La scienza è qualcosa che più ce n’è meglio è (feat. Baldan Bembo)

La truccatrice allontana la testa, strizza gli occhi, mi scruta con attenzione, poi afferra il batuffolo di cotone, avvicina la sua faccia alla mia, mi picchietta la guancia e concentratissima dice:
Lei de che se occupaaa?
Sibilo, a bocca stretta: Scienza.
Si ferma, si riallontana. Il cotone sempre in mano, mi fa, con aria grave: Cioè, è na professoressa!
No, non sono una professoressa, tranquilla: faccio la giornalista scientifica, mi occupo di scienza.
Stupore: Cioè lei se occupa di coseeeeee scientifiche, proprio, cioè tipooo…
Sì, di scienza, dico io.
Pausa. Le braccia che si allargano, un sorriso… Tipo i cataclismi!

Tipo i cataclismi?!
Un colpo così potrebbe segnare la chiusura di questo blog. Hanno vinto loro, i Giacobbi, quelli dei cataclismi.
Invece mi fa venire voglia di tornare su una strana storia di cui ogni tanto capita di parlare coi colleghi. Quella di una singolare new wave della comunicazione della scienza che postula la necessità per il giornalista scientifico di tenersi alla larga dagli scienziati. Per osservarli meglio, per essere imparziale, per non diventare il loro megafono e quindi per non perdere di credibilità di fronte al pubblico.

Strana affermazione. Diventerei un giornalista culturale che non frequenta i personaggi e i luoghi della cultura: che non va alle presentazioni dei libri, non compra dischi, non va a teatro, non discute con autori e critici, non conosce retroscena e non prevede tendenze. Un giornalista culturale inutile. Perché il giornalista scientifico è un giornalista culturale, proprio perché la scienza è cultura. E come cultura va costruita (tra parentesi, aggiungerei che diventare il megafono della cultura non mi pare nemmeno tanto disdicevole).
Non provate a fare paragoni con la politica: un giornalista scientifico che viene visto a cena con uno scienziato è, nella maggior parte dei casi, in compagnia di un amico d’infanzia, di un vecchio compagno di corso o del proprio fratello, vicino o fidanzato. Gli scienziati sono tanti e i giornalisti scientifici, spesso, sono stati scienziati prima di darsi al mondo dorato dell’informazione. Che facciamo: disconosciamo la mia compagna di banco del liceo perché si è laureata in chimica? E poi mi dite chi cavolo ci paparazza, me e la mia amica, se ci andiamo a mangiare una pizza?
C’è un’altra differenza non da poco: la scienza è un’impresa collettiva in cui tutti hanno (o dovrebbero avere) lo stesso obiettivo. Nella maggior parte dei casi, sulle questioni di fondo della scienza, sono quasi tutti d’accordo, e anche la presenza di correnti di pensiero non fa che rendere il dibattito stimolante. Non si vota, non si vendono poltrone, non girano nemmeno tanti soldi. Ci sono, sì, i mascalzoni e i mitomani, anche nella scienza, ma finiscono per essere isolati dagli altri e l’unico modo per conoscerne i nomi, e quindi per evitarli davvero, è quello di stare al pezzo ed eventualmente di partecipare ai pettegolezzi dei colleghi nostri e loro, per imparare a distinguere chi è attendibile e chi va evitato.
Direi che in generale, per conoscere la scienza, è decisivo conoscere gli scienziati e vedere dove lavorano, come, con quali difficoltà e inseguendo quali risposte. Non vedo alternative. Anche litigarci, a volte, è necessario. Ma se li evitiamo, come si fa?

Poi ci sono due questioni pratiche.
Io sono freelance, lavoro per media diversi, e a volte mi capita di avere due minuti per risolvere un problema. A volte anche di meno. Due secondi. Che ci scrivo qui? È corretto, sto scrivendo una sciocchezza? Mica posso sapere tutto: ho fatto un ottimo liceo scientifico e mi sono laureata in medicina, e proprio per questo so di non avere le le competenze per rispondere a molti dei quesiti che la mia professione mi propone. Di non poter affrontare qualsiasi argomento di scienza aprendo Google e credendo di farmene un’idea. Quelli che sono convinti di risolversela così sono quelli che di scienza non sanno niente. Io, eh, no, non ce la faccio. E allora mi serve un amico. Un amico sveglio e veloce. E onesto. Se non volete chiamarlo amico, un consulente. Uno che al volo mi risparmi la cazzata. Subito.
Ed ecco il mio parco scienziati. Loro si fidano di me, io di loro. Hanno capito che è quasi un loro dovere civico evitare che una come me dica una fesseria a qualche centinaia di migliaia di persone, o anche di più. E sono disinteressati: o meglio, hanno come unico interesse che di scienza, in questo disgraziato paese, si parli con appropriatezza. Che poi è anche interesse mio.
Oppure hanno interesse a evitare fraintesi alti, di visione del mondo, quando non parlo esattamente di scienza ma uso in altri ambiti concetti che hanno a che vedere con la scienza. Tipo, poniamo, un esempio proprio bislacco che chissà da dove mi viene: una questione legale che non voglio definire processo alla scienza perché ci farei una brutta figura, ma che è intrisa di parole e idee di scienza che io pretenderei di trattare come mera cornice di tutto. Il mio parco scienziati mi aiuta a capire che cosa è davvero irrilevante e che cosa invece non può essere macinato tra gli altri dettagli della cronaca, oppure chi rilascia dichiarazioni fuori dal coro per interessi biechi, e dove stanno i veri nodi della questione. Poi, tantopiù su una questione delicata e complessa, sta a me ringraziare, verificare, e sentire qualche altra voce.
Seconda questione pratica: a volte devo compilare menù di proposte per i miei servizi. Se non avessi il mio parco scienziati, farei come fanno tanti: andrei di nuovo su Google a cercare notizie sui soliti siti di scienza americani o inglesi. Farei bene il mio mestiere? Non credo. Soprattutto, non sopravviverei sul mercato. Io il mio lavoro lo vendo, non posso essere una dei tanti: devo essere originale. Quindi cercare notizie alla fonte.

Dunque, sappiate che il più delle volte la situazione è questa: Ehi Fabio, scusa sono silvia… posso mandarti un paper così mi dai un parere? devo farne blabla e non ho capito bene blabla. Dove li vedete i pericoli? C’è anche la variante meno nobile: Scusa se rompo, babbo. Mi aiuti a fare due conti?
Capisco l’etica, l’esigenza di essere più imparziale possibile e vi assicuro che chi, come me, il mestiere lo fa davvero, non è insensibile a certe questioni. Se non altro, per continuare a campare con la stima dei colleghi, che giustamente hanno la memoria lunga. Ma mi dite che cosa c’è di antietico nelle telefonate sopra sbobinate?

Insomma, a me sembra che se in Italia la scienza sono i cataclismi non è perché noi giornalisti scientifici abbiamo poca credibilità. È perché siamo troppo pochi.
È perché nel nostro paese la scienza è roba da gente bislacca: ah, io di scienza non ho mai capito niente… è un simpatico refrain da caffè. Ma non siamo poco credibili.
Anzi. Chi pone dubbi su uno scoop o corregge le unità di misura, legge i curricula degli esperti prima di intervistarli o fa tre telefonate in più, nel nostro paese, è un mostruoso rompicoglioni. Ed è vero: siamo dei mostruosi rompicoglioni. Frequentare gli scienziati ci rende pedanti e testardi. Ma sono convinta che sia una cosa di cui andare orgogliosi. Una cosa su cui lavorare, anche insieme agli scienziati.
Cioè il nostro obiettivo deve diventare un mondo in cui il dialogo con la truccatrice si trasformi come segue:
Lei de che se occupaaa?
Risposta, a bocca stretta: Sono una mostruosa rompicoglioni.
Ah
, è na giornalista scientifica!
Ecco, sì.

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10 pensieri su “La scienza è qualcosa che più ce n’è meglio è (feat. Baldan Bembo)

  1. Non capisco perchè hai associato “cataclisma” con i giacobbi.
    In fondo è sinonimo di “disastro naturale o ambientale”, quindi direi che è abbastanza corretto relazionarlo alla scienza: “Perchè c’è stato quel terremoto? Come mai si è formato lo tsunami? E l’effetto serra?” etc…
    🙂

  2. Silvia capisco, ho lavorato per anni per dei quotidiani locali dove il mio settore era definibile come cataclismi&disgrazie..Perché nelle testate non particolarmente altolocate la scienza va in pagina solo se si tratta di notizie particolarmente belle o particolarmente brutte e le seconde sono decisamente più numerose delle prime..e quindi cataclismi terremoti guerra batteriologica (erano gli anni della guerra del Golfo)virus veri e virus informatici,prioni, serial killer e giù di lì….

  3. Se tutti i giornalisti avessero un “parco scienziati” o un “parco economisti” o un “parco urbanisti” eccetera eccetera, parimenti se tutti gli amministratori pubblici avessero un “parco consulenti” come tu ti sei intelligentemente costruita, E LO USASSERO, vivremmo in un mondo migliore.

  4. Buongiorno a tutti, è il mio primo intervento in questo blog.
    Da ignorante, senza scomodare la truccatrice, noto una forte discrasia fra l’immagine corrente della scienza cone disciplina suprema dell’esattezza, e le varie teorie “scientifiche” sullo stesso tema che continuano a incrociarsi a cozzare una contro l’altra, a sovrapporsi in brevi lassi di tempo. Io e la truccatrice, da ignoranti, troviamo questo molto spaesante. Non sarà che il mondo dell’informazione (non è il tuo caso ovviamente, altrimenti non sarei qui) opera male quell’opera di mediazione che forse sarebbe fondamentale per fare in modo che io e la truccatrice potessimo avere un rapporto meno schizofrenico con la ricerca?

    1. sì, credo che tu abbia ragione.
      se la scienza è solo quella dei cataclismi (ok, tutti gli altri: i cataclismi sono scienza… ma mica solo loro!) è sicuramente colpa di chi ne parla. e sceglie che cosa dire.
      la scienza non vuole essere una disciplina dell’esattezza: per definizione la scienza si fonda sul dubbio e su idee che sono vere fino a prova contraria. ma ci sono delle cose basilari su cui tutti quelli che oggi fanno scienza sono d’accordo (altrimenti non riuscirebbero nemmeno a lavorare insieme), così come il metodo della ricerca è uno per tutti (altrimenti il sistema non reggerebbe).
      quanto a me, io la scienza la vedo un po’ dappertutto e metterei scientifici in tutte le redazioni, anche a fare san remo. anzi: metterei corsi di statistica e scienze in tutti i corsi di laurea. è un po’ un problema mio, però.

  5. cara Silvia,
    la stessa cosa più o meno succede anche a me quando rispondo “Sono ingegnera civile e mi occupo di progettare strutture”. Da anni faccio anche attività di promozione nelle scuole elementari, medie e licei convinta che scienza e tecnica fanno parte della cultura tanto quanto arte, musica, teatro e cinema. Siamo annegati in un mondo comandato da scienza e tecnica e nessuno si interessa: questo è il vero cataclima.

  6. Ciò che fai tu è quello che dovrebbero fare la maggior parte dei giornalisti non scientifici quando affrontano temi tecnici o scientifici e che invece sistematicamente non fa, sia per ignoranza e presunzione, sia perchè alla ricerca spasmodica della “notizia” e non della verità….se una verità esiste…e sia per direttive editoriali. Comunque non tutti gli argomenti tecnici, che riguardano ad esempio proprio le dinamiche naturali le quali, nella maggior parte dei casi, si trasformano in calamità proprio a causa dell’intervento sconsiderato dell’uomo, possono essere affrontati solo dal punto di vista scientifico e ascoltando solo ricercatori. Soprattutto nel passaggio da dinamica naturale a calamità.
    Ad esempio parlando del rischio idraulico nella pianura padana chi inseriresti nel tuo parco scienziati? L’accademico noto professore di idraulica dell’Università di Milano, Bologna o Padova? Oppure l’ingegnere idraulico con comprovata esperienza maturata in strutture competenti alla sicurezza idraulica del fiume Po e dei suoi affluenti (es. l’ex Magistrato per il Po)?
    Per dire…Ugo Maione o Pietro Sanguanini? L’ideale sarebbe ascoltare entrambi…e questo noto che invece non si fa, non si è mai fatto e non lo fa neanche il giornalista scientifico. Non lo ha fatto ad esempio un noto divulgatore scientifico come Mario Tozzi affrontando tali tematiche. Senza ricorrere ad una citazione famosa quale quella di Leonardo da Vinci “Se ti addiviene di trattare delle acque consulta prima l’esperienza e poi la ragione” a volte al ricercatore, in determinati campi, manca l’esperienza applicativa di alcuni studi o ricerche fintanto che magari si arriva a pubblicare e a dire al TG 1, a proposito del terremoto emiliano, che la netta deviazione del fiume Reno a sud-est sia dovuta all’innalzamento della dorsale ferrarese (causa del terremoto e dei terremoti passati), in quanto il fiume prima era un affluente di destra del Po e ora sfocia direttamente verso l’Adriatico, quando è noto a chi opera in tale campo e non solo, che tale netta deviazione è dovuta ad una opera idraulica eseguita dall’uomo durante il papato di Benedetto XIV tramite la Sacra Congregazione delle Acque nel 1767…..e questa grossa inesattezza non è stata rilevata da nessun giornalista scientifico o non che sia. Per quanto riguarda invece i ruoli tecnici che richiedono lauree scientifiche anche io come te li vedrei inseriti un po’ dappertutto mentre con grande tristezza noto ad esempio una pubblica amministrazione molto burocrate e poco tecnica che spesso a capo di strutture tecniche nomina personale amministrativo.

    1. Ciò che fai tu è quello che dovrebbe fare la maggior parte dei giornalisti non scientifici quando affronta temi tecnici o scientifici e che invece sistematicamente non fa…:(

  7. Ci stavo pensando da un po’m poi mi ê tornato alla mente dive avevo letto qualcosa di analogo.

     “C’è invece una ragione più profonda e strutturale che spiega questa singolare congiuntura. Ed è che gli schemi rigidi e superficiali  del giornalismo (culturale) nazionale catalogano ormai la (storia dell’arte) tra gli spettacoli, e non tra le discipline intellettuali che possono dar vita a un confronto di idee, di visioni o di valori.
    I giornali italiano parlano di (storia dell’arte) per dare “notizie”, possibilmente clamorose, non per far conoscere opinioni.”

    Da Tomaso Montanari “A cosa serve Michelangelo?”

    Sostituendo (culturale) con ‘scientifico’ e (storia dell’arte) con ‘scienza’
    Mi pare che, con le divute diffenze, il discorso coincida.

    K.

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