Non mi sono spiegata. Io, imprenditrice-di-me-stessa: non è mica fantascienza

Vivo col mio tempo e con la performance, come la tipa dello shampoo. Ma non ci sono nata: è la vita adulta che mi ha costretto. Ho cominciato a lavorare che c’erano già Internet, la telefonia mobile e l’euro. Non c’era più il posto fisso e nessuno mandava più cartoline. Avevamo tutti una laurea e un master. Nessuno di noi era sposato o aveva figli. Noi, tra le medie e i primi anni di liceo, avevamo visto l’esercito italiano andare in guerra. Mica come i nostri genitori, che riempivano le dispense se Gheddafi bombardava Lampedusa e fino ai quarant’anni hanno creduto al mito della pace eterna. Noi ci siamo assuefatti presto a un mondo diverso dal loro, un mondo un po’ meno facile. Ma era il nostro e andava bene lo stesso. Così come in fondo va quasi bene anche adesso, tra performance e shampoo. E non è vero che lottiamo per un comodo posto fisso. Per esempio, a me, del posto fisso, non me ne frega proprio niente.

Sono diventata libera professionista di un lavoro che non so spiegare con meno di venti parole. E adesso ho una vita professionale dinamica e stimolante. Se mi lamento è perché ho gravi difficoltà con la gestione della contabilità e spendo un sacco di tempo tra recupero crediti, riordino contabilità, telefonate alla commercialista, fax all’agenzia delle entrate… Se mi pagassero tutti al momento dell’emissione della fattura senza fare problemi o errori sarei una donna un po’ più felice. E romperei un po’ meno le scatole al mio babbo, che sembra avere una conoscenza innata di come si fa con la partita Iva ed è sempre lì a mettere le pezze ai guai.

Ma il problema non è nemmeno quello: è che la partita Iva non l’ho aperta per scelta e non ho mai capito perché il lavoro che svolgo, per esempio, per la Rai, sia un lavoro di consulenza esterna quando è chiaro a tutti, ed è evidente, che vado lì ogni mattina ed esco ogni pomeriggio dopo circa otto ore di lavoro o anche più. A volte (sempre più spesso) sono in conduzione, ma non ho la mensa, le ferie, la malattia. Anzi: nel mio contratto c’è scritto che per malattia, infortunio e gravidanza la Rai può considerare il contratto non più valido. Sana da contratto. E poi lavoro solo per nove mesi all’anno (gli altri tre non posso nemmeno avere il sussidio di disoccupazione), quando la trasmissione va in onda dodici mesi, sempre uguale, e la mia opera sarebbe più o meno sempre giustificata e necessaria. Ma sono lì da cinque anni e mezzo e lo so, si vede, che sono utile in quel posto lì a fare quella cosa lì: una cosa che non si può fare al telefono o da casa e che non richiede solo un’opera di saltuaria consulenza.

Però non voglio il posto fisso. A questo punto voglio essere trattata davvero da libera professionista. Voglio contrattare il compenso (invece in Rai lo abbassano di ufficio, a ogni rinnovo), stabilire tempi e modi della mia prestazione, permettermi di avere più clienti e di dedicare a tutti il giusto tempo di lavoro, dentro orari sani e ragionevoli. Se mi hanno introdotto nel mondo del lavoro come partita Iva, io ormai ci sono cresciuta e non sento il bisogno di tornare indietro. Mi innervosiscono gli sguardi pietosi delle generazioni più anziane, di quelli che dicono poverini. Poverini un tubo: ci hanno cambiato le leggi sul lavoro che eravamo ancora minorenni, ci hanno tirato su in una giungla di forme contrattuali fasulle, e adesso ci impediscono di essere quello che ci hanno sempre insegnato a essere. Cioè imprenditori di se stessi: gente che si costruisce una professionalità e va in giro a vendersi.

Mi sento come una pianta rampicante a cui hanno messo cento sostegni e vincoli. Di mio sarei cresciuta in un modo (pensando che il posto fisso statale sia lo sbocco naturale della vita, come ho sempre visto nei miei genitori), ma sono stata corretta per fare altro. Adesso sono un bellissimo pergolato che vorrebbe avere l’aria che gli avete promesso. E che vorrebbe cavarsela da solo: fare fiori, nuove radici e dare ombra in cambio di acqua quando non piove. Invece no: state ostacolando in ogni modo la mia serenità di pergola. Cioè mi avete costretto a imparare come si vive da imprenditori di un mestiere bellissimo, e poi mi trattate peggio dell’ultimo arrivato tra i vostri dipendenti. Non mi avevate detto che ero io, la tipa della performance e dello shampoo?

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6 pensieri su “Non mi sono spiegata. Io, imprenditrice-di-me-stessa: non è mica fantascienza

  1. Bel post silvia!
    In effetti per me che ti ascolto su radio3 sembra incredibile il regime contrattuale a cui sei sottoposta. Poi ripenso ai lavori che ho fatto e tutto mi sembra più ‘normale’. Per me che sono nato nel decennio dopo il tuo le cose sono peggiorate. A parte che l’esercito ci siamo abituato a vederlo in città, ma il blocco generazionale si è solo aggravato e ora se le cose mi andranno bene forse forse ti farò da stagista a vita 😉 .

    In bocca al lupo per il tuo lavoro!
    Per uno che si è messo in testa che vorrebbe fare il giornalista scientifico e ha da sempre una passione per la radio la vostra trasmissione rappresenta un bel faro nella nebbia.

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