E allora vado: pensavo fosse una puntata, invece era un viaggio

Dev’essere un periodo così. Roma va a fuoco dopo la fiducia al Governo, e io sono al manicomio: cioè, all’ex manicomio di Roma, per farmi un’idea su una puntata che medito da un po’. Poi l’Italia si imbianca di neve e Trenitalia paralizza il paese, ma io sono dal direttore di Radiotre, con i colleghi atipici, a far presente che dalle nostre parti, neve o non neve, serpeggia il malessere. Mi si è anche rotto il telefono fisso. Sono fuori dal mondo. Fa freddo e non ho voglia di uscire. Finisce che la domenica non leggo nemmeno i giornali. E poi ho un problema: mi camaleontizzo coi libri che leggo. Cambio abitudini e idee, a seconda di quel che ho sul comodino. Che poi sul comodino ho cose arrivate lì sempre per motivi strani, percorsi tortuosi, per cui entro ed esco in fissa a ciclo continuo a seconda di eventi esterni che a volte mi prendono la mano per mesi. Col risultato che stavolta ho fatto un biglietto aereo per Buenos Aires.

Dieci anni fa lessi un libro sulla Cambogia e gli Khmer rossi e finii a mangiare riso in bianco tutti i giorni (ma solo a pranzo, eh. Non sono così matta). Stavolta la storia è un po’ più lunga. Un giorno, a settembre, mi chiama Romeo Bassoli: è a spasso per Roma, mi dice, un genetista argentino che quasi trent’anni fa cominciò a collaborare con le Madri di Plaza de Mayo per trovare un sistema per identificare le identità dei desaparecidos e dei loro figli. Perché non lo intervisti, mi fa. Sì perché molti desaparecidos, scopro, erano ragazze incinte: venivano rapite e tenute in prigione fino al termine della gravidanza. Come fabbriche di bambini, le si faceva partorire e poi via, uccise e fatte sparire come gli altri. I bambini erano un bottino di guerra, come tutto quello che veniva rubato nelle case dei trentamila desaparecidos, e come oggetti e denaro venivano spartiti tra i militari. Così gli hijos, i figli, sono cresciuti nelle famiglie degli assassini dei propri genitori, costretti ad amare gli assassini dei propri genitori e a ignorare la propria identità. Contatto il genetista, ci provo, mi richiama alle undici di sera mentre sono a cena con un amico al Pigneto e, nel mio improbabile itagnol, gli do il primo appuntamento. Non ci credo nemmeno molto. Invece ne esce una puntata molto bella, che finisce anche sulla home page del sito dell’associazione delle Abuelas. Cavolo, che responsabilità. E che fico, avere la sensazione di fare un lavoro che ha un’utilità sociale e culturale e che può persino parlare di ingiustizia e di diritti umani, e volare sopra l’oceano andando e tornando da questa e dall’altra parte del pianeta.

E poi quando fai una puntata così, ti vien voglia di saperne di più. Allora leggi il libro della tizia che racconta come ha scoperto di essere una hija, una figlia di desaparecidos, grazie al coraggio di un gruppo di vecchiette che continuano a farsi chiamare abuelas, nonne, anche se i nipoti non li hanno mai conosciuti. Poi scopri che ha la tua età precisa precisa e fa ancora più impressione. Lei è la nipote 78, oggi siamo a 102 (centodue restituiti alle nonne, si intende). Intanto ti guardi i film, ti leggi un altro libro, le storie si intrecciano: ne scrivi anche tu. Allora fuori succeda quel che succeda: non ho comprato il giornale neanche oggi. Tanto io vado. Vado laggiù e ci vado sempre grazie a lui, il genetista, che mi ha invitato, anche per continuare a chiacchierare e a raccontare. E poi laggiù è estate. Non sarò fuori dal mondo, sarò dall’altra parte del mondo, in maniche corte e sandali, e avrò una macchina fotografica e il mio bellissimo registratore.

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