Piccioncine, in poltrona! – seconda parte

Ero giusto lì che pensavo… che peccato non poter (ancora) scrivere pubblicamente l’assurda storia che mi è capitata oggi, le cento telefonate che ho fatto per vedere chiaro dietro a un invito misterioso, quelle che farò e quelle che sto facendo fare ad altri… Quando l’onorevole Giorgio Stracquadanio mi ha graziosamente fornito il pretesto per scrivere d’altro, senza rimpiangere troppo la storia di cui sopra. Dice Stracquadanio: ognuno ha quel che ha, e non c’è niente di male a usare il corpo invece dell’intelligenza per fare carriera (anche) in politica. Stava rispondendo ad Angela Napoli, quella del reènudo (“qualche deputata del centrodestra è arrivata in Parlamento perché l’ha data via”). E lo ha fatto come ci si aspettava: mica ha negato, mica si è detto indignato, mica ha provato a difendere i maschi accusati di aver fatto avanzare le aspiranti colleghe dopo una sessione di branda. No, ha detto che in fondo non c’è niente di male.

Allora, se non c’è niente di male, adesso lo possiamo dire tutti. Lo possiamo dire, no? Che quella lì è arrivata in quel posto lì perché l’ha data bene. E lei non si dovrebbe offendere: ognuno ha quel che ha, lei ha delle belle tette e non c’è niente di male a usarle. Lui, invece, non si è nemmeno mai offeso: ha un bel po’ di potere fra le mani e lo usa come gli pare, niente di male nemmeno in questo. Tra l’altro, ha precisato Stracquadanio, non è vero che chi è bella è spesso anche stupida, per cui una può darla per far prima, ma poi lavorare con il cervello invece che col culo. Tra l’altro. Si sottoindende che se non capita, pazienza: l’obiettivo della signorina era la poltrona, e che poi da quella poltrona decida di cose che cambiano la vita di tutti noi, beh, insomma non importa. Andiamo avanti: il principio si può applicare ad altri ambiti. L’università, per esempio: una può anche non essere meritevole di quel posto da ricercatore, ma se vince il posto per meriti diversi dalla preparazione, valutati in prima persona dal professore, beh, che male c’è? Ancora: una può non avere proprio una penna felice, un fiuto da reporter, una curiosità di lince, una pervicacia esemplare, ma se la dà a quello giusto, oplà, te la ritrovi al tiggì. Che c’è di male?

Beh, Stracquadanio, c’è molto di male. Intanto c’è di male che ci troviamo persone incompetenti a fare cose importanti. Ma soprattutto c’è di male la violenta polarizzazione del mondo che il tuo ragionamento produce, e chissà quando guariremo dai danni che fa. Maschi di qua, e maschi potenti ben in evidenza. E femmine di là, con un occhio particolare a quelle giovani e carine. Come se le due categorie dovessero essere socialmente molto diverse tra loro e le due sottocategorie fossero quelle destinate a spartirsi il mondo. Non ti rendi conto anche tu del pericolo? No, eh? Allora, Stracquadà, sappi che c’è altro. C’è di male che una come me non può guardare le colleghe, o le coetanee più visibili, e pensare: come ci è arrivata, fin là? Né può vivere cercando di dimostrare ogni giorno che lei, fin là (se esiste un là), ci è arrivata perché è brava, ha avuto fortuna, ha fatto le cose giuste al momento giusto, ha anche incontrato le persone giuste e ha fatto quello che sapeva e voleva fare. E, oh, non l’ha data via per lavorare. Lo sai, Strack, che quasi ogni signora piacente e dal minimo successo professionale, prima o poi, si trova addosso il sospetto di avere meriti diversi da quelli di scrivania? Agli uomini non capita, no, tranne che in certi ambienti. E, chissà perché, a me sono proprio quegli gli ambienti che sembrano più sani. Ma quanto sarebbe bello, Strack, costruire un paese in cui a te non sembri normale che quei meriti li cerchino le donne e a me non sembri sano che lo facciano anche gli uomini.

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