Archivio mensile:settembre 2010

Trainspitting! (dove si scopre che esistono viaggiatrici di serie B)

Trenitalia non finirà mai di stupirmi. Che facciano una promozione solo donne, vabbé. Una di quelle cose che ti fanno sentire un panda (perché gli sconti alle donne? d’ottobre?! perché non a quelli col nome che inizia con la P, tipo? o a quelli che hanno il 39 di piede?), ma di cui approfitterei di sicuro: del resto, una volta sono andata a vedere la fondamentale partita Pisa – Tempio Pausania all’Arena Garibaldi solo perché si giocava l’8 marzo e le donne entravano gratis. Dicevo: una promozione, vabbè. Ma che per donne si intendano solo quelle munite di famiglia, o almeno di fidanzato al seguito, fa quasi incazzare.

Eppure leggete le condizioni per l’offerta Frecciarosa: bisogna essere in compagnia. Nel corso della settimana devi avere almeno un bambino e un’altra persona al seguito. Nel weekend puoi restituire il bambino a chi te l’ha prestato, però è assolutamente necessario che trovi un maschietto disposto a fare la parte del fidanzato-con-biglietto. Sarebbe stato meno discriminante decidere che lo sconto lo si fa solo alle donne nate nei mesi con la R. O a quelle con i capelli ricci. Toh. Sarei stata esclusa lo stesso, ma non avrei fatto storie.

No, perché è proprio una bislacca iniziativa: si vuole mettere le donne a proprio agio se viaggiano in treno e poi si incoraggiano solo le viaggiatrici accompagnate. Si aprono punti di informazione sulle donne in viaggio, ma quelle che trascinano da sole le loro valigie lungo i corridoi, quelle che si scelgono il posto sul regionale dopo aver scansionato discretamente i ceffi con cui passeranno le successive quattro ore, quelle che devono andare in bagno portandosi dietro tutto lo zaino per non mollare sul sedile niente di prezioso, quelle sono escluse.
Io viaggio tanto, ma tanto tanto. Sempre da sola, dovunque vada. E sto zitta, con la testa affondata nel computer o in un libro. Pago sempre il biglietto, uso poco le toilette, non mangio in treno, metto il telefono in vibrazione e, se proprio devo telefonare, mi alzo e mi allontano dagli altri viaggiatori. Grazie ancora, Trenitalia, per aver pensato a quelle come me.

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Parli di trans alla radio, ed ecco la sorpresa

La faccio facile. Appiccico qui gli sms che mi sono arrivati durante la diretta. Sì, faccio proprio così. Stavamo parlando di transessualità: dopo la prima parte della trasmissione insieme a Delia Vaccarello, e dopo la musica, sono intervenuti in trasmissione Gabriele e Francesca, emozionato e intimidito il primo, spigliata e disinvolta la seconda, per raccontarci un po’ della propria storia. Beh, cavolo: che gran personaggi. E mentre ero lì, a destreggiarmi con una scaletta non facile e con la testimonianza, a volte sofferta a volte sorridente, di Gabriele e Francesca, ecco che cosa mi ha travolto (e notate il crescendo):

1. Nei trans non c e’ niente di psichiatrico ma solo alterata genetica cerebrale. Infatti avviene anke in animali.
2. Ho un amico d infanzia diventato trans,siamo restati amici,ma anche lui/lei ha preso la via della prostituzione.Perchè quasi tutti diventano prostitute?
3. Ma questi non sono i maschi con le tette sui marciapiedi,vero?
4. Ci sarà un motivo per cui questo argomento mette a disagio?
5. Brava r3 a dimostrazione che si puo’ parlar di tutto con professionalita’ senza rinunciare alla passione.
6. Io sono arrivata all’intervento a 40anni senza passare attraverso il disgusto dei genitali.É un disagio più ampio,e non x forza privo di un certo equilibrio personale.. I percorsi sono tanti;la realtà trans è eterogenea.. Certo possiamo essere soddisfatte/i di noi,di riuscire a sopravvivere a tante diffcoltà,e del nostro fascino;di un angolo visuale più ampio su parecchie cose… Grazie x l’attenzione all’argomento e la delicatezza..
7. Invece bisogna raccontare. Bisogna sapere, sempre.
8. Per la prima volta da quando vi ascolto ho dovuto spegnere.
9. Grazie per averne parlato è stato molto emozionante. Io preferisco sapere.
10. Nessun disagio, solo tanta vicinanza per questi percorsi coraggiosi e sofferenti. Grazie.
11. Per essere chiari sono etero sposato 4 figli 55 anni complimenti finalmente cadono i tabù nessun disagio per chi ragiona
12. Grazie per questa bella trasmissione e alle belle persone che la stanno facendo!
13. Mi state commovendo. Siete splendidi!
14. Perché sentirsi a disagio? A me dispiace solo di nn conoscere nessuno che viva questa trasformaz per potergli manifestare solidarietà e dare aiuto, se ne ha bisogno
15. Vergogna, una radio nobile come la vostra non dovrebbe dare spazio a queste persone non sane di mente.
16. Salve a tutta la Redazione!Bravi a parlar di tali situazioni e BRAVA Lei,Silvia,molto discreta e delicata nel parlare di simili argomenti!
17. Grazie per la sensibilità e la concretezza. R., gay felice e non trans

Poi sono arrivata in redazione e ho trovato tre mail commosse e molto civili. C’era anche chi chiedeva consigli per sé. E nel corso della giornata ne sono arrivate altre. E tutte ringraziavano. L’unica critica che abbiamo ricevuto è stata: troppo corta, la trasmissione, avremmo voluto ascoltare ancora.

Pensierino di fine giornata. Vuoi vedere che questo paese, o almeno la gente che lo abita, è migliore di quanto crediamo? Vuoi vedere che basta avere il coraggio di parlare, come hanno fatto Gabriele e Francesca, per cominciare a cambiare le cose? E vuoi vedere che un lavoro come il mio può davvero essere utile al mondo?

Io transgender: preparando la puntata di lunedi

Stavolta, lo so che non ci crede nessuno, non è stata un’idea mia. Lunedi dedicheremo la puntata, tutta, ai transessuali: chi sono, come vivono, si operano sì-no-perché, e poi che vita fanno, sono felici, come, perché… Per essere un programma di mezz’ora (compresa la musica, che sarà Prokofiev, e vabbè) capisco che possa sembrare ambizioso, ma insomma ci proveremo. Ci sarà Delia Vaccarello, che è appena uscita con un libro molto piacevole e toccante in cui racconta storie di transessuali italiani (Evviva la neve, Mondadori 2010), io sarò al microfono e al telefono avremo una coppia di persone transgender felicemente fidanzate tra loro.

Ci ho parlato, nel preparare la scaletta. Che ansia, preparare la scaletta. Questa, poi. Siamo una trasmissione di scienza e non dobbiamo perderci in racconti che di scientifico hanno poco: attenta a fare la scaletta. E poi i due transgender: chissà come reagiranno quando proporrò loro di esporsi alla radio, con la loro voce. Proprio la voce, per una persona nata con un’anatomia e convertita a un’altra. Proprio la voce. Non starò esagerando con la sfacciataggine? Così all’inizio ho preso solo il contatto di Gabriele. E l’ho chiamato. Credevo di dover essere cauta, magari di dover usare perifrasi macchinose, per non rischiare di sembrar morbosa, per non offendere. Invece è durata dieci secondi e poi ci siamo messi a ridere. Timido, Gabriele, non ha un vocione, dice lui, ma sta bene con quello che dice e con la sua immagine. Si è fatto togliere il seno: un’operazione dolorosissima che per mesi gli ha dato un enorme fastidio nell’indossare anche una maglietta. Poi ha fatto la rimozione di utero e ovaie. E poi la falloplastica, per cui gli hanno rimosso un lembo di pelle della coscia, e la ferita alla coscia gli ha fatto male per due mesi: due mesi in cui non riusciva quasi a camminare e doveva essere accudito in tutto. Accudito dalla sua compagna, che è medico e transgender anche lei.

Due battute ancora. Deve ancora fare altri interventi chirurgici: uno per poter fare la pipì in piedi, per esempio, e poi c’è la funzionalità del suo neopene, che, insomma… “ma a me il sesso non interessa, non l’ho fatto per quello, l’ho fatto per me, per riconoscermi: non ho nessuna vita sessuale adesso, non potrei e comunque pazienza”. Pazienza, sì. Una pazienza infinita. “Ma ne valeva la pena?” chiedo io, quando mi sembra di avere la confidenza necessaria. “Sì, sicuramente sì: quest’estate sono andato al mare, per esempio. Senza vergognarmi e senza cercare posti isolati per nascondermi”. E la voce, dicevamo: lunedi saremo alla radio, io e te. Per me è normalissimo: la mia voce, la mia infinita e narcisistica ricerca di una prosodia pulita, la rinuncia ai toscanismi e quel puntoit! con cui lancio la musica. Ma per lui? “Non ho un vocione, lo ripeto, ma si è abbassata appena ho cominciato a prendere gli ormoni, quasi subito. E sai chi se n’è accorto per primo? La bambina della tipa con cui stavo all’epoca. Se n’è accorta prima di me”. Già, i bambini. Per loro queste storie sembrano molto più semplici da accettare che per noi adulti: nel libro di Delia ce ne sono un paio che danno lezioni di buon senso a tutti. Eppure Gabriele non può più vedere il nipotino: la sorella glielo impedisce. Un bel po’ doloroso anche questo.

Ci salutiamo. E dopo un quarto d’ora un sms: “vorrebbe intervenire anche la mia compagna: c’è spazio anche per lei?”. Cavolo, sì! Avremo un medico in trasmissione e il medico sarà anche il paziente e ci racconterà, con la sua voce, il suo percorso da anatomicamente maschio a femmina: con lei la domanda “ne vale la pena?” la possiamo anche esplorare dal punto di vista della deontologia medica. Riprendo il telefono: faccio lo stesso numero, il fisso di casa loro. Gabriele? Ciao, sono silvia, mi passi Francesca? (Francesca, che voce avrà?). Eccola: un cinguettio, vivace, simpatico, divertito. “Ciao! Piacere e grazie per aver trovato un po’ di spazio anche per me! E certo che non nascondiamo i cognomi!”. Cavolo. Saranno almeno tre toni sopra alla mia. E poi è proprio femmina, leziosa, e senti che risata fiammeggiante. Che cosa mi aspettavo? Se una è disposta a passare dal tavolo operatorio, dall’ambulatorio dell’endocrinologo, dal gabinetto dello psicologo, insomma vuol dire che è femmina per davvero. Che cosa deve fare più di questo? E che cosa farei io? In camera ho un paio di foto di quando avevo dieci, dodici anni. In una ho la cravatta, la camicia azzurra nei pantaloni, una pettinatura da piccolo lord e il sorriso del mio babbo. Nell’altra i capelli cortissimi tirati su col gel e non sembro proprio una bambina. Per non parlare di quella che ho nello studio: ventidue anni e un aspetto da teppista di periferia. Mi piacciono: sono io. E forse, a guardarle, capisco anche qualcosa di più di quello che Gabriele e Francesca sembrano dirci: maschile e femminile sono stereotipi sociali, ma non c’è niente di reale separarli rigidamente. Ognuno di noi è se stesso. E chi non sta bene con il proprio corpo cercherà in ogni modo di adeguarlo alla propria immagine di sé. Io sono fortunata: sto bene qui dentro e forse è anche per questo che sto bene anche lì fuori, cravatta o vestitino. Ma non è merito mio, mentre Gabriele e Francesca hanno sudato e sofferto per arrivarci. Come potevo pensare che dopo tutto questo avessero bisogno di nascondere proprio la voce?

(Ah: segnalo la frase più bella del libro. La pronuncia Federica, una ragazza di diciott’anni: Se vedo un travellone che batte mi viene da dargli una sberla: con tutto quello che fa mio padre per campare…)

Mi butto dove? Mi è già passata la voglia

Dopo qualche giorno di buona volontà e, insomma, di profonda riflessione sul significato del nostro vivere sociale e dell’impegno verso la collettività, il mio senso civico si è inabissato. Il suo carsismo l’ha di nuovo condannato a tornar giù, lontano dai neuroni che comandano i miei pensieri migliori. Ma non ha fatto tutto da solo. Ci si sono messe un paio di cosette che mi stanno facendo perdere un po’ di slancio.

La prima è l’iscrizione, seguita alla prima riunione politica della settimana scorsa, a una mailing list di volenterosi (con la v minuscola) che hanno deciso per l’Impegno e probabilmente lo fanno con grande intelligenza e convinzione. Mi stanno arrivando decine di mail al giorno in cui si danno tutti del tu e pontificano intorno a questioni regionali di partito che davvero trovo poco interessanti. Sono necessarie, mi dico, non si può prescindere da questo livello di dibattito. Però che palle. Se non conosco i vari Mario, Cristina, Giovanni, a che mi servono tutte le mail in cui Ubaldo dice, in un rigo, di essere d’accordo con Susanna e tutte le altre, lunghissime, in cui Pierugo specifica meglio le cose che ha scritto Jolanda? Accanto, finalmente, qualcuno si è messo a parlare di cose più concrete, di quelle che potrei capire anch’io. Tipo le questioni sulla laicità. E mi sono trovata a leggere mail che proprio non mi rappresentano: gente che dice che insieme al crocefisso, in classe, dovremmo mettere tutti gli altri simboli religiosi. Oppure che parla di aborto in termini davvero lontani da quelli che pensavo appartenessero alla gente della mia parte politica. Allora o questa non è la mia parte politica, o non ho proprio capito niente. E mi chiedo perché dovrei interessarmi alla costruzione dell’apparato di un partito che ha così poco a che fare con me.

Poi mi passa. Succede se ripenso alla seconda riunione a cui ho partecipato la settimana scorsa. Anche lì, gente intelligente e impegnata, ma nessuna questione di regole, poltrone, correnti e regolamenti. Alla fine, i bencivellibrothers hanno persino preso la parola, tanto si sentivano in famiglia. Perché, in generale, avevano avvertito un malessere simile al loro, rispetto a un partito che non parla più di quello che ci interessa, per esempio di laicità. O di lavoro, che per me non è molto vicino a quello di cui parla il segretario. E là c’era un partito che ci assomigliava.

Ma oggi apro il giornale e scopro che il manager di sinistra (sua moglie era candidata con Rosy Bindi alle primarie di tre anni fa, accipicchia) potrebbe diventare segretario del Pd. Potrebbe essere lui, coi suoi 40 milioni di euro di buonuscita dalla banca che lo ha messo da parte, il mio nuovo riferimento per la laicità e soprattutto per le politiche del lavoro. Wow. Sono sicura che sia un tema che lo tocca molto da vicino, sì. Persino la mailing list dei volenterosi laziali ha avuto un attimo di sbandamento. Poi ha ricominciato serenamente a parlare di poltroncine e strapuntini. A volte penso davvero che una buona soluzione sia chiuderla qui, votarsi all’estinzione e fare un po’ di baldoria nel frattempo. Oggi buttarsi, riferito alla politica, chissà perché mi fa pensare ai lemming…

Stasera mi butto, mi butto in politica

È una specie di fiume carsico. A volte riemerge più o meno impetuoso: bagna i miei neuroni, li sommerge, li affoga. A volte sprofonda, si nasconde per mesi e non mi tormenta più. In questo momento, lo sento, è lì che mi sciacqua il cervello e mi fa fare cose strane: mi fa accettare richieste su e giù per l’Italia per lavori non pagati ma tanto remunerativi sul piano umano. Mi fa leggere editoriali di otto cartelle l’uno, delle quali non ne afferro manco mezza. E mi fa correre da una parte all’altra di Roma per andare a sentire una riunione tra gente che non conosco, che dice roba che capisco e che mi fa anche sentire un po’ scema. Maledetto senso civico.

Così, anche ieri, come ogni tanto faccio da quindici anni a questa parte, ho rinunciato a un cinema per andare a una riunione politica. Il posto era proprio bello: un gran terrazzo nel centro di Roma, ben arredato. Anche le sedie erano comode. Faceva forse un po’ freddo, ecco. Ma a differenza di dieci anni fa, nessuno fumava impunemente se non affacciato alla finestra. A turno, per quattro minuti teorici, uno si alzava, prendeva il microfono e diceva la sua. Io, la mia, non l’ho detta, perchè l’argomento della riunione l’ho capito troppo tardi. E comunque non del tutto. A volte sentivo tre interventi a fila: quasi noiosi, pensavo, tutti uguali, insistevo, a che servono, maddai. E poi arrivava un quarto che se la prendeva coi precedenti, indicando i punti critici di ciascuno e per tutti erano diversi. Ma come? Forse ci sono cose che non conosco, magari discusse in altre occasioni, mi dicevo per non abbattermi troppo, forse non so ancora leggere tra le righe, forse qui ci sono alleanze e correntine che mi saranno chiare tra un po’. Intanto la discussione continuava. A un quarto d’ora dalla fine, il trambusto: l’ordine degli interventi è saltato, i discorsi si sono fatti un po’ più chiari, qualcuno ha anche gridato. Poi il rompete le righe, e io sono stata cooptata per altre riunioni, altre assemblee, altre discussioni. Io?

Io, in queste circostanze, mentre il fiume carsico scorre allegramente tra le mie sinapsi e mi fa annuire responsabilmente con lo sguardo fisso sul microfono di quello là, vivo due sensazioni brucianti e contrastanti. Mi sento inadeguata, incapace: penso che la politica, questa politica, non mi potrà mai entrare in testa. Come mi perdo ancora nel centro di Roma per l’incapacità totale di registrare in mente una mappa della città, così mi perdo di fronte a regolamenti, statuti, correnti, endorsement, entanglement e ticket elettorali. Però mi sento anche strafurba, io che me la diverto tutti i giorni più che posso, e mi chiedo che razza di vita faccia invece la gente che passa un sacco di tempo così. Quando ero all’università, erano studenti da un esame all’anno che non facevano niente al di fuori della sezione di partito e parlavano solo di mozioni, solo di mozioni. Erano anche bruttini, in media, e non scopavano mai. Questi di stasera non sembrano così: ci sono il vecchio militante appassionato, la pasionaria, il supergiovane, il tipo in completo grigio. Sembrano persone intelligenti. Ma allora perché riducono la politica a questo? Forse perché questo è necessario? Forse perché il loro non è un fiume carsico, ma un Beldanubioblù sul quale ballano il valzer ogni sera? Ma in fondo che cosa mi aspettavo di trovare? A parte il bel terrazzo e le sedie comode. Che cosa mi aspettavo che avrei trovato? Adesso insisto, persevero. Questa volta voglio capire. Questa volta me la ripeterò per bene la frase che ci dicemmo io e un mio amico con gli stessi problemi di carsismo politico, qualche anno fa: qualsiasi cosa sia, la politica è una roba troppo importante per lasciarla ai cretini. E allora coraggio, silvia, anche stasera ti tocca.

Piccioncine, in poltrona! – seconda parte

Ero giusto lì che pensavo… che peccato non poter (ancora) scrivere pubblicamente l’assurda storia che mi è capitata oggi, le cento telefonate che ho fatto per vedere chiaro dietro a un invito misterioso, quelle che farò e quelle che sto facendo fare ad altri… Quando l’onorevole Giorgio Stracquadanio mi ha graziosamente fornito il pretesto per scrivere d’altro, senza rimpiangere troppo la storia di cui sopra. Dice Stracquadanio: ognuno ha quel che ha, e non c’è niente di male a usare il corpo invece dell’intelligenza per fare carriera (anche) in politica. Stava rispondendo ad Angela Napoli, quella del reènudo (“qualche deputata del centrodestra è arrivata in Parlamento perché l’ha data via”). E lo ha fatto come ci si aspettava: mica ha negato, mica si è detto indignato, mica ha provato a difendere i maschi accusati di aver fatto avanzare le aspiranti colleghe dopo una sessione di branda. No, ha detto che in fondo non c’è niente di male.

Allora, se non c’è niente di male, adesso lo possiamo dire tutti. Lo possiamo dire, no? Che quella lì è arrivata in quel posto lì perché l’ha data bene. E lei non si dovrebbe offendere: ognuno ha quel che ha, lei ha delle belle tette e non c’è niente di male a usarle. Lui, invece, non si è nemmeno mai offeso: ha un bel po’ di potere fra le mani e lo usa come gli pare, niente di male nemmeno in questo. Tra l’altro, ha precisato Stracquadanio, non è vero che chi è bella è spesso anche stupida, per cui una può darla per far prima, ma poi lavorare con il cervello invece che col culo. Tra l’altro. Si sottoindende che se non capita, pazienza: l’obiettivo della signorina era la poltrona, e che poi da quella poltrona decida di cose che cambiano la vita di tutti noi, beh, insomma non importa. Andiamo avanti: il principio si può applicare ad altri ambiti. L’università, per esempio: una può anche non essere meritevole di quel posto da ricercatore, ma se vince il posto per meriti diversi dalla preparazione, valutati in prima persona dal professore, beh, che male c’è? Ancora: una può non avere proprio una penna felice, un fiuto da reporter, una curiosità di lince, una pervicacia esemplare, ma se la dà a quello giusto, oplà, te la ritrovi al tiggì. Che c’è di male?

Beh, Stracquadanio, c’è molto di male. Intanto c’è di male che ci troviamo persone incompetenti a fare cose importanti. Ma soprattutto c’è di male la violenta polarizzazione del mondo che il tuo ragionamento produce, e chissà quando guariremo dai danni che fa. Maschi di qua, e maschi potenti ben in evidenza. E femmine di là, con un occhio particolare a quelle giovani e carine. Come se le due categorie dovessero essere socialmente molto diverse tra loro e le due sottocategorie fossero quelle destinate a spartirsi il mondo. Non ti rendi conto anche tu del pericolo? No, eh? Allora, Stracquadà, sappi che c’è altro. C’è di male che una come me non può guardare le colleghe, o le coetanee più visibili, e pensare: come ci è arrivata, fin là? Né può vivere cercando di dimostrare ogni giorno che lei, fin là (se esiste un là), ci è arrivata perché è brava, ha avuto fortuna, ha fatto le cose giuste al momento giusto, ha anche incontrato le persone giuste e ha fatto quello che sapeva e voleva fare. E, oh, non l’ha data via per lavorare. Lo sai, Strack, che quasi ogni signora piacente e dal minimo successo professionale, prima o poi, si trova addosso il sospetto di avere meriti diversi da quelli di scrivania? Agli uomini non capita, no, tranne che in certi ambienti. E, chissà perché, a me sono proprio quegli gli ambienti che sembrano più sani. Ma quanto sarebbe bello, Strack, costruire un paese in cui a te non sembri normale che quei meriti li cerchino le donne e a me non sembri sano che lo facciano anche gli uomini.

Piccioncine, politiche e premi Campiello (e maschi cacciatori)

Beh, certo. Non lo escludo. Che alcune parlamentari abbiano offerto il proprio corpo in cambio del posto in lista, insomma, non è affatto inverosimile. In fondo, abbiamo una legge elettorale chiamata Porcellum, che ti aspetti. E il Porcellum dice che è il capo a nominare i candidati: va da sé che se questi sono femmine, giovani, e poco meno che cozze, il capo possa chiedere un’extraprestazione per riconoscere i casi in cui sia necessario valorizzare competenze ulteriori rispetto a quelle tipicamente in ballo nella politica italiana. Insomma, spesso, per avere un posto in lista, bisogna darla. Parola di Angela Napoli, deputata finiana. Ne segue, beh, è ovvio, la necessità di cambiare la legge elettorale.

Lette così, queste parole colpiscono soprattutto per il candore, per il fatalismo quasi. E per l’assurda conclusione sulla legge elettorale, come se per il capo (sempre e comunque di sesso maschile) fosse naturale cercare le extraprestazioni ovunque gli sia possibile: è un uomo, dai, lo sai, gli uomini son fatti così. Ma ancor peggio mi sembrano i commenti. I maschi dei partiti di governo non vengono interpellati e, forse, autonomamente nemmeno pensano di dover rispondere. L’uomo è cacciatore e l’esercizio del suo potere attraverso il corpo delle donne è normale, non è mica una roba da cadere dalla sedia. Semmai sono belle zoccole quelle che ci mettono il corpo, per avere dal potere un po’ di fama o di grana. E infatti le femmine dei partiti di governo rispondono, loro sì, indignate, creando un effetto-pollaio che non giova alla causa. Tra tutte, si segnala la meravigliosa Elvira Savino del Pdl, una di quelle coinvolte (forse) nelle storie dei festini di Tarantini, che dal Corsera dice che sarebbe facile rispondere, eccheccavolo: basterebbe fare il nome della Tulliani e le finiane imparerebbero a stare zitte. Zoccola sarai tu, insomma. (Segnalo anche che se si mette il nome di Elvira Savino su Google, tra le scelte automatiche, insomma, quelle col t9 di google, la seconda ricorrenza è: Elvira Savino topolona, per una definizione che le dette Dagospia).

Poi c’è Silvia Avallone, che è giovane e carina e di mestiere farebbe la scrittrice di successo, vincitrice di un Campiello. In questo paese è normale che il presentatore della serata le faccia i complimenti, più che per il libro, per il decolleté, sebbene questo non sia merito suo. Ed è normale che lo stesso presentatore la cinga a sé, la abbracci, la tocchi, la accarezzi in pubblico, facendo ironia sulla propria incapacità di trattenersi di fronte a una bella ragazza. E che lo faccia con vivo sprezzo del ridicolo, visti i centimetri che la separano da lei e i quarant’anni di differenza che gli si leggono impietosi sulla fronte. L’uomo è cacciatore, eh, e anche se la carabina è arrugginita non potete mica chiedergli di abbassarla. La giovane scrittrice, intanto, è imbarazzata, stordita, non fa nemmeno in tempo a sembrare così schifata. Io, a vedere il video, ho avvertito un brivido lungo la schiena.

Perché questa storia dell’uomo cacciatore, che anche a una certa età ha tutti i diritti di mostrare il suo interesse carnale per ogni piccioncina di passaggio, mi ha davvero stufato. Come se la piccioncina non avesse occhi (e naso, spesso) per scegliersi di meglio. Come se lei non potesse avere gli stessi pensieri zozzi diretti verso lo stesso piccioncellume, e non fosse solo capace di contenerli con più dignità. Come se non fosse ovvio che un Bruno Vespa di sessantasei anni non è l’oggetto più attraente che ti possa mettere una mano sulla spalla. Come se lo stesso non fosse proprio in grado di pensare che lei, la piccioncina, potrebbe avere sensazioni e sentimenti rispetto a quella mano. Come se quella mano fosse una specie di bastone del rabdomante, pronta a posarsi ovunque si trovino Bellezza e Gioventù. E pazienza se quella che Bellezza e Gioventù se le porta addosso ha anche un sistema nervoso centrale e periferico perfettamente funzionanti.

Succede anche quando si va in giro per l’Italia a parlare di scienza: c’è sempre quello che si sente autorizzato a fare il galante o a metterti una mano sulla spalla, a proporti una fuga dalla cena istituzionale (“dai, lasciamo qui questi vecchi barbogi…”, “scusa, ma tu quanti anni hai?”), a mandarti sms un po’ troppo confidenziali, a farti il regalino. Soprattutto se ti vede sola, ma non necessariamente. E allora, caro cacciatore, sappi che a volte mi stai davvero simpatico e a volte ti trovo una compagnia proprio gradevole. Ma questo dipende da quello che hai in testa. Se mi fai sentire una piccioncina in attesa di essere impallinata, dimostri di non avere molto là dentro. E, comunque, tutto il resto è noia.

La segnalazione di oggi.

Pensieri in metropolitana: i clandestini e la paura di star male

Stamani, salendo su una metropolitana affollatissima, ho avuto davanti agli occhi il bis-con-lieto-fine di una scena terribile a cui ho assistito quasi tre anni fa. E mi sono vergognata (personalmente), poi sentita orgogliosa (collettivamente), poi mi sono rasserenata (personalmente) e ho sperato che le cose fossero davvero come le stavamo vedendo (collettivamente). Per poi lasciar chiudere la porta alle mie spalle e viaggiare veloce verso il lavoro. Con ancora un po’ di paura addosso.
Un motivo d’orgoglio collettivo ce lo abbiamo, in questo cavolo di paese. E non dovremmo dimenticarcelo così in fretta. Ce lo danno i nostri medici, la nostra storia, la nostra vaga idea che stiamo bene noi se stanno bene anche gli altri. Concretamente, lo dice anche la Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Diritto dell’individuo ma anche interesse della collettività, accidenti, perché se quel signore straniero e scuro che barcollava, stamani, in metropolitana, avesse una malattia infettiva e non volesse farsi curare per il timore di essere denunciato, saremmo tutti del gatto. Chissà quante altre volte ce lo troveremmo lì, lui, i suoi ombrelli e i suoi bacilli, mentre ci troviamo sospesi tra il fastidio per il contrattempo mattutino e l’umana empatia per chi sta, visibilmente, molto male.

Quel signore straniero e scuro si aggrappava al sostegno, barcollava e non riusciva ad articolare una parola. Era sudato, lo avevo notato anche se ero a un paio di metri di distanza, schiacciata tra altri corpi e confusa dalle voci. Ma la gente intorno lo stava sostenendo, cercando di capire dove dovesse andare, almeno quello. Ho gridato di lasciar perdere e di farlo scendere, comunque, meglio non nella bolgia di Termini. Ma non mi sono avvicinata. Non avrei potuto: c’era troppa folla. E, non essendo precisamente una spilungona, nemmeno potevo fare molto per vedere ed essere vista. Però lo hanno fatto scendere (chissà perché hanno dato retta alla mia voce) e qualcuno lo ha portato a sedere e poi, mi è sembrato di capire, qualcun’altro ha chiamato la vigilanza. Che poi avrà chiamato il 118 che a sua volta lo avrà portato in un pronto soccorso. Spero. Comunque plausibile. Mi sono vergognata per non averlo seguito: è stato tutto troppo veloce e il mio istinto da medico non è mai stato un granché.

Ma siamo nel 2010, ed è una buona occasione per cercare di ricostruire un po’ di cose. Un anno e mezzo fa, nel mezzo di polemiche e proteste, il Governo ha provato a cancellare il divieto per i medici di denunciare i clandestini che si presentano in ospedale. Il pretesto era il famigerato pacchetto sicurezza. All’epoca, Giovanni Spataro delle Scienze scrisse un bel post per il suo blog, sentendo un sacco di gente (tra cui me e il mio amico Federico) e ipotizzando proprio il caso di un clandestino malato e in fuga, che si trovasse a prendere la metropolitana. Poi le cose si sono fermate e il pacchetto sicurezza è stato approvato senza riferimento al divieto di segnalazione, senza modifiche a riguardo. Oggi un medico che viene a contatto, per ragioni professionali, con un clandestino, non lo può denunciare. Lo dice anche la deontologia, e ci mancherebbe altro. Oggi Federico mi scrive: “in ospedale non se n’è più parlato e la questione è stata liquidata quando l’ordine dei medici ha fatto riferimento alla violazione del codice deontologico. Di denunce non ho mai sentito parlare e se in un primo momento ho assistito a un calo di pazienti immigrati, adesso sono tornati in gran numero, come prima”. Bene.

Oggi, per ricostruire la cosa, ci ho messo un po’. Tre anni fa, quando la storia del clandestino malato in metropolitana non fu a lieto fine, non mi sarebbe nemmeno venuto in mente di controllare sul sito dell’ordine dei medici se il divieto di segnalazione dei clandestini esistesse ancora: era talmente assodato, un bel motivo d’orgoglio per il nostro paese, e un ex studente di medicina proprio non poteva pensare che d’un tratto non sarebbe esistito più. Anche al di là dell’interesse della collettività. Anche solo per l’umana empatia di cui sopra. In quel caso di tre anni fa non era di sicuro una malattia infettiva: era un’ulcera perforata, una di quelle cose che non vedrete capitare a un italiano in un posto così, in quel modo lì. Sono stata quasi fiera di me (sono intervenuta: ne avevo avuto la possibilità) ma mi sono lasciata disgustare dai miei concittadini. Così, appena arrivata in redazione, scrissi questa lettera, che poi fu pubblicata dall’Unità. Oggi la scriverei in modo molto diverso: un po’ meno fiduciosa nelle leggi migliori del nostro paese ma anche un po’ meno delusa dalla gente che mi vive accanto. Per fortuna non ce n’è stato bisogno.

Dieci del mattino, metropolitana affollata, nervosismo e generiche scortesie. Un ragazzo si sente male. Barcolla e poi sviene, lo sorreggono ma sviene di nuovo, si aggrappa ma continua a svenire. Intorno c’è la solita indifferenza, anzi peggio. Dopo un po’ si diffonde il malessere e cominciano a volare insulti: insulti per i suoi compagni che non lo fanno scendere e che stanno lì, disorientati, incapaci di capire e di reagire. Volano insulti e parolacce, sempre più forti, sempre più aggressivi: fatelo scendere, deve scendere, lo capite o no?! Alla fine questi si decidono: afferrano sotto le ascelle l’amico privo di sensi, lo trascinano verso l’esterno, verso la banchina.
Sulla soglia della metropolitana il ragazzo vomita. Sangue. Per tre volte vomita sangue. Siamo alla fermata Flaminio, vanno tutti di corsa. Arriva la sicurezza, qualcuno chiama il 118 e scompare nella folla, qualcuno si preoccupa di pulire per terra. La maggior parte osserva disgustato: la pozza di sangue, il ragazzo svenuto per terra, i suoi amici terrorizzati, una signora peruviana, una vecchietta, una ragazzina e me.
Finalmente arriva la polizia. Facciamo spazio, ci penseranno loro, ci diciamo, per fortuna sono arrivati in fretta. Un attimo di silenzio, poi il primo sentenzia: documenti.
Documenti? Non: che succede, come sta, è svenuto, avete chiamato l’ambulanza, c’è un medico. No, documenti. È un gruppo di ragazzi pachistani: prima i documenti, poi il resto. Come sta ve lo dico io: il documento ce lo aveva e i suoi amici non sono scappati di fronte alla polizia, adesso sono tutti in ospedale. Mi sono raccomandata di non lasciarsi spaventare da cafoni e poliziotti e, forse, hanno anche voluto darmi retta. Però, che razza di raccomandazioni da dare a uno straniero nel mio paese…

Domani in tivvù: o’ missignur… comincia Cosmo

La incontriamo sul tetto di un hotel del centro, nel corso di un aperitivo a bordo piscina: è visibilmente brilla e indossa un vestitino da due lire, macchiato qua e là da un frammento di caviale o da un fiocco di burro, probabile residuo di una tartina afferrata con mani incerte. “Il successo non mi ha cambiato, – ripete – ho solo una nuova acconciatura. Adesso porto i capelli alla Dragonball, che cosa c’è di male?”
Sto scherzando. Sto provando a prendermi in giro. Ma domani va in onda la puntata di Cosmo a cui ho collaborato lavorando tra maggio e luglio scorso, e un po’ sono emozionata. Anche per i capelli alla Dragonball.

Cosmo è il nuovo programma scientifico di Rai3: per adesso andiamo in onda una volta, poi si vedrà. La puntata ha un tema: i bambini di oggi saranno adulti più fortunati di noi? Che cosa ci presenterà, in futuro, la tecnologia, e che cosa potremo fare? Siamo sei più uno, il conduttore, che è Luca De Biase di Nova del Sole24 ore. I sei sono inviati, più o meno (lo capirò un po’ meglio domani sera anch’io), e tra loro c’è anche la mia amica Chiara Lalli insieme a Dario Bressanini, che ho conosciuto lì ed è stato una bella sorpresa. Siamo in un laboratorio scolastico bellissimo, pieno di manovelle, bottoni e oggetti strani, e aggeggiamo con provette colorate e computer, per sembrare sempre impegnati. E, mentre il conduttore fa il suo ragionamento sulla tecnologia e i bambini del domani, lancia i minidocumentari, tanti e vivaci, girati in queste settimane concitate. Bello, credo. Spero. Mi sono divertita. Ci penso sempre su.

Prima riflessione: non ho mai avuto il coraggio di chiedere se gli autori abbiano chiamato la trasmissione Cosmo in omaggio a Carl Sagan e alla sua storica serie di minidocumentari sull’astronomia. Magari, se e quando registreremo le altre puntate, lo farò. Poi ci sarà chi mi chiamerà secchiona, ma tanto ci sono abituata.
Seconda riflessione: cavolo quanta differenza tra la radio e la tivvù! La più ovvia: in radio ci vado vestita malissimo. Ma non poco elegante, proprio scombinata, col mio inconfondibile stile prima-maglietta-che-ho-trovato e scarpe vecchie, salvo impegni particolari all’ora dell’aperitivo. Tanto. Mentre in tivvù sono stata sopraffatta dall’attenzione all’immagine, per finire per trovarmi bruttina. Le lenti a contatto spesso mi gonfiano gli occhi (infatti un’intervista l’ho fatta completamente alla cieca… non saprete mai quale…). I jeans stretti, carini in primavera, d’estate li odio. I capelli ritti: a volte proprio divertenti, man mano che si allungavano mi facevano sempre più simile a una vecchia zia al matrimonio. E il trucco mi falsava la mimica.
Le altre differenze, quelle meno visibili, riguardano l’autonomia nel decidere domande e impostazioni, la velocità, la leggerezza, l’immediatezza, la spontaneità: tutte cose che fanno la radio, ma che in tivvù te le devi un po’ dimenticare. Per adeguarti a passare tre giorni di fine luglio vestita sempre uguale, sudata fradicia, in uno studio torrido, a provare a recitare una frase che non ti assomiglia molto e che altri hanno deciso per te, ma che in quel momento è la tua vera sfida: forza silvia, basta con quell’aria da secchiona… vabbé quell’aria non la perderai mai, ma insomma, fa’ uno sforzo! E sorridi spontaneamente! Ecco, brava, così. Ci sono riuscita. Credo. Ho fatto un po’ di fatica, ma nemmeno tanta dai. In fondo si può sorridere anche pensando: che cavolo dice questo?! E nessuno saprà che in testa avevi il solito pensiero da insopportabile secchiona.
Terza e ultima riflessione: quanta gente, quanto impegno per far andare tutti in sincrono, quanta e quale complessità. La tivvù è davvero un oggetto complicato e devo ammettere che il suo fascino ha colpito anche me.

E poi ci sono state le interviste in trasferta, sei nel mio caso. Divertenti anche quelle, qualcuna più e qualcuna meno. Faticose, a volte. Stimolanti, anche, nel controllo di mille cose insieme: mica basta stare ad ascoltare la risposta, eh, bisogna anche che non ci siano nuvole in quel momento e che tu non ti sia spostata con le spalle e che quello guardi un punto preciso e che il fonico stia facendo bene il suo lavoro e magari che non passino camion alle vostre spalle o che tu spinga un cancello nel punto esatto in cui ti hanno detto di spingere, non un centimetro di più o di meno. Certe scene le abbiamo fatte quaranta volte. E di tutto questo, lo scopri dopo, si tiene un minuto e mezzo: un minuto e mezzo di un lavoro di una giornata intera. Però poi guardi il tutto montato e capisci che sì, più di un minuto e mezzo non serve. E che è proprio il ritmo del montaggio a rendere interessante quella battuta. Perfetto, un minuto e mezzo: che ne sai tu, silvia, di tivvù. Non solo: un minuto e mezzo può essere fin troppo anche perché i capelli come li avevo a Siracusa erano inguardabili e a Trigoria il caldo mi aveva sciolto il trucco tre ore prima di registrare.
Già, a Trigoria… Che risate. Non saprete mai che cosa ci siamo detti io e Francesco Totti, durante quella rapida stretta di mano, quella che vedrete per un frammento di secondo nel primo servizio di Cosmo. Ve lo dirò soltanto se una sera mi verrete a trovare sul tetto di un hotel del centro dove mi starò ubriacando insieme ad altre starlette della tivvù. Mi riconoscerete dalle macchie sul vestito, dai capelli di Dragonball e dalla solita, inguaribile, aria da secchiona.

Sì, la vita è tutt’un quiz… O un sms, a volte

Sono molto orgogliosa del titolo della puntata di oggi: Chi vuol essere primario? Stiamo parlando dei test di ammissione al Corso di laurea in Medicina e chirurgia, i famigerati quiz che assegneranno i 9000 posti da matricola di medicina: uno ogni dieci candidati. Famigerati perché un po’ strani nella formulazione visto che chiedono cose davvero balzane, dai nomi dei poeti alla geografia di quarta elementare, dagli episodi storici a, vabbè, alla chimica, alla fisica e alla biologia. Ma insomma, se selezione dev’essere (per una questione di organizzazione del percorso di studi, che risulta difficile se il numero di studenti supera il numero dei posti a sedere nelle aule, ma forse anche per una questione di pianificazione lungimirante dell’organizzazione sanitaria e scientifica del paese), un qualche sistema va trovato. E siccome qualche anno fa tra quei candidati c’ero anch’io, mi sono quasi sentita chiamata in causa.

Ne stiamo parlando alla radio. C’è una simpatica endocrinologa milanese, presidente del consiglio di corso di laurea alla Statale di Milano, che sembra emozionata come gli studenti che in quel momento, accanto a lei, stanno friggendo sui banchi di fronte alle 80 domande. C’è il direttore amministrativo di Alphatest (con cui ho pubblicato due libri, ma oh: è il mio mestiere), che difende i quiz anche se, grazie, lui è quello che ci guadagna dei gran soldoni. Ci sono io, cuffie e microfono. E a casa, in macchina, in laboratorio, in ufficio, chissà dove, ci sono gli ascoltatori che mandano tonnellate di sms, tutti abbastanza incazzati. Come si fa a decidere che un ragazzo sarà uno studente migliore di un altro, solo sulla base di un quiz così strano? Però, insomma, uno deve dimostrare di saper studiare e l’unico modo per farlo con un quiz è rispondere sulla cultura generale. Altri sollevano la solita, irresolubile questione dei raccomandati e qualcuno arriva a dire che i figli dei medici non dovrebbero avere accesso al corso di studi per diventare medico. Qualcuno propone di copiare il modello francese, quello inglese, quello boh. Tanti raccontano la loro esperienza personale. E, inevitabilmente, discutendo con la preside, viene fuori la questione attitudinale e motivazionale: ci vorrebbe un colloquio, non un quiz. A me viene quasi da ridere, speriamo che non si senta alla radio.
Ti immagini se avessero fatto un colloquio a me, quattordici anni fa, per decidere se darmi o no uno di quegli ambitissimi posti da matricola? Che motivazione avevo? Che motivazione ho avuto? In fondo, quello è un corso di studi, non una catena che ti lega il piede alla porta dell’ospedale, e alla fine si prende una laurea con cui si possono fare molte cose. Io questa, per esempio, stare al microfono o scrivere di scienza, e non mi sembra di averla sprecata né di aver fatto sprecare al mio paese i soldi che ha investito nella mia educazione. Insomma, se ne parla, mi chiedo se obiettare. Sto lì. E mentre macino pensieri in vista della domanda successiva, arriva un sms: “silvia, sei medico anche tu, eppure non sei in ospedale: fai un altro mestiere che sicuramente ti piace di più. davvero credi alla motivazione e alla vocazione?”.

Chi diavolo sei? Nella rubrica del mio cellulare non ci sei. Non ti conosco, allora, ma mi hai letto nel pensiero. E lo hai fatto a distanza: tu chissà dove e io in K2, via Asiago 3 in Roma, cuffie e microfono. Chi diavolo sei? Ho pensato a un collega: carino a scrivermi un sms. Ma mica è detto. A me piace pensare (e temo che prima o poi qualcuno mi smentirà) che si tratti di uno sconosciuto ascoltatore che si ricorda, chissà perché, che sono medico anch’io e che si è sentito così confortevole con la radio da scrivere un sms così, quasi paternalistico. Da lettura del pensiero.
Ma tra gli sms della settimana si segnala anche uno di ieri, quando abbiamo parlato con un medico elettrosensibile effettivamente poco scientifico nelle sue argomentazioni: “ma quel medico lì la laurea l’ha presa insieme all’allegro chirurgo?”. Magari era lo stesso ascoltatore, chissà. Se è lo stesso, sappia che silvia bencivelli è ora fan di ascoltatoremisteriosocheintervieneapropositodellalaureainmedicina. Fan sfegatata.