Io transgender: preparando la puntata di lunedi

Stavolta, lo so che non ci crede nessuno, non è stata un’idea mia. Lunedi dedicheremo la puntata, tutta, ai transessuali: chi sono, come vivono, si operano sì-no-perché, e poi che vita fanno, sono felici, come, perché… Per essere un programma di mezz’ora (compresa la musica, che sarà Prokofiev, e vabbè) capisco che possa sembrare ambizioso, ma insomma ci proveremo. Ci sarà Delia Vaccarello, che è appena uscita con un libro molto piacevole e toccante in cui racconta storie di transessuali italiani (Evviva la neve, Mondadori 2010), io sarò al microfono e al telefono avremo una coppia di persone transgender felicemente fidanzate tra loro.

Ci ho parlato, nel preparare la scaletta. Che ansia, preparare la scaletta. Questa, poi. Siamo una trasmissione di scienza e non dobbiamo perderci in racconti che di scientifico hanno poco: attenta a fare la scaletta. E poi i due transgender: chissà come reagiranno quando proporrò loro di esporsi alla radio, con la loro voce. Proprio la voce, per una persona nata con un’anatomia e convertita a un’altra. Proprio la voce. Non starò esagerando con la sfacciataggine? Così all’inizio ho preso solo il contatto di Gabriele. E l’ho chiamato. Credevo di dover essere cauta, magari di dover usare perifrasi macchinose, per non rischiare di sembrar morbosa, per non offendere. Invece è durata dieci secondi e poi ci siamo messi a ridere. Timido, Gabriele, non ha un vocione, dice lui, ma sta bene con quello che dice e con la sua immagine. Si è fatto togliere il seno: un’operazione dolorosissima che per mesi gli ha dato un enorme fastidio nell’indossare anche una maglietta. Poi ha fatto la rimozione di utero e ovaie. E poi la falloplastica, per cui gli hanno rimosso un lembo di pelle della coscia, e la ferita alla coscia gli ha fatto male per due mesi: due mesi in cui non riusciva quasi a camminare e doveva essere accudito in tutto. Accudito dalla sua compagna, che è medico e transgender anche lei.

Due battute ancora. Deve ancora fare altri interventi chirurgici: uno per poter fare la pipì in piedi, per esempio, e poi c’è la funzionalità del suo neopene, che, insomma… “ma a me il sesso non interessa, non l’ho fatto per quello, l’ho fatto per me, per riconoscermi: non ho nessuna vita sessuale adesso, non potrei e comunque pazienza”. Pazienza, sì. Una pazienza infinita. “Ma ne valeva la pena?” chiedo io, quando mi sembra di avere la confidenza necessaria. “Sì, sicuramente sì: quest’estate sono andato al mare, per esempio. Senza vergognarmi e senza cercare posti isolati per nascondermi”. E la voce, dicevamo: lunedi saremo alla radio, io e te. Per me è normalissimo: la mia voce, la mia infinita e narcisistica ricerca di una prosodia pulita, la rinuncia ai toscanismi e quel puntoit! con cui lancio la musica. Ma per lui? “Non ho un vocione, lo ripeto, ma si è abbassata appena ho cominciato a prendere gli ormoni, quasi subito. E sai chi se n’è accorto per primo? La bambina della tipa con cui stavo all’epoca. Se n’è accorta prima di me”. Già, i bambini. Per loro queste storie sembrano molto più semplici da accettare che per noi adulti: nel libro di Delia ce ne sono un paio che danno lezioni di buon senso a tutti. Eppure Gabriele non può più vedere il nipotino: la sorella glielo impedisce. Un bel po’ doloroso anche questo.

Ci salutiamo. E dopo un quarto d’ora un sms: “vorrebbe intervenire anche la mia compagna: c’è spazio anche per lei?”. Cavolo, sì! Avremo un medico in trasmissione e il medico sarà anche il paziente e ci racconterà, con la sua voce, il suo percorso da anatomicamente maschio a femmina: con lei la domanda “ne vale la pena?” la possiamo anche esplorare dal punto di vista della deontologia medica. Riprendo il telefono: faccio lo stesso numero, il fisso di casa loro. Gabriele? Ciao, sono silvia, mi passi Francesca? (Francesca, che voce avrà?). Eccola: un cinguettio, vivace, simpatico, divertito. “Ciao! Piacere e grazie per aver trovato un po’ di spazio anche per me! E certo che non nascondiamo i cognomi!”. Cavolo. Saranno almeno tre toni sopra alla mia. E poi è proprio femmina, leziosa, e senti che risata fiammeggiante. Che cosa mi aspettavo? Se una è disposta a passare dal tavolo operatorio, dall’ambulatorio dell’endocrinologo, dal gabinetto dello psicologo, insomma vuol dire che è femmina per davvero. Che cosa deve fare più di questo? E che cosa farei io? In camera ho un paio di foto di quando avevo dieci, dodici anni. In una ho la cravatta, la camicia azzurra nei pantaloni, una pettinatura da piccolo lord e il sorriso del mio babbo. Nell’altra i capelli cortissimi tirati su col gel e non sembro proprio una bambina. Per non parlare di quella che ho nello studio: ventidue anni e un aspetto da teppista di periferia. Mi piacciono: sono io. E forse, a guardarle, capisco anche qualcosa di più di quello che Gabriele e Francesca sembrano dirci: maschile e femminile sono stereotipi sociali, ma non c’è niente di reale separarli rigidamente. Ognuno di noi è se stesso. E chi non sta bene con il proprio corpo cercherà in ogni modo di adeguarlo alla propria immagine di sé. Io sono fortunata: sto bene qui dentro e forse è anche per questo che sto bene anche lì fuori, cravatta o vestitino. Ma non è merito mio, mentre Gabriele e Francesca hanno sudato e sofferto per arrivarci. Come potevo pensare che dopo tutto questo avessero bisogno di nascondere proprio la voce?

(Ah: segnalo la frase più bella del libro. La pronuncia Federica, una ragazza di diciott’anni: Se vedo un travellone che batte mi viene da dargli una sberla: con tutto quello che fa mio padre per campare…)

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