Archivio mensile:giugno 2011

Lindau: pensavo meglio. Ecco a voi il Nobel per la banalità.

No, aspettate. Mi sto divertendo un mondo ed è un posto ganzissimo. Solo che la conferenza stampa di oggi, con tre premi Nobel (tre maschi di 91, 80, 72 anni) e una ventina di giornalisti (età media 32), mi ha illuminato in modo inatteso. Anche un Nobel può essere banale. E la nazionalità non c’entra per niente.
Di seguito, un po’ di frasi raccolte durante il dibattito:

  • “i politici non sanno niente di scienza!”. Obiezione: “in Germania abbiamo un primo ministro fisico…”. Nobel: “non è uno scienziato, però! è un politico. non passa mica tutto il giorno in laboratorio, che è quello che fa uno scienziato vero. è un politico e di conseguenza non conosce la scienza! i politici sono tutti ignoranti…”.
  • “la scienza è sempre buona. sono i suoi impieghi che possono essere discutibili, ma questi non dipendono mai dagli scienziati…”. “del resto, a noi non interessano le applicazioni delle nostre ricerche…”.
  • “alla gente la scienza non interessa. la gente non vuole imparare. ma se non sai l’inglese come puoi pretendere di capire Shakespeare? insomma: per capire la scienza bisogna studiare il suo linguaggio e se uno non lo studia non lo capirà mai. dispiace, ma è così. la gente è ignorante”.
  • “danno sempre la colpa agli scienziati, ma è il pubblico e sono i politici che non vogliono capire la scienza…”.
  • Nobel1: “io, per esempio, non capisco la politica”. Nobel2: “ma il problema è che non la capiscono nemmeno i politici!”. Risata.
  • “noi siamo scienziati. sta a voi giornalisti educare il pubblico trovando un equilibrio tra quello che è facile (ed è sbagliato) e quello che è difficile (ed è incomprensibile), per citare Paul Valéry”.
  • “non è vero che c’è competizione nella ricerca. io, personalmente, non sono un competitivo…”.
  • “le frodi scientifiche? praticamente non esistono, sono un mito. perché la scienza ha moltissimi sistemi di autocorrezione. sarà un problema che riguarda un paper su migliaia di migliaia. noi scienziati non frodiamo, a differenza della (indovinate? ndr) politica”.
  • giovane giornalista spagnola: “mi dia un consiglio per fare bene il mio mestiere”. Nobel: “spiega che ci sono cose che non possono essere spiegate, semplicemente. lei sa suonare uno strumento? ecco, allora per questo sarà capace di godere di un concerto di piano certamente meglio di quanto non possa farlo io. ecco, anche la scienza è così”.

Ah, l’epifania. Esco e incontro una dell’organizzazione, una tedesca dello staff con cui ho fatto amicizia. Le dico, in inglese: minchia che montagna di cazzate, questi Nobel… e cominciamo a discuterne. Lei cerca di convincermi che i Nobel hanno ragione: non puoi capire la scienza se non sei scienziato. Intende proprio l’equazione di vattelappesca. Io le dico, sempre in inglese: ma che cacchio me ne frega di capire o di spiegare a mia nonna che cos’è l’equazione di vattelappesca?! ma ti rendi conto che gli scienziati sono l’unica categoria al mondo che si permette di insultare così tutte le altre, a cui peraltro sono cieche e sorde?! Lei insiste: beh, ma uno scienziato è giusto che stia in laboratorio a studiare vattelappesca, non può mica passare il suo tempo a cercare di spiegare a te o a tua nonna che cosa fa ogni giorno…

Va bene, dolcezza. Non ci capiamo. Prendo la bici e vengo raggiunta da due giovani colleghi che erano in conferenza stampa con me: un olandese e un’inglese. Prima che possa aprire bocca, mi dicono (in inglese): che grande montagna di cazzate quei Nobel, vero? hai sentito che cosa ha detto della Merkel? e dell’ignoranza dei politici? e la storia delle frodi scientifiche che non esistono? e quella panzana sulla fratellanza: gli scienziati non sono competitivi, no… Oh, ragazzi. Grazie. Stavo quasi pensando di aver capito male. Ora siamo come i tre pastorelli di Fatima: abbiamo avuto l’illuminazione in tre e adesso potete crederci. Il Nobel non è un vaccino per l’arroganza e la banalità. Bene, è giusto saperlo. Sono venuta fino a Lindau apposta.


Pizza, mandolino e nemmeno un microfono. I’m an italian free lance abroad

Ci risiamo. Sono di nuovo all’estero in qualità di science writer from Italy e di nuovo ne succedono di strane:

Giornalista olandese, a me: per chi lavori?
S: sono free lance, ma lavoro soprattutto per la radio pubblica italiana e stamani ho fatto una corrispondenza e un’intervista.
O: ma in questo caso, free lance, chi paga il tuo soggiorno qui?
S: ho avuto la fortuna di vincere uno degli otto posti per free lance europei, per cui l’organizzazione mi paga l’albergo e tutto il resto, tranne il viaggio.
O: ma come si faceva per partecipare?
S: ho mandato il curriculum.
O: ahah! allora devi avere un bel curriculum!
S: beh… un bel curriculum e zero lira, una combinazione tutta italiana. E tu sei free lance?
O: no, ho preferito cercare un lavoro fisso: voglio evitare l’ansia di una vita da free lance.
S: ah, certo. potendo scegliere… Scusa, ma quanti anni hai?!
O: ventiquattro. e tu?
S: oh, beh. Giusto un paio di più.

Conferenza stampa: le autorità che organizzano l’incontro dei Nobel coi giovani scienziati, la contessa mecenate, il sindaco e un americano che rischia di essere il console o giù di lì. Una trentina di giornalisti, e io tra loro.
Any questions?
Alzo la mano: My name is Silvia Bencivelli, I come from Italy and I would…
Presidente, ridendo sguaiatamente: Oh, buonasèrra siniorita, come sta?
S: bene, bene. Vabbè, buonasera. Vorrei sapere se tra i nove ministri europei dell’istruzione e della ricerca c’è anche quello italiano, o un suo rappresentante.
P: no.
S: ma perché?
P: I don’t know.
S: ma l’avete invitato?
P: non posso commentare. Next question, please.

In sala stampa:
S: salve, posso farmi chiamare su un fisso domani, alle 11.15?
addetta stampa: beh… è una richiesta un po’ inusuale… non avete un telefono?
S: sì, ma devo fare una corrispondenza per la radio italiana e non posso farmi chiamare sul cellulare: rischia di funzionare male e poi è il mio privato. E… cioè. Spenderei un sacco di soldi, col mio.
A: oh… I understand… E non avete un… No, non ce l’avete. Va bene, mi informo e le dico.
Di seguito, il mio omologo polacco, col suo bravo microfono da radiofonico polacco, le cuffie e nessun bisogno di andare in giro a elemosinare telefoni (o a fare la parte del mitomane, a seconda della malizia dell’addetta stampa).

Lordo, lordissimo, immondo: ecco la differenza tra quanto credi di darmi e quanto davvero mi dai

Ammetto di non saperlo calcolare, né di saper bene spiegare il perché, ma la risposta al titolo è la metà. Sapevatelo, cari impiegati statali impegnati a convincermi che il vostro datore di lavoro (che nella maggior parte dei casi è un ente pubblico che pago anch’io con le mie tasse) mi sta coprendo d’oro. Se mi state proponendo un gettone di presenza da 150 euro però il treno me lo devo pagare da me, e mi state invitando più lontano di Ostia, mi state chiedendo di lavorare gratis. E, per di più, di farlo dopo un comodo viaggio a bordo di un trenino regionale.
Idem: se mi state chiedendo di venire in Lombardia o in Trentino (o in Veneto o in Puglia) per un gettone di presenza da ben 250 euro, da cui siete convinti che, sottratti i 200 euro per il viaggio, mi rimangano 50 euro in mano, mi state chiedendo di pagare per venire da voi. Io pagare, intendo. Perché 250 diviso due fa 125. E comunque potreste anche ricordarvi di quanto pagate il vostro idraulico, che per 50 euro (puliti) non vi avvita nemmeno un rubinetto.

La faccenda for dummies (cioè: come l’ho capita io) è questa. Un libero professionista (che sia libero davvero o che abbia aperto la partita iva spintaneamente, come diceva mia zia quando ero piccola) deve pagarsi da sé tutte le tasse e i contributi. Quindi, mentre un dipendente sa esattamente quanto incassa e può affermare di prendere 1000 euro al mese (dopo che tasse e contributi sono stati pagati dal datore di lavoro), una partita iva, che è datore di lavoro di se stessa, può affermare di aver fatto una fattura da 1000 euro, da cui sottrarrà tasse e contributi fino a tenersi in tasca più o meno 500 euro. Un po’ di più, vai. Tipo 520. Stop. Non chiamatelo netto: fino alla dichiarazione dei redditi, l’anno dopo, non si sa nemmeno esattamente quanto sia.

Niente. Credo di averlo spiegato enne volte al povero impiegato di turno, che si deve anche essere sentito un po’ nei panni del truffatore telefonico a insistere che il direttore gli ha detto 250 euro e che quelli sono netti.
Tutto questo dovrebbe rientrare nella categoria del lavoro gratis, che non andrebbe mai accettato blablablabla, come ho già diffusamente spiegato in un altro post: in questo caso, si presenta en travesti, ma è sempre lui. Per di più, in questo caso il rimborso del treno (perché di questo si tratta, se si è fortunati) arriva dopo diversi mesi. E per di più, l’inghippo te lo fanno scoprire parecchio più tardi, quando, dopo averti detto che ti avrebbero dato quei soldi lì netti, ti dicono che per netto intendevano imponibile. Come se io per stronzo intendessi gentiluomo.

Non sono una signora! Mi indigno, e scrivo ad Augias

Mi fanno uscire dai gangheri. Quando sono lì, nei miei luminosi panni professionali, e mi chiamano signorina mi fanno letteralmente uscire dai gangheri. E allora ieri, dopo aver letto la rubrica delle lettere di Augias, ho aperto la mail e gli ho scritto:

“gentile corrado augias,
ho letto la sua risposta al lettore che parlava di una baruffa televisiva sul sangue di san gennaro, avvenuta durante la trasmissione televisiva cosmo (si trattava di barbara serra che ha posto una domanda a un altro giornalista). e mi sono quasi offesa.
lei definisce barbara serra ragazza e il suo interlocutore collega. mentre, in realtà, sono colleghi entrambi.
perché questa differenza?
sa che per noi giovani professioniste della comunicazione essere chiamate ragazza,signorina e anche signora è offensivo? sa che noi ci dobbiamo dare molto da fare, molto più dei nostri colleghi maschi, per affermare che siamo brave sul lavoro e che, anche se ci mettiamo il nostro visino grazioso e il nostro corpicino garbato, siamo lì perché sappiamo fare bene quel mestiere?
ed è soprattutto lavorando nei media italiani che dobbiamo farci valere, perché il sospetto che lavoriamo per meriti diversi da quelli professionali aleggia su qualsiasi donna si avvicini alle porte della rai.
barbara serra è giornalista di al jazeera, è indiscutibilmente una giornalista, ha la fortuna di essere cresciuta professionalmente in inghilterra. ed è nata nel 1974, quindi ha la non più tenera età di 37 anni.
questo la rende una collega sua e, per fortuna, anche mia.
cordiali saluti,
silvia bencivelli
(inviata di cosmo, collega di barbara, classe 1977)”

Beh, Augias mi ha risposto (gentile, non ci speravo proprio, però leggete qui):

“Gentile silvia non vedo quel programma non so di chi si parlava – so solo che la domanda era diciamo impropria e tanto più impropria se non si trattava di una ‘ragazza’ ma di una collega. Mi dispiace se ho offeso qualcuno ma insomma che diamine … ci siamo capiti.
Cordialmente Corrado Augias”.

Ci siamo capiti.

Contromail:

“grazie per avermi risposto.
sa, sul tema sono sensibile… quando lavoro per la tivvù mi capita di essere identificata più con il mio faccino pulito che con le domande che faccio.
ammetto che in quel caso la domanda poteva essere un po’ superficiale e forse non molto professionale.
ma (e mi scusi se l’impertinenza) se il lettore avesse parlato di un conduttore lei è sicuro che lo avrebbe poi chiamato ragazzo?
tra l’altro, non avendo visto il programma, perché doveva pensare che la conduttrice fosse giovane?
segnaccio per la nostra tivvù, non trova?
(le assicuro che a chi chiama me signorina in ambiente di lavoro do risposte molto peggiori di quella che è capitata a lei).
grazie ancora,
silvia”

Vabbè, ora basta. Tanto non si cava il sangue dalle rape. 

Intanto una collega mi consola e scrive:
“Brava Silvia, ma rassegnati e sappilo. In Italia alla gerontocrazia si somma il maschilismo. Le donne che lavorano passano dall’essere considerate “giovani, carine e ingenue ragazze” a “zitelle inacidite”, oppure “signore che lavorano per hobby” , a seconda che mettano su famiglia oppure no”. 

E un sanguigno ospite di Radio3 scienza, maschio anziano, mi dice che per molti maschi anziani in effetti è così: le donne devono essere decorative, sennò son fastidiose. “Come le zanzare”, mi dice.

Ci siamo capiti. Bzzzzz… 

Blogger lesbiche e referendum: dov’è che era il mio ombelico?

Ma quanto ci piaceva la blogger lesbica siriana? Blogger: quindi informata, creativa, intellettualmente vivace. Lesbica: quindi minoranza perseguitata (e lesbica out, quindi anche coraggiosa). Siriana, quindi esotica il giusto e vittima di un regime oppressivo. Ci piaceva tanto tanto a noi democratici lettori di Repubblica. Invece era uno scozzese: maschio, eterosessuale, sposato e sovrappeso. Oh, non siamo mica gli unici a esserci cascati. Però. Insomma. Però.

Ci piace Altan che dice quattro sì ai referendum, ci piace Saviano che legge le sue liste, ci piace la Dandini che ride di tutto, ci piace fare le battute sulle colpe di Pisapia, ci piace scendere in piazza per difendere di volta in volta la stampa, le donne, la giustizia e chiamarci sempre la parte migliore dell’Italia. Vorrei tanto che questa fosse la volta buona, che il governo cadesse adesso, domani, dopo le sconfitte delle amministrative e dei referendum. Anche perché vorrei abbandonare questa militanza di gente perbene e provare a pensarci un po’ di più.

Non ero mica sicurissima dei quattro sì, io. Ma ho rinunciato a leggere davvero i quattro quesiti e ho votato come bisognava votare per dire quattro no a questo governo. Era questo l’obiettivo, vero? E stasera andrò in piazza a festeggiare, se ci sarà davvero ragione di far festa. Ma quando torneremo a essere un paese normale, con una destra e una sinistra normali, potremo smetterla di pretendere di essere i migliori? Ho il sospetto che sia anche per questo che son diciott’anni che non riusciamo a parlare con l’altra parte del paese.
Provateci voi a sentirvi spiegare, da gente con più titoli di studio di voi e probabilmente anche più soldi, che lei è migliore perché ha capito che aspetto deve avere l’Italia. E provateci voi a vederla poi manifestare per la libertà di stampa insieme all’ordine dei giornalisti, o contro al nucleare seguendo l’appello di un cantante, a votare in massa per un referendum di cui, è chiaro, nessuno ha capito poi molto. Provateci voi a sentirla parlare del gay pride come di una parata di gente buffa e tanto colorata che balla Raffaella Carrà e adora Lady Gaga. E poi, risatina, a vederla palpitare per una combattiva blogger lesbica siriana che si rivela essere un burlone scozzese, peloso e con la panza. Risatina, risatina, risatina.

(A scanso di equivoci: questa non è una svolta neoconservatrice filoliberista. E tranquilli: non ho buttato le mie tenute da manifestazione primaverile. Ma insomma: campagna referendaria, commenti al gay pride, bufala della blogger. Voglio poter trovare tutto questo ridicolo, senza farmi venire crisi identitarie o mettere in dubbio la mia granitica sinistrorsità. E per favore non ditemi che se non ci riesco è colpa di Berlusconi).

Tamurriata sporca: in viaggio nei rifiuti di Napoli

Tutti contro tutti. E io che cerco di capirci qualcosa. In mezz ‘a munnezza, senza nemmeno il conforto di una sfogliatella sotto al sole. Ma che cavolo succede a Napoli, a un’ora di Frecciarossa da casa mia, con questa faccenda dei rifiuti? A dire il vero, fino a oggi non mi ero soffermata a pensarci con molta attenzione. Sì, le elezioni, la criminalità organizzata, l’inefficienza anche, eh. Ma, superficiale e annoiata, mi fermavo lì. Poi, per una coincidenza che forse non ho colto, mi si invia un libro su un grande studio sui rifiuti, scritto da una scienziata amica di r3s e con postfazione di Pietro Greco, e mi si invita a moderare un convegno pubblico sullo stesso tema. E allora inforco gli occhiali da sole e vado a Napoli a vedere.

Il libro, una prima occhiata in treno. La cosa più interessante è la postfazione. Bella, cervellotica il giusto, chiara e visionaria. Il resto mi annoia un po’. E poi non capisco: si dice che i napoletani sono rassegnati, impotenti, sfiduciati e quindi inerti di fronte alla questione. Due pagine dopo sono invece desiderosi di capire, combattivi e impegnati: hanno capito che sono in gioco i diritti di cittadinanza, la democrazia eccetera. Bah. Dipende dal teorema che si sta disegnando, mi sa.
Il convegno, una prima occhiata al programma. C’è lo scienziato di punta, quello di richiamo: è per lui che il convegno lo si tiene di lunedi mattina, perché ha dato la sua disponibilità solo per quel momento. Vado su Google e trovo subito un curriculum discorsivo (che quindi presumibilmente si è scritto da sé) in cui manca solo la candidatura al Nobel, poi c’è tutto: il contributo fondamentale alla ricerca, il grando merito scientifico, la chiara fama. Scritto al passato remoto, si apre con la notazione sul voto di laurea, rigorosamente con lode. Beh, fammi fare un po’ di ricerche. Chiedo un parere al famoso scienziato X che conosco di persona e che è persino simpatico, il quale con un iniziale malcelato sforzo diplomatico mi scrive che mi può consigliare altri nomi. Declino e, maliziosa, insisto: aria fritta? Lui non si tiene e mi scrive sei righe chiarissime in cui demolisce il collega. Di brutto.

Il libro. Seconda occhiata in albergo. Sto cercando i risultati del monitoraggio biologico di cui si parla, faccio fatica a capirli. Mi ricordo che un collega me lo aveva visto in mano e mi aveva detto: vedi se tu ci capisci qualcosa: io gli autori li ho anche sentiti, ma mi hanno dato pochi numeri e ho avuto l’impressione che volessero solo parlare di sociologia e robe così.
Il convegno più il libro. Sono lì, sto organizzando la mia scaletta, tiro fuori il libro (oh, il tema è quello e io quando devo moderare prima mi preparo). Si avvicina uno dei relatori e, quasi con rabbia, chiede ad alta voce: di chi è questo?! Rispondo timorosa: io…. Lui: proprio questo ci ha fatto incazzare da morire… Perché questi dovevano parlare di numeri e invece hanno fatto sociologia. Bella, eh. Ma noi volevamo i numeri.

Il libro per adesso lo lascio lì. Lo finirò nei prossimi giorni. Perché il convegno è stato davvero interessante e c’è stato anche chi ha spiegato perché il contenuto di quel libro ha fatto così arrabbiare quel tizio. E poi ho sentito dire un paio di cose illuminanti su questa storia. Tipo.

– Che emergenza rifiuti non significa niente: i rifiuti si producono di continuo, non possono essere un’emergenza.
– Che i rifiuti che si accumulano nelle strade di Napoli (che ci sono, accidenti se ci sono, e all’inizio mettono davvero a disagio, fanno quasi paura) sono un finto problema, o meglio: sono un problema creato ad arte. Nascondono una faccenda ben più grave: quella dei rifiuti tossici, i rifiuti illegali, le discariche che hanno avvelenato il suolo, le acque e l’aria di una regione grande e dai confini non ben definiti. E allora non dimentichiamo che qui c’è la criminalità organizzata, anzi: diciamolo chiaramente.
– Che chi abita in questa grande regione non ha modo di difendersi da quei veleni. E quei veleni fanno male davvero. Forse anche noi, a un’ora di Frecciarossa, ci siamo dentro: l’aria e l’acqua non le fermi con un confine di provincia e i pomodori li mangiamo tutti quanti. Però alla tivvù vediamo i cumuli di sacchetti di plastica per strada a Napoli e intanto fermenta il nostro retropensiero della vergogna, quello per cui i napoletani, insomma, che scarso senso civico, eh…
– Che, insomma, a un certo punto qui c’è qualcuno che lo grida con forza e io trattengo lo stupore, ingenua: in Campania il 30% delle attività è al nero! Non si può parlare di rifiuti senza considerare il contesto in cui finiscono.
– Che viene da pensare che, a questi, sarà l’orgoglio che li salverà.
– Che non è vero che a Napoli hanno i rifiuti per strada perché non vogliono costruire gli inceneritori. Anche se sembra tanto. Ma tanto tanto.
– Che qui tutti confondono le cose, litigano tra la terza e la quarta fila di sedie, tra comitati diversi, comitati di cittadini, che difendono gli interessi di qualche metro quadro di Campania (e in effetti non vogliono gli inceneritori, anche se non sempre per ragioni sguaiate) e gridano e si insultano e poi scopri che si chiamano tutti per nome perché si incontrano diverse volte al mese in convegni come il tuo e forse mettono in scena sempre lo stesso teatrino (Antò, mo’ basta, mettiti seduto!). Ti viene anche il dubbio che proprio non abbiano capito quanto detto pochi minuti prima. Anzi, che ci siano cascati in pieno. Ma come, non eravamo tutti d’accordo sul fatto che la scarsa raccolta dei rifiuti urbani serve a nascondere il vero problema campano, blablabla?
– Che quando arriva il grillino non si deve avere pietà. Ennò, ennò. Quando comincia a gridare dalla platea impedendo agli altri di parlare o quando si arroga l’ultimo intervento va punito come una maestra punisce il suo alunno prepotente.
– Che ce l’hanno tutti con Veronesi. E in generale ce l’hanno con chi parla di rifiuti da non campano: che vogliono ricerche locali, non si fidano di quelle dei grandi istituti di ricerca con sedi a Roma o al nord e non si fidano di chi non conosce il complicato meccanismo della convivenza in questa regione.
– Che a Capri fanno la raccolta differenziatissima porta a porta e ci sono i cestini differenziati anche per i pedoni. Poi fai quaranta minuti di aliscafo, la gente parla con lo stesso accento e mangia lo stesso pesce davanti allo stesso mare, ma la raccolta differenziata è ancora argomento di stupita conversazione.
– Che al prossimo che manda i sociologi dalle loro parti, minimo, gli tagliano le gomme.

Non ho mai moderato un incontro così difficile. Sono cinque ore e mezza di cellulari che squillano, interventi che saltano, altri che se ne aggiungono in ordine sparso, domande senza microfono, gente che si accavalla, si chiama per nome, parla di cose che non conosco, si alza e si siede, si siede e si alza. C’è un solo microfono e quando lo perdo non mi resta che urlare. Ma ormai certe cose le conosco fin troppo bene: come si posizionerà quest’oratore, come fargli dirigere lo sguardo alla platea, come interrompere un disturbatore tra il pubblico (a meno che non sia il grillino, e allora son cazzi). E so anche che arriveranno quello che la mia più che una domanda è una provocazione e quello che farà commuovere tutti parlando di un lutto che ancora lo scuote. La cosa bella è che qui, questi due sono amici.

Riparto da Napoli in serata, dopo aver mangiato la pizza più buona della mia vita a un incrocio rumoroso, su un tavolino di plastica coperto da una tovaglietta di carta svolazzante e, come sfondo, gli immancabili cumuli di pattume. Sono bastate diciotto ore e ci ho già fatto l’abitudine. Al pattume, intendo. Agli esseri umani, come al solito, un po’ meno.