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“Cara Silvia, ti andrebbe di lavorare gratis?”. Alcuni esempi, solo alcuni.

Cara Silvia, ti andrebbe di partecipare al famoso congresso interplanetario su quanto è figa la scienza? Non paghiamo nessuno, quindi nemmeno te che non sei un dipendente pubblico come tutti gli altri ospiti, ma vivi di cose come queste e poi di arte e amore. Ti organizziamo la trasferta, dormirai in un albergo che accipicchia, e in quei giorni sarai libera di fare come ti pare. Poi ti riempiamo anche di gadget perché sappiamo che a questo, in quanto tutto-sommato-femmina, tu sei sensibilissima.
Cinque ospiti, sette teleschermi sul palco, un migliaio di persone in platea, ex ministri e autorità, si passa dall’italiano all’inglese e dall’inglese all’italiano come se fossimo persone serie, livetwitting e occhi di bue sul palco. Bello.
Vabbè, non pagano. Ma i gadget sono effettivamente molto interessanti e poi, cavolo, è un investimento.

Ciao Silvia, ti andrebbe di tornare? Stavolta ti paghiamo! Vedi, lo dicevo io: era un investimento!
Si tratta di una cosa così e cosà, di quelle che ti piacciono e sai fare bene. Ti diamo un gettone forfettario ma ti chiediamo, a questo giro, di organizzarti tra viaggi e pernotti.
Ok, che bello! E quanto pagate?
Eddunque, fatti tutti i conti… Ti proponiamo (ma non puoi rilanciare e se rilanci ti diciamo di no) mille euro! Mille, eh.
Un Signor Bonaventura del 2013! Ti piacciono mille euro? Uno con tre zeri dietro: non puoi dire di no!

Mumble mumble… Per l’ennesima volta.
Una fattura da mille euro, al netto di tasse e contributi, corrisponde a poco più di cinquecento euro. Se poi mi devo pagare il viaggio (e in questo caso si tratta di più viaggi, con una spesa stimata tra i 400 e i 550 euro) non mi pare che la Signora Bonaventura qui presente stia facendo un grande affare. Aggiungici anche che si tratterebbe di dormire da amici (divertente, eh, per carità. Ma magari gli amici prima o poi si rompono le balle) e di mangiare fuori (o dagli amici di cui sopra, che diventerebbero loro malgrado i veri finanziatori del grande evento) insomma no.
No, grazie. La vostra proposta non è ricevibile.
Rilancio sparandola grossa e la trattativa si chiude con un niente di fatto.
Loro passano a un altro collega.
Nella mia casella e-mail, intanto…

Cara Silvia, sono un’amica di un’amica. Avrei bisogno di una cosa che non so bene spiegare per un meraviglioso maxievento e il tuo aiuto sarebbe davvero prezioso. Purtroppo non posso offrirti un compenso, ma so che il tuo senso civico e il tuo impegno per la difesa del buonsenso ti faranno capire l’importanza della cosa. Puoi anche chiedere un aiuto a un collega: anzi, ti ringrazio anticipatamente se pensi di poterlo fare. Ovviamente non posso pagare nemmeno lui.

Cara Silvia, stiamo facendo un servizio su questa cosa difficile e stiamo per dire un sacco di sciocchezze. Ti va di studiare un paio di ore e di spiegarci tutto daccapo? Lo sai che non possiamo pagare, ma svolgiamo un servizio pubblico, poi con noi ti diverti, e un sacco di colleghi tuoi lo fanno senza problemi…

Cara Silvia, sto pensando di scrivere un libro. Ti andrebbe di contribuire? Il progetto è così e cosà: bello, interessante, vivace. Siamo noi a pagare l’editore, però, quindi non posso proprio darti un euro. In cambio, ti manderò una copia eh.

Cara Silvia, puoi rileggere questa cosa che ho scritto da solo perché non ho un ufficio stampa? Di mestiere faccio lo scienziato ma ho alcune velleità comunicative che a volte mi solleticano la panza e così ho pensato che, in fondo, posso anche fare tutto da solo e magari poi chiedere un parere a te.

Cara Silvia… Ah, stavolta mi scrivono dall’estero! E all’estero pagano, si sa!
Ti andrebbe di fare un servizo così e cosà, interessante, carino… Dai, ti va?
Sì, mi va! Interessante, carino… Ma pagano? Eh, loro pagheranno vero?
Oh, sì, che bello! Spero che sia previsto un ricco gettone.
Cara Silvia, trovo la tua richiesta perfettamente lecita, ma purtroppo i fondi degli ultimi anni ci hanno fatto tirare parecchio la cinghia. Possiamo offrire contratti a 50 cosi (valuta estera criptata) lordi (anche voi!) a pezzo a chi collabora con almeno 10 servizi all’anno. Purtroppo abbiamo comunque dovuto togliere la scienza dagli argomenti “a pagamento” perche’ in genere la copriamo con ricercatori, docenti universitari.
Maledetti. Sempre siano maledetti. In tutto il mondo siano stramaledetti.

No, non sono un’ossessiva, o almeno non lo sono mai stata. È che davvero in questo periodo sono più le proposte del genere di quelle sopra di quelle normali, che prevedono una normale transizione economica in cambio di una prestazione professionale. Non so se sia per via del fatto evidente che il nostro paese è in chiusura, e che forse la mail del collega straniero è un’eccezione. Non so. Ma vi assicuro che sta diventando un po’ pesante.
E poi vi chiedete perché ci siamo messi a fare i video sul vivere di niente.

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Riassunto di mezza estate – cose strane che sono successe e che appunto in disordine

1. Sono tornata in conduzione dopo nove mesi di lontananza dal microfono. I primi dieci secondi mi sono emozionata, poi ho corretto il tiro. Non sono state due settimane perfette ma ci siamo divertiti.
Si registra il record di sms degli ascoltatori per la puntata incendi boschivi, a seguire per il terribile punteruolo rosso ha distrutto le palme delle nostre città. Pochi per estraggono il petrolio e lasciano tutto sporco, anche in Basilicata e pochi anche per ci hanno fatto fare il test di scienze per darci l’accesso a un altro esame e poi un altro… e tutto per farci diventare prof tra dieci anni, ma poi si è scoperto che i test erano sbagliati. C’è sempre da imparare, appunto.
Si registra un calo del 98% degli insulti ricevuti via sms tra il primo e l’ultimo (decimo) giorno di conduzione: va detto che molti di quelli della prima puntata erano imputabili alla stessa persona (che si firma) con cui ho avuto un chiarimento personale. Boh. Ma magari è solo un caso.
Il premio sms della settimana della settimana scorsa va a l’unica dopata qui è lei, riferita a me che stavo intervistando un medico sportivo sulla cinesina nuotatrice dai tempi record. Mentre questa settimana va a questa conduttrice è proprio cretina, quasi più cretina di C, laddove la conduttrice sarei io e C è una mia amica che, prontamente informata della graduatoria, si è detta certa che potrò un giorno superarla in cretineria. Che cara.

2. Mi hanno proposto il lavoro più bislacco e (probabilmente) divertente della mia vita. Ho detto di sì perché non vedo l’ora di poterlo scrivere sul cv. Per adesso però è strettamente embargato e proprio proprio proprio devo mantenere il segreto. Mi dispiace. E quanto mi piacerebbe poterlo dire in giro, potermi pavoneggiare….
Mi pagano? chiederete voi, giustamente sensibili all’argomento. Eh, boh. Alla prossima mail magari provo a proporre il tema. La vera grande domanda diventa allora: se non mi pagano come faccio a dire di no?! Ma dovrò farmi forza e declinare. Ho una regola stretta e non contravvengo: gratis nemmeno l’aceto.

3. E’ da metà luglio che penso continuamente a tre amici miei che, in modi e tempi diversi, sono stati fregati dall’università italiana. Me lo hanno raccontato via mail, ciascuno con il suo stile, tra l’arrabbiato e il depresso. E anche le reazioni sono state diverse: c’è chi, dai e dai, ha gettato la spugna e ha deciso di emigrare, chi si inventa strategie trimestrali, e passa più tempo a fare quello che a lavorare, e chi ha saputo di non avere proprio più possibilità e deve mettersi a cercare altro. Ho promesso a due su tre (e scommetto che me lo avrebbe chiesto anche la terza) di non entrare nei dettagli delle loro storie, non ancora. Peccato, perché racconterebbero tanto del nostro paese.

4. Dal 30 luglio trotto per una Roma incandescente perché, dopo la conduzione a Radio3, mi sposto in via Teulada, dove ho cominciato a lavorare per Presa Diretta. Ho già fatto 8374627854645 telefonate e, appena sarà passato il sonno ferragostano, comincerò a girare per l’Italia e un po’ anche di mondo. Bello, sono contenta. Ho anche avuto un paio di idee carine e, sudandomele, le sto studiando con attenzione. Spero. Ma spero davvero. Che funzionino. Come spero che funzioni l’articolo (o gli articoli) che devo scrivere e il libro che devo chiudere, per non parlare di un altro lavoro segreto che… Perché mettere insieme tutto è faticoso e comincio a pensare che forse anche ciascuna di queste cose, presa da sola, potrebbe essere faticosa il giusto. Io però sono bulimica e forse anche un po’ lenta di comprendonio.

5. Driiiinnn… Ciao Silvia, mi dai una mano per questa ricerca che sto facendo… Sto cercando qualcuno che ci parli di quanto sono pericolose queste cose (nel mio giro, notoriamente innocue, ndr) e ho trovato questo nome XXX… Googlata rapida: sembra proprio un ciarlatano! Io: ehm… guarda, fammi telefonare a una scienziata di cui mi fido che…
Driiiiinnnn… Salve, mi chiamo Silvia, ci siamo già sentite… Stavolta la chiamo per avere un consiglio su quelle strane ricerche su quelle cose (nel mio giro, notoriamente innocue, ndr). Per esempio, lei conosce il dott.proff.granduff. XXX perché una coll…
Scienziata: Quello?! Ma quello è uno che vende aggeggi che, dice lui, in malafede, proteggono da quelle cose (nel mio giro, notoriamente innocue, ndr) e la gente ci crede, perché figuriamoci se la gente non cerca sempre di trovare un cattivo come nelle fiabe, si fa fregare e li paga fior di soldoni! Lasciate perdere: quella è gente che dice che la scienza ufficiale ha conflitti di interesse e legami loschi con le ditte di chissà che tipo, e poi fa affari d’oro sulle paure dei più deboli!
Scienziata, I love you.

Qui fa davvero molto caldo ma la carretta va tirata avanti lo stesso.

Una vita da free lance: la domanda che i giovani colleghi non ti fanno

Cari studenti del Master in Comunicazione della Scienza della Sissa di Trieste (master da cui sono passata anch’io, dieci anni fa), sabato sono stata da voi per una lezione su me-e-quelli-come-me, cioè su che cosa fa e come sopravvive un free lance. Otto ore otto per raccontare cosa mette in tavola una sbandata velleitaria ogni giorno, sapendo che quella sbandata velleitaria sono io. Cioè: se avessi fatto il pediatra vi sarebbe bastato che dicessi faccio il pediatra e avreste capito subito. Le altre sette ore e cinquantanove minuti le avremmo passate al bar. E invece. Però era giusto provarci. Del resto, ho sempre pensato che a me sarebbe piaciuto che dieci anni fa lo raccontassero, mi sarebbe stato tutto molto più facile: si impara, per carità, ma certi abissi di irrequietezza elevati a vette di professionalità all’inizio spaventano un po’. Poi ci si fa il callo e si finisce per viverci in mezzo senza nessun senso di vertigine.

E’ stato bello vedervi alle prese con la scrittura di una fattura: ci sbatterete la testa altre mille volte (ve lo auguro) e altre mille volte vi dimenticherete l’allegato, la rivalsa Inps, l’Iban e così via. Poi diventerà routine. Anche tutte quelle mail a cui vi ho fatto rispondere: bravi per aver tenuto il punto, per aver capito che il nostro lavoro va difeso e che dobbiamo essere orgogliosi di vivere di parole e di idee.
Poi ci sono state le vostre domande. La mia preferita è stata: ma come si comincia? Che mi ha obbligato a non nascondermi dietro al solito dito: si comincia, e a volte si prosegue, con una collaborazione importante, più grossa delle altre, che sia da volano e che garantisca quelle due lire necessarie per campare al minimo. A essere onesti, temo che questo valga soprattutto per voi, che vi state affacciando al libero mercato dell’informazione nel momento peggiore della sua storia. Negli anni ho visto ridurre i compensi a parità di prestazione, per cui quello che tempo fa poteva garantirvi X euro, adesso ve ne porta in tasca X/2. E se X/2 non bastano bisogna lavorare il doppio. Per voi sarà più difficile di quanto non sia stato per noi che abbiamo otto o dieci anni di più, temo.

Però c’è una domanda che non mi avete fatto e che io invece mi faccio spesso. Che è: ma quanto si tira avanti così?
Forse è normale chiederselo solo un po’ di anni dopo aver cominciato, non all’inizio quando si è preda di paure ed entusiasmi.
Quanto si tira avanti: perché di questi introiti piccoli e sporadici, da recuperare a prezzo di grande fatica, insieme a lavori così frammentari e frenetici, e alle tante rotture di balle che questo lavoro si porta dietro, prima o poi potrei stufarmi.
Allora ho girato la domanda a una collega di otto o dieci anni più grande di me. Io potevo dire a voi come si comincia, lei potrà dire a me come si va avanti, ho pensato.
La sua risposta è stata più o meno questa: me lo chiedo anch’io, non ho mai smesso di chiedermelo. Consolante. Chissà tra otto anni che cosa risponderò io: forse la stessa cosa.
Intanto lei si è messa a fare anche la giovane ricercatrice, più altre mille cose, scrive, tiene corsi, e fa la free lance: mi sono sentita una cretina perché otto o dieci anni fa (ancora otto o dieci anni?! ciclicità casuali?! ndr) una mia amica mi propose di entrare in società con lei per mettere su una ditta di catering. Dissi di no per continuare a fare la giornalista. Adesso quando ricevo certe telefonate penso che potrei essere in cucina a preparare dei gran cous cous…
Ho deciso che aspetto di beccare un collega sedici o vent’anni più anziano di me e di fargli la stessa domanda. Quanto si dura così? Qualcuno dovrà pur avere una risposta.
Sono al computer da ore, ho caldo, sto facendo dieci cose insieme, e mi smazzo alcune telefonate e mail niente male. Ma ora quasi quasi mi metto a cercare la ricetta del cous cous…

Caffellatte e contabilità: oggi mi sono svegliata tranquilla e ho curiosato nel mio conto in banca

Ti fanno: adesso puoi prenderti qualche giorno di riposo, ti sei stressata troppo e ora un po’ di tranquillità te la meriti davvero.
Allora ti alzi con calma (con calma, ma stai già pensando a quel lavoro da chiudere entro domenica, a quelle tre cosette da scrivere in corsa, a un paio di telefonate, due proposte, un appuntamento, un festival della scienza con tre moderazioni in due giorni e a un po’ di fatti tuoi tipo lavanderia, poste, palestra, riunione di condominio). E decidi di cominciare la settimana detta di tranquillità facendo quello che non riesci a fare da un po’, e che dovrebbe anche gratificarti, cioè il riepilogo della contabilità.
Dunque: a gennaio ho fatto sei fatture, ma una l’ho dovuta annullare e fanno cinque.
Nessuna, nessuna, è stata ancora pagata.
In compenso a fine febbraio ho ricevuto il pagamento di una fattura fatta a dicembre, cioè nell’anno fiscale precedente.
La mia contabilità è ferma da tre mesi. Dio come è tranquilla, lei.

In pratica questo significa che (anche per colpa mia, per carità) da novembre lavoro per una grande azienda pubblica (ehm) senza vedere una lira, anzi: avendo anticipato qualche migliaio di euro di spese. Sono stata rassicurata: il primo dei quattro frammenti di pagamento sta arrivando, ed è quello che contiene il grosso dei rimborsi più due spiccioli di compenso. Gli altri tre (anche per colpa mia, ma insomma) dovrò aspettarli ancora un po’.
Significa anche che i lavoretti per il grande gruppo editoriale (ehm) effettuati nel 2011 non solo non sono stati ancora pagati, ma nemmeno mi hanno preannunciato il pagamento chiedendomi formalmente la fattura. Ho sollecitato e può darsi che sia anche colpa mia: ora cerchiamo di risolvere la faccenda.
Mancano anche i soldi del grande istituto di ricerca, della grande università e del grande progetto finanziato dal grande gruppo industriale. Forse c’è un po’ di colpa mia, non so: intanto aspetto.

A me sembrava di aver lavorato bene e di essere stata puntuale e precisa. Sono un pesciolino piccolo piccolo, ma mi do da fare. E lo so che ci vuole pazienza, che si tratta di contabilità enormi e difficili, che i pagamenti si fanno a tre mesi (no?!), che se io ritardo nella consegna della fattura (?!) non posso poi lamentarmi, che entro fine marzo sta’ tranquilla: arriva tutto. Lo so, è vero. Stamani mi sono alzata volenterosa, e a tutto questo non ci avevo pensato. Se ci avessi pensato avrei di sicuro dormito fino a fine marzo. Tranquilla.

“La solitudine del free lance” o “Io contratto da sola”.

Sei lì, a casa, e lavori al computer. E come unico sfogo cazzerelloso hai Facebook. Questa è una solitudine facile e non la chiameresti nemmeno così.
Sei lì, in aeroporto. L’aereo è in ritardo e tu smaltisci le mail. Questa è una solitudine piacevole, o almeno necessaria. E poi tanto passa.
Anche quando la sera non esci e ti prepari un panino mentre guardi la tivù, o meglio: ti prepari un panino mentre la tivù parla e tu continui a battere sulla tastiera del computer. Quella è una bolla di solitudine che ti godi un sacco.
Però poi c’è la solitudine della contrattazione: quanto mi paga quando mi paga? Questa è una solitudine in cui non hai uno straccio di sindacalista a cui rivolgerti ma nemmeno un cavolo di collega che ci sia passato prima di te, e comunque nessuno ti direbbe la verità, e comunque tu stessa non vuoi dire niente in giro, e comunque c’è chi ti consiglia di non parlare a nessuno. E nel migliore dei casi aggiunge te lo dico come lo direi a una figlia…

Nel migliore dei casi avverto crescere dentro di me un’insensata forma di gratitudine seguita da un muto stupore.
Ma… Come a una figlia?! Proviamo a ricordarci un po’ del ruolo che ho in questa faccenda (che non ha niente a che fare con la famiglia finché non comincerò a piagnucolare tengo famiglia… che non è vero, ma lui che ne sa?).
Io sono una libera professionista, di quelle con la libertà obbligatoria. E contratto da sola per necessità. Perché non ho alternative. Perché il lavoro che devo fare per lui lo faccio da sola. Perché, come un idraulico, decido con lui il valore del mio lavoro.
Vabbè: nel caso dell’idraulico, in ragione della sua grande professionalità, si lascia che il primo a sparare un prezzo sia il professionista, poi si propone di meno, poi ci si accorda a metà strada. Nel caso mio, è lui il primo a dire abbiamo abbassato i compensi o non possiamo pagarti più di così e semmai sarò io a dire non si può fare un po’ di più? E alla fine no, non si può fare un po’ di più.
Ma sono una libera professionista che a lui serve per fare quella cosa là. Non sua figlia.

Ecco: io contratto da sola.
Anche il mio collega contratta da solo.
Anche quello là in fondo contratta da solo. E l’amica sua. E quei due che mi stanno un po’ sulle balle. E quello che conosce quella e che lavora per lo stesso tizio per cui lavoro io. E quella presuntuosa. E il suo compagnuccio. E quel genio dell’amico mio. E l’altro che una volta… Tutti. Tutti contrattiamo da soli.
E non ci diciamo niente.
Abbiamo tutti il sospetto che se quello là in fondo sapesse quanto pagano noi, poi magari pretenderebbe di essere pagato uguale. Alla fine la coperta si farebbe corta, quindi a noi toglierebbero qualcosa per dare qualcosa a lui, appiattendo i compensi a un livello basso. Se il gioco fosse al rialzo ne saremmo felici. Ma se invece quello là in fondo prendesse un briciolo più di noi senza possibilità di adeguamento del nostro compenso al suo?
Attenzione al rosicometro.
E attenzione all’effetto paradossale della storia: proprio noi che siamo liberi professionisti dovremmo essere felici di sapere che c’è chi è pagato un po’ di più e chi un po’ di meno, perché potrebbe (potrebbe) significare che si valorizzano le competenze e che il mercato è davvero libero. Proprio come nel mondo dorato dell’idraulica a domicilio.

Invece no. La nostra è una professione intellettuale: mica possiamo pretendere di essere noi a fissare il prezzo.
Ma proprio perché ci vantiamo di fare una professione intellettuale forse potremmo provare a farci furbi. Il sistema è fatto apposta perché non sia possibile una forma di aggregazione tra noi di tipo corporativo, capace di tutelarci di fronte a problemi di salario. Siamo tutti rivali, siamo tutti idraulici.
Quindi il valore del nostro lavoro dipende dal prezzo che il mercato gli dà. A differenza del lavoro dipendente, non è fissato a priori, e sta a noi difenderlo. Solo noi possiamo farlo. Difendendo il valore del lavoro di ciascuno di noi si difende il valore del lavoro intellettuale di tutti. Non c’è bisogno di dirsi quanto si prende (hai visto mai…) ma di proteggersi sì e di farlo con un minimo di coscienza di categoria. Anche se quello insiste a dire di considerarmi sua figlia, mentre la sua figlia biologica magari fa proprio l’idraulica, beata lei.

Ah, nel peggiore dei casi? Il peggiore dei casi è quello che si configura quando la contrattazione assume la forma detta del questurino. Conosco una persona abilissima nel dirigerla così. Ti chiama e ti fa Non ti conviene rifiutare, guarda che tutti gli altri hanno già accettato… Come il poliziotto cattivo dei film, quello che dice al delinquente di turno guarda che il tuo complice ha già confessato… E tu sei lì, non hai tempo, non hai cervello, sei disorientata e preoccupata. Ti mettono fretta. Poi che cosa dovresti fare: chiedere in giro? Non sia mai… e confessi, pardon: accetti. Lì la palma della cretineria te la meriti tutta.
In quei casi devi fermarti, prepararti un panino mentre guardi la tivvù, e pensare che se confessi, ripardon: accetti, ti rendi responsabile di una bella sfiga per tutti gli altri. Se nel frattempo sei riuscito a buttar via il rosicometro, capisci bene che conviene anche a te.

Fig. 1: Il rosicometro

Il Grande Equivoco: “voglio fare il giornalista perché mi piace scrivere”

“Cara sbenci, ti scrivo perché sono al terzo anno di scienzologia, ma forse non voglio fare lo scienziato e spero che tu abbia qualche consiglio per me. Per esempio: mi piace moltissimo scrivere. E mi sono detto: perché non provare col giornalismo scientifico?”
Sarà la crisi e sarà che del precariato della ricerca parlano tutti mentre di quello dell’informazione no, e allora uno si fa dei pensieri. O sarà semplicemente che ho un cognome che inizia con la B, e nella lista degli ex studenti del master mi si trova prima di altri. Oppure sarà che ho un sito internet. O boh. Ma ci sono periodi dell’anno in cui di mail così ne ricevo due a settimana. A volte anche di più. Ed è gente che dice di voler lavorare come me. Tipo in autunno, tipo ora.
E allora eccomi qua, pubblicamente, a sciogliere un annoso equivoco.

Una come me non deve sapere scrivere bene. Che poi, che cosa significa saper scrivere bene? Mica lo devi mettere in poesia, il neutrino, se stai scrivendo un articolo.
Una come me non deve nemmeno amare la scrittura. Che poi, chi è che non ama scrivere? E sei sicuro di poter amare qualsiasi tipo di scrittura?
(Ho un’amica che una volta mi ha detto di non amare proprio per niente la scrittura, nemmeno quella di una email o di un messaggino. Ma io non riesco a capirlo. Eddai. Respirare ti piace? Infatti non sono mai tornata sull’argomento con lei).
Una come me deve saper usare le parole, riconoscere i contesti, creare cornici, far emergere idee, ok.
Ma una come me deve saper soprattutto scegliere, leggere, avere i contatti giusti, proporre, vendere e poi difendere.

Scegliere: perché di notizie la scienza ne produce a centinaia ogni giorno. Non solo: ci sono le notizie che riguardano la scienza ma non lo danno a vedere subito. Perché la scienza è (quasi) dappertutto, e la politica, l’economia, i libri e persino lo sport te ne propongono di continuo. Poi ci sono notizie che non sembrano scientifiche, ma se ne parli con uno scienziato le leggi in modo diverso. Infine ci sono quelle che vengono a te, senza che tu debba muovere un dito. E quindi bisogna sapersi muovere piluccando le cose migliori, o almeno migliori in quel momento per quel che si vuol fare.
Leggere: perché bisogna essere sempre informati, sempre aggiornati. Sennò la tua notizia sarà un riassunto di un riassunto di una roba che ha scritto un altro. Invece il bello del mio lavoro è che si deve criticare tutto. Si deve. Grande privilegio, quello di poter fare della curiosità un mestiere.
Avere i contatti giusti: indovinate quanti contatti di scienziati ci sono qui, dentro al mio computer? Acqua, acqua. Solo nella prima rubrica che ho aperto ce ne sono 3363. Poi ci sono le altre. A quanti di questi contatti do del tu? Beh, un bel po’. E poi, altrettanto importanti, ci sono i contatti coi colleghi. Parecchi anche quelli.
Proporre: un free-lance vive in una specie di suk virtuale. Apre il computer e vende le sue notizie, le sue interviste, le sue esclusive. E venghino siori venghino apre la rubrica di cui sopra e prova a piazzare le notizie che si è scelto, che ha saputo leggere e che ha interpretato con l’aiuto del suo scienziato preferito, che magari poi intervista anche. L’obiettivo è pubblicare, perché di quello si vive.
Difendere: di quello si vive, dicevo. Se vuoi che questo sia il tuo lavoro, devi viverci. E allora dopo aver scelto, letto, interpellato, proposto e (hallelujah) scritto e pubblicato, devi passare col piattino a raccogliere i soldi.

Eddunque. Per chiarire. Il mio tempo lo passo per la maggior parte al telefono o con l’email aperta. Poi ci sono i miei due conti correnti, l’homebanking, la commercialista: il sito di trenitalia, il megafileexcell dal titolo lavori2011, la cartella contabilità dentro quella burocrazia, il recupero crediti in tutte le sue forme moleste. Ci sono le riunioni, i viaggi, l’organizzazione, i permessi e gli accrediti stampa. Ci sono i giornali e ci sono internet, i blog, le riviste online, i facebook dei miei colleghi migliori. Ogni tanto, nei ritagli di tempo, c’è la scrittura.
Cioè.
Se uno vuole scrivere, non deve fare il giornalista scientifico come me. Piuttosto si apra un file word e si faccia un bel thè. Oppure faccia davvero come me, ma come me solo nelle sere in cui sto a casa: si apra un bel blog e scriva. Per esempio, scriva di come e perché non può scrivere quanto vorrebbe.

Dieci euro a pezzo: un altro pacato contributo alla discussione (e giù le mani)

Sono stata alla manifestazione della Cgil, quella dei lavoratori pubblici e della conoscenza. Un sacco di gente lì per dire che vogliamo il posto fisso, il posto garantito, i cosiddetti diritti e le altre storie: la ricerca pubblica, l’università e i cervelli di rientro. Come dieci anni fa: tutti sorridenti al sole, la Repubblica in tasca, una banda di ottoni alle spalle che suona Bella Ciao, gente col sigaro e vecchi amici che si riconoscono tra la folla. Ma io non so se ci riesco più.
Mi viene la tristezza. Mi viene da dire che tanto abbiamo perso. Che è patetico continuare: siamo i girotondi malreloaded, Vecchioni ha vinto Sanremo e noi continuiamo a pensare di essere la parte migliore dell’Italia. Abbiamo sbagliato tutto, perché insistiamo?
Per fortuna poi c’è qualcuno che riattacca a dirmi che non devo prendermela con chi si fa pagare dieci euro a pezzo e mi ritorna il buonumore.

Mi spiego meglio. Non volevo dire che chi si fa pagare dieci euro a pezzo è causa, oggi, di un mercato dell’informazione che fa schifo. Volevo dire che potrebbe esserne causa domani. E che invece, oggi, potrebbe essere una delle soluzioni. O che almeno potrebbe provare a diventarlo. Sarebbe figo, no?
Cioè: non possiamo aspettarci una soluzione dall’alto. Non ci credo tanto all’arrivo di un calmiere imposto dalla politica, a un meccanismo di controlli, a un proclama dell’Ordine (anche perché, per esempio, a una come me l’Ordine non può fare né bene né male, non essendo iscritta pur facendo il mestiere come tanti altri – e mica l’ho scelto io, è semplicemente successo…). Vorrei piuttosto pensare a una soluzione dal basso, magari mossa da una miscela esplosiva di sentimenti come l’orgoglio e il senso di responsabilità.
L’orgoglio per dirsi: non sono un ragazzino che è qui per imparare, so fare questo lavoro e i miei pezzi a quello lì servono come l’aria. Me li deve pagare. E poi non posso accettare di non riuscire a vivere del mio lavoro, alla mia età.
Il senso di reponsabilità per dire: non accetterò di degradare il lavoro giornalistico, di rovinare il mercato (per il meccanismo al ribasso che blablabla) e di ingannare il pubblico. In più, non posso far diventare questo mestiere un mestiere da figli di papà, cioè da gente che si può permettere di guadagnare qualche centinaio di euro al mese perché tanto ci sono quei due signori lì che gli pagano l’affitto.
E poi magari accorgersi che, maporcapaletta, sono un cittadino anch’io e difendere il lavoro di chi gestisce l’informazione è quasi un dovere verso me stesso. Dovrei farlo anche se facessi un altro lavoro. Tipo: se facessi l’insegnante. Se facessi il medico. Se facessi l’autista dei mezzi pubblici. Se facessi l’avvocato. Illuminazione.

Eccomi ripiombata tra le facce sorridenti di questa manifestazione di anime belle. Ci sono i ricercatori, gli scienziati, ci sono i professori delle scuole, i lavoratori del sociale. Vedo anche qualcuno che si occupa di eventi culturali, mi pare di riconoscerli. Ci saranno di sicuro anche le mille forme di giornalisti, comunicatori, lavoratori dell’informazione e della cultura, quelli che mi assomigliano.
Forse sarei un po’ meno malinconica se qui qualcuno di loro salisse sul palco rinunciando a dire che vogliamo il posto fisso, i diritti, le garanzie e blablabla, che la nostra generazione (più un po’ di quarantenni avanzati) non si può permettere un mutuo e che siamo i nuovi poveri (che sarà anche vero, ma che palle).
Sarei meno malinconica se sentissi dire una cosa di disarmante semplicità tipo: “il mio lavoro serve a questo, io do il mio contributo alla società in questo modo, conviene a tutti difenderlo. E allora da domani rifiuterò di farmi pagare così poco, anche a costo di andare a servire in pizzeria, e lo farò per la nostra collettività. Lo farò, cioè, per tutti noi, anche per quelli là in fondo col camice bianco che continuano a chiedere l’assunzione perché sono dieci anni che sono in fila all’università e poi aggiungono in questo paese ci vuole meritocrazia (…). Lo farò per tutti perché il mio lavoro è un lavoro importante. Corollario: anche il vostro lo è e vi invito a fare altrettanto, grazie”.
Il mondo è cambiato, adesso siamo tutti lavoratori a tempo o con la partita Iva. Ma questo non significa che siamo cittadini a tempo o che non abbiamo responsabilità a lungo termine verso la società.
Li guardo, sto in un angolo: mi annoia il vittimismo, mi vien voglia di andarmene. Poi boh, sarà che ho il mio orgoglio, anche troppo. Oppure sarà che mi viene da sghignazzare. Li vedo e penso che saremo qui tra altri dieci anni, di nuovo a chiedere cose anacronistiche e un po’ miopi. Ma io, a proposito di girotondi, mi sentirò ancora, come oggi, una splendida partita Iva.


Segnalo un blog maggiore che dice le stesse cose (… insomma, in un certo senso…) ma dalla prospettiva di chi sta dentro ai giornali. Da leggere tutto: Piovono rane di Alessandro Gilioli sul giornalismo precario.

Dieci euro a pezzo: il mio pacato contributo alla discussione

Dice che chi nasce tondo nun pò morì quadrato. Succede lo stesso agli scassacazzi: nun posson morì tranquilli. E io, modestamente, scassacazzo lo nacqui. Tondo tondo.
Per cui ecco il mio pensiero sul precariato dell’informazione e su noialtri che ci stiamo affogando dentro.

Per me, chi accetta di farsi pagare dieci euro ad articolo non è un poverino da compatire, ma un irresponsabile. Punto. (O, più banalmente, è uno che non ci ha mai pensato, uno di primo pelo, uno che non è abituato a riflettere sulla propria posizione nel mondo come a quella di un frammento di una collettività… ma proviamo a ragionarci, allora, prima di parlare).
Ricomincio: uno con una buona preparazione e una certa sicurezza di sé che accetta di lavorare per così poco è un irresponsabile perché un articolo è (o dovrebbe essere) una cosa preziosa così come la fiducia di chi lo legge.
Per scrivere un articolo si devono fare telefonate, si deve passare un po’ di tempo a leggere e a pensare, si devono verificare le fonti e confrontare le posizioni. Si deve scrivere, appunto. E poi ci si deve mettere la firma sotto. Tutto questo ha un costo, oggettivo, a cui si aggiunge il costo impalpabile del lavoro intellettuale, quello per cui non tutte le firme sono uguali ma ogni firma vale più di zero. Chi legge l’articolo, poi, lo fa (o lo dovrebbe fare) pensando di leggere il risultato di un certo impegno professionale. E anche questa fiducia ha un prezzo, che corrisponde più o meno alla monetina che ogni mattina passiamo all’edicolante.

Ora, lui, il collega mio che, poverino, ha accettato di essere pagato così poco, sono sicura che abbia avuto le sue buone ragioni per farlo e che, nonostante il compenso esiguo, si sia dedicato con la necessaria abnegazione alla redazione di un pezzo decente. Ma il mercato? Finché c’è gente che accetta di lavorare per così poco, il nostro lavoro varrà poco e ci sarà sempre qualcuno che accetterà di scrivere per un euro meno di noi, in un infinito gioco al ribasso. La qualità di quel che scriviamo ne risente. E la qualità di quel che leggiamo dove va a finire?

Cavolo, il nostro lavoro è importante in questo mondo. Siamo quelli che fanno circolare le notizie, che permettono il dibattito pubblico, che fanno emergere le situazioni che qualcuno vorrebbe nascondere.
Anzi, vi dico di più: tutti i lavori sono importanti a questo mondo. E comunque siamo in un libero mercato, accidenti. Tutti noi lavoratori abbiamo un ruolo e una responsabilità nei confronti della società e, ahimé, tutti noi abbiamo bisogno di soldi per vivere.
A chi piacerebbe sapere che il medico che lo sta operando di appendicite ha accettato di farlo per due lire, perché intanto impara, perché così tiene un piede dentro all’ospedale, perché non ha alternative e non c’è nessun ospedale che gli offre di più? Siamo tutti lavoratori e cittadini, e viviamo per la fiducia nella professionalità degli altri: dall’autista dell’autobus alla parrucchiera, dal portinaio al barista che ci sta dando il caffè. Di questa gente scegliamo di fidarci e perciò a questa gente corrispondiamo un po’ dei nostri soldi. E questo per rimanere solo alle prime ore della mattina.

Bene, proseguo. Il mio collega, poverino, che scrive per dieci euro a pezzo dovrebbe avere un’alzata di dignità per se stesso (del tipo: voglio diventare grande!) e smettere di ambire alla coccola del fratello maggiore (quello che lo chiama poverino, appunto). Dovrebbe cominciare a pensare a se stesso non solo come uno che avrebbe tanta passione per una cosa che non gli permettono di fare (uffi!). Ma come un sano professionista che vende il prodotto della sua penna per un prezzo non inferiore a quello che dà valore alla penna medesima. E questo per il bene dell’intera categoria e della società tutta.

Infine, per essere onesti: il collega poverino che lavora per dieci euro a pezzo è un irresponsabile ma fa bene a dirlo. Non a lamentarsi, non a cercare la pacca sulla spalla del pietoso fratellone. Ma a dirlo: lavoro per dieci euro a pezzo. Perché noi che facciamo informazione parliamo da anni del precariato degli altri: la scuola, la ricerca, l’industria… Tutti precari, ma guarda. Però nascondiamo, per paura o per omertà, quello che affligge noi. In questo, facciamo un danno ancora maggiore alla società che ci ospita: che ne sa il lettore di come è stato scritto quell’articolo lì? E allora bravi i colleghi che denunciano.
Il passo successivo, lo dico da tondo consapevole di essere nato irrimediabilmente e insopportabilmente tondo, sarebbe quello di guardarsi negli occhi e di dire… ragazzi, via: da domani mai più.

Ma sì, facciamo pubblicità. Stasera a Presa diretta: Lavoro 2.0, tra atipici, precari, finte partite Iva

“GENERAZIONE SFRUTTATA” di Riccardo Iacona
e di Francesca Barzini, Domenico Iannacone

Stasera alle ore 21,30 su RAITRE

Quanti sono i precari in Italia? Quanto lavorano per paghe da fame?  E chi se ne approfitta? Chi consente lo sfruttamento di quanti  non hanno alcun potere contrattuale, ma solo preziose competenze da offrire?

Il 9 aprile di quest’anno  i precari italiani si sono dati appuntamento in piazza per protestare contro una gravissima ingiustizia sociale.  Per la prima volta in molte città d’Italia rabbia e malcontento sono usciti dagli infiniti blog e dai siti di internet per trovare forma politica. La rassegnazione sembra finita per sempre.

Presadiretta ha deciso di dar voce alle migliaia e migliaia di persone che hanno perso il diritto al futuro, giovani  che sono costretti a piegarsi ai contratti a termine, di cui esistono infinite tipologie; ai disoccupati che per  cercare di lavorare  sono costretti  ad aprire  partite Iva che in realtà nascondono un rapporto di lavoro subordinato; ai ragazzi che si sottopongono a infiniti  stage che in realtà nascondono un vero e proprio impiego e non daranno loro alcun reale accesso al mercato del lavoro.

La redazione di Presadiretta ha compiuto un enorme lavoro di ricerca per individuare tutti gli stratagemmi messi in atto dai datori di lavoro.  Ci sono, infatti, infiniti modi per sfruttare la disperazione di chi non ha  lavoro.  E molto spesso anche la Pubblica Amministrazione si avvale di questo tipo di contratti capestro. Un’intera generazione  non maturerà mai il diritto alla pensione, o  dovrà sopravvivere con pochi spiccioli.

Riccardo Iacona è andato a Barcellona dove la comunità più numerosa di stranieri è composta da molti giovani italiani che sono fuggiti in Spagna per cercare migliori opportunità professionali.

Ne è uscito un quadro sconvolgente, un vero proprio far west normativo che nessuno vuole correggere e che  consente di non pagare,  o sottopagare i dipendenti. Un universo in cui le commesse sono finte stagiste, archeologi e architetti pagano Iva per guadagni da fame, i giovani avvocati possono solo lavorare gratis.

“Generazione sfruttata” e’ un racconto di Riccardo Iacona, Raffaella Pusceddu, Alessandro Macina e Elena Stramentinoli.

(sì, ci sono anch’io, per raccontare un po’ di come si lavora in Rai e, più in generale, di come si lavora in un mondo che considera informazione e cultura poco più di un hobby per fighetti. Vita da free lance (ma senza tipi umani) e un po’ di pensieri su che razza di società stiamo costruendo per il nostro futuro. Mi fate sapere che cosa ne pensate?).

Esistenzialismi da freelance: io, la mia miopia e il mio schiacciasassi

Dice: Ma tu che cosa vorresti, allora, dalla vita? Dico: Prima di tutto, vorrei che il mio lavoro trovasse un po’ di continuità e di stabilità. Non voglio il posto fisso, sto benissimo con la mia vita da free lance anche perché è l’unica che conosco. Ma mi piacerebbe… insomma… mi piacerebbe lavorare di meno e guadagnare di più. Lo so, è una banalità. Lavorare di meno e guadagnare di più, chi è che non sarebbe pronto a sottoscriverlo subito? Io però un tempo lavoravo uguale e guadagnavo di più: pensavo che le cose col tempo sarebbero migliorate, invece non fanno altro che peggiorare. Cioè: a questo punto della mia vita professionale credo di meritarmi un po’ più di serenità. Vorrei non preoccuparmi di ogni pagamento, perché vorrei che fosse ovvio che i miei clienti mi devono pagare in fretta e correttamente. Vorrei soprattutto che mi pagassero in maniera consona al lavoro che faccio per loro, e in euro, non in altre valute tipo la bellezza, la soddisfazione, la visibilità, il piacere di stare con noi. Vorrei avere entrate abbastanza pacifiche e regolari, con normali prospettive future, e non sentire addosso il catastrofismo di chi si preoccupa (troppo) per me. Vorrei non pensare a un incidente o a una malattia, mia o dei miei cari, come a un pericolo gravissimo per la mia autonomia lavorativa. Insomma, vorrei quello che per te è ovvio, e poi partire da lì per fare il resto.

Dice: Il resto, appunto, stavo per chiedertelo: il resto non ti interessa? Dico: Sai, io ci vedo corto. Oltre un mese non vado. Non è che si stia male, eh. E poi, sono miope anche in senso clinico: a vedere corto ci sono abituata, ahahah. Solo che se metto gli occhiali recupero i diecidecimi di vista con cui mi muovo agilmente nel mondo, mentre per la miopia esistenziale occhiali non ne esistono. E tocca stare qui dentro, in un calendario di poche settimane. Il fatto è che l’uomo si abitua a tutto e oggi questa miopia esistenziale è diventata la mia normale normalità. Come è successo? Beh, per le ragioni che ti dicevo prima. O forse anche perché non ho mai avuto la necessità di vederci lungo e mi sono costruita una vita sui brevi termini. Ma i brevi termini non sono i minimi termini, eh: anzi, per me è il modo per dare e avere il massimo di tutto. Insomma, quindi, e… Vabbene, sì, è vero. Non è che non mi piacerebbe avere continuità e stabilità anche nel resto della mia vita. Ma mi sembra inevitabile che siano problemi da seconda battuta.

Dice: Ma allora, scusa, ma perché ti imbarchi proprio adesso in questi lavori, adesso che in Italia le cose vanno così? Perché non aspetti un po’? O perché non ti trovi una cosa stabile, meno eccitante, e a quelle eccitanti non lasci una parte marginale del tuo tempo, almeno finché le cose non cambiano? Dico, e mi incazzo: Scusa, quando lo dovrei fare? Adesso ho trentaquattro anni, è adesso che sono nel pieno delle mie forze e della mia professionalità. Prima ero una ragazzetta che aveva troppo da imparare, dopo (molto dopo, tranquilli) sarò una signora che alle undici va a dormire. Di che cosa mi stai rimproverando? Di essere nata nell’anno e nel posto sbagliato? Eh, pazienza. L’alternativa sarebbe il suicidio, sai. Ma guarda – guarda – che io sono una che combatte. Se tu mi chiedi che cosa vorresti dalla vita attacco con la lagna del libero professionista del mercato culturale che blablabla. Ma se tu non me lo chiedi io vado avanti lo stesso per la mia strada a bordo del mio meraviglioso schiacciasassi. In questo mondo ci devo stare, oggi, ed è qui che devo vivere e lavorare, nonostante la miopia esistenziale, quella reale e i ritardi dei pagamenti della Rai. E quindi vado, le mani salde al volante. Ma non preoccuparti per me, davvero: il mio schiacciasassi ha il serbatoio pieno.