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Fare il medico al tempo di whatsApp: una storia vera, anzi quattro

Oggi ospito il racconto di un’amica, compagna di studi, che fa il medico.

Dicono che un tempo non fosse così, e in un certo senso qualche prova ce l’ho anche io che mi sono laureata in medicina poco più di dieci anni fa. Una su tutti, mio nonno, che adesso non c’è più, e che negli ultimi mesi della sua vita non mi riconosceva. Un giorno mi ha chiesto quale lavoro facessi. Gli ho risposto la dottoressa. Mi ha sorriso tutto contento e ha chiamato sua figlia per congratularsi.
Perché le cose siano cambiate non lo so, ma questi aneddoti, che riporto ovviamente con nomi di fantasia, riguardano persone della mia età o poco più anziane, di livello culturale (misurato in termini di titoli di studio) medio alto.

In molti ospedali dove ho lavorato ho partecipato a sperimentazioni cliniche su nuovi farmaci.
Dico nuovi farmaci perché si tratta di farmaci già in commercio in molti altri paesi europei. Premetto che queste sperimentazioni sono gratuite per il paziente e per il medico che conduce lo studio, almeno nel mio caso, sia in maniera diretta che indiretta (la casa farmaceutica in questione non mi ha pagato vacanze né congressi né un contratto di lavoro). E premetto che inoltre io, da paziente, non so se parteciperei, perché sono cose che richiedono un certo impegno (visite regolari e con termini ben precisi, prelievi frequenti…).
Quello che mi ha sempre sorpreso sono però le domande che mi hanno fatto le persone a cui ho proposto di partecipare alla sperimentazione.
La mia preferita è: È a base di staminali?
Risposta: No.
Controrisposta: Allora non mi interessa: voi fate solo le cose che vi danno soldi e che fanno guadagnare le case farmaceutiche.
Controrisposta che in un solo colpo divide la ricerca nella good company di Vannoni (perché a questo pensano i pazienti quando parlano delle staminali) e la bad company dei medici corrotti dalle case farmaceutiche.
Seguono altre domande sul tema privacy, del tipo: ma il mio numero di telefono e il mio nome poi a chi lo darà? perché sono stanca di quelli che mi telefonano per cercare di vendermi abbonamenti a riviste… e vorrei replicare che a me da anni cercano di propinarmi un robottino igienizzante per materassi senza che abbia dato il numero ad alcun medico che si occupa di sperimentazioni cliniche, ma rimango in silenzio.
C’è il sempreverde: insomma dovrei fare da cavia gratis, a cui non replico più, celebrando la morte del mio idealismo giovanile.
Per finire c’è l’altruista, che mi sta simpatico, e che dice più o meno: se partecipo è per aiutare gli altri. Lui la ricerca la vede come qualcosa che durerà anni e anni, darà risultati inutili per noi oggi ma forse fruibili per i nostri bisnipoti. Gli spiego che tra pochi mesi il farmaco sarà in commercio in Italia. E gli esiti nei suoi occhi sono contrastanti.

La nonna di un mio ex, Giorgio, biologo, viene ricoverata in ospedale per uno scompenso cardiaco in condizioni critiche. Viene trattata, tra l’altro, con diuretici endovena: in questi casi è una terapia indispensabile. Poi ha un attacco di gotta, evento doloroso che peraltro viene subito diagnosticato e trattato: la gotta non compromette la prognosi della signora che dopo breve degenza rientra a domicilio.
Giorgio si documenta, legge il foglietto illustrativo del diuretico in questione e scopre che può far aumentare l’acido urico. Le hanno fatto venire la gotta, dice con l’espressione di chi ha risolto un mistero. Perché voi medici non conoscete gli effetti collaterali dei farmaci: vi risulta troppo impegnativo studiare o è per colpa delle case farmaceutiche che vi spingono a usare questo farmaco? Ne so di più io semplicemente avendo letto un foglietto illustrativo e dopo la puntata di un anno fa di Elisir sullo scompenso cardiaco. Al limite leggendo un capitolo di farmacologia sui diuretici: molti non causano la gotta.
Io e Giorgio ci siamo lasciati per altro, anzi per altra, che solo oggi so di dover ringraziare.

Oggi vivo a Milano e nel fine settimana esco in gruppo con amici storici e altri che si sono aggregati nel tempo. Come quasi tutti ormai sono succube di WhatsApp nell’organizzazione della mia vita sociale: lo usiamo soprattutto per organizzare i sabato sera, vacanze ed altro.
Anna ci scrive che ha un problema, una dermatite (ovviamente autodiagnosticata) e chiede aiuto. Chiede aiuto a Giovanni e Martina che non sono medici, ma lavorano per una casa farmaceutica e che si occupano in particolare di psoriasi. In pratica chiede una consulenza medica (posso usare una pomata a base di cortisone o meglio un antistaminico? Devo prendere un antibiotico?). Mentre a me chiede se posso mettere una buona parola per anticiparle una visita con uno specialista di un ospedale dove lavora una mia amica.
Seguono commenti di Giovanni, che la incoraggia a usare tutto contemporaneamente. Rimango ferma per un po’ e rifletto se intervenire a livello scientifico nella discussione. Scrivo solo che non sono riuscita ad anticipare la visita.
Oggi conoscere un medico non serve più a niente, avrà pensato.
Io invece ho pensato a mio nonno, un uomo di altri tempi.

Tutti al congresso, la settimana prossima

“Gentile silvia, saremmo interessati alla sua opera di addetto stampa di congressi scientifici per un congresso che si apre la settimana prossima”. Quando?! La settimana prossima? Rileggo la mail, apro gli allegati: scopro che il congresso è persino interessante. Rileggo la mail di nuovo e, sì, si tratta di soldini, ma anche della settimana prossima.
“Gentile organizzazione del congresso, ricevo volentieri la vostra mail. Ma forse ho capito male: la settimana prossima? Immagino che a questo punto il lavoro sia stato già almeno impostato: che cosa vi aspettate da me? E che tipo di contratto prevedete?”. Silenzio. Sto aspettando. Chissà che cosa ho sbagliato. Accidenti, erano soldini. Forse.

Mezz’ora dopo.

“Buongiorno silvia, chiamo dalla XXX comunicazione: stiamo seguendo un congresso sponsorizzato da una grande farmaceutica che si terrà la settimana prossima. Ho ancora tre posti per giornalisti: ti va di andare tre giorni in una bella città europea, tutto spesato?”. No, non è lo stesso congresso. Il tempismo è simile ma non credo che questi abbiano un addetto stampa recuperato all’ultimo tuffo. Questi sono macchine da guerra. Infatti il meccanismo che mi ha coinvolto è il seguente: la farmaceutica ha chiesto un certo numero di giornalisti, l’agenzia non ci è ancora arrivata e a me propongono di andare a fare un giro, tutto spesato. Non ci andrò: non posso mollare la redazione da un giorno all’altro. E soprattutto non mi va di andare a farmi un giro pagata da una farmaceutica. Non mi va. Faccio la giornalista scientifica, sono giovane, vorrei costruirmi una carriera pulita, senza cadere in quei meccanismi tentatori fatti di lusinghe e cene di lusso. Quei meccanismi per cui poi ti senti un po’ in dovere di restituire il favore, facendo un servizio o qualcosa di simile. Così finisci almeno per buttare l’occhio al congresso, qualche minuto, e torni a casa con qualcosa da raccontare ai tuoi colleghi che non sono solo storie di mostre e centri storici. E però poi i colleghi lo sanno, che quel servizio lì è nato in quel modo lì. Anche tu lo sai. Quindi meglio non farsi tentare.

Comunque. Poi uno finisce sempre per pensarci. Accidenti. Con le due lire che guadagno è sempre più difficile rinunciare all’opportunità di un giretto tutto spesato. Il problema di noi freelance malpagati è che diventiamo corruttibili (cioè: questo è il problema di voi pubblico, il problema di noi freelance è che non ci facciamo giretti per il mondo se non per lavoro. Uno dei problemi, va). Ma corruttibili con poco. Con la promessa di tre giorni in una bella città europea. Con un buffet o una cena di gala. Ma io tengo duro. Tengo duro. Piuttosto mi sposto per cause perse, amici immaginari, festival sfigati: dormo a casa degli organizzatori, pranzo coi ragazzini volontari in pizzeria, mi convinco che ci si diverta di più così. Solo che adesso voglio togliermi uno sfizio, uno sfizio economico. Nelle prossime settimane cercherò di capire quanto esce sui giornali quel congresso della grande farmaceutica. Chissà se finirò per scoprire che anche i colleghi grandi, quelli interni, regolarmente assunti, benpagati, chissà se anche loro sono corruttibili e in quella bella città europea, loro, ci sono andati davvero.

Tre hurra per il Nobel!

In regia, col computer aperto sul sito della Nobel Foundation. C’è il countodown: mancano un paio di minuti all’annuncio. Ma sono le 11.30, sta cominciando Radio3 mondo: la regia serve a loro e il computer anche. E me ne devo andare. Me ne devo andare, uffa. Corro in redazione. Oh, a me questa roba mi emoziona: sta uscendo il Nobel per la medicina e sono curiosa. Arrivo in redazione, apro il computer. Sono ancora in tempo. Intanto il countdown, un secondo alla volta, arriva a zero. E ancora niente. Uffa! Come niente? Aspetta… Fermi! L’annuncio è arrivato! Marco e Rossella si piazzano alle mie spalle. Apro piano il video con la proclamazione, come si apre piano un pacchetto misterioso: si vede un tizio con il viso da cartone animato che parla che non si capisce nulla. Riuffa. Aspettiamo, prima o poi dirà qualcosa in inglese. Ed ecco che… Ma sì, l’inseminazione in vitro! A me scappa un yuppi! Alzo le braccia come se avessi fatto goal. Eddai, eddai! Che bel Nobel! Chissà che cosa hanno pensato quelli delle redazioni accanto, se ci hanno sentito.

Che bel Nobel, sì. Assegnato a una persona sola, uno che quasi sessant’anni fa cominciò a studiare la possibilità di far incontrare cellula uovo e spermatozoo in vitro, cioè fuori dal corpo della donna. Col risultato di restituire alle coppie infertili la speranza di avere figli propri: wow. Sono nati così Louise Brown nel 1978 e altre quattro milioni di persone, tra cui i bambini di qualche amico mio. Ma non è che fosse una novità, all’epoca, l’incontro tra cellula uovo e spermatozoo in vitro: lo era solo con le cellule umane, che, a differenza di quelle dei conigli, proprio non volevano saperne di accoppiarsi sotto lo sguardo dei biologi. Poi scopro qualche ora dopo che è proprio questo che fa incazzare i cattolici. O meglio, il pretesto, per la Chiesa cattolica, per dirsi indignati del Nobel: il fatto che una tecnica fino a quel momento riservata ai veterinari approdasse alle cliniche ginecologiche. E permettesse a certe donne di riprodursi come facevano le coniglie: non nel senso di fare decine di bimbi, ma attraverso un passaggio in laboratorio. Il pensiero va alla legge 40 e ad altri amici, a quelli che per diverse ragioni dovranno andare all’estero per avere accesso a una tecnica medica che nel resto del mondo è un sacrosanto diritto. E allora sono almeno due i punti a favore di questo Nobel: aver coperto di ridicolo il nostro paese, le nostre leggi insensate e il Vaticano che le ha dettate, beh, stavolta non lo trovo imbarazzante, lo trovo liberatorio. Come uno yuppi! gridato davanti allo schermo del computer.

E poi ho una terza ragione per essere contenta di questo Nobel (per ora, eh). Perché, sarà un bias tutto mio, ma tra i premiati per la disciplina che conosco meglio vedo teorici del razzismo, cialtroni e venditori di terapie discutibili. E nel 2008 ho visto lo scopritore del virus del papillomavirus (quello del tumore della cervice uterina) laurearsi Nobel e dopo pochi mesi essere coperto, forse suo malgrado, dallo scandalo: una grande farmaceutica potrebbe aver pagato i membri della commissione per far vincere proprio lui, in modo che la stampa si occupasse estesamente anche del suo vaccino, peraltro non ancora del tutto accettato dalla comunità scientifica. Un terzo yuppi! per quel che vale. Da adesso, quando dirò eh, ma è stato dato anche un Nobel, eh… per dire che si tratta di una roba importante, da adesso sarò un po’ più convinta di quel che sto dicendo.

(Noto tra l’altro che proprio oggi è andato a morire l’uomo più prolifico del mondo: 210 figli in 92 anni. Che gran colpo di teatro, morire proprio oggi. Si è conquistato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo facendo una delle cose più facili del mondo)

Sì, la vita è tutt’un quiz… O un sms, a volte

Sono molto orgogliosa del titolo della puntata di oggi: Chi vuol essere primario? Stiamo parlando dei test di ammissione al Corso di laurea in Medicina e chirurgia, i famigerati quiz che assegneranno i 9000 posti da matricola di medicina: uno ogni dieci candidati. Famigerati perché un po’ strani nella formulazione visto che chiedono cose davvero balzane, dai nomi dei poeti alla geografia di quarta elementare, dagli episodi storici a, vabbè, alla chimica, alla fisica e alla biologia. Ma insomma, se selezione dev’essere (per una questione di organizzazione del percorso di studi, che risulta difficile se il numero di studenti supera il numero dei posti a sedere nelle aule, ma forse anche per una questione di pianificazione lungimirante dell’organizzazione sanitaria e scientifica del paese), un qualche sistema va trovato. E siccome qualche anno fa tra quei candidati c’ero anch’io, mi sono quasi sentita chiamata in causa.

Ne stiamo parlando alla radio. C’è una simpatica endocrinologa milanese, presidente del consiglio di corso di laurea alla Statale di Milano, che sembra emozionata come gli studenti che in quel momento, accanto a lei, stanno friggendo sui banchi di fronte alle 80 domande. C’è il direttore amministrativo di Alphatest (con cui ho pubblicato due libri, ma oh: è il mio mestiere), che difende i quiz anche se, grazie, lui è quello che ci guadagna dei gran soldoni. Ci sono io, cuffie e microfono. E a casa, in macchina, in laboratorio, in ufficio, chissà dove, ci sono gli ascoltatori che mandano tonnellate di sms, tutti abbastanza incazzati. Come si fa a decidere che un ragazzo sarà uno studente migliore di un altro, solo sulla base di un quiz così strano? Però, insomma, uno deve dimostrare di saper studiare e l’unico modo per farlo con un quiz è rispondere sulla cultura generale. Altri sollevano la solita, irresolubile questione dei raccomandati e qualcuno arriva a dire che i figli dei medici non dovrebbero avere accesso al corso di studi per diventare medico. Qualcuno propone di copiare il modello francese, quello inglese, quello boh. Tanti raccontano la loro esperienza personale. E, inevitabilmente, discutendo con la preside, viene fuori la questione attitudinale e motivazionale: ci vorrebbe un colloquio, non un quiz. A me viene quasi da ridere, speriamo che non si senta alla radio.
Ti immagini se avessero fatto un colloquio a me, quattordici anni fa, per decidere se darmi o no uno di quegli ambitissimi posti da matricola? Che motivazione avevo? Che motivazione ho avuto? In fondo, quello è un corso di studi, non una catena che ti lega il piede alla porta dell’ospedale, e alla fine si prende una laurea con cui si possono fare molte cose. Io questa, per esempio, stare al microfono o scrivere di scienza, e non mi sembra di averla sprecata né di aver fatto sprecare al mio paese i soldi che ha investito nella mia educazione. Insomma, se ne parla, mi chiedo se obiettare. Sto lì. E mentre macino pensieri in vista della domanda successiva, arriva un sms: “silvia, sei medico anche tu, eppure non sei in ospedale: fai un altro mestiere che sicuramente ti piace di più. davvero credi alla motivazione e alla vocazione?”.

Chi diavolo sei? Nella rubrica del mio cellulare non ci sei. Non ti conosco, allora, ma mi hai letto nel pensiero. E lo hai fatto a distanza: tu chissà dove e io in K2, via Asiago 3 in Roma, cuffie e microfono. Chi diavolo sei? Ho pensato a un collega: carino a scrivermi un sms. Ma mica è detto. A me piace pensare (e temo che prima o poi qualcuno mi smentirà) che si tratti di uno sconosciuto ascoltatore che si ricorda, chissà perché, che sono medico anch’io e che si è sentito così confortevole con la radio da scrivere un sms così, quasi paternalistico. Da lettura del pensiero.
Ma tra gli sms della settimana si segnala anche uno di ieri, quando abbiamo parlato con un medico elettrosensibile effettivamente poco scientifico nelle sue argomentazioni: “ma quel medico lì la laurea l’ha presa insieme all’allegro chirurgo?”. Magari era lo stesso ascoltatore, chissà. Se è lo stesso, sappia che silvia bencivelli è ora fan di ascoltatoremisteriosocheintervieneapropositodellalaureainmedicina. Fan sfegatata.