Cronache sudamericane – 1: come mi rubarono la macchina fotografica

Non sono la prima e non sarò di certo nemmeno l’ultima. Ma quando mi han rubato la macchina fotografica, strappandomela dal collo, in una strada d’accesso al quartiere di San Telmo mi sono sentita proprio stupida. E poi mi sono spaventata, cavolo. Mi sono scoperta vulnerabile, io che cammino spavalda verso una cervecita solitaria nel caldo tramonto di Buenos Aires. Perché a me piace proprio camminare da sola per le città che non conosco. Trotterello, penso, canticchio, osservo, faccio programmi, programmi, programmi. E fotografo, fotografo, fotografo.

Cretina. Se fotografi si vede che hai una macchina fotografica. Poi la puoi anche mettere in una borsina a tracolla di stoffa colorata, un portaocchiali praticamente, che il tuo babbo ti ha detto essere furbissima perché nessuno si immagina che possa contenere una macchina fotografica. Però se la prendi e la rimetti a posto di continuo, per fotografare qualsiasi bischerata ti capiti accanto, l’immaginazione non serve proprio. Così due ragazzini senza fantasia han preso a seguirmi. Erano strade un po’ inculate, a dire il vero, e a un certo punto sono rimasta sola, sola questi due alle spalle. E fotografavo, fotografavo, fotografavo.

Scema. Me ne sono anche accorta, ma ho pensato che fossero due ragazzini veri, di quelli che tirano calci ai tappini per strada, quasi una compagnia piacevole. E l’ultimo lacerto di istinto materno è rimasto lì. Lì quando mi hanno accostato dicendosi qualcosa, quando d’istinto ho schiacciato la borsina della macchina fotografica tra braccio e torace, e quando ho sentito la mano di uno dei due che ne afferrava il fondo e me lo strappava via.
Un istante prima avevo pensato:
1. mi conviene tenere lo zaino dietro (che chiunque può aprire mentre faccio foto) o davanti (dove possono strapparmelo con facilità)?
2. mi conviene tenere la camera nello zaino (così se mi rubano lo zaino si prendono anche quella) o tenerla a tracolla (così me la prendono in un attimo)?
Forse l’unica cosa che mi sarebbe convenuta davvero era evitare le stradine inculate.
Nel giro di mezzo secondo mi sono trovata a correre come una disperata, con gli zoccoli e lo zaino ballonzolante sulla schiena, su un acciottolato in salita. Ho fatto due isolati alla Abebe Bikila, praticamente a piedi nudi, mentre i ragazzini sgusciavano tra le macchine e filavano come il vento. Intanto urlavo e urlavo (chissà che cosa e chissà in che lingua) e qualcuno ha anche provato a bloccarli tirando una pedata uno dei due. Poi un tipo inglese mi ha fermato, mi ha calmato e mi ha accompagnato da un poliziotto.

Deficiente. Ho aspettato un’ora per fare denuncia in un commissariato da film di Almodovar, con una grossa pala cigolante sul soffitto, un poliziotto indolente e una torma di gente con bambini in attesa serafica sotto alle foto dei poliziotti caduti in servizio. Mentre guardavo il ciccione in divisa, mi sono anche ricordata che a me la polizia argentina faceva un po’ paura, almeno teoricamente. Ma ero troppo presa dalla necessità di fare una faccia normale, come se fossi abituata a passare del tempo nei commissariati sudamericani.
Poi, a sera, due ragazzi argentini m’han detto che sono anche stata fortunata, perché la polizia non mi ha chiesto niente (intendendo soldi, presumo). E soprattutto una dei due mi ha raccontato che a lei avevano appena rubato uno smartphone mentre stava telefonando, proprio lì, nello stesso quartiere. Ah: esaminando attentamente la questione ci sono altre ragioni per cui posso dirmi fortunata. Tipo: i ragazzini non mi han preso lo zaino, i ragazzini non mi hanno fatto cadere e non mi sono fatta male, nella macchina fotografica c’erano le foto di tre giorni soltanto di vacanza. Intanto loro la mia macchinetta la butteranno via, perché è vecchia, ammaccata e non ha il caricabatterie. Che culo, eh.

Il giorno dopo ne ho comprato un’altra. Uguale alla vecchia, solo di un altro colore (l’unico che c’era) e con uno zoom un po’ più potente. Ho fatto come quei proprietari di cani che si prendono un cucciolo nuovo dopo la dipartita del vecchio Fido, il più simile possibile a lui. Sempre meglio di quelli che, morto un cane, non ne vogliono più perché si soffre troppo. Beh, ho sofferto, ma adesso ho uno zoom 5 x, con una macchinetta microscopica che si infila anche in un portaocchiali.
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3 pensieri su “Cronache sudamericane – 1: come mi rubarono la macchina fotografica

  1. Cara Silvia, non so quanto questa tua disavventura sia interessante per il blog, ma… hai tutta la mia comprensione! A me, a Buenos Aires, hanno rubato un bagaglio in maniera incredibile, dal cofano del pulmino che ci portava in aeroporto, con noi dentro, in pieno giorno e in pieno centro. Può succedere anche in Italia, ma in Sud America è più frequente. Non devi sentirti stupida, ovviamente, ma… è sempre meglio stare con gli occhi bene aperti. Del resto, anche a stare chiusi in casa non si è esenti da rischi. Meglio viaggiare, dunque… E Buenos Aires è una bellissima città. A me è piaciuta un casino, anche se ero solo di passaggio. Buon rientro.

  2. Cara Silvia: Prima di andare a bs as poteva chiedermi, forse le avrei fatto anche da guida.
    Io sono appena rientrata, mi sono sentita una turista nella mia città… Tutto è cambiato, ma il caos rimane..
    Hanno tentato anche di fregarmi lo zaino, ma essendo anch’io una zorra portegna, hanno lasciato perdere… appena mi hanno sentito parlare quando ho cominciato a insultarli… (questa è una dei nostri) …
    Spero che questo triste recuerdo non le impedisca di ricordare mi buenos aires querido come una delle città più bella del mondo..
    un abrazo… Lidia…

    1. ma sì, buenos aires mi è piaciuta proprio. e in fondo anche lo scippo, oggi, me lo ricordo quasi divertendomi. in fondo, quella rincorsa in zoccoli gridando come un’ossessa è stata un momento di grande libertà…
      mi sono divertita e ho conosciuto gente simpatica.
      (e sai che? anche a roma ti scippano per strada).

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