Archivio mensile:giugno 2014

Scienza iperproteica: quando la notizia arriva da oltreoceano

Dobbiamo parlare degli americani.
Quando una notizia nasce in America, nel giro di poche ore la riprendono i giornali di tutto il mondo.
E chi sono io, che scrivo in italiano e anche pochino, per decidere che no, prima di farla uscire nella mia lingua minoritaria, ne valuto il “reale peso scientifico”, indipendentemente da chi abbia dato la notizia e da chi l’abbia pubblicata? (come se esistesse poi una misura chiara, univoca ed eterna del “reale peso scientifico” e come se fosse facile stabilirla, per gli scienziati stessi, finché la notizia è sotto embargo).
Ma soprattutto: avete idea di che buca pazzesca prenderei, e di quanti femtosecondi durerebbe la mia residua carriera, se invece di darla insieme a tutti gli altri volessi aspettare quei venti giorni per concedere allo scienziato europeo il tempo di leggerla e rifletterci per bene, discuterla coi colleghi, decidere una linea di comportamento?
Quindi arriva la notizia americana, e io scrivo.
Del resto, faccio tutte le mie verifiche e so valutare la rivista che pubblica la ricerca o l’istituto da cui viene l’hype. Scrivo di scienza, mica scrivo di gossip, e mica da ieri.

Ma mentre scrivo, so già che poi, puntualmente, dopo quei venti giorni lì, arriverà lo scienziato amico mio a dirmi “bello il tuo articolo su quella roba, eh, poi lo so che è una cosa della Nasa (o è uscita su Science), ma sai che, insomma, non è che fosse poi una gran notizia perché qui in Europa…”.
E ha ragionicchia, ragionella, ragionuccia.
Dopo venti giorni sono buoni tutti, eh. Quindi nemmeno lui se la prende con me, e poi io mica scrivo di gossip, dicevo. Io scrivo di pubblicazioni scientifiche su riviste peer-reviewed o di lanci dati da istituzioni scientifiche serie.
Però forse c’è un problema interno alla scienza, di cui il mio lavoro è un (irrilevante) riflesso. Cioè la scienza americana ha dei megafoni potentissimi e a volte può permettersi di giocare pesante. A volte viene il sospetto che lo faccia per precedere l’analogo esperimento europeo, o (più comprensibilmente) per uscire sui giornali con tutta la sua potenza di fuoco approfittando di un periodo di calma piatta. Comunque lei sa come si fa a uscire in tutto il mondo e io, nel mio pezzettino di Europa, mi trovo come tutti con un press release un po’ tricky nei contenuti ma perfetto nei modi e nelle forme. E che cosa devo farne, se non scriverci su?
Lo scienziato europeo lo sa. Se non lo sa glielo spiego. Ma, accidenti, nel giro di un paio di mesi mi è successo ben quattro volte. Io e lui, che cosa possiamo farci?

Una volta gli americani hanno deciso che un criterio statistico vale quanto un’osservazione diretta, poi forse hanno aggiustato un po’ i conti, e la notizia è diventata “scoperti 750 esopianeti!”, quando a leggere per bene l’articolo si capiva che la parola “scoperta” era fortina. Lo scienziato europeo mi ha spiegato tutta la questione e la ragione della propria perplessità, ma intanto il press release americano veniva ripreso da mezzo mondo (poi, nel mio caso, il pezzo non è uscito per altre ragioni).
Un’altra volta gli americani hanno dichiarato di aver “visto finalmente” le onde gravitazionali. Tutto il mondo ha supertitolato a caratteri cubitali, e a ragione, perché si trattava di una grande notizia. Poi abbiamo capito che erano misure indirette, che comunque oggi vengono molto molto molto ridimensionate. Ma in quel momento dovevamo parlarne anche perché tutto il mondo ne stava scrivendo. E anche gli scienziati europei hanno subito risposto a tutte le interviste. Quello di cui non ci siamo resi conto è che il problema, adesso, si pone per qualsiasi altra futura notizia sul tema: provateci voi a scrivere di onde gravitazionali sui quotidiani per il prossimo anno o due.
Poi c’è stata una soglia di Co2 decisa in maniera arbitraria, ma capace di creare un notizione bomba. In quel caso la vedo come un modo per far arrivare sui giornali un argomento poco sexy, che senza soglia e giornata dei record è difficile da far passare. Ed è un espediente narrativo-giornalistico per me più che accettabile. Però gli scienziati europei, dopo i canonici venti giorni, hanno avuto da ridire. Col giornalista italiano, lì per lì, ma poi hanno riconosciuto che il primum movens è stato un istituzionalissimo press release firmato da una serissima istituzione scientifica americana. Il dito e la Luna: e anche loro hanno sospirato: “ah, gli americani…”.
Infine il caso della Luna, fuor di metafora. Bellissima notizia, firmata da tedeschi. Però uscita su Science, americano. Quindi ultravitaminizzata. I dati venivano presentati come riconducibili a un’unica interpretazione. E la cosa veniva data come “prova definitiva”. Anche qui, ovvio che noi italiani ne dobbiamo parlare e ovvio che la notizia c’è eccome, però anche qui, dopo venti giorni, ti trovi a dire che, insomma, di definitivo c’è solo la morte e comunque “beh, dai, sono americani…”.

Se non sono sicura che questo sia un problema (in realtà, credo che sia perfettamente nelle regole del gioco), di sicuro la soluzione, per me, c’è.
Ed è quella di scrivere articoli equilibrati in cui ci si fa guidare da quel meraviglioso tarlo della mente umana che è il dubbio. E in cui si usa quell’indispensabile strumento del giornalista che è la telefonata di verifica.
Vabbè, questa era facile.
Però gli scienziati europei?
Perché questo meccanismo finisce per creare degli al-lupo-al-lupo o per scatenare l’efetto noja, e non solo per promuovere la scienza americana a discapito di quella europea. L’informazione ha i suoi meccanismi e, se gli americani hanno imparato a dirigerli benissimo, bisognerebbe che gli altri imparassero a capirne le conseguenze.
Una notizia non è mai solo una notizia. E se ciascuna notizia non cambierà il mondo (e pazienza se succede di parlare di un esperimento che in realtà rispetto a quell’altro…), tutte insieme creano immaginari e idee della realtà. In seconda battuta creano dibattiti e agende politiche. Mica vorremmo raccontare in giro che la scienza è solo americana?

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Chi accusa chi di cosa? Una risposta ai tanti “il giornalismo scientifico in Italia non va”

Da un po’ di tempo in qua c’è la tendenza, diffusa soprattutto tra i giovani laureati in discipline scientifiche, a montare su uno sgabellino, alzare il ditino e dire che “non va!”. Il giornalismo scientifico, “non va!”. O la divulgazione scientifica. “Non va!”. O tutti e due: “non vanno!”. O l’uno, l’altra, insieme, mescolate e confuse, che poi, insomma… che differenza c’è?
La differenza, invece, c’è eccome. E chi il mestiere lo fa davvero la sente, ne discute, ci ragiona. C’è persino gente che ci ha scritto dei libri. Sgabellino e ditino o meno, c’è gente che sente le argomentazioni dei giovani laureati in discipline scientifiche di cui sopra e comincia a sospirare da lì.

In sintesi.
Per me, per esempio, la “divulgazione scientifica” è l’attività di chi, con una propensione esclusivamente didattica, parla di una scienza senza tempo e in maniera positiva. “Divulgazione” contiene la parola “volgo” e solo per questo fa pensare a qualcuno che ha deciso di elevarlo, questo volgo, spiegandogli “cose di scienza” tipo come è fatto il Sistema solare, che cos’è un echinoderma o perché i vulcani eruttano. Va benissimo, ma non è il mio mestiere, quasi mai. È un’attività diversa. In alcune declinazioni classiche è una cosa un po’ fané spesso intrapresa da anziani professori che decidono di rivolgersi a un pubblico tendenzialmente acritico e predisposto alla meraviglia. Ma oggi è tante altre cose e per esempio tanta editoria e tanti eventi dal vivo hanno quell’impronta lì (e anche un articolo sul giornale può essere divulgativo). Ottimo, bellissimo: una cosa a sé.
Il “giornalismo scientifico” è giornalismo. Quindi richiede di cercare le notizie partendo dalle fonti, di verificarle (cioè di metterle sempre in discussione!), di creare contesti (e quindi di conoscerli!), di facilitare il dialogo pubblico tra chi fa scienza e chi no. O per lo meno: non quel tipo preciso di scienza. E il pubblico non viene mai considerato prono e ben disposto. Il pubblico è anche depositario di una propria cultura, a volte ingenua (vale anche per il fisico quando si tratta di parlare di genetica o per il genetista quando si parla di Big Bang). Ma sicuramente da rispettare. Quindi da non “elevare” proprio a niente. Ed è soprattutto un pubblico che compra il giornale (o accende la radio o la tv) ma se si annoia gira pagina e se ne va.

Proprio perché il giornalismo scientifico è giornalismo, lo si fa seguendo i canoni e le regole del giornalismo. C’è poco da fare la rivoluzione. Se ogni giorno volete comprare il giornale con le ultime notizie (per quanto sia possibile su carta), dovete sapere che il giorno prima c’è una redazione che si riunisce più volte e che fino all’ultimo compone un giornale in cui si devono decidere le priorità con tempi rapidi. E alle cinque o alle sette del pomeriggio (a volte anche più tardi) una come me può ricevere una telefonata in cui le si chiede di scrivere una volta di fisica particellare e una volta di biologia molecolare.

No: un giornale non può avere un collaboratore esperto di fisica particellare e uno di biologia molecolare, e anzi preferisce qualcuno di abbastanza generalista come me. Semplicemente perché i due qui sopra scriverebbero tre articoli all’anno e non sopravvivrebbero. Non sarebbero giornalisti, e quindi probabilmente non saprebbero trovare la news il giorno prima, proporla nel modo giusto, cercare e acciuffare un esperto proprio di quella roba lì alla velocità della luce, intervistarlo nel modo giusto e poi scrivere un articolo in un’ora.

Sì, un’ora. Ovvio che con questi tempi possano scappare errori. Ma vi dico: l’unica volta che ho scritto una cazzata dal primo gennaio a oggi (grazie al cielo sono nata ossessiva e le cose le controllo duemilasettecentododici volte) è stato perché lo scienziato con cui parlavo si è confuso. La stupidaggine me l’ha detta lui. La responsabilità è comunque mia, perché la firma del pezzo è mia e sono io che non ho controllato (e invece bisogna mettere sempre in discussione tutto, anche il verbo dello scienziato di turno). Evidentemente, nemmeno gli scienziati sono immuni da errori.
Ovvio che a un giornalista che ha meno competenze scientifiche di me gli errori scappino più spesso. E qui nessuno nega che ci sia un problema. Ma è un problema di cui ci sentiamo vittime, non responsabili. Anche per questo sentir dire che “il giornalismo scientifico non va” ci dispiace in maniera particolare.
Perché tante volte vediamo articoli su cose di scienza che magari finiscono anche in prima pagina, o in terza, ma che sono stati scritti dai colleghi della cronaca o della politica: trattandosi magari di leggi o di referendum o di questioni giudiziarie, si preferisce far scrivere questi. E noi stiamo lì a guardare e a chiederci se e come avremmo potuto cavarcela. Ma vi assicuro che non è un problema italiano: un paio di settimane fa a un congresso di giornalisti medici a Coventry sono intervenuta per spiegare ai colleghi questa mia impressione e tutti, a partire dagli inglesi, hanno confermato che succede anche a loro. E forse non è nemmeno un problema. È semplicemente così.
Sicuramente vale lo stesso per altri settori specifici del giornalismo e le altre prime pagine dei quotidiani, di cui non sappiamo o non ci rendiamo conto: quando siamo lettori semplici e non competenti siamo sempre molto meno severi… Forse non ha proprio senso esserlo. Un collega anziano un giorno mi disse: “se lo scienziato vuole le ultime ricerche descritte precise precise, va su Nature non legge un quotidiano” (mentre quando legge di esteri o di economia si accontenta…).
Ah, è vero. Non ci sono (o sono pochissime) le redazioni scientifiche nei giornali, ormai. Ci sono però i collaboratori. Grazie per la cortese attenzione.

A questo punto il giovane laureato in discipline scientifiche decide di concionare sulle trasmissioni televisive in stile Iene. Ma no: quelle non le consideriamo giornalismo scientifico né divulgazione. Né ci paragoniamo a chi propala bufale catodiche o ai siti internet che diffondo terapie al limone. Esattamente come non vi si paragonano i colleghi giornalisti economici, o politici o quel che vi pare (anche loro sono vittime delle bufale, sì: vedete un po’ cosa gira sull’immigrazione, sull’euro e sui numeri delle elezioni). Cioè: ok, fanno schifo. Ma noi che cosa c’entriamo? Anzi: noi ci battiamo come leoni, e per senso di responsabilità, ma queste trasmissioni esistono a prescindere da tutto il giornalismo scientifico di questa terra ed esistono ovunque. E sapete perché? Perché la gente le guarda. Come la gente vota partiti che non ci piacciono. È la democrazia, babe, il libero mercato, e tutte queste cose qui che esistono perché l’umanità non ne ha ancora trovate di migliori.
E poi che la tv pubblica non proponga un’informazione scientifica di qualità lo riconosciamo anche noi. Saremmo anche pronti a metterci una pezza, ma semplicemente non siamo noi che la dirigenza delle tv cerca. Forse è anche giusto così, non lo so: forse a fare tv è bene che ci vada chi sa fare tv. Che poi significa (anche) fare ascolti e non gravare sulle casse pubbliche (una trasmissione televisiva costa e per rientrare nelle spese ci vuole pubblicità). Forse noi in tv non funzioneremmo: è molto plausibile. Ma che cosa faccio: mi incateno al cavallo della Rai?

Infine: l’annosa questione della laurea. Una laurea, lo dimostrano sgabellino e ditino, non è un vaccino contro la faciloneria. I miei maestri non erano nemmeno laureati: non lo era Romeo Bassoli, anche perché ai tempi in cui cominciò a lavorare lui a vent’anni si entrava nelle redazioni. Non lo sono tanti altri, bravissimi, più grandi di me. Ma se proprio volete titoli e gagliardetti, sappiate che molti di noi giovani del mestiere (giovani, si fa per dire) hanno lauree scientifiche e titoli post – laurea. E vengono da master in comunicazione della scienza che difendiamo con le unghie e coi denti, nonostante la gravissima flessione del mercato, perché servono anche a mostrare che un giornalismo scientifico di qualità è una cosa che si studia, si discute e si impara. E non si improvvisa. Come non si dovrebbe improvvisare niente. Tantomeno un atto di accusa generalizzato verso una categoria di professionisti che cerca di fare il proprio lavoro meglio che si può, nonostante i mesi passati a inseguire creditori, le richieste di lavoro non pagato, le denigrazioni, lo scarso riconoscimento e tutte le difficoltà che una (qualsiasi) libera professione propone nel 2014.

 

Addendum: in tutto questo, devo dire che trovo molto belle le possibilità di discussione e confronto che la rete e i social network ci offrono. Si comincia col bisticciare, si finisce per crescere tutti. Scienziati e giornalisti, come succede in questo post in cui la critica al cattivo giornalismo cominciava proprio da un articolo mio. Ma vale solo per gli scienziati e giornalisti che hanno l’umiltà e il senso di reponsabilità per esporsi in una discussione pubblica. A questo proposito ripropongo qui un vecchio schemino che riassume efficacemente la questione.

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