tutto? Capito così così? È normale. Pare che anche chi sta decidendo come far girare questo meccanismo sia un po’ in difficoltà.
Ma in sostanza significa che la ricerca di eccellenza in realtà è finanziata con meno di quello che appare. Non facciamoci ingannare da quelle cose tipo un progetto da enne milioni di euro. Bisogna fare enne per 0,2.
Non solo: se è vero che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si becca, c’è un’altra considerazione non banale. Si introduce in modo subdolo l’idea che il nostro stipendio non sia garantito ma derivi, almeno in parte, dalla nostra capacità di procurarcelo. A me che sono una partita Iva felice, non sembrerebbe nemmeno tanto male. Mi mordo la lingua, ma mi anticipano: il problema è che questo non viene introdotto discutendone apertamente, ma viene fatto passare quasi di nascosto. Ah, vero.

Chiudo qui. Ci sarebbero gli altri sistemi di finanziamento, ma sono davvero un ginepraio. Ci sarebbe anche la spinosa questione della programmazione della ricerca: chi sceglie le linee di interesse su cui investire? Ci sarebbero un sacco di cose da capire e da raccontare.
Per fortuna adesso si vota. Già, si vota.
Io ho deciso chi voterò, non senza soffrire un pochino e non senza ricordarmi di tutte le volte che ho detto no, basta, questo è troppo… Se voi siete in dubbio, consiglio la bussola di Dibattito Scienza: dieci domande e trenta risposte sulla politica della scienza e la scienza della politica che abbiamo sottoposto ai sei candidati premier (tre non hanno ritenuto di risponderci: indovinate chi).
Vi avverto: non cadrete dalla sedia dallo stupore (dalla noia forse), non troverete fiumi di soldi per la scienza. Con tutto il mio ottimismo, scommetto che comunque dei soldi per la ricerca in questo paese prima o poi torneremo a parlare. Al massimo, a gennaio dell’anno prossimo.