Cronache sudamericane – 2: Il mio Bsas horror tour

Primo giorno a Buenos Aires: Victor, che mi ospita per questa settimana, prende la macchina e mi porta verso nord (credo che sia nord, non mettiamoci a discutere). Si perde per le strade intorno al Parco Zoologico, poi imbocca una tangenziale, fa un po’ di giri sotto al sole del pomeriggio estivo. Poi mi dice: Ti porto all’Esma.
L’Esma: la scuola di meccanica della marina militare, cioè il centro di formazione degli ufficiali della marina argentina, che durante la dittatura militare fu trasformata nel più grande centro di detenzione e tortura degli avversari politici. L’ho letto, ho studiato. Cinquemila persone sono passate da qui, in catene, e la maggior parte di loro è scomparsa nel nulla.
Il governo Kirchner ha dato tutti i suoi edifici ad associazioni e fondazioni per la conservazione della memoria. Ma Victor ci passa accanto e non mi fa fermare: oggi, dentro questi edifici non c’è ancora niente, mi dice. Poi arriviamo al casino degli ufficiali, ci affacciamo e troviamo che qualcuno c’è: un signore coi baffi, piccolo e paffuto, una guida, con le chiavi in mano, pronta a chiudere baracca e a tornare a casa. Alza le spalle. Solo perché è italiana, spiega a Victor indicandomi. Rimette le chiavi in tasca e comincia così il nostro horror tour.

È la peggior versione che uno si possa immaginare di una casa di Barbablù in mattoni e parquet, quella dove il mostro viveva la sua vita agiata custodendo in uno sgabuzzino i cadaveri delle mogli. All’Esma abitava Rubén Jacinto Chamorro con la famigliola, e un sacco di altra gente: si vedono ancora la cucina, le stanze con la carta da parati e la moquette come andava negli anni settanta, le masserizie borghesi e le finestre sul giardino con i giochi dei bimbi. Accanto, separate da un tramezzo, le stanze dove venivano trascinati i prigionieri legati e poi venivano torturati. La scala coi gradini sbrecciati dalle catene vicino alla sala per le conferenze: gli ammenicoli di una vita ordinata e i dormitori per gli ufficiali e, sopra, le soffitte dove si tenevano i prigionieri incappuciati per giorni, prima di buttarli (vivi) nel Rio de la Plata. Ci sono anche le stanze doveva facevano partorire le prigioniere incinte prima di ucciderle e di prelevarne i figli al primo vagito, come bottini di guerra.
La guida ha gli occhi lucidi, ogni tanto alza un indice e spiega: qui tutti sapevano e tutti facevano finta di niente. Se tutti hanno la coscienza almeno un po’ sporca, nessuno denuncia.
Nella sala parto dell’edificio ci racconta di aver portato in visita un ragazzo, una volta, che voleva soltanto vedere quella stanza e nient’altro. Era nato lì, sua madre era desaparecida e lui era stato poi ritrovato dalla nonna. Per due ore il ragazzo è rimasto a piangere accucciato sul pavimento. Quanti anni aveva? Faccio io, anche se mi immagino la risposta. Trentadue, trentatré. Era nato nell’estate del 1977, tipo.

Poi le modifiche fatte all’edificio perché non corrispondesse alle testimonianze dei sopravvissuti, le impronte delle catene sui muri e delle manette lungo i corrimano. Le manate disperate sulle pareti, i segni delle dita sudicie che si aggrappano a ogni spigolo. E poi i tramezzi ammuffiti e qualche disegno di speranza sui muri.
La guida, la voce acuta, li chiama los chicos, i ragazzi. Qualcuno è sopravvissuto, ci dice leggendone ad alta voce le testimonianze. Ogni tanto sentiamo un aereo che ci passa sulla testa e le nostre voci si fermano, sospese. Poi ricominciamo a camminare, passando più volte dalle stanze delle torture agli appartamenti con la moquette maron e le pareti grigiastre, sempre con quel puzzo di edificio vecchio e umido che avevano certe stanze in disuso delle mie scuole da bambina.
Il dettaglio fuori luogo: ognivolta che ci spostiamo da una stanza alla successiva, Victor e la guida mi aprono la porta e mi fanno passare avanti. Che strana galanteria.
Poi rimontiamo in macchina. Victor mi vuole portare al monumento per le vittime della dittatura e là indica i nomi uno a uno: ne conosce almeno cinquanta, tra i settemila che sono lì. C’è anche un Benci, davanti al Rio de la Plata.

Tutto questo, però, sulle mie tre guide non è descritto. Allora, a sera, uscendo coi ragazzi della mia età di Buenos Aires provo a parlarne. Una prima volta mi va male. Forse anch’io farei così: è roba vecchia, di quando eravamo in fasce, ed è roba che descrive il momento peggiore del paese dove vivo. Vai su Youtube, dai, metti un videoclip. La seconda mi va meglio e parliamo a lungo del nostro coetaneo aggrappato al pavimento della stanza dove era nato. Ma i miei interlocutori non sono netti come me nel sostenere che sia stato sacrosanto strapparlo dalla vita di menzogne che gli avevano costruito intorno, una vita in cui l’hanno obbligato ad amare gli assassini dei suoi genitori e a chiamarli mamma e papà. All’Esma non ci sono mai stati, ma nemmeno io alle Fosse Ardeatine, del resto. O forse è solo che ognuno si fa i suoi horror tour lontano da casa, chissà. Torniamo su Youtube, dai.

(Hai fatto le foto, sbé? Sì, le ho fatte. Sono dentro alla macchina fotografica che mi hanno rubato. Ma tranquilli: mi sta passando, sì).

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