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Cronache da un mercato in estinzione: quando arriva lo statale a fare gratis il tuo lavoro

Dev’essere successo che a un certo punto della storia il costruttore di catapulte si è preso un pomeriggio per pensare ed è salito sul colle da cui si domina la città.
Ha guardato in basso, ha visto i tetti delle case e il fumo uscire dai comignoli, per strada un carretto trainato da un ciuco e un maiale alle prese con un cardo rosso e turchino*.
E ha pensato: ma vaffanculo.
Vaffanculo pace, vaffanculo guerra: vaffanculo costruttore di cannoni.
La catapulta non la compra più nessuno. Il prezzo della catapulta è crollato. Tutta la mia tecnologia e tutta la mia attrezzatura non servono più a niente.
Il mestiere del costruttore di catapulte era in estinzione. Il costruttore di catapulte doveva cambiare mestiere.
Prima o poi succederà anche a noi, se continueremo a farci pagare 50 euro a pezzo**.

Mentre ero lì a farmi travolgere dall’ottimismo e a cercare analogie e differenze tra il compagno costruttore di catapulte e noi (noi freelance ma anche noi comunicatori della scienza) mi sono trovata a parlare con alcuni colleghi di un caso non eccezionale in cui
– un tempo c’era il professionista A che faceva il lavoro B e veniva pagato il compenso $
– oggi c’è lo scienziato (statale) C che, insieme allo stagista di master D e al suo professore (statale) E, fa il lavoro B. E lo fa gratis. Tanto uno stipendio ce l’ha già.
Togliete A e soprattutto $.
Qui si avanzano diversi misteri.
Posta la buona fede di tutti, posto che lo scienziato (C) sia un prodigio capace di fare bene il proprio e l’altrui lavoro, e posto che nello specifico il professionista A non lo conosco, mi domando:
1. lo stagista di master (D) si chiede quale sia il mercato nel quale entrerà, se il lavoro con cui lo fanno esercitare non prevede uno scambio economico e nessuno viene pagato per farlo?
2. il suo professore (E) si chiede per quale mercato stia preparando il suo studente? E si chiede se questo mercato sopravviverà? Di conseguenza, si chiede se sopravviverà anche il suo corso all’università?
3. lo scienziato (C) si chiede se sopravviverà il mercato della comunicazione della scienza, se poco a poco lo si erode da tutte le parti, anche da parte amica? E si chiede quali siano le conseguenze della sofferenza di questo mercato?
Si chiede se non ci sia una ragione per cui esistono i professionisti del mestiere?
Ma soprattutto: si chiede a chi stia regalando il proprio lavoro?
Cioè: può anche avercelo già, uno stipendio, e noi siamo tutti contenti (oltre a essere convinti che se lo meriti tutto, sia chiaro, e anche di più). Ma una cosa è fare volontariato per i bambini poveri del Burkina Faso, una cosa è farlo per un’impresa commerciale che dal suo lavoro trarrà degli utili. E se non li trae è perché non funziona, non perché non voglia.
Si chiede quindi, lo scienziato (C), se non ci sia una differenza tra uno stipendio statale (pagato con le tasse di tutti) e un $ che transitava un tempo tra privato-cliente e privato-fornitore? Si chiede se sia giusto essere pagato dallo stato e poi lavorare (magari nel weekend, per carità) per un privato? Dice tanto lo stipendio ce l’ho già. Ma se qualcuno quello stipendio non ce l’ha, come nel caso di A, non è concorrenza sleale a spese della collettività?
4. l’editore si chiede… sì, l’editore si chiede come possa stare nelle spese e la risposta smettendo di pagare chi ci lavora è ovviamente quella più facile, per lui.

Lo scienziato volenteroso (il SV, come definito nella galleria dei tipi umani da giornalista scientifica) ha tanti pregi. E in genere è un amico, oltre a essere una persona stimata e stimabile. Ma spesso non conosce i meccanismi e la situazione del mercato della comunicazione della scienza. Io, in compenso, non conosco i dettagli della storia. Per questo l’ho raccontata al minimo: perché è paradigmatica di una tendenza che si osserva da tempo, e se anche non fosse proprio così ne descriverebbe comunque altre.
Vi basti sapere che l’ultima volta che ho cenato con uno scienziato del tipo SV, mentre ero lì che sproloquiavo di catapulte e di articoli da 50 euro, di pagamenti in ritardo e di prospettive di fame, lui mi ha guardato e, serio, ha confessato: se tu non mi avessi raccontato queste storie, non lo avrei proprio capito che quelli come me rischiano di mettere nei guai quelli come te.
Ho esclamato: Non solo quelli come me! Tutti! Tutta la comunicazione della scienza e, alla fine, l’intera società!
E mi sono fatta offrire la cena.

 

* Licenza pascoliana a modo mio.
** Non voglio nemmeno sentir dire o anche meno. Chiaro?

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Il “progettino” che ci manderà sul lastrico: quello per le idee di un altro

La nostra morte sarà un progettino.
Quelle cose del tipo stiamo aspettando di capire se partiamo, tu intanto facci un progettino (oppure un indice o qualche proposta o butta giù un paio di idee). Gratis, si intende: per prova.
Progettino significa che ti propongono di collaborare a un’idea, loro, nella quale, loro, investono tempo e soldi, loro e tuoi.
E questo in attesa di un rientro o di una remunerazione, che sarà ovviamente soprattutto loro (a te diranno che il budget è limitato).
Nel frattempo, per accelerare i tempi, e quindi per essere operativi nel momento in cui arriveranno i finanziamenti oppure nel momento in cui sarà chiara l’organizzazione di tutta l’impresa, tu prepari il progettino e dimostri di essere attenta, preparata, lesta. Proprio quello che serve.
Poi magari l’idea muore (nel mio campo, muore il 90% delle idee) oppure i finanziamenti vengono ridimensionati oppure ci sono cambiamenti e magari ricche consulenze da pagare, e purtroppo la tua collaborazione non serve più. A volte succede anche che sia tu a romperti le balle e a provare il brivido del rifiuto per dignità. In ogni caso il progettino rimane lì: monumento al tempo buttato, mai pagato, impossibile da riciclare, una specie di esercizio di stile, o di fiducia mal riposta nelle idee di un altro.
Ho decine di progettini nel computer.

Attenzione. Un progetto personale è un’altra cosa. Se io ho un’idea, per un libro, per un’iniziativa, per un articolo, per una cosa qualsiasi, è chiaro che sono fatti miei e che se poi il progetto muore ci mancherebbe altro che mi lamentassi.
Non solo. L’idea può essere tua. Ma posso sposarla e decidere di sostenerla, per qualsiasi ragione. Così il mio investimento in un progettino significa mettere il cappello su qualcosa a cui voglio partecipare e a cui magari credo. Per esempio, se siamo amici e tu hai un’idea che mi piace e mi proponi di partecipare, se funziona, col progettino ti permetto di andare avanti e aumento le mie probabilità di collaborare con te a una cosa bella. Oppure l’idea è tua, a me piace ma temo la concorrenza: allora, all’inizio, decido di investire un po’ del mio tempo a dimostrarti che io, quel lavoro, lo faccio meglio degli altri. Va bene, va bene lo stesso.

Ma il progettino malefico che intendo io significa che mi stai affibbiando (e sei stato tu a cercarmi) una parte del tuo rischio imprenditoriale.
E non me ne dai gli eventuali benefici.
Tra l’altro, a progetto naufragato, il mio progettino te lo tieni e non so bene che cosa ne farai.
Ora, lo so che devo imparare a farmi furba. A dire che il progettino lo si paga a parte. E invece sono qui col sangue avvelenato per diversi (diversi) progettini su cui ho buttato via un po’ del mio, non abbondantissimo, tempo. Allora meglio scrivere gratis su un blog in bianco e nero.
(seguono mail).

(Stavo pensando di concludere questo post di invettiva buttando lì una manciata di progettini che ho scritto negli anni e che non sono serviti a niente. Pensavo di regalarli a grappoli, tanto. Poi no. Poi m’è presa la tigna. Basta coi regali. Ecco. Qui tra poco si chiude bottega, a suon di regali. Fatemi un progettino per una bottega nuova e poi se ne riparla. Ah: per ora, zero budget…).

 

Come va a finire? La comunicazione della scienza al tempo della crisi

[Quello che segue è un post ad altissimo rischio banalità. Spero che si risollevi coi commenti dei lettori più generosi].

Chiunque faccia un mestiere a soffietto (tipo il mio, il freelance, il commerciante, oppure il traduttore, il semprevalido idraulico e chi più ne ha più ne metta) si trova spesso a chiedersi come vada avanti la storia. Che cosa ci sia nell’ultimo capitolo, che cosa ci aspetti là in fondo, come diavolo camperemo tra dieci o vent’anni, ma anche tra due.
Per la mia professione oggi le cose si stanno mettendo così.
Quello che un tempo era pagato X, e con X/2 (cioè il netto) ci compravi un biglietto andata/ritorno per un posto a trecento chilometri da casa o un bel paio di scarpe da pioggia, oggi è pagato tra 0,8X e (più spesso) X/2, e con X/4 oggi ci mangi una pizza. Una pizza dietro casa, e se piove pazienza.
Quello che un tempo era pagato bene, che chiedeva fatica e studio ma ti faceva sentire valorizzato per le tue competenze, oggi è pagato la metà secca, non importa il resto. E mentre sei lì, come un San Sebastiano su un palco, a ricevere dalla platea le frecciatine di quelli che La mia più che una domanda è una provocazione, e le solite stupidaggini di chi si sente più furbo perché si vede a occhio e non c’è bisogno di tanta scienza, che ha letto su internet una vaccata scambiata per verità, e critica noi della scienza ufficiale, ti risuona in testa sempre più forte: ma perché ho accettato questa moderazione ingrata? Almeno mi pagassero bene, bene come un paio di anni fa, i cretini li sopporterei meglio. E invece: tiratemi pure addosso, io lo faccio per passione.
Infine, tanti lavori che un paio di anni fa c’erano, spesso non ci sono proprio più. Se ci sono ancora, sono diventati volontariato: sposa la mia causa, sii buono, è per la collettività con varianti più o meno imbarazzanti. Ho appena ricevuto una mail che lo dice ancora prima di fare le presentazioni: gentile Silvia, visto il nostro budget limitato… e lì io già ci andavo gratis, perché sono buona ed è per la collettività.

Tecnicamente, si parla di vacche magre*.
Un paio di piccole consolazioni: succede sempre più spesso anche nei paesi che ci piace chiamare civili, come quelli anglosassoni, con strascichi importanti. E succede, pare, a tutti. O almeno a tutti gli amici miei, quelli bravi e onesti e soprattutto con cui posso confrontarmi. Ci incontriamo come carbonari in piccole mailing list e ci diamo appuntamento in malora o a remengo: anche tu vai in malora? ci vediamo là tra qualche giorno! Fa ridere, ma mica tanto.
Io ho sempre detto che noi della scienza siamo privilegiati. Perché abbiamo più mercato, siamo più versatili e riconoscibili dei nostri colleghi giornalisti generici: siamo specializzati, accidenti. Ma mi sto rendendo conto che forse noi soffriamo più degli altri lo scadimento della qualità dell’informazione, perché proprio sulla qualità punta chi è specializzato. Lo soffriamo anche psicologicamente, come il San Sebastiano di cui sopra. E allora (sentite con che strazio): come andrà a finire?

Tra le tante cause di tutto questo, quella che viene più spesso tirata in ballo è la mancanza di un modello di marketing per la roba web. Cioè: non si sa bene come far rendere la roba online, poi online c’è di tutto, e la gente non capisce il diverso valore di quello scritto (gratis) da chissachì in un sito di controinformazione e quello che invece è scritto da uno specializzato in quei temi e magari sano di mente. Perché dovrebbero coprirti d’oro per scrivere online?
Intanto i giornali di carta non sembrano passarsela bene, basta dare un’occhiata ai trend delle vendite, agli investimenti pubblicitari o ai compensi per i collaboratori: investire solo nella scrittura di carta sembra essere una pessima idea al momento (ditelo anche all’ordine dei giornalisti, se vi capita).
Le aziende radiotelevisive… vabbè.

Restano le istituzioni: le istituzioni scientifiche, nel mio caso, pubbliche e private. Mi chiedo se, visto il problema di cui sopra, per cui web pullula di cazzate pseudoscientifiche scambiate per informazioni serie, e visto che non si può chiedere al pubblico (no, non si può chiedere) di essere in grado di distinguere che cosa c’è di vero, mi chiedo se non correranno ai ripari.
Tipo facendoci lavorare, in tanti, e bene**: selezionandoci per le nostre competenze, chi ne ha, in comunicazione, in strategie di comunicazione, in comunicazione dei rischi, in comunicazione ai piccoli, in comunicazione in emergenza, in comunicazione web, in comunicazione della scienza ai non scienziati e così via. Costruendo uffici comunicazione all’altezza dell’impresa. E costruendo professionalità all’altezza dell’impresa.
Quindi forse, piano piano piano, ci sposteremo davvero sull’istituzionale (e ci sarà chi questionerà sulla nostra indipendenza).
Forse ci inventeremo qualche forma associativa capace davvero di promuovere il nostro ruolo e di difenderci (e quello questionerà sulle definizioni).
Forse arriverà una nuova tecnologia che cambierà di nuovo il panorama e i più bravi di noi si adatteranno ancora una volta (mentre qualcuno resterà al palo a questionare, tiè).
Non lo so.
Forse invece è solo una fase: se fai un mestiere a soffietto lo devi mettere nel conto che a volte soffi e a volte no. Non succederà niente di eclatante, a breve: semplicemente ricominceremo a soffiare. In fondo, me meschina, è quello che spero.

 

* Io resto col sospetto che a volte le vacche magre vengano messe a palizzata a nascondere quelle paffute. Ditemi pure che sto diventando paranoica.
** La comunicazione della scienza non è un lusso: è un settore strategico per lo sviluppo scientifico e culturale di un paese. Solo che a volte mi sa di essere nel paese sbagliato.

“Non è lavoro gratis: è una nuova idea di imprenditoria”. Il mio strano carteggio sull’editoria che non ti paga

Qualche giorno fa un estratto del mio libro è stato pubblicato da Linkiesta.
Si tratta di un paio di cartelle in cui provo a spiegare che lavorare a pagamento non è solo una bella cosa per il proprio conto in banca ma è anche un atto di responsabilità verso la professione, e che dovremmo ricordarcelo soprattutto noi lavoratori sedicenti intellettuali o della cultura o dell’informazione o fate voi.
La solita zuppa.
Più o meno come successe tempo fa, quando pubblicai i testi originari sul blog, ho ricevuto un sacco di mail private (e in effetti non sono sicura di aver risposto a tutti). Tante.
C’è chi dice soltanto lavoro gratis e allora? E chi dice parole sante (ah sì? a me sembravano banalità). Chi dice scrivo gratis ma per me è un secondo mestiere, praticamente un hobby (e allora grazie da parte di tutti noi che vorremmo camparci) e chi dice ci stanno rubando il futuro e poi mi racconta la sua storia.
Poi arriva uno con una mail in cui leggo più o meno chiedo ai miei collaboratori di lavorare gratis: ho provato a spiegare loro che possono trarne un guadagno comunque, da altre cose, ma loro non sono contenti e, come te, insistono a voler essere pagati.
Pofferbacco, che richieste.
Ma forse sono io che ho capito male, mi dico.
Giornalismo partecipativo, imprenditoria diffusa. Rileggiamo.

Chi mi scrive è un giornalista: si è fatto il mazzo in giovane età e dice di avere ben chiaro il principio (si riferisce al volontariato) per cui si lavora gratis solo se tutti lavorano gratis.
Adesso ha aperto una serie di giornali online ma non può pagare i collaboratori.
Sui siti internet la cosa viene descritta così:
L’attività parte a budget zero, senza investimenti in denaro, ma con l’apporto di tempo ed idee dei suoi collaboratori. È una testata regolarmente registrata in tribunale, non beneficia per ora di finanziamenti pubblici. Le risorse per l’attività derivano dalle attività accessorie (Relazioni e comunicazioni, formazione) e dalla pubblicità, che segue gli standard tradizionali in uso nei principali giornali online.
Nella mail mi dice che è un modo per liberarsi dall’editore-sfruttatore e per trarre beneficio dal proprio lavoro senza compromettere la propria libertà.
In un altro sito si parla di giornalismo di comunità. E si invitano i lettori a mandare i propri pezzi in redazione.
In tutti i siti c’è una pagina per la raccolta pubblicitaria, come del resto si capisce dal testo qui sopra.
E comunque, va riconosciuto che in questi giornali è scritto nero su bianco. Mentre in molte testate, anche grandi, compaiono articoli scritti per compenso zero e non viene detto, perpetrando quella che per me, diventa quasi una truffa verso il lettore.

Ma torniamo al mio corrispondente.
Forse racconta di una cosa diversa da quella che faccio io. Del resto, non è nemmeno la prima volta che sento parlare di crowdjournalism.
Nel caso rispondo avanzando dubbi sul concetto di imprenditoria diffusa: per me, imprenditore è chi accetta i rischi di un’impresa e gode dei suoi eventuali benefici, mentre i suoi lavoratori non guadagnano altrettanto ma non si prendono nemmeno i rischi. Per cui l’imprenditore li paga sempre e sempre uguale (beh, insomma: a grandi linee) e tutto il resto è suo. Così l’avevo capita, io. È la vecchia storia del rischio imprenditoriale, che non può essere scaricato sui lavoratori a meno che tu non li faccia entrare in società e non li renda partecipi anche degli eventuali utili. E quindi a meno che non trasformi anche loro in imprenditori.
Qui, dico io, da come la capisco, sembra un classico pagamento in visibilità.

No, mi corregge lui. Non ci siamo capiti. Noi non ci mettiamo capitali, ma lavoro: cioè noi che mandiamo avanti la baracca ci mettiamo il nostro sudore. Il reddito ci arriva da attività parallele legate al sito. E la mia proposta è di lavorare tra pari, in un sistema in cui tutti mettono lavoro e ciascuno beneficia delle attività di cui sopra. Usciamo dallo schema padrone – lavoratore.
Mumble mumble… Medito. E rispondo: quelli come me non sono in uno schema padrone – lavoratore, sono in uno schema cliente – fornitore. E il cliente paga.
No no, insiste paziente. Qui, con il lavoro di tutti, tutti guadagnano opportunità. Nessuno guadagna direttamente dal sito.
Solo che i suoi collaboratori non l’hanno capita come non la capisco io.
In generale, io so che quando propongo a qualcuno di lavorare a una mia idea, l’idea resta mia e lui lo pago. E sono ancora ferma qui.
Ma il mio corrispondente è gentile e sembra molto sicuro della sua proposta.
Dice che si tratta di allargare gli orizzonti e di provare a pensarci.
Voi che ne dite?

 

Chi ci guadagna? Un confronto tra il prezzo del mio articolo e il valore che ha

Una storia di un po’ di tempo fa.
Premessa.
Tra le tante, collaboro con una testata che oggi per i miei pezzi mi paga X*. Sono articoli come altri, quindi devo trovare argomenti originali (ed è la fase più difficile), devo contattare gente da intervistare e poi devo costruire il pezzo. Essendo pagata X, che è molto poco, a volte cedo un po’ alla pigrizia e, invece di fare grandi ricerche tra i miei contatti, mi affido ai comunicati stampa o agli uffici stampa con cui ho già avuto a che fare. Niente di male, anzi. Anche se lo so che ci sono tanti scienziati in Italia che non hanno ufficio stampa o che non lo sanno usare o che boh, e altri che invece lavorano con addetti stampa più efficienti o persino un po’ insistenti. Però peggio per i primi, eh, e poi io comunque non pubblico panzane né riporto comunicati stampa pari pari, so di chi posso fidarmi, non mi limito a leggere una versione della notizia e telefono sempre a qualcuno: quindi faccio comunque un buon lavoro, e per quel che è X a volte mi sembra di fare un lavoro davvero ottimo.
Fine della premessa.

Allora tempo fa dovevo seguire per la testata di cui sopra un piccolo evento, facciamo una premiazione. Una cosa bella e trasparente, nessun problema. Il prezzo del pezzo sarebbe stato comunque X.
Finché non mi chiama l’organizzazione, che mi conosce per altre ragioni, e mi propone una specie di lavoro da addetto stampa. Proprio per quell’evento.
Mi chiede, cioè, di lavorare per lei allo scopo di far uscire la notizia sui giornali e sugli altri media. Mi pagherebbe a forfait, dice. E il mio primo pensiero è santo cielo, ma così finisce che per il pezzo per la testata che mi paga X vengo pagata due volte! Una volta dalla testata e una volta dall’organizzazione: è scorretto! Quindi dico di no, anzi di ni, anzi di boh. E prendo tempo.
Loro mi pagherebbero sicuramente di più, ma la collaborazione con la testata io la voglio mantenere, e la voglio mantenere sana, voglio che si continui a pensare che lavoro bene e che… ma insomma, però: X è proprio poco.
Quindi ritelefono e dico: ok, ci penso. Magari mi sfilo, e il pezzo per la testata che mi paga X non lo scrivo proprio. Ma ditemi, quanto mi paghereste?
La risposta suona più o meno così: Beh, di sicuro più di quei (tenetevi forte) 10 * X che ti pagano normalmente per un pezzo!

Dieci-per-Ics.
Cioè, lui credeva che i pezzi me li pagassero dieci volte di più.
Sospensione del pensiero. Chiudo la telefonata: scusa, ti richiamo tra un secondo. E mi faccio due conti, e continuo a farmeli.
1. Da domani o la testata di cui sopra mi paga almeno 5*X o niente.
2. Figurati. Non mi pagheranno mai più di 1,5*X, ma forse anche 1,2*X.
3. Siccome ieri la mia collega mi ha raccontato di aver rifiutato di essere pagata 1,5*X ad articolo e di aver salutato la sua testata di riferimento per sempre, e siccome io lì ho pensato cazzo stima, da domani rifiuto anch’io. Rifiuto e mi metto a fare altro.
4. La mia collega mi ha anche detto che un nanosecondo dopo il suo rifiuto lo stesso giornale ha pescato una studentessa implume del primo anno di un master, le ha proposto la stessa collaborazione e nella migliore delle ipotesi la paga X o 0,75X o 0,5 X (più probabile). I suoi articoli sono imbarazzanti, dice la collega, ma evidentemente non è un problema, perché sono economici. E poi la possiamo sempre leggere come largo ai giovani, perché quelli della mia età quando conviene puoi anche considerarli passatelli (e quando conviene puoi invece chiamarli ragazzi, per proporre loro un’eterna gavetta: è il nostro miglior pregio, siamo versatili).
5. Ma tutta quest’attenzione per l’etica del lavoro…? Spero che non sia una fissa solo mia. Perché da qualche parte ci deve essere il trucco.

Ma soprattutto. Quanto vale il mio lavoro? Per la testata di cui sopra, poco. Per il giornale (ex giornale) della mia collega, ancora meno. Ma per quelli che vengono citati evidentemente vale almeno dieci volte tanto. Ed è di questa entità il danno che procura a se stesso quello che non ha un addetto stampa o ce lo ha ma non lo sa usare o ha deciso che pazienza.
Io, poi, rispondo al giornale e ai lettori e il mio lavoro è soprattutto quello di dare notizie di qualità, verificate e ben scelte, utili alla nostra crescita e al dibattito e blablabla. Ma quando uno mi arpiona e mi vende un bel comunicato stampa di quelli che mi risparmiano un sacco di fatica, e portano la mia paga oraria da X/3 a X/2 (da pochissimo a molto molto poco), fa un affarone vero. Quasi lo fa fare anche a me, sebbene nel mio caso si parli di spiccioli.
Ci devo pensare bene, tutte le volte che scrivo.

In tutto questo, un pensiero vorrei mandarlo a chi invece mi fa perdere un sacco di tempo come quello scienziato di qualche giorno fa, che ha voluto rileggere il pezzo, se lo è tenuto per giorni e me lo ha restituito pieno di correzioni sgrammaticate e di indecenti trombonate scritte con le lettere maiuscole (tipo Prof. Ord. nonché Presidente Onorario della AINUIGSUHPI, Associazione Italiana Nazionale…). Poi ha preteso di rivederlo prima dell’invio in redazione e, alla mia cortese mail in cui ribadivo che il mondo funziona se ognuno fa il suo mestiere, mi ha risposto peccato, pensavo che volesse fare un lavoro un po’ migliore rispetto ai soliti articoli divulgativi..
Sì, soliti articoli divulgativi, scritto con un certo disprezzo.
In questo caso lui, con un paio di telefonate e un’inutile lavoro di revisione dell’articolo, guadagna 10*X. Io invece guadagno X. E siccome con la sua arroganza mi ha fatto perdere un sacco di tempo, ha portato la mia paga oraria a X/4. La prossima volta glielo dico. Quanto a me, sono sempre qui che ci penso.

*Non è un segreto quanto mi paghi, ma qui è irrilevante. Vi basti sapere che è molto poco.

Sette secoli di gente che se ne frega: una storia di quello che non cambia la storia

Ogni tanto penso a una tizia nata nel 1277.
Cioè sette secoli prima di me.
Che cos’è successo nel 1277? Wikipedia riferisce solo due eventi: la caduta di San Giovanni d’Acri ad opera del califfato di Baghdad, e la battaglia di Desio, in gennaio, che non sapevo nemmeno che fosse mai esistita. Dante Alighieri aveva dodici anni, Giotto dieci e Marco Polo ventitre. Il cantiere della torre di Pisa era aperto da un secolo, e aveva ancora un secolo di lavori davanti a sé.
Wikipedia dà anche cinque nati e venti morti.

La tizia nata nel 1277 aveva la mia età nel 1313: una battaglia (Cangrande della Scala batte i padovani, sempre in gennaio), nove nati (tra cui Boccaccio e Cola di Rienzo) e dieci morti (tra cui santa Notburga e Meo Abbracciavacca), fonte Wikipedia. Il faro di Alessandria era stato distrutto da un terremoto: era un’epoca in cui ai bambini si dava volentieri il nome Azzo, moriva Alessandro della Spina, primo ottico della storia, e intanto il Papa lasciava Roma per Carpentras e poi per Avignone. Non esistevano le fogne, le case non avevano le finestre, ci si lavava poco e infatti qualche anno più tardi arriverà la peste (e proprio Boccaccio ne approfitterà per scrivere il suo best seller).

La tizia nata nel 1277 forse era una mia antenata. Anzi, sicuro. Se a ogni generazione il numero degli antenati raddoppia (perché tutti abbiamo due genitori biologici) e approssimando a quattro generazioni per ogni secolo, sette secoli fa dovevano essere in circolazione due-alla-ventisette miei antenati. Che fa 134 217 728. Considerando che nel 1340 in Europa abitavano settanta milioni di individui (poniamo anche nel 1277, allora, a essere generosi), questo potrebbe significare un sacco di cose: che ho sbagliato i calcoli, che come al solito la teoria va lasciata ai teorici, che ho (tanti) avi recenti cinesi o africani o comunque non europei, oppure che ciascun abitante europeo del 1277 è mio avo-almeno-due-volte, cioè è anche avo (almeno un’altra volta) di un altro avo di qualche generazione più giù. Insomma: che ci sono stati accoppiamenti tra parenti più o meno lontani. Magari non sarò discendente di tutta la popolazione europea del 1277, ma di tanti di loro sì, e di ciascuno di loro più volte, e probabilmente sono tanti che in quell’anno erano concentrati nell’Italia del centro-nord. Come la tizia a cui penso io, che a ripensarci poteva anche essere la mamma di Boccaccio, perché no.

La tizia nata nel 1277 sicuramente se la passava peggio di me. Non aveva i miei occhiali da sole graduati, non aveva gli assorbenti e non poteva prendere l’ibuprofene quando aveva la sinusite. Non aveva un sacco di cose che oggi io ho anche senza cercarle su Google: mangiava insipido e sempre uguale, se mangiava, e chissà quante volte al giorno ringraziava il cielo per non essere ancora morta di parto a trentacinque anni. E non sapeva che stava per arrivare la peste.

Quando penso alla tizia che ha sette secoli più di me, la mia trisavola medievale, mi vengono le vertigini. Penso a lei, agli altri miei 134 217 727 antenati, a quanto tempo è passato, a quanta fortuna ho io, ai miei antenati che hanno fatto il freelance e a quelli che magari, chissà, hanno avuto una vita ricca e avventurosa: mi immagino una badessa, un esploratore, un miniatore. Mi immagino anche decine di migliaia di contadini, di poveracci come tanti. Mi immagino il nonno della tizia nata nel 1277, vecchietto, che passa la giornata a guardare gli operai nel cantiere della torre di Pisa, e sua sorella incerta se chiamare il figlio Azzo o Zebedeo. Sono passati su questa terra tutti senza sapere che da qualche parte, prima o poi, ci sarei passata anch’io. Ed è andata bene lo stesso.
Allora perché mi preoccupo tanto per il mio librino appena uscito?

Lost in Finestraccio – Io freelance, tu postino: il compromesso della raccomandata

Il mio purgatorio è un ufficio postale.
Non uno qualsiasi. Quello di Finestraccio*.
Per carità, è un ufficio postale come tanti, sebbene afflitto da lavori in corso dalla durata indefinibile. Non è nemmeno troppo affollato. Ha l’unico difetto di trovarsi a un’ora di mezzi pubblici da casa mia.
Per la precisione. Per andare a Finestraccio esco di casa, faccio duecento metri, prendo (se passa, quando passa) un trenino a righe gialle, scendo a Torbangla**, attraverso una strada a quattro corsie, prendo (se passa, quando passa) un autobus a tre cifre, scendo davanti alle poste ed è fatta.
Quasi sempre.
Quando non avvengono fatti misteriosissimi ed affascinanti tipo la nipote che ritira la raccomandata del nonno con la carta di identità della nonna o il tizio che viene a prendere un pacco per il figlio, senza delega né documento, e si giustifica dicendo sa, mio figlio sta facendo la scuola per diventare finanziere…
Comunque a un certo punto e in qualche modo riesco a ritirare la mia raccomandata e a tornare alla fermata, per prendere l’autobus a tre cifre e fare il percorso inverso in direzione casa mia.
Nella busta, ho l’ennesima certificazione di pagamento 2012.

Maporcadiunapalettaladra… L’anno scorso ho emesso una trentina di fatture: alcuni clienti (ne bastano cinque per rovinarmi la vita tra marzo e maggio) invece di mandarmi la certificazione per posta elettronica ritengono più appropriato farmi una costosa inutilissima raccomandata con una costosa e inutilissima ricevuta di ritorno. E non pensano, ingenui, che non posso essere sempre a casa a pescare al volo le raccomandate che mi piovono addosso. La maggior parte, direi quasi tutte, le devo andare a recuperare a Finestraccio.
Mi trovo l’avviso di giacenza, smadonno con tutto il mio cuore, sbraito che stavolta la lascerò lì, quella raccomandata.
E poi faccio esperimenti su me stessa.
Riuscirò a resistere fino all’ultimo giorno per il ritiro? No, perché intanto posso sperare che un’eventuale altra raccomandata mi arrivi in questo intervallo di tempo e mi eviti un secondo giro a Finestraccio.
Ma la risposta è no. Non posso passare le giornate con l’avviso di giacenza di una raccomandata che occhieggia verso me, incastrato dietro al vetro della vetrinetta dei piatti in sala, o che mi fa continuamente cucù dal mezzo del libro che sto leggendo.
Ed ecco che quest’anno ho già all’attivo quattro viaggi a Finestraccio. Consapevole che ad agosto cominceranno ad arrivare le raccomandate dei controlli dell’Agenzia delle Entrate e saranno altri passaggi da Torbangla in su e in giù.
Una volta sull’autobus a tre cifre ci ho pranzato: mi sono portata la gavetta con il riso freddo e mi sono arrangiata così. Altre volte semplicemente osservo la gente e origlio: sul trenino par d’essere all’Onu, da tante nazionalità si incontrano. E poi leggo, telefono, scrivo mail. E mi rodo il fegato, dio quanto me lo rodo…

Stamani però ho beccato il postino.
L’ho ghermito lungo le scale. E gli ho fatto una filippica infinita sulla mia angosciante situazione.
Lui non ha colpa. Mi dice che la colpa è delle privatizzazioni. Capisco di avere di fronte un uomo di sinistra. Un uomo gentile, anche.
Dico siccome hanno privatizzato anche me, adesso ricevo valanghe di certificazioni di pagamento (ridicole, sa…) (e la maggior parte da parte di enti pubblici, si renda conto…) che mi costringono a perdere intere mattinate di lavoro per andare a Finestraccio
Faccio anche un calcolo: se mi pagano cento euro lorde per un lavoro di una giornata, ho guadagnato tipo cinquanta euro, cioè diciamo cinque euro puliti all’ora (wow). Ma se poi perdo una mattinata per andare a Finestraccio a recuperare la certificazione fiscale che blablabla (è un uomo di sinistra, ma è un dipendente e non si rende conto che sto un po’ annaspando) alla fine è come se guadagnassi tre euro e mezzo all’ora (l’ho stordito), e si rende conto lei di che razza di sistema sia?
Si rende conto.
Mi dice che però non può lasciare le mie raccomandate ai vicini.
Nemmeno scrivere sull’avviso di giacenza il nome del mittente? Sa, almeno posso mandare una mail e chiedere che la certificazione me la mandino in formato elettronico, così io posso cliccare semplicemente “inoltra” alla commercialista. Lo so che lei fa il postino, ma capisce che siamo nel 2013…
Non si può.
C’è la privacy.
Ora. (Omissis).
Ma mi spiegate perché le cose che faccio (e per cui vengo pagata, in genere) avvengono in enormi sale conferenze aperte al pubblico e vengono tutte buttate su internet, in streaming, foto, bacheche pubbliche di facebook… E poi la certificazione del pagamento deve essere coperta da tanta privacy da impedire persino a me di sapere quando e come mi arriva?
Il postino è un uomo di sinistra. Capisce i problemi dei lavoratori, anche quelli autonomi a partita Iva.
Mi spiega che l’Italia ha preso una brutta direzione. Lo ascolto con aria affranta.
Mi chiede ma lei di che cosa si occupa, se posso permettermi? Alzo la testa, tiro indietro i capelli e dico, con voce grave, di scienza. E in quel momento esatto mi accorgo di avere addosso la mia felpa zebrata col cappuccio e ai piedi le babbucce blu.
Il postino mi guarda perplesso.
Poi tira fuori un’agendina di carta, fa la sua battuta: come vede io uso solo dispositivi elettronici…
E compie il gesto più umano che possa immaginare.
Mi dà il suo numero di telefono.

Signori colleghi: ho il numero del postino del mio quartiere.
Mai più Finestraccio, mai più riso freddo sul 495, 638 o 742.
Siete interessati? Volete anche voi il numero del vostro postino?
Il mio servizio a domicilio di appostamento, stanamento e convincimento (per intenerimento) del postino costa 100 euro al giorno (Iva esclusa).
Però a questo punto le certificazioni di pagamento siete pregati di mandarmele per posta elettronica.

 

*Nome di fantasia
** Nome di fantasia non mia, che deriva dall’etnia più rappresentata tra le tante che vivono nel quartiere

“Cara Silvia, ti andrebbe di lavorare gratis?”. Alcuni esempi, solo alcuni.

Cara Silvia, ti andrebbe di partecipare al famoso congresso interplanetario su quanto è figa la scienza? Non paghiamo nessuno, quindi nemmeno te che non sei un dipendente pubblico come tutti gli altri ospiti, ma vivi di cose come queste e poi di arte e amore. Ti organizziamo la trasferta, dormirai in un albergo che accipicchia, e in quei giorni sarai libera di fare come ti pare. Poi ti riempiamo anche di gadget perché sappiamo che a questo, in quanto tutto-sommato-femmina, tu sei sensibilissima.
Cinque ospiti, sette teleschermi sul palco, un migliaio di persone in platea, ex ministri e autorità, si passa dall’italiano all’inglese e dall’inglese all’italiano come se fossimo persone serie, livetwitting e occhi di bue sul palco. Bello.
Vabbè, non pagano. Ma i gadget sono effettivamente molto interessanti e poi, cavolo, è un investimento.

Ciao Silvia, ti andrebbe di tornare? Stavolta ti paghiamo! Vedi, lo dicevo io: era un investimento!
Si tratta di una cosa così e cosà, di quelle che ti piacciono e sai fare bene. Ti diamo un gettone forfettario ma ti chiediamo, a questo giro, di organizzarti tra viaggi e pernotti.
Ok, che bello! E quanto pagate?
Eddunque, fatti tutti i conti… Ti proponiamo (ma non puoi rilanciare e se rilanci ti diciamo di no) mille euro! Mille, eh.
Un Signor Bonaventura del 2013! Ti piacciono mille euro? Uno con tre zeri dietro: non puoi dire di no!

Mumble mumble… Per l’ennesima volta.
Una fattura da mille euro, al netto di tasse e contributi, corrisponde a poco più di cinquecento euro. Se poi mi devo pagare il viaggio (e in questo caso si tratta di più viaggi, con una spesa stimata tra i 400 e i 550 euro) non mi pare che la Signora Bonaventura qui presente stia facendo un grande affare. Aggiungici anche che si tratterebbe di dormire da amici (divertente, eh, per carità. Ma magari gli amici prima o poi si rompono le balle) e di mangiare fuori (o dagli amici di cui sopra, che diventerebbero loro malgrado i veri finanziatori del grande evento) insomma no.
No, grazie. La vostra proposta non è ricevibile.
Rilancio sparandola grossa e la trattativa si chiude con un niente di fatto.
Loro passano a un altro collega.
Nella mia casella e-mail, intanto…

Cara Silvia, sono un’amica di un’amica. Avrei bisogno di una cosa che non so bene spiegare per un meraviglioso maxievento e il tuo aiuto sarebbe davvero prezioso. Purtroppo non posso offrirti un compenso, ma so che il tuo senso civico e il tuo impegno per la difesa del buonsenso ti faranno capire l’importanza della cosa. Puoi anche chiedere un aiuto a un collega: anzi, ti ringrazio anticipatamente se pensi di poterlo fare. Ovviamente non posso pagare nemmeno lui.

Cara Silvia, stiamo facendo un servizio su questa cosa difficile e stiamo per dire un sacco di sciocchezze. Ti va di studiare un paio di ore e di spiegarci tutto daccapo? Lo sai che non possiamo pagare, ma svolgiamo un servizio pubblico, poi con noi ti diverti, e un sacco di colleghi tuoi lo fanno senza problemi…

Cara Silvia, sto pensando di scrivere un libro. Ti andrebbe di contribuire? Il progetto è così e cosà: bello, interessante, vivace. Siamo noi a pagare l’editore, però, quindi non posso proprio darti un euro. In cambio, ti manderò una copia eh.

Cara Silvia, puoi rileggere questa cosa che ho scritto da solo perché non ho un ufficio stampa? Di mestiere faccio lo scienziato ma ho alcune velleità comunicative che a volte mi solleticano la panza e così ho pensato che, in fondo, posso anche fare tutto da solo e magari poi chiedere un parere a te.

Cara Silvia… Ah, stavolta mi scrivono dall’estero! E all’estero pagano, si sa!
Ti andrebbe di fare un servizo così e cosà, interessante, carino… Dai, ti va?
Sì, mi va! Interessante, carino… Ma pagano? Eh, loro pagheranno vero?
Oh, sì, che bello! Spero che sia previsto un ricco gettone.
Cara Silvia, trovo la tua richiesta perfettamente lecita, ma purtroppo i fondi degli ultimi anni ci hanno fatto tirare parecchio la cinghia. Possiamo offrire contratti a 50 cosi (valuta estera criptata) lordi (anche voi!) a pezzo a chi collabora con almeno 10 servizi all’anno. Purtroppo abbiamo comunque dovuto togliere la scienza dagli argomenti “a pagamento” perche’ in genere la copriamo con ricercatori, docenti universitari.
Maledetti. Sempre siano maledetti. In tutto il mondo siano stramaledetti.

No, non sono un’ossessiva, o almeno non lo sono mai stata. È che davvero in questo periodo sono più le proposte del genere di quelle sopra di quelle normali, che prevedono una normale transizione economica in cambio di una prestazione professionale. Non so se sia per via del fatto evidente che il nostro paese è in chiusura, e che forse la mail del collega straniero è un’eccezione. Non so. Ma vi assicuro che sta diventando un po’ pesante.
E poi vi chiedete perché ci siamo messi a fare i video sul vivere di niente.

Disabile e arruolato, a pagamento: storia di un freelance disabile

Ho un’amica disabile. È tante altre cose: per me è un’amica, per qualcun altro è una figlia, una sorella, una moglie, una vicina di casa. E poi è un’elettrice, una lettrice, una che fa torte di mele da urlo, una che beve quanto me e forse riesce a mangiare persino di più: una che guida, viaggia, combatte le sue battaglie, coccola i suoi gatti, fuma e poi rifuma e, generalmente, si circonda di un gran casino di cose e di idee (per questo è una mia amica). È anche laureata e, a prezzo di una gran fatica, piano piano, sta cominciando a far valere la sua professionalità. Una professionalità molto particolare, la sua, perché è psicologa e si occupa proprio di psicologia della disabilità.
Attenzione. Avrebbe anche potuto essere pedagogista, architetto, linguista, medico, educatrice, urbanista, giornalista. La storia non cambia. Si tratta di una persona altamente qualificata (sebbene non altrettanto attiva, per le ovvie difficoltà che incontra) capace di migliorare il mondo a noi abili e a noi disabili. Dico noi disabili perché la disabilità della mia amica è abbastanza diffusa, è di quelle che ti possono arrivare in casa senza prima suonare il campanello e a pensarci bene non posso giurare che non mi capiterà mai addosso. Quindi, la mia amica è una risorsa. All’elenco di cose che è (amica, disabile, figlia, sorella…) aggiungete risorsa.

Eppure la si invita a fare il suo mestiere, a parlare di disabilità e abilità, a incontrare persone e situazioni di bisogno, senza pagarle una lira.
Accidenti, dico io. Rifiuta. I suoi argomenti assomigliano a quelli dei miei colleghi (e a volte anche miei): è un’occasione, mi faccio conoscere, dormo da amici, me lo ha chiesto uno che conosco… E poi: così posso dare visibilità alla mia disabilità.
Sì, ma sono cose impegnative, dico. Si tratta di viaggiare, di studiare, di prepararsi a lungo. Rifiuta, insisto. Difendi la tua professionalità e difendi il mercato: dove la trovano un’altra come te? La devono pagare, se la vogliono, una come te… Vado avanti agitando l’indice in aria, ripetendo con enfasi il discorso di sempre: non si deve lavorare gratis!
E blablabla.
Ma a una cosa non avevo pensato. Mi guarda e me la spiega lei: a me però me la fanno passare come un’opportunità proprio perché sono disabile. Cioè?
Cioè: a lei che è disabile non solo si chiede di lavorare gratis, ma si chiede anche di ringraziare. Ohibò. Tanto, sennò, che cosa faresti delle tue giornate?
Forse è vero: certe cose diventano battaglie e le si vive in modo diverso, pazienza se assomigliano al lavoro. Per esempio, a certi festival della scienza noi giornalisti scientifici andiamo sempre, tutti insieme, tutti gli anni, per sentirci in famiglia e nel nome della scienza: non mi sognerei mai di chiedere soldi e così molti miei colleghi (i rimborsi però sì, quelli li chiediamo fino all’ultima lira). Ma succede una volta, due, e sono cose che scegliamo di fare. Sono, in un certo senso, promozioni della cultura scientifica, l’equivalente di lei che dice posso dare visibilità alla mia disabilità. Così noi che ci lavoriamo abbiamo tutti gli interessi a far sentire forte la voce di una comunità. Abbiamo una convenienza, ecco.
Ma la mia amica disabile? Perché quella deve essere la norma, per lei? Perché a lei rispondono sempre è un ente no-profit, deve venire gratis e non possiamo nemmeno organizzarle il viaggio, ma non crediamo possa perdere l’occasione di avere questa bella platea davanti? Fino a: scusa, ma quello che ti serve per arrivare fin qua e partecipare, dovresti pagartelo da te.
Certe cose saranno battaglie, ma a lei non è dato scegliere. È dato solo di ringraziare.
Allora riprendete l’elenco di cui sopra: amica, disabile, figlia, sorella… risorsa. E aggiungete: donna incomprensibilmente grata a chi le concede di essere tutto quel che, già da sola, potrebbe essere ed è.