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Non han mai fatto male due fette di salame: dopo Stamina, il ritorno della tv in camice bianco

Non ci è bastata Stamina? Associazione per delinquere aggravata e finalizzata alla truffa, esercizio abusivo della professione medica, violazione delle norme della privacy e cosine così, e soprattutto un gran silenzio da parte di chi per mesi ha tormentato l’Italia con la storia del benefattore incompreso.
Non ci è bastata e adesso siamo alla dieta anticancro in tv.
In queste cose io seguo un principio molto semplice, quasi istintivo: se mi hai detto una balla una volta, e non ti sei scusato davvero molto bene, non ti credo più. L’ho applicato anche ai grandi giornalisti italiani, alle testate più prestigiose e a volte a interi gruppi editoriali: adesso non mi fido più di nessuno e sto molto meglio*.
Questo criterio funziona ed è utile soprattutto se si tratta di un tema che proprio non si conosce, tipo la politica locale di un paese lontano. Nel caso della dieta anticancro vorrei provare a stilare un elenco (certamente incompleto) di riflessioni aggiuntive che mi fanno dubitare che anche stavolta lo scoop sulla difesa della salute che la medicina ufficiale ci nasconde non sia esattamente un grande scoop.

1. Intanto il miracolo è molto semplice: si rinunci alla bistecca, alla pasta al ragù e si comincino a frullare carote, verze e topinambur. Viene da pensare che tutta un’intera umanità che per secoli si è ammalata ed è morta di tumore sia fatta di sciocchi. Tutta lì a scarnificare costolette di maiale e a essere punita per la gola, che in fondo, lo avete imparato a catechismo, è peccato capitale.
Ora, non è che il vegetarianismo (in tutte le sue varianti) sia un’invenzione recente. Ci sono posti del mondo dove si è vegetariani da millenni. E anche dalle nostre parti i vegetariani esistono da almeno ventisette secoli: Pitagora e i pitagorici erano (probabilmente, chi più chi meno) vegetariani. Aggiungerò che probabilmente nella storia familiare di molti di noi ci sono state generazioni di vegetariani-non-per-scelta: povera gente che, se andava bene, si mangiava un pezzo di caciotta ogni tanto. Poi siamo diventati ricchi e i nostri nonni hanno cambiato dieta (ed elettrodomestici).
Ma le malattie tumorali esistono da sempre.
Ed esistono anche negli animali.
2. Attenzione attenzione, sì: esistono anche negli animali e persino negli animali erbivori! Giuro.
Non solo in quelli che vivono vicino ai poligoni militari o sotto le antenne della radio, eh. Le pecore si ammalano frequentemente di tumori di origine virale, per dire. Tutti gli organismi viventi che abbiano la pretesa di stare su questo pianeta a lungo prima o poi fanno i conti con l’accumulo di mutazioni genetiche. Se ci dice sfiga, una di queste mutazioni può dare luogo a un tumore.
3. Quindi se vedete che oggi c’è più gente (e anche più animali) che si ammala di tumori di, poniamo, un secolo fa, cinquant’anni fa, venti anni fa, considerate che:
a. oggi si vive più a lungo, ma anche che:
b. oggi siamo in grado di diagnosticare un sacco di malattie in più di una volta, quando si moriva senza nemmeno sapere il perché.
Non mi sembrano due cattive notizie, ed entrambe discendono dai progressi della medicina ufficiale.
Anzi: a volte di tumori se ne diagnosticano persino troppi, ma questa è un’altra storia. Forse nemmeno troppo, però, a ripensarci.

4. Perché quando se ne parla in tv si tende a mettere tutto insieme. Il tumore è al singolare (a volte è persino cancro) e vale per tutto: dai tuttora temibili tumori con poche possibilità di guarigione, a quelli che invece oggi si affrontano con serenità e grazie a tanta ricerca e a tanti soldi investiti. Ci sono persino i cosiddetti incidentalomi, i tumori asintomatici scoperti per caso: magari non ti ammazzerà, magari non ti avrebbe mai ammazzato, può anche darsi che a non toccarlo se ne scomparirebbe da solo come da solo è venuto, però adesso che lo abbiamo trovato è nostro dovere intervenire.
In tv si mette tutto insieme e si fa commentare a un figlio, a una suocera, al paziente stesso (che ha studiato, su internet e su un libro comprato in autogrill, con tutto il rispetto per internet e i libri dell’autogrill). A volte c’è un medico telegenico (e io mi domando sempre perché uno in buonafede debba accettare l’intervista), a volte un dottorprofessor che se lo metti su Google (perché anche noi sappiamo usare internet) scopri che vende piastre elettrocose e spiritualità magnetica.
Sono tutti lì a dire c’è: è grande come un pallone aerostatico, poi non c’è più, poi ricompare qua e là, è nero, bianco, così e cosà.
Ora, non è perché mi ci sono laureata e voglio fare la sbruffona, ma quando si dice tumore ci sono almeno tre o quattro tra aggettivi e complementi da aggiungere per capirsi, e a volte anche una sigla fatta di numeri e lettere. Altrimenti è come dire una brutta tosse. Che, ti sono nel cuore, ma tra una tubercolosi, un’asma, un’influenza, una polmonite, una sarcoidosi, uno scompenso cardiaco, un tumore bronchiale e un’echinococcosi del polmone c’è una bella differenza. Quanto meno in quello che ti do (o non ti do) per provare a fartela passare. La brutta tosse.
E vista la variabilità tra i tumori che il nostro organismo può produrre, fare di tutta l’erba un fascio non è solo sciocco: è anche pericoloso e irresponsabile.
5. Interessante il ruolo del grande vecchio Scienziatone. Nei servizi precedenti, su Stamina, Scienziatone era uno della medicina ufficiale incapace di dare risposte. Qui se ne prende una frase e la si fa diventare dimostrazione dello scoop vegetariano di cui sopra. Eh, se lo dice persino Scienziatone…
Ma la questione è molto semplice. Che una dieta povera di proteine animali sia più salutare di una dieta a tutta grigliata, è vero. È risaputo. La medicina ufficiale non solo non lo nasconde, ma lo afferma. Lo afferma con i suoi metodi: con la statistica, gli esperimenti, le osservazioni e numerose pubblicazioni scientifiche di quelle serie. Che cosa c’è di nuovo o di strano? Il vostro medico vi ha mai detto di darci dentro con le salsicce alla brace? Se volete campare più sani e più a lungo, mangiate meno e mangiate soprattutto meno proteine animali. Però smettete anche di fumare, bevete di meno, non usate la macchina (questo fa bene a tutti, non solo a voi), fate ginnastica, tenetevi di buonumore, qualsiasi cosa questo significhi. E sperate che non vi capiti una di quelle cose che ha come unica causa la sfiga.

Cinque osservazioni di passaggio, se non ci basta l’esperienza di Stamina e abbiamo deciso di fidarci di nuovo. E una precisazione.

Qui, a differenza di quanto è successo con Stamina, non salterà fuori un’inchiesta che li arresta tutti. Qui non potremo, tra un anno, dire: guarda, era vero, era proprio una truffa. Perché non è esattamente una truffa: è una cosa sottile, ma comunque pericolosa. Qui continueremo a giocarla nella zona grigia tra panzana costruita per fare ascolti e verità maltrattate e ridicolizzate.
Nel frattempo, ci sarà gente che rinuncerà a terapie efficaci a favore di diete trovate su internet e che deciderà, dal primo momento della diagnosi, di non fidarsi di una medicina ufficiale dileggiata in prima serata. Senza che nessuno gli abbia mai detto che la medicina ufficiale non esiste. Esiste la medicina: in tutto il mondo, con le stesse parole, lo stesso metodo e anche gli stessi problemi, esiste la medicina scientifica. Altrimenti spiegatemi perché dovremo mandare in Africa i nostri medici cooperanti coi loro disinfettanti e antibiotici e perché anche i cinesi col mal di testa prendono l’aspirina. E poi magari spiegatemi perché mia nonna non può sentir parlare di cucina di una volta, parto naturale, cure naturali e si prende una pasticca tutte le volte che le fa male la spalla o che d’inverno ha la febbre.
Stavolta nessuno sarà arrestato, dicevo. Tra un anno non potremo fare i conti di quel che è successo. Possiamo forse però già immaginare che danni produrrà su molti di noi, disperati e coraggiosi insieme e alle prese con una malattia spaventosa, il suggerimento di abbandonare le terapie normali, che forse non sempre funzionano ma di cui sappiamo (praticamente) tutto.
Soprattutto possiamo immaginare che danni culturali mostruosi faccia questo tipo di comunicazione cinica e ignorante sul nostro immaginario:una comunicazione che continua impunemente a presentare alternative più o meno strampalate, più o meno fraudolente, a una cultura medico – scientifica fondata su secoli di ricerche condotte di centinaia di migliaia di cervelli che hanno permesso alla nostra collettività di vivere meglio e più a lungo. E che, ve lo assicuro, a tutto hanno pensato fuorché a tenervi nascosto il frullato di carote, verze e topinambur.

 

* In questo caso, ammetto di aver pensato molto molto prima della chiusura dell’indagine su Stamina che certa tv fosse cinica e bara. E l’averlo pensato, e raramente anche scritto, mi ha provocato qualche brivido: telefonate su telefonate con le Iene in persona, un po’ di insulti durante una conferenza stampa in cui ho osato fare una domanda vagamente tecnica (l’unica cosa che me consola è che è giovane: così je fa ntempo a venì un bruttomale ancallei!), e la sensazione di vivere in un fortino insieme ad altri cinque o sei matti (quasi tutti scienziati, onestamente) almeno fino a dicembre scorso, quando il vento ha cominciato a girare e anche la stampa generalista, persino la stampa generalista, ha cominciato a farsi venire qualche dubbio.

 

 

Per fare tutto, ci vuole un neurone. Tra Sergio Endrigo e Jim Watson, domani in Tv

Non c’è pace quaggiù:


Dice: Può capitare di pensare che la doppia elica del Dna sia stata pubblicata nel 1974 invece che nel 1953. Può capitare.
Va bene: sono ventuno anni di differenza e in ventun’anni la biologia ha fatto un sacco di altre cose. E quei due il Nobel lo hanno preso nel 1962, quindi che quella fosse una scoperta grossa lo si era realizzato da un po’, nel 1974. Ma può capitare. (E comunque Crick era inglese, non americano).
E poniamo che nemmeno su Wikipedia ci sia qualcosa sul tema.

Però allora uno dice: Endrigo cantava nel 1973, mentre la doppia elica (vedi al punto 1) è stata scoperta (ma scoperta o pubblicata?) nel 1974 (dicevamo che può capitare). Allora Endrigo ha potuto cantare che per fare un fiore basta il seme perché non erano arrivati gli aridi manichini del sapere a rovinare la poesia del seme. Il che significa, penso io, che si sta sostenendo che dopo Watson e Crick le cose siano cambiate tra semi e fiori.
Ma che cosa c’entra la struttura della doppia elica con la brevettazione delle specie vegetali?

Poco, o niente: un pomeriggio su Facebook e arrivano un sacco di amici a spiegarti che ci sono posti dove si brevetta la specie di pianta indipendentemente dal Dna, che le brevettazioni e le registrazioni delle piante (che poi la questione legale è complicatissima, ma insomma) avvengono dagli anni Trenta, e che Endrigo è del ’33. Che (questo lo copincollo): “brevetti (o registri) un genotipo cioè una nuova combinazione di geni che dà origine a un fenotipo che sia Distinguibile dagli altri, Uniforme e Stabile (acronimo DUS)”. Stop.
Puoi anche dire: eh, vabbè, ma senza gli studi degli anni cinquanta (ci siamo confusi, ma tenete duro) non si sarebbe arrivati all’ingegneria genetica di oggi. Ed è vero. Ma allora perché non prendersela con l’inventore del microscopio o con qualche altro perfido scienziato alle prese con la manipolazione della natura ma anche, per dire, con Lavoisier e Avogadro? Perché poi questa roba si accumula, eh, e nel tempo si scoprono sempre cose nuove e pe-ri-co-lo-si-ssi-me.

Comunque, poniamo che tutto il problema della proprietà delle specie viventi sia cominciato da Watson e Crick: Endrigo, dopo di loro, e oggi, dovrebbe cantare che per fare un seme ci vuole un brevetto. E siccome il brevetto è male*, Watson e Crick hanno inaugurato una china pericolosa.
Ora, a me Watson sta anche antipatico, e poi c’è tutta la storia della Franklin che non mi va giù, ma qui mi fermo. Che cosa stiamo cercando di sostenere? Oh, niente di esplicito. Tra le righe, sembra però di capire che gli scienziati hanno permesso lo sviluppo di un sistema di mercato malvagio.

Dice: Vabbè, su, ma continua a leggere. Negli anni settanta… settemila, l’un per cento, settantasei, cinquantatré…
Anche qui, mi aiutano i blog e mi aiuta Facebook: “Il post di Report è una serie di non sequitur. Prima c’erano tante ditte sementiere, oggi molte meno. So what? Prima c’erano tanti produttori di motori, oggi molti meno. I brevetti non c’entrano un fico, c’entrano la complessità le economie di scala, e via discorrendo”.
E poi, geniale: “La canzone di Sergio Endrigo era protetta dal diritto d’autore. Negli anni ’30 solo l’1% delle canzoni era protetto da diritti d’autore, oggi il 56% dei diritti d’autore sono in mano alle prime 3 Major, il 78% sono di proprietá dei primi dieci distributori e di queste il 54% vendono musica orrenda che inquina le nostre giovani generazioni”. Giusto. “E nel 1975 Modugno può cantare “piange il telefono” in italiano perché a Meucci non era ancora stato riconosciuto il brevetto dell’invenzione del telefono. Data la tua sagacia potrai obiettare: ma c’era il brevetto di Bell del 1876. Sì, però quello era su territorio USA e la SIP era ancora dello Stato Italiano, prima di essere svenduta agli amici degli amici”**.

Se tutto questo sia sostenibile o no, non lo so. Io ho sempre la bandierina della scienza in mano, e finisco anche per sentirmi un po’ ridicola.
Solo che qui è sbagliato persino il testo della canzone di Sergio Endrigo.
E (porcavacca mi cade tutto il sillogismo) anche l’anno! Lalbum Ci vuole un fiore è stato pubblicato nell’ottobre del 1974. Adesso come la mettiamo con Watson e Crick?

 

AGGIORNAMENTO: un giorno dopo la pubblicazione di questo e altri post e soprattutto dopo la pubblicazione su Facebook di quel testo con relativo thread di allegre bisbocce, la redazione di Report ha pubblicato quello che segue (e che non commenterò):

 

* È male, evidentemente, tranne che se lo si cerca di ottenere rubando dati e fotografie altrui.
** Sono battute, si capisce, vero?

(Grazie ad Andrea Cossu per le segnalazioni)

Qui ci vuole uno bravo: l’asino di Buridano, la scienza, la televisione e, a volte, me.

Sono in un enorme studio televisivo, in mezzo a gente che non conosco bene. Tanta gente. Ho un oggetto in mano: me lo hanno dato perché ciascuno di noi (noi chi, poi?) deve avere un simbolo della propria specializzazione. A me hanno dato una pallina: dev’essere una specie di modello atomico che qualcuno ha deciso essere il simbolo della scienza generica. Generica. Tipo: tieni, questo è scienzagenerica. Sono imbarazzo e la pallina nella mano destra mi fa sentire ancora più impotente.
La trasmissione si chiama L’altra Italia. Siamo lì, io e un nutrito gruppetto di anonimi colleghi, perché abbiamo fatto un pezzetto di qualcosa: un servizio breve, o un’intervista, o boh. Io non ricordo manco quel che ho fatto: sto zitta e mi guardo intorno, stringendo la mia pallina. C’è una aiutoregista isterica che ci mette tutti in fila davanti alla scenografia, come per una foto di gruppo. E d’un tratto, alle nostre spalle, parte un servizio registrato, uno dei frammenti della puntata di oggi.
Oddio, mi sento morire: si sta parlando di una fantomatica terapia per una malattia molto seria, terapia promossa da un ciarlatano corrotto che si dà aria da santone (una roba che esiste davvero ma non è la sede, questo blog, per discuterne). Nel servizio se ne parla a lungo, si intervista il ciarlatano con toni ossequiosi, se ne parla come di un’altra possibilità, alternativa a quelle offerte dalla medicina normale.
Oddio! Mi hanno ingannato! Perché non mi hanno detto che qui qualcuno avrebbe parlato di medicina?! Cacchio, non ci avevo pensato: L’altra Italia poteva essere declinato anche come L’altra scienza! Che orrore!
Mi butto per terra: prego, piango, imploro. Afferro per la camicia la aiutoregista, che mi guarda quasi con sguardo materno e mi chiede: che succede, silvia? Grido: non potete mandare in onda quella roba, quel tipo è un impostore! E lei: sta’ tranquilla, non esagerare: è solo uno dei servizi… tu hai fatto (segue roba di importanza ridicola) mentre a (segue nome di autorevole sconosciuto) abbiamo chiesto una cosa più di peso: un servizio su un modo diverso di fare scienza… Tranquilla, non è niente di particolare: del resto, sai, lui ha più esperienza di te in tivvù e…
A quel punto mi alzo, la guardo e, con le lacrime agli occhi, scuotendo la testa solennemente, le dico piano: Non esiste un altro modo di fare scienza. Ne esiste uno solo. Quello del metodo sperimentale galileiano.
Davanti a noi compare una stradina con un ponticello stretto preceduto dalle strisce pedonali, e con due marciapiedi ai lati delimitati da una catenella. Glieli indico, a lei che continua a sorridere dolcemente, e sentenzio, didattica, pur consapevole dell’inutilità del mio sforzo: non esiste un altro modo di attraversare la strada. Se scavalchi le catenelle e attraversi sulla cresta del ponticello non stai cercando un modo alternativo di andare sull’altro marciapiede: stai tentando il suicidio. Liberissima, ma è un’altra cosa.

E lì mi sono svegliata.
Chiedendomi soprattutto come cavolo mi fosse venuta quell’uscita sul metodo sperimentale galileiano, pronunciata scandendo le parole come una bambina che legga il titolo di un capitolo del sussidario. 
Che ansia. Che incubo.
Però bello il paragone sulle strisce pedonali: vedi di notte che ti produco…

La sera prima avevo riflettuto ad alta voce su un paio di episodi degli ultimi giorni. Quando avevo dovuto cercare con urgenza dati, numeri, informazioni e avevo cercato freneticamente l’aiuto di un paio di accademici di fiducia.
A differenza di quelli mobilitati prima e dopo, tutti più o meno comprensivi ed efficienti, a un certo punto ne avevo imbroccati tre di fila disastrosi che, rispettivamente: 1. mi avevano inviato via mail un bignamino sull’intera disciplina nel quale era impossibile trovare il dato che cercavo, 2. mi avevano dato per telefono una spiegazione diversa da quella che mi era stata data durante l’intervista, con una tonn di dettagli in più che mi hanno definitivamente smarrito, 3. mi avevano risposto con diciotto ore di ritardo, consigliandomi cortesemente di interpellare il maggiore esperto del settore che sicuramente avrebbe risposto entro altre diciotto ore ma con enorme competenza. E io avevo chiesto una banalità, eh, una roba che ad avere tempo avrei trovato anche su Google.
Devo smetterla con questa pervicacia: l’accademico fa un altro mestiere, non posso chiedergli di adeguarsi ai ritmi e ai modi della comunicazione, avevo affermato con decisione a cena.

E’ come se ogni dodici ore sbattessi la testa prima sugli scienziati, poi su quelli della comunicazione, poi di nuovo sugli scienziati, poi ancora su giornalisti e autori tv.
Un mio amico, uno che è scienziato ma è bravo con la sintesi purché sia riducibile in linguaggio matematico, l’ha spiegata così: io sto a te come tu stai ai tuoi colleghi non scientifici.
Cioè: quando parli agli scienziati pretendi uno sforzo di semplificazione titanico, quando parli ai colleghi non scientifici esageri col puntiglio. Tutta la vita così. Finché non stai sulle balle a tutti.
Ma non sono io che sono strana: è il mio mestiere che lo è.
Va bene: l’ho scelto io, è vero. E ogni tanto mi sembra quasi una missione, sento forte il senso del mio ruolo sociale: figuriamoci.
Ma adesso, per favore, posso tornare a sognare di perdere aerei, restare nuda in mezzo alla folla e dover ripetere gli esami dell’università?

Domenica sera si va a letto tardi: ricomincia Cosmo su Raitre

Dai, dai. Domenica sera riparte Cosmo: accendete la tivvù! Cioè, parte in una versione tutta diversa rispetto a quella del pilota di settembre. Intanto siamo in seconda serata, dopo Report per intenderci. Poi è una cosa di un’ora sola, monografica, con tante interviste in giro per il mondo, tante immagini, tante cose ricercate… Siamo ancora un programma di scienza, ma a condurlo sarà Barbara Serra di Al Jazeera. Si parte con una puntata sui terremoti (argomentaccio. E speriamo che il pianeta stia calmo per un po’), si continua con… lo potrò dire? Si continua con roba altrettanto interessante, ecco. Accendete la tivvù e mettetevi comodi.

Che cosa ci faccio io? L’inviata. Cioè, e questo è solo quello che si vede, vado in giro, faccio domande, ascolto e osservo. Facile. Stavolta però non sarò Dragonball – per la gioia dei più piccini e per le beffe degli amici. Stavolta sarò una seria, tranne una piccolissima parentesi in stile Teletubbie che vi lascerò il piacere di scoprire. Avrò una sottilissima sciarpetta di cotone color lampone che ho stramaledetto nel freddo dell’Aquila. E poi una maglietta normale, che ho addosso anche adesso. Ah: sì, avrò anche i finto-anfibi azzurri da bambino. I capelli normali, gli occhiali a volte sì a volte no. Contenti?

E ora un elenco di cose che ho imparato.

1. il mio mestiere può essere fisicamente faticoso, se svolto davanti a una telecamera. All’Aquila, nella spettrale zona rossa, in compagnia solo di qualche cane randagio, con un vento gelido che spazzava la città, senza nemmeno poter fare la pipì o bere un bicchier d’acqua, passare davanti alla telecamera con ostentata disinvoltura era davvero difficile. Veniva voglia di mandare tutti a quel paese. Il risultato sono camminate con le braccia rigidamente distese accanto ai fianchi e occhi lucidi con sguardo disperante. E se mi trovate stranamente paffuta, è perché sotto alla giacca avevo aggiunto un pile bello grosso. Faticosa è anche una settimana di trasferta all’estero con sveglia all’alba e ore e ore e ore da passare in macchina, con pranzi rimandati a metà pomeriggio e cene ingoiate di corsa per ributtarsi a letto presto. Faticoso è tornare a casa tutti i giorni alle otto passate (e poi dover uscire di nuovo, sennò mi dicono che sacrifico la vita sociale a quella professionale…).

2. il mio mestiere può essere emotivamente faticoso. Non che non lo sapessi: mi era successo di commuovermi durante una diretta, di ingoiare una lacrima e di soffocare un singhiozzo, di parlare con la gola tesa, accidenti. Ma insomma, la tivvù esagera. O forse sono io che non ho ancora imparato a maneggiare i sentimenti. E poi è emotivamente faticoso vedere la propria bellissima intervista massacrata per prendere la parte più clamorosa, magari pronunciata per l’esasperazione a cui sei stato proprio tu a portare l’intervistato. Cacchio: è colpa mia, poraccio… Però poi pensi, ed è quasi rilassante arrivarci, che c’è chi sa fare la tivvù e chi no. Io no. A ognuno il suo. Io faccio l’intervista, studio, scelgo l’intervistato, discuto con uffici stampa e scienziati. Poi però a rendere tutto questo una trasmissione tivvù è bene che ci pensi qualcun altro. E così è.

3. il mio mestiere è intellettualmente faticoso. Questa è una conferma. Ed è anche la parte più bella del gioco. Le puntate di Cosmo saranno undici, ciascuna di queste comporta un impegno ideativo enorme. E poi vanno organizzate, di gran carriera. Per fortuna c’è chi lo fa nei dettagli, ma è davvero un gran casino. Chi va dove? Mettere insieme viaggi, interviste, prenotazioni, permessi… Intanto quelli come me studiano la faccenda teorica. E gli autori mettono insieme il tutto. C’è chi monta, chi gira, chi gira e poi monta, chi si preoccupa delle parti audio da registrarci sopra… Una macchina che faccio ancora fatica capire. Per non parlare delle parti fatte in studio, dopo. Di quelle ho capito solo che c’è gente simpatica e che bisogna fare silenzio, soprattutto quando si apre e si chiude la porta.

Ecco che cosa ho fatto in questi mesi. Era vero quando dicevo di non poter uscire, di non essere a Roma, di essere in giro per il mondo, di avere un’ottima scusa per aver trascurato il blog e il resto. E mica ho finito…

(Nella foto, eccomi con uno degli ospiti della seconda puntata. Mi sto portando avanti col lavoro, sì. Perché nelle prossime settimane, sapete, sarò un po’ impegnata…).

Domani in tivvù: o’ missignur… comincia Cosmo

La incontriamo sul tetto di un hotel del centro, nel corso di un aperitivo a bordo piscina: è visibilmente brilla e indossa un vestitino da due lire, macchiato qua e là da un frammento di caviale o da un fiocco di burro, probabile residuo di una tartina afferrata con mani incerte. “Il successo non mi ha cambiato, – ripete – ho solo una nuova acconciatura. Adesso porto i capelli alla Dragonball, che cosa c’è di male?”
Sto scherzando. Sto provando a prendermi in giro. Ma domani va in onda la puntata di Cosmo a cui ho collaborato lavorando tra maggio e luglio scorso, e un po’ sono emozionata. Anche per i capelli alla Dragonball.

Cosmo è il nuovo programma scientifico di Rai3: per adesso andiamo in onda una volta, poi si vedrà. La puntata ha un tema: i bambini di oggi saranno adulti più fortunati di noi? Che cosa ci presenterà, in futuro, la tecnologia, e che cosa potremo fare? Siamo sei più uno, il conduttore, che è Luca De Biase di Nova del Sole24 ore. I sei sono inviati, più o meno (lo capirò un po’ meglio domani sera anch’io), e tra loro c’è anche la mia amica Chiara Lalli insieme a Dario Bressanini, che ho conosciuto lì ed è stato una bella sorpresa. Siamo in un laboratorio scolastico bellissimo, pieno di manovelle, bottoni e oggetti strani, e aggeggiamo con provette colorate e computer, per sembrare sempre impegnati. E, mentre il conduttore fa il suo ragionamento sulla tecnologia e i bambini del domani, lancia i minidocumentari, tanti e vivaci, girati in queste settimane concitate. Bello, credo. Spero. Mi sono divertita. Ci penso sempre su.

Prima riflessione: non ho mai avuto il coraggio di chiedere se gli autori abbiano chiamato la trasmissione Cosmo in omaggio a Carl Sagan e alla sua storica serie di minidocumentari sull’astronomia. Magari, se e quando registreremo le altre puntate, lo farò. Poi ci sarà chi mi chiamerà secchiona, ma tanto ci sono abituata.
Seconda riflessione: cavolo quanta differenza tra la radio e la tivvù! La più ovvia: in radio ci vado vestita malissimo. Ma non poco elegante, proprio scombinata, col mio inconfondibile stile prima-maglietta-che-ho-trovato e scarpe vecchie, salvo impegni particolari all’ora dell’aperitivo. Tanto. Mentre in tivvù sono stata sopraffatta dall’attenzione all’immagine, per finire per trovarmi bruttina. Le lenti a contatto spesso mi gonfiano gli occhi (infatti un’intervista l’ho fatta completamente alla cieca… non saprete mai quale…). I jeans stretti, carini in primavera, d’estate li odio. I capelli ritti: a volte proprio divertenti, man mano che si allungavano mi facevano sempre più simile a una vecchia zia al matrimonio. E il trucco mi falsava la mimica.
Le altre differenze, quelle meno visibili, riguardano l’autonomia nel decidere domande e impostazioni, la velocità, la leggerezza, l’immediatezza, la spontaneità: tutte cose che fanno la radio, ma che in tivvù te le devi un po’ dimenticare. Per adeguarti a passare tre giorni di fine luglio vestita sempre uguale, sudata fradicia, in uno studio torrido, a provare a recitare una frase che non ti assomiglia molto e che altri hanno deciso per te, ma che in quel momento è la tua vera sfida: forza silvia, basta con quell’aria da secchiona… vabbé quell’aria non la perderai mai, ma insomma, fa’ uno sforzo! E sorridi spontaneamente! Ecco, brava, così. Ci sono riuscita. Credo. Ho fatto un po’ di fatica, ma nemmeno tanta dai. In fondo si può sorridere anche pensando: che cavolo dice questo?! E nessuno saprà che in testa avevi il solito pensiero da insopportabile secchiona.
Terza e ultima riflessione: quanta gente, quanto impegno per far andare tutti in sincrono, quanta e quale complessità. La tivvù è davvero un oggetto complicato e devo ammettere che il suo fascino ha colpito anche me.

E poi ci sono state le interviste in trasferta, sei nel mio caso. Divertenti anche quelle, qualcuna più e qualcuna meno. Faticose, a volte. Stimolanti, anche, nel controllo di mille cose insieme: mica basta stare ad ascoltare la risposta, eh, bisogna anche che non ci siano nuvole in quel momento e che tu non ti sia spostata con le spalle e che quello guardi un punto preciso e che il fonico stia facendo bene il suo lavoro e magari che non passino camion alle vostre spalle o che tu spinga un cancello nel punto esatto in cui ti hanno detto di spingere, non un centimetro di più o di meno. Certe scene le abbiamo fatte quaranta volte. E di tutto questo, lo scopri dopo, si tiene un minuto e mezzo: un minuto e mezzo di un lavoro di una giornata intera. Però poi guardi il tutto montato e capisci che sì, più di un minuto e mezzo non serve. E che è proprio il ritmo del montaggio a rendere interessante quella battuta. Perfetto, un minuto e mezzo: che ne sai tu, silvia, di tivvù. Non solo: un minuto e mezzo può essere fin troppo anche perché i capelli come li avevo a Siracusa erano inguardabili e a Trigoria il caldo mi aveva sciolto il trucco tre ore prima di registrare.
Già, a Trigoria… Che risate. Non saprete mai che cosa ci siamo detti io e Francesco Totti, durante quella rapida stretta di mano, quella che vedrete per un frammento di secondo nel primo servizio di Cosmo. Ve lo dirò soltanto se una sera mi verrete a trovare sul tetto di un hotel del centro dove mi starò ubriacando insieme ad altre starlette della tivvù. Mi riconoscerete dalle macchie sul vestito, dai capelli di Dragonball e dalla solita, inguaribile, aria da secchiona.