Pensieri in metropolitana: i clandestini e la paura di star male

Stamani, salendo su una metropolitana affollatissima, ho avuto davanti agli occhi il bis-con-lieto-fine di una scena terribile a cui ho assistito quasi tre anni fa. E mi sono vergognata (personalmente), poi sentita orgogliosa (collettivamente), poi mi sono rasserenata (personalmente) e ho sperato che le cose fossero davvero come le stavamo vedendo (collettivamente). Per poi lasciar chiudere la porta alle mie spalle e viaggiare veloce verso il lavoro. Con ancora un po’ di paura addosso.
Un motivo d’orgoglio collettivo ce lo abbiamo, in questo cavolo di paese. E non dovremmo dimenticarcelo così in fretta. Ce lo danno i nostri medici, la nostra storia, la nostra vaga idea che stiamo bene noi se stanno bene anche gli altri. Concretamente, lo dice anche la Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Diritto dell’individuo ma anche interesse della collettività, accidenti, perché se quel signore straniero e scuro che barcollava, stamani, in metropolitana, avesse una malattia infettiva e non volesse farsi curare per il timore di essere denunciato, saremmo tutti del gatto. Chissà quante altre volte ce lo troveremmo lì, lui, i suoi ombrelli e i suoi bacilli, mentre ci troviamo sospesi tra il fastidio per il contrattempo mattutino e l’umana empatia per chi sta, visibilmente, molto male.

Quel signore straniero e scuro si aggrappava al sostegno, barcollava e non riusciva ad articolare una parola. Era sudato, lo avevo notato anche se ero a un paio di metri di distanza, schiacciata tra altri corpi e confusa dalle voci. Ma la gente intorno lo stava sostenendo, cercando di capire dove dovesse andare, almeno quello. Ho gridato di lasciar perdere e di farlo scendere, comunque, meglio non nella bolgia di Termini. Ma non mi sono avvicinata. Non avrei potuto: c’era troppa folla. E, non essendo precisamente una spilungona, nemmeno potevo fare molto per vedere ed essere vista. Però lo hanno fatto scendere (chissà perché hanno dato retta alla mia voce) e qualcuno lo ha portato a sedere e poi, mi è sembrato di capire, qualcun’altro ha chiamato la vigilanza. Che poi avrà chiamato il 118 che a sua volta lo avrà portato in un pronto soccorso. Spero. Comunque plausibile. Mi sono vergognata per non averlo seguito: è stato tutto troppo veloce e il mio istinto da medico non è mai stato un granché.

Ma siamo nel 2010, ed è una buona occasione per cercare di ricostruire un po’ di cose. Un anno e mezzo fa, nel mezzo di polemiche e proteste, il Governo ha provato a cancellare il divieto per i medici di denunciare i clandestini che si presentano in ospedale. Il pretesto era il famigerato pacchetto sicurezza. All’epoca, Giovanni Spataro delle Scienze scrisse un bel post per il suo blog, sentendo un sacco di gente (tra cui me e il mio amico Federico) e ipotizzando proprio il caso di un clandestino malato e in fuga, che si trovasse a prendere la metropolitana. Poi le cose si sono fermate e il pacchetto sicurezza è stato approvato senza riferimento al divieto di segnalazione, senza modifiche a riguardo. Oggi un medico che viene a contatto, per ragioni professionali, con un clandestino, non lo può denunciare. Lo dice anche la deontologia, e ci mancherebbe altro. Oggi Federico mi scrive: “in ospedale non se n’è più parlato e la questione è stata liquidata quando l’ordine dei medici ha fatto riferimento alla violazione del codice deontologico. Di denunce non ho mai sentito parlare e se in un primo momento ho assistito a un calo di pazienti immigrati, adesso sono tornati in gran numero, come prima”. Bene.

Oggi, per ricostruire la cosa, ci ho messo un po’. Tre anni fa, quando la storia del clandestino malato in metropolitana non fu a lieto fine, non mi sarebbe nemmeno venuto in mente di controllare sul sito dell’ordine dei medici se il divieto di segnalazione dei clandestini esistesse ancora: era talmente assodato, un bel motivo d’orgoglio per il nostro paese, e un ex studente di medicina proprio non poteva pensare che d’un tratto non sarebbe esistito più. Anche al di là dell’interesse della collettività. Anche solo per l’umana empatia di cui sopra. In quel caso di tre anni fa non era di sicuro una malattia infettiva: era un’ulcera perforata, una di quelle cose che non vedrete capitare a un italiano in un posto così, in quel modo lì. Sono stata quasi fiera di me (sono intervenuta: ne avevo avuto la possibilità) ma mi sono lasciata disgustare dai miei concittadini. Così, appena arrivata in redazione, scrissi questa lettera, che poi fu pubblicata dall’Unità. Oggi la scriverei in modo molto diverso: un po’ meno fiduciosa nelle leggi migliori del nostro paese ma anche un po’ meno delusa dalla gente che mi vive accanto. Per fortuna non ce n’è stato bisogno.

Dieci del mattino, metropolitana affollata, nervosismo e generiche scortesie. Un ragazzo si sente male. Barcolla e poi sviene, lo sorreggono ma sviene di nuovo, si aggrappa ma continua a svenire. Intorno c’è la solita indifferenza, anzi peggio. Dopo un po’ si diffonde il malessere e cominciano a volare insulti: insulti per i suoi compagni che non lo fanno scendere e che stanno lì, disorientati, incapaci di capire e di reagire. Volano insulti e parolacce, sempre più forti, sempre più aggressivi: fatelo scendere, deve scendere, lo capite o no?! Alla fine questi si decidono: afferrano sotto le ascelle l’amico privo di sensi, lo trascinano verso l’esterno, verso la banchina.
Sulla soglia della metropolitana il ragazzo vomita. Sangue. Per tre volte vomita sangue. Siamo alla fermata Flaminio, vanno tutti di corsa. Arriva la sicurezza, qualcuno chiama il 118 e scompare nella folla, qualcuno si preoccupa di pulire per terra. La maggior parte osserva disgustato: la pozza di sangue, il ragazzo svenuto per terra, i suoi amici terrorizzati, una signora peruviana, una vecchietta, una ragazzina e me.
Finalmente arriva la polizia. Facciamo spazio, ci penseranno loro, ci diciamo, per fortuna sono arrivati in fretta. Un attimo di silenzio, poi il primo sentenzia: documenti.
Documenti? Non: che succede, come sta, è svenuto, avete chiamato l’ambulanza, c’è un medico. No, documenti. È un gruppo di ragazzi pachistani: prima i documenti, poi il resto. Come sta ve lo dico io: il documento ce lo aveva e i suoi amici non sono scappati di fronte alla polizia, adesso sono tutti in ospedale. Mi sono raccomandata di non lasciarsi spaventare da cafoni e poliziotti e, forse, hanno anche voluto darmi retta. Però, che razza di raccomandazioni da dare a uno straniero nel mio paese…

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