Non sono una signora! Mi indigno, e scrivo ad Augias

Mi fanno uscire dai gangheri. Quando sono lì, nei miei luminosi panni professionali, e mi chiamano signorina mi fanno letteralmente uscire dai gangheri. E allora ieri, dopo aver letto la rubrica delle lettere di Augias, ho aperto la mail e gli ho scritto:

“gentile corrado augias,
ho letto la sua risposta al lettore che parlava di una baruffa televisiva sul sangue di san gennaro, avvenuta durante la trasmissione televisiva cosmo (si trattava di barbara serra che ha posto una domanda a un altro giornalista). e mi sono quasi offesa.
lei definisce barbara serra ragazza e il suo interlocutore collega. mentre, in realtà, sono colleghi entrambi.
perché questa differenza?
sa che per noi giovani professioniste della comunicazione essere chiamate ragazza,signorina e anche signora è offensivo? sa che noi ci dobbiamo dare molto da fare, molto più dei nostri colleghi maschi, per affermare che siamo brave sul lavoro e che, anche se ci mettiamo il nostro visino grazioso e il nostro corpicino garbato, siamo lì perché sappiamo fare bene quel mestiere?
ed è soprattutto lavorando nei media italiani che dobbiamo farci valere, perché il sospetto che lavoriamo per meriti diversi da quelli professionali aleggia su qualsiasi donna si avvicini alle porte della rai.
barbara serra è giornalista di al jazeera, è indiscutibilmente una giornalista, ha la fortuna di essere cresciuta professionalmente in inghilterra. ed è nata nel 1974, quindi ha la non più tenera età di 37 anni.
questo la rende una collega sua e, per fortuna, anche mia.
cordiali saluti,
silvia bencivelli
(inviata di cosmo, collega di barbara, classe 1977)”

Beh, Augias mi ha risposto (gentile, non ci speravo proprio, però leggete qui):

“Gentile silvia non vedo quel programma non so di chi si parlava – so solo che la domanda era diciamo impropria e tanto più impropria se non si trattava di una ‘ragazza’ ma di una collega. Mi dispiace se ho offeso qualcuno ma insomma che diamine … ci siamo capiti.
Cordialmente Corrado Augias”.

Ci siamo capiti.

Contromail:

“grazie per avermi risposto.
sa, sul tema sono sensibile… quando lavoro per la tivvù mi capita di essere identificata più con il mio faccino pulito che con le domande che faccio.
ammetto che in quel caso la domanda poteva essere un po’ superficiale e forse non molto professionale.
ma (e mi scusi se l’impertinenza) se il lettore avesse parlato di un conduttore lei è sicuro che lo avrebbe poi chiamato ragazzo?
tra l’altro, non avendo visto il programma, perché doveva pensare che la conduttrice fosse giovane?
segnaccio per la nostra tivvù, non trova?
(le assicuro che a chi chiama me signorina in ambiente di lavoro do risposte molto peggiori di quella che è capitata a lei).
grazie ancora,
silvia”

Vabbè, ora basta. Tanto non si cava il sangue dalle rape. 

Intanto una collega mi consola e scrive:
“Brava Silvia, ma rassegnati e sappilo. In Italia alla gerontocrazia si somma il maschilismo. Le donne che lavorano passano dall’essere considerate “giovani, carine e ingenue ragazze” a “zitelle inacidite”, oppure “signore che lavorano per hobby” , a seconda che mettano su famiglia oppure no”. 

E un sanguigno ospite di Radio3 scienza, maschio anziano, mi dice che per molti maschi anziani in effetti è così: le donne devono essere decorative, sennò son fastidiose. “Come le zanzare”, mi dice.

Ci siamo capiti. Bzzzzz… 

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5 pensieri su “Non sono una signora! Mi indigno, e scrivo ad Augias

  1. Cara Silvia, hai la fortuna di essere collega di un sacco di gente, giornalisti e medici. Eppure la malasorte tocca anche alle nostre colleghe in camice bianco. Mi capita spesso: “Dottore, la signorina che ieri l’ha sostituita mi ha detto che…”. Oppure: “Me l’ha prescritto una signora, si beh, credo fosse un medico”. Oppure, se lavoriamo in équipe: “Buongiorno dottore, quante infermiere oggi!”. Probabilmente nel loro intimo sperano pure di “farsi fare l’amore”. A meno che non siano donne loro stesse, capita allo stesso modo da ambo i sessi.
    Io, che c’ho pure l’animo sindacale, mi indigno al loro posto e “si sta riferendo alla dottoressa, vero?”. Oppure li correggo come facevano a scuola per le lingue straniere e li interrompo dicendo solo “dottoressa”. Ma il punto è: non mi devo indignare “al loro posto”, si devono indignare loro come fai tu e regalare la rispostaccia. Eppure spesso tralasciano e sorridono.
    Ormai al giuramento di Ippocrate, dove lo fanno, si vedono più visi femminili che maschili. Il futuro medico è donna e cambierà non solo l’assetto sociale e previdenziale, ma probabilmente anche lo “stile” assistenziale. C’è chi dice in meglio, e lo spero, ma non sarà facile se mancherà il presupposto del riconoscimento del ruolo, a partire dal nome e a partire dalle colleghe stesse, che anche se nascono libellule ogni tanto è bene che pungano.

  2. Delle fisioterapiste neanche parlo. Spesso siamo allegre, aperte e sembriamo più piccole, quindi ci danno tutti del tu, e ci chiamano “ragazzina” (ho trentaquattro anni, nonno!). Dobbiamo scegliere se trincerarci dietro un abbigliamento formale per avere un minimo di credibilità (ma in ospedale passiamo per zoccole appena abbandoniamo… gli zoccoli) oppure se lavorare come si deve, in tuta, e passare per le graziose nipotine di medici e pazienti. Che, peraltro, sono ancora convinti che il fisioterapista “faccia i massaggi”…
    Nessuno ci assume più (come in qualunque altro àmbito) perché siamo donne, e si teme la maternità in agguato. Un cliché peraltro veritiero, perché se ho aspettato 10 anni un contratto come si deve, è ovvio che quando arriva riprendo i progetti congelati da anni, specialmente se è precario anche lui.
    Ma non c’è pericolo, perché come dicevo nessuno assume più le donne, e problema risolto.
    La cosa che mi fa veramente saltare il ticchio è quando altre donne ti dicono “ma tu hai la partita iva, ti conviene stare qui come libera professionista, guadagni di più, no?”
    “No, e lo sapete anche voi. E se non lo sapete siete fortunate, perché vuol dire che siete a contratto. Vogliamo fare a cambio?”
    Generalmente ammutoliscono, e si continua così. Tra indignazione, e silenzi.

  3. Consulente per la formazione. Questo recita la mia firma in calce all’email. Consulente perché più di una partita IVA non ho mai rimediato. E quando lavori con enti che ti pagano in teoria a 90gg ma in realtà a 180 ti rode tanto sentirti dire che guadagni un sacco di soldi!!! Pochi e tardi. Ma vogliamo parlare delle donne che, prossime alla pensione e assunte da una vita, ti presentano come “questa bella ragazza”? Ho 47 anni, porco mondo!!! E magari sorridi perché è lei a decidere se lavorerai o no nei prossimi mesi e se ti risenti un po’ ti dicono anche che sei acida! Chissà se anche a 90 anni (perché dovrò lavorare fino all’ultimo respiro) mi chiameranno ragazza…

  4. Ho 47 anni e a 27 ho vinto il concorso a cattedra per l’insegnamento nella scuola superiore. Sono passata da scene del tipo “Ah, mi scusi, non avevo capito che lei era una docente” a, ora che è davvero difficile prendermi per un’adolescente, “Sa, signora, il suo collega, il professor…”. Spesso anche i dirigenti (e LE dorogenti non si comportano in modo molto differente) parlano con professori (uomini) e signore (donne). Anche io cerco di non far dimenticare che, per quanto noi ci sentiamo sempre delle signore, quando siamo a scuola, siamo tutte professoresse.

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