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Cronache da un mercato in estinzione: quando arriva lo statale a fare gratis il tuo lavoro

Dev’essere successo che a un certo punto della storia il costruttore di catapulte si è preso un pomeriggio per pensare ed è salito sul colle da cui si domina la città.
Ha guardato in basso, ha visto i tetti delle case e il fumo uscire dai comignoli, per strada un carretto trainato da un ciuco e un maiale alle prese con un cardo rosso e turchino*.
E ha pensato: ma vaffanculo.
Vaffanculo pace, vaffanculo guerra: vaffanculo costruttore di cannoni.
La catapulta non la compra più nessuno. Il prezzo della catapulta è crollato. Tutta la mia tecnologia e tutta la mia attrezzatura non servono più a niente.
Il mestiere del costruttore di catapulte era in estinzione. Il costruttore di catapulte doveva cambiare mestiere.
Prima o poi succederà anche a noi, se continueremo a farci pagare 50 euro a pezzo**.

Mentre ero lì a farmi travolgere dall’ottimismo e a cercare analogie e differenze tra il compagno costruttore di catapulte e noi (noi freelance ma anche noi comunicatori della scienza) mi sono trovata a parlare con alcuni colleghi di un caso non eccezionale in cui
– un tempo c’era il professionista A che faceva il lavoro B e veniva pagato il compenso $
– oggi c’è lo scienziato (statale) C che, insieme allo stagista di master D e al suo professore (statale) E, fa il lavoro B. E lo fa gratis. Tanto uno stipendio ce l’ha già.
Togliete A e soprattutto $.
Qui si avanzano diversi misteri.
Posta la buona fede di tutti, posto che lo scienziato (C) sia un prodigio capace di fare bene il proprio e l’altrui lavoro, e posto che nello specifico il professionista A non lo conosco, mi domando:
1. lo stagista di master (D) si chiede quale sia il mercato nel quale entrerà, se il lavoro con cui lo fanno esercitare non prevede uno scambio economico e nessuno viene pagato per farlo?
2. il suo professore (E) si chiede per quale mercato stia preparando il suo studente? E si chiede se questo mercato sopravviverà? Di conseguenza, si chiede se sopravviverà anche il suo corso all’università?
3. lo scienziato (C) si chiede se sopravviverà il mercato della comunicazione della scienza, se poco a poco lo si erode da tutte le parti, anche da parte amica? E si chiede quali siano le conseguenze della sofferenza di questo mercato?
Si chiede se non ci sia una ragione per cui esistono i professionisti del mestiere?
Ma soprattutto: si chiede a chi stia regalando il proprio lavoro?
Cioè: può anche avercelo già, uno stipendio, e noi siamo tutti contenti (oltre a essere convinti che se lo meriti tutto, sia chiaro, e anche di più). Ma una cosa è fare volontariato per i bambini poveri del Burkina Faso, una cosa è farlo per un’impresa commerciale che dal suo lavoro trarrà degli utili. E se non li trae è perché non funziona, non perché non voglia.
Si chiede quindi, lo scienziato (C), se non ci sia una differenza tra uno stipendio statale (pagato con le tasse di tutti) e un $ che transitava un tempo tra privato-cliente e privato-fornitore? Si chiede se sia giusto essere pagato dallo stato e poi lavorare (magari nel weekend, per carità) per un privato? Dice tanto lo stipendio ce l’ho già. Ma se qualcuno quello stipendio non ce l’ha, come nel caso di A, non è concorrenza sleale a spese della collettività?
4. l’editore si chiede… sì, l’editore si chiede come possa stare nelle spese e la risposta smettendo di pagare chi ci lavora è ovviamente quella più facile, per lui.

Lo scienziato volenteroso (il SV, come definito nella galleria dei tipi umani da giornalista scientifica) ha tanti pregi. E in genere è un amico, oltre a essere una persona stimata e stimabile. Ma spesso non conosce i meccanismi e la situazione del mercato della comunicazione della scienza. Io, in compenso, non conosco i dettagli della storia. Per questo l’ho raccontata al minimo: perché è paradigmatica di una tendenza che si osserva da tempo, e se anche non fosse proprio così ne descriverebbe comunque altre.
Vi basti sapere che l’ultima volta che ho cenato con uno scienziato del tipo SV, mentre ero lì che sproloquiavo di catapulte e di articoli da 50 euro, di pagamenti in ritardo e di prospettive di fame, lui mi ha guardato e, serio, ha confessato: se tu non mi avessi raccontato queste storie, non lo avrei proprio capito che quelli come me rischiano di mettere nei guai quelli come te.
Ho esclamato: Non solo quelli come me! Tutti! Tutta la comunicazione della scienza e, alla fine, l’intera società!
E mi sono fatta offrire la cena.

 

* Licenza pascoliana a modo mio.
** Non voglio nemmeno sentir dire o anche meno. Chiaro?

“Non è lavoro gratis: è una nuova idea di imprenditoria”. Il mio strano carteggio sull’editoria che non ti paga

Qualche giorno fa un estratto del mio libro è stato pubblicato da Linkiesta.
Si tratta di un paio di cartelle in cui provo a spiegare che lavorare a pagamento non è solo una bella cosa per il proprio conto in banca ma è anche un atto di responsabilità verso la professione, e che dovremmo ricordarcelo soprattutto noi lavoratori sedicenti intellettuali o della cultura o dell’informazione o fate voi.
La solita zuppa.
Più o meno come successe tempo fa, quando pubblicai i testi originari sul blog, ho ricevuto un sacco di mail private (e in effetti non sono sicura di aver risposto a tutti). Tante.
C’è chi dice soltanto lavoro gratis e allora? E chi dice parole sante (ah sì? a me sembravano banalità). Chi dice scrivo gratis ma per me è un secondo mestiere, praticamente un hobby (e allora grazie da parte di tutti noi che vorremmo camparci) e chi dice ci stanno rubando il futuro e poi mi racconta la sua storia.
Poi arriva uno con una mail in cui leggo più o meno chiedo ai miei collaboratori di lavorare gratis: ho provato a spiegare loro che possono trarne un guadagno comunque, da altre cose, ma loro non sono contenti e, come te, insistono a voler essere pagati.
Pofferbacco, che richieste.
Ma forse sono io che ho capito male, mi dico.
Giornalismo partecipativo, imprenditoria diffusa. Rileggiamo.

Chi mi scrive è un giornalista: si è fatto il mazzo in giovane età e dice di avere ben chiaro il principio (si riferisce al volontariato) per cui si lavora gratis solo se tutti lavorano gratis.
Adesso ha aperto una serie di giornali online ma non può pagare i collaboratori.
Sui siti internet la cosa viene descritta così:
L’attività parte a budget zero, senza investimenti in denaro, ma con l’apporto di tempo ed idee dei suoi collaboratori. È una testata regolarmente registrata in tribunale, non beneficia per ora di finanziamenti pubblici. Le risorse per l’attività derivano dalle attività accessorie (Relazioni e comunicazioni, formazione) e dalla pubblicità, che segue gli standard tradizionali in uso nei principali giornali online.
Nella mail mi dice che è un modo per liberarsi dall’editore-sfruttatore e per trarre beneficio dal proprio lavoro senza compromettere la propria libertà.
In un altro sito si parla di giornalismo di comunità. E si invitano i lettori a mandare i propri pezzi in redazione.
In tutti i siti c’è una pagina per la raccolta pubblicitaria, come del resto si capisce dal testo qui sopra.
E comunque, va riconosciuto che in questi giornali è scritto nero su bianco. Mentre in molte testate, anche grandi, compaiono articoli scritti per compenso zero e non viene detto, perpetrando quella che per me, diventa quasi una truffa verso il lettore.

Ma torniamo al mio corrispondente.
Forse racconta di una cosa diversa da quella che faccio io. Del resto, non è nemmeno la prima volta che sento parlare di crowdjournalism.
Nel caso rispondo avanzando dubbi sul concetto di imprenditoria diffusa: per me, imprenditore è chi accetta i rischi di un’impresa e gode dei suoi eventuali benefici, mentre i suoi lavoratori non guadagnano altrettanto ma non si prendono nemmeno i rischi. Per cui l’imprenditore li paga sempre e sempre uguale (beh, insomma: a grandi linee) e tutto il resto è suo. Così l’avevo capita, io. È la vecchia storia del rischio imprenditoriale, che non può essere scaricato sui lavoratori a meno che tu non li faccia entrare in società e non li renda partecipi anche degli eventuali utili. E quindi a meno che non trasformi anche loro in imprenditori.
Qui, dico io, da come la capisco, sembra un classico pagamento in visibilità.

No, mi corregge lui. Non ci siamo capiti. Noi non ci mettiamo capitali, ma lavoro: cioè noi che mandiamo avanti la baracca ci mettiamo il nostro sudore. Il reddito ci arriva da attività parallele legate al sito. E la mia proposta è di lavorare tra pari, in un sistema in cui tutti mettono lavoro e ciascuno beneficia delle attività di cui sopra. Usciamo dallo schema padrone – lavoratore.
Mumble mumble… Medito. E rispondo: quelli come me non sono in uno schema padrone – lavoratore, sono in uno schema cliente – fornitore. E il cliente paga.
No no, insiste paziente. Qui, con il lavoro di tutti, tutti guadagnano opportunità. Nessuno guadagna direttamente dal sito.
Solo che i suoi collaboratori non l’hanno capita come non la capisco io.
In generale, io so che quando propongo a qualcuno di lavorare a una mia idea, l’idea resta mia e lui lo pago. E sono ancora ferma qui.
Ma il mio corrispondente è gentile e sembra molto sicuro della sua proposta.
Dice che si tratta di allargare gli orizzonti e di provare a pensarci.
Voi che ne dite?

 

“Cara Silvia, ti andrebbe di lavorare gratis?”. Alcuni esempi, solo alcuni.

Cara Silvia, ti andrebbe di partecipare al famoso congresso interplanetario su quanto è figa la scienza? Non paghiamo nessuno, quindi nemmeno te che non sei un dipendente pubblico come tutti gli altri ospiti, ma vivi di cose come queste e poi di arte e amore. Ti organizziamo la trasferta, dormirai in un albergo che accipicchia, e in quei giorni sarai libera di fare come ti pare. Poi ti riempiamo anche di gadget perché sappiamo che a questo, in quanto tutto-sommato-femmina, tu sei sensibilissima.
Cinque ospiti, sette teleschermi sul palco, un migliaio di persone in platea, ex ministri e autorità, si passa dall’italiano all’inglese e dall’inglese all’italiano come se fossimo persone serie, livetwitting e occhi di bue sul palco. Bello.
Vabbè, non pagano. Ma i gadget sono effettivamente molto interessanti e poi, cavolo, è un investimento.

Ciao Silvia, ti andrebbe di tornare? Stavolta ti paghiamo! Vedi, lo dicevo io: era un investimento!
Si tratta di una cosa così e cosà, di quelle che ti piacciono e sai fare bene. Ti diamo un gettone forfettario ma ti chiediamo, a questo giro, di organizzarti tra viaggi e pernotti.
Ok, che bello! E quanto pagate?
Eddunque, fatti tutti i conti… Ti proponiamo (ma non puoi rilanciare e se rilanci ti diciamo di no) mille euro! Mille, eh.
Un Signor Bonaventura del 2013! Ti piacciono mille euro? Uno con tre zeri dietro: non puoi dire di no!

Mumble mumble… Per l’ennesima volta.
Una fattura da mille euro, al netto di tasse e contributi, corrisponde a poco più di cinquecento euro. Se poi mi devo pagare il viaggio (e in questo caso si tratta di più viaggi, con una spesa stimata tra i 400 e i 550 euro) non mi pare che la Signora Bonaventura qui presente stia facendo un grande affare. Aggiungici anche che si tratterebbe di dormire da amici (divertente, eh, per carità. Ma magari gli amici prima o poi si rompono le balle) e di mangiare fuori (o dagli amici di cui sopra, che diventerebbero loro malgrado i veri finanziatori del grande evento) insomma no.
No, grazie. La vostra proposta non è ricevibile.
Rilancio sparandola grossa e la trattativa si chiude con un niente di fatto.
Loro passano a un altro collega.
Nella mia casella e-mail, intanto…

Cara Silvia, sono un’amica di un’amica. Avrei bisogno di una cosa che non so bene spiegare per un meraviglioso maxievento e il tuo aiuto sarebbe davvero prezioso. Purtroppo non posso offrirti un compenso, ma so che il tuo senso civico e il tuo impegno per la difesa del buonsenso ti faranno capire l’importanza della cosa. Puoi anche chiedere un aiuto a un collega: anzi, ti ringrazio anticipatamente se pensi di poterlo fare. Ovviamente non posso pagare nemmeno lui.

Cara Silvia, stiamo facendo un servizio su questa cosa difficile e stiamo per dire un sacco di sciocchezze. Ti va di studiare un paio di ore e di spiegarci tutto daccapo? Lo sai che non possiamo pagare, ma svolgiamo un servizio pubblico, poi con noi ti diverti, e un sacco di colleghi tuoi lo fanno senza problemi…

Cara Silvia, sto pensando di scrivere un libro. Ti andrebbe di contribuire? Il progetto è così e cosà: bello, interessante, vivace. Siamo noi a pagare l’editore, però, quindi non posso proprio darti un euro. In cambio, ti manderò una copia eh.

Cara Silvia, puoi rileggere questa cosa che ho scritto da solo perché non ho un ufficio stampa? Di mestiere faccio lo scienziato ma ho alcune velleità comunicative che a volte mi solleticano la panza e così ho pensato che, in fondo, posso anche fare tutto da solo e magari poi chiedere un parere a te.

Cara Silvia… Ah, stavolta mi scrivono dall’estero! E all’estero pagano, si sa!
Ti andrebbe di fare un servizo così e cosà, interessante, carino… Dai, ti va?
Sì, mi va! Interessante, carino… Ma pagano? Eh, loro pagheranno vero?
Oh, sì, che bello! Spero che sia previsto un ricco gettone.
Cara Silvia, trovo la tua richiesta perfettamente lecita, ma purtroppo i fondi degli ultimi anni ci hanno fatto tirare parecchio la cinghia. Possiamo offrire contratti a 50 cosi (valuta estera criptata) lordi (anche voi!) a pezzo a chi collabora con almeno 10 servizi all’anno. Purtroppo abbiamo comunque dovuto togliere la scienza dagli argomenti “a pagamento” perche’ in genere la copriamo con ricercatori, docenti universitari.
Maledetti. Sempre siano maledetti. In tutto il mondo siano stramaledetti.

No, non sono un’ossessiva, o almeno non lo sono mai stata. È che davvero in questo periodo sono più le proposte del genere di quelle sopra di quelle normali, che prevedono una normale transizione economica in cambio di una prestazione professionale. Non so se sia per via del fatto evidente che il nostro paese è in chiusura, e che forse la mail del collega straniero è un’eccezione. Non so. Ma vi assicuro che sta diventando un po’ pesante.
E poi vi chiedete perché ci siamo messi a fare i video sul vivere di niente.

Il colpevole siamo noi. Noi, quei fighetti di lavoratori intellettuali

Oh, accipicchiolina. Qualcuno se n’è accorto. Complimenti. Certo, non è successo dalle nostre parti (prendiamoci tutto il tempo per pensare: in fin dei conti, sono solo vent’anni che abbiamo inventato lo stage di lavoro), ma qualcuno se n’è accorto. Il lavoro intellettuale non retribuito è roba da fighetti. E quando i fighetti cresceranno (con tutta calma) il lavoro intellettuale non sarà più un lavoro. Sarà un hobby: una roba oziosa per gente pingue e rilassata, in una società che non dà più valore alla cultura, all’informazione e a tutte queste cose qui. Una società dove non sono affatto felice di vivere e che non sarei felice di sapere in costruzione nemmeno se di mestiere facessi il falegname e campassi di scaffali e cassetti. Oh.

Mi spiego. Dice che lo stage non pagato in posti tipo musei, istituti culturali (ma anche nei luoghi dell’informazione, ce li metto io) seleziona gli stagisti sulla base di un parametro del tutto svincolato dalla competenza e dalle capacità: il portafogli di babbo e mamma. Se ti puoi permettere uno stage non pagato, evidentemente, c’è qualcuno che paga per te. E siccome non è l’azienda, giocoforza sono i tuoi genitori. Lo dicono in Inghilterra, e in Inghilterra pare che se ne stia parlando parecchio. Eh, son lavoroni (come dicono gli idraulici pisani).
Qua, invece, lasciamo perdere gli stage dei neolaureati, che sono del tutto irrilevanti rispetto all’entità del problema. Conosco una persona, mia coetanea, che lavora da mesi in una grande azienda culturale senza contratto. Aspetta. E non sa nemmeno che forma avrà, se ce l’avrà, il suo futuro contratto. Intanto lavora, perché il mercato là fuori non è migliore (anche se migliore di zero sarebbe facile) e perché se se ne va non è detto che la richiamino, e chissà quanta gente è pronta a prendere il suo posto. Ha ragione. Intanto ti ripete che si è fatta, e continua a farsi, un culo così per il lavoro che sa e che ama fare. Ma anche che non ha alternative.

Ne dubito. In fondo, siamo due fighette, io e lei e tutti gli amici nostri.
Ci siamo fatti un culo così: è vero. Tra l’orgoglio nostro e la santa severità dei nostri genitori, la maggior parte della gente che conosco e che fa il mio lavoro è gente in gamba. Ma guardiamoci: siamo tutti figli di papà. Tutti con qualche rete di sostegno che, ancora per i prossimi, toh, vent’anni, è pronta a sostenerci, incoraggiarci e a lasciarci inseguire il lavoro dei nostri sogni. Qualcuno ha ricevuto in regalo una casa, qualcuno affitta quella di nonna, qualcuno prende un contributo mensile dai genitori, o  una tantum, e c’è chi si fa regalare il computer, la macchina, le vacanze: c’è chi magari al momento non prende un soldino da mamma, ma da qualche parte del suo cervello ha la confortante certezza che non finirà mai sotto a un ponte. Però, un attimo, che fine hanno fatto i nostri compagni di classe? La figlia dell’infermiere, il figlio dell’operaio della Piaggio, o quello all’ultimo banco con quattro fratelli?

Se il nostro sta diventando un mestiere da fighetti è soprattutto colpa nostra. I nostri compagni di classe li abbiamo sgambettati noi, accettando di lavorare per quattro soldi o anche per niente. Perché noi possiamo permettercelo anche a trentacinque anni, ma loro non potevano permetterselo nemmeno dieci anni fa, e così hanno semplicemente scelto strade meno creative e, almeno apparentemente, meno rischiose. Adesso forse siamo tutti ugualmente felici o infelici, ma intanto il mercato del lavoro intellettuale lo abbiamo sputtanato noi, perché siamo noi che facciamo il mercato. E magari la figlia dell’infermiere e il figlio di quello della Piaggio potevano dare a questo mondo un contributo che noi non siamo nemmeno in grado di immaginare.

Ma la responsabilità di noi fighetti primi della classe per meriti genitoriali non finisce qua. Perché se il lavoro intellettuale si deteriora e comincia a vivere su un gioco al ribasso, chi ci dice che continuerà a produrre cosine di pregio e spessore? Eh: non è che pagare tanto ti garantisca un buon prodotto, ma di sicuro pagare poco ti mette ad alto rischio schifezza. E quella schifezza la beviamo noi e se la bevono anche quei due che erano seduti ai banchi in fondo, e che di certo non si meritavano dei compagni di classe egoisti e irragionevoli come noi.
Allora l’alternativa, semplicemente, è darci un taglio e declinare l’offerta, provando a pensare per un attimo come si sarebbero comportati i sanguigni genitori dei nostri compagni di classe se per fare le notti in ospedale o per stare in catena di montaggio avessero offerto loro zero lire. Perché, insomma, ci pregiamo di fare un lavoro intellettuale ma poi non sappiamo nemmeno ricordarci che il nostro è e deve essere un lavoro, un lavoro come tutti gli altri che costruiscono il mondo. E il lavoro si paga, sennò è un hobby.

Tipi umani da giornalista scientifica / 7: l’Amico, l’Amico dell’amico, l’Amico dell’amico dell’amico

L’Amico, diceva quello, è una cosa che più ce n’è meglio è. Più ce n’è, dice, meglio è. Sì. Da GS, mi permetto di dubitare.
L’Amico del GS è uno che a un certo punto ha un’idea, o sta facendo una cosa di beneficenza, o vuole lanciare una cosa bella e giusta, o ha l’occasione della sua vita. Ha bisogno di una mano. E chiama il GS. Come Amico.
Non importa che sia scienziato (in quel caso rientra nel tipo scienziato volenteroso, con l’aggravante dell’amicizia). L’importante è che sia Amico. Che te la chieda (la mano) da Amico, dando per scontato che tu lo farai in Amicizia. Oppure che chiederai a un collega, Amico (quindi Amico di Amico), di farlo per te.
Non è per essere cinici, ma l’Amico è uno che non si chiede mai che cosa potrebbe venirne al GS, da quel favore. E il GS è profondamente in imbarazzo: povero Cristo, non può mica mandare a quel paese l’Amico, né può fare la figura del venale spiegando che se fa la cosa in Amicizia perde tempo e denaro. In fondo non gli stanno chiedendo una manifestazione di Amicizia da camminata sui carboni ardenti. Però la richiesta di una mano è l’inizio della fine. Da quel momento per il GS saranno tentativi di evitamento alle soglie della paranoia, sensi di colpa, tiramolla e patimenti.

Premesso che agli amici si vuole sempre bene. E che gli amici degli amici sono amici. E che persino gli amici degli amici degli amici sono amici. Ma premesso anche che con sei gradi di separazione uno finisce per trovarsi Amico di chiunque. Ci vorrebbe una bella pubblicità progresso.
Tipo: se è un Amico, non puoi chiederglielo.
Perché è un Amico, ma fa il giornalista scientifico freelance (GSFL): quella che per te è una mano per lui è un lavoro non pagato. Sì, d’accordo: tu lo fai per beneficenza ed è una cosa che alla fine migliora il mondo. Ma il GS è pieno di amici e non può sposare le cause di tutti.

Poi il GS non sa dire di no e alla fine capitola sempre. Soprattutto se l’Amico fa una di quelle cose sleali tipo raccontare l’idea a un altro Amico o Parente. Il GS capitola. Il GS è un buono.
Solo che intanto, caro Amico, dentro di sé ti odia. Anzi: ti odicchia. Ti odicchia e ti stimicchia nello stesso tempo. Perché sei uno pieno di iniziativa e stai organizzando una cosa bella e lo stai facendo con le tue forze per promuovere un’idea di mondo buona e giusta. Ma che%$%£”ç=*: tu sei liberissimo di decidere come investire il tuo tempo libero, il tuo. Sul tempo libero degli altri non dovresti avere nessuna pretesa. Figuriamoci poi con il tempo non-libero di un poraccio che vive vendendo i prodotti del proprio, ehm, intelletto.
Onestamente: nella maggior parte dei casi gli stai facendo perdere un sacco di tempo con una cosa organizzata alla buona (almeno fidati, che diamine). E soprattutto gli stai ricordando che il tuo lavoro assomiglia troppo a un hobby per essere preso sul serio.

E allora una precisazione: il lavoro di GS assomiglia tanto a un hobby, ma non lo è. Trattasi di lavoro. Se il GS, con l’Amicizia che nutri per lui, facesse l’idraulico e tu avessi un tubo rotto, gli chiederesti di aggiustartelo gratis o aspetteresti, semmai, che fosse lui a dirti ma non ti preoccupare, ci mancherebbe altro, ci ho messi due minuti e non ho dovuto usare pezzi di ricambio… no che non devi pagarmi! eh? Pensaci un attimo.
Il GS è un buono, è un curioso, e poi ti vuole bene. Probabilmente, sapendo che si tratta di una causa generosa che sposi con tutto il tuo slancio, non ti chiederà un soldo. Ma almeno, tu che sei Amico, prova a prenderlo sul serio. Non cominciare subito col dare per scontato che una prestazione da GS non valga il becco di un quattrino. Almeno tu, dai. Ci pensa già il resto del mondo a maltrattare la categoria dei GS.
Che bello avere tanti Amici che ti stimano. Ma come era quella storia dei patti chiari?